Leggere Il macello moderno di Antonella Antonia Paolini (Aragno, 2025) è
un’esperienza estrema, che fa trasalire, e lascia sconcertati in quanto possiamo
riconoscerci da umani tutti gettati in quel macello. Tra Ivano Ferrari, Amelia
Rosselli e Nanni Balestrini, con la lingua affilatissima di una poesia che non
cede mai al buonismo né al dolorismo viviamo una trasfigurazione del limite,
nella leopardiana coscienza dell’impossibilità di abitare la natura umana senza
dolore, e che questa stessa ferita e dolore coincida con la letteratura e sia
perciò sacrificio inestirpabile, pena la fine dell’arte. Paolini testimonia
l’infinitudine dell’arte letteraria e la sua solenne crudeltà, in quanto madre
assoluta e matrigna, oltre tempo e spazio, si abbatte sui corpi, li viviseziona
e divora, concedendo soltanto squarci di luce nel regno delle formiche, abitanti
notturne della dimensione della scrittura, tanto quanto gli scarafaggi
di Psicosi delle 4:48 di Sarah Kane. Il prologo ricorda proprio Psicosi delle
4:48, i quindicimila scarafaggi per Paolini diventano formiche. Però, nel suo
monologo, l’occhio, la pelle, si apre alla luce.
> “Formiche. Una sensazione di formiche nel buio, mi attraversano il viso, il
> corpo, scendono e salgono sulla bocca, sul collo, sulle braccia, sul seno, sui
> polsi, entrano ed escono dalla camicia, si infilano ovunque; non le vedo
> perché è buio. È buio e scritto qui dove sono. È buio e stretto qui dove sono.
> Non so quanto tempo sia trascorso, devo essermi addormentata.
>
> Mi fanno male le nocche delle mani. La gola. Ho gridato. Ho bussato, battuto
> sulla superficie che mi schiaccia da tutte le parti”.
Tutta questa lotta con la carne, con la mente, l’ossessione, l’identità, le ossa
frantumate, la prigione, il cielo, la letteratura, la nostra aria, il respiro
che può esistere soltanto attraverso la conoscenza.
> “Il vento soffia nelle mie ossa cave d’uccello
> si fa strada con la sua parola urlata e continua,
> preme ai miei vetri.
> Mi raggela e lucida come un cielo di tramontana.
> Aguzza mi guardo limpida,
> m’inchiodo”.
Emoziona, commuove, dilania. La sostituzione della letteratura alla vita,
l’essere fantasma spettro in vita, il tema dell’identità e della soglia, del
vuoto – commuove e dilania. La lingua è la trasformazione alchemica più potente
non in quanto edulcorante di false banalità buoniste, ma in quanto, nel restare
ferma nel terrore di sé medesimo, il dolore riesce a rendere la verità occulta
dell’esistenza mediante una lingua che fa propri gli strumenti della letteratura
e della poesia e li trasforma, li trasfigura completamente. Vi è una doppia
trasformazione: una trasformazione del dolore in bellezza e una trasformazione
del linguaggio – di ciò che giunge da una lingua letteraria – per farne una
nuova lingua letteraria che non ripete il passato, ne diviene sepolcro.
Ilaria Palomba
**
A R.S.
Credo solo nell’ossessione
ma l’ossessione deve svolgersi
srotolarsi per tutto il labirinto
e arrivare
fuori.
*
L’ho pagato a caro prezzo ogni passo,
Ho pagato e pago un prezzo alto
Alto
E sono come un uccello che non ha compagni
[di volo su questo grattacielo
Non guardo né su né giù,
Sento il vento della sera.
*
Era pericoloso
fare poesia
essere uno che la faceva sul serio la poesia
la poesia
la sentiva in ogni angolo di sé
sperperato
questo era
uno che si era rovinato
sperperato
sempre puro a troppo
un costo alto
metteva il piede male nella vita lui
sono bravo a far poesia
si disse nel pomeriggio
era disperato,
un ottimo candidato alla poesia e al suicidio.
In quel momento aveva la bocca amara amara amara
più amara di una moramara.
*In copertina: Joachim Beuckelaer, Macelleria, 1568
L'articolo “Era pericoloso fare poesia”. Su un libro di Antonella Antonia
Paolini proviene da Pangea.