“Alias o Sepoltura di Mondeval de Sora”. Una poesia di Alessandro Ceni

Pangea - Friday, April 24, 2026

Mondeval de Sora si trova nel bellunese, a poco più di duemila metri: è un sito archeologico “pluristratificato”, indagato da più di quarant’anni. Quarant’anni, dicono gli studiosi, è l’età dell’uomo che lì è stato sepolto, in età mesolitica. È l’unica sepoltura mesolitica rinvenuta a quota così alta. Il corredo funerario del cosiddetto ‘Uomo di Mondeval’ ritorna nel corredo lirico della poesia di Alessandro Ceni, finora inedita, che qui si pubblica: la selce gialla, il sudario, i “grumi di sostanze organiche a base di resina e propoli… originariamente rinchiusi in sacchetti” (cito dalla voce “Mondeval de Sora” redatta nel Catalogo dei Beni Culturali). Si elencano, in repertorio, anche sette canini atrofici di cervi e due punteruoli in corno. In quello stesso sito, nell’età del Bronzo, costruiranno un rifugio per pastori: un forno testimonia la presenza del fuoco. Le stratificazioni del sito, in fondo, sono come quelle dell’opera di un poeta: stessa dedizione all’altura, stesso carisma conferito ai luoghi – ‘magici’, se non altro, per nobiltà di cadavere –, pur con concrete differenze. A volte, i guerrieri divergono in allevatori; a volte è bene rompere i legami con qualsiasi lignaggio.

L’uomo sepolto a Mondeval de Sora era un cacciatore. Alias – che è poi il titolo della poesia di Ceni – opera per comunione: il poeta è un cacciatore, si muove in altura, solo, in ambigua sintonia col creato. Gli amuleti e le protezioni dicono di una destrezza ripagata in pietà. Movenze di bestia deve conoscere chi vuole vincere la bestia. Lo stesso accade per la poesia, che si muove per ‘simpatia’: mica imitando il dire degli uomini – quello lo fanno gli scrittori, i romanzieri – ma le voci del bosco. Il primo capitolo di un magnifico libro di Ted Hughes, Poetry in the Making – ovviamente intradotto in Italia – s’intitola Capturing Animals. L’azzardo della poesia, dice il grande poeta inglese, nasce dal ‘contatto’ con la bestia, nasce per cattura:

“Esistono diversi metodi per catturare uccelli e pesci. Ho trascorso gran parte della mia infanzia, fino a circa quindici anni, a sperimentare molti di questi metodi – quando il mio entusiasmo ha cominciato a scemare, ho iniziato a scrivere poesie. Potreste pensare che questi due interessi – catturare animali e scrivere poesie – non abbiano molto in comune. In realtà, più ci ripenso e più sono certo che queste due azioni siano in realtà una sola”. 

Per capire cosa intenda Hughes vale la pena leggere un libro dell’antropologa francese Éveline Lot-Falck, I riti di caccia dei popoli siberiani (in catalogo Adelphi): la ‘preparazione’ del cacciatore artico – che è poi un ‘diventare’ la bestia che si vuole catturare, uno sprofondare nel più obliquo sé, mandando in deliquio l’io, mandandolo a quattro zampe – è simile a quella che il poeta fa per ‘armarsi’ e muoversi a caccia del verbo. Una caccia che spesso è catabasi. Chi scrive deve preparare l’evento; prepararsi all’ascolto.

La poesia ritorna a nomi e a verbi preadamitici: per questo per molti è ‘incomprensibile’ – c’è chi ha scordato l’origine. Eppure, poesia non è esercizio archeologico, non c’è nulla da rinvenire, non c’è niente a cui ritornare – l’origine (meglio: l’originario) ci attende laggiù, in avanti, nel futuro. 

In questo senso, il sito di Mondeval de Sora è un pretesto, in Ceni, che si salda su una biografia lirica ben perimetrata. C’è il recupero di parole desuete o ‘speciali’ – caligo per caligine, nebbia; la calima è lo scirocco che sferza le Canarie; ustolare significa, leggo in Treccani, “Guardare con occhio bramoso cibi o altro” –, ci sono “i bracciali dello scudo” – titolo-emblema con cui Ceni ha raccolto la sua opera, per Crocetti, nel 2025–, c’è una tersa atmosfera da re in esilio, da “vecchio re magio in catene”, che un po’ è Lear un po’ è lo sciamano ridotto all’osso, figura ursina che si farà erba. 

Del resto, la protagonista sembra essere la “bimba”, secondo consuetudine – l’opera di Ceni pullula di bimbi; “Agli animali e ai bambini” è dedicato un suo libro, il decisivo, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002 –; non proprio perché al bambino si addica una qualche innocenza, ma un principio di ferocia poi sopito dall’educare e dal manducare con quelli della propria specie. Eppure, del poeta è propria una specie di specismo a contrario: a farsi pietra e cenere, ragna e crisalide di crisantemi, a far ruggire la retina. 

D’altra parte, il ‘clima’ è quello delle origini – di Cacciatori sulla neve, era l’era de I fiumi – ma ripagato dalla pazienza, dal non ripiegarsi in sé, dal rimpinguare la caccia – foss’anche di ombre. Appunto, il poeta non ricalca i primordi: li rintraccia in sé. Si prepara con la torcia, poi in favore di buio – fattosi fuoco – a estrarre con la fiamma quel nugolo di parole-dardo, già incise e dipinte sulle proprie ossa da sempre. Attorno, resta una restituzione in cenere – con cui inumidire i cardini dell’aldilà, con cui inargentare le proprie rovine. 

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Alias

o

Sepoltura di Mondeval de Sora

Il patrigno, la matrigna,
la caligo, la calima,
con semplici artifici
precipitano cotone,
la cassa dei giocattoli
scampata al massacro degli anni
e alla nera e nerissima luce.

Davanti alla fiducia
della bimba nell’ingresso
tu deponi le armi, lo scudo –
conservane soltanto i bracciali,
elementi di prestigio –,
intreccia le sue trecce –
deputate alla chiusura d’un sudario –,
mostrale il teschio,
applicati ai suoi diademi –
lame di selce gialla disposte
sotto il capo e sulle spalle –,
avvolgiti sullo sterno e tra le ginocchia
nel mantra del suo stupore:
erratiche, funerarie ancelle nude
conducono un vecchio re magio in catene.

Ed eccoti ad arti distesi
nella parte interna di un masso
con sul lato sinistro del corpo –
per anestetico, cicatrizzante, collante –
tre piccoli insiemi
in sacchetti di pelle –
propoli, resine, cere mescolate a ocra –
e una difesa di cinghiale.

Intorno c’è qualcosa che fruscia,
che brancola ustolando un basso continuo di silenzio
interrotto come da un piccolo riso,
forse il sussurrìo delle infestanti
nel suo petto sfondato
qualcosa che dice di sé
chi sapeva sapeva di chi da altri da sé:
è stato il vento a chiudere la porta,
un riscontro, nell’ora che muta
l’ombra e trascorre rapida la nube.

L’altopiano. Il riparo. Le cornamuse.

Alessandro Ceni

*In copertina: mandibola di lupo fossile, 1822, The Royal Society

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