Nella costante oscillazione della poesia di Ceni, nello sconfinamento e nei
ritorni mutevoli, incontriamo un testo che, riprendendo la tematica analizzata
in Il giardino di Galileo, si sposta sul versante della generazione e di un
rapporto inedito con la figura del padre:
I giganti nella stanza di mio padre
Bambino nel corridoio davanti la porta
da cui soltanto si usciva
venivi a deporre con fede
pezzetti rubati alla terra,
la nuca e il collo nuovo:
generavo frasche da potature e
vegetali dai fori dei vasi,
il duro scudo del girasole
in cui vedevi nuotare
gli animaletti in una goccia d’acqua,
sostarvi i mestieri
con la pialla e le tenaglie le
mille e mille falci della tua fine;
ma già l’astronomia delle piante e delle pietre
ruotava nello spazio dove vagando si perdeva
l’ultimo d’un intero equipaggio
e tutto era vetro e silenzio:
“Questa è la veglia, quindi”
e mi disponevo attorno
alla porta che mai si entrava
offerente tra le offerte
dono tra i doni
mentre il sonno vaporava sui miei cavalli fermi al palo:
accendevo le torce, preparavo il bivacco
e intanto anche risalivi al puntino di luce
dal fondo della prateria cadenzando una voce,
che ti si potesse udire, di coyote;
e di voi ogni tanto al di là
io seduto e io in cammino
sentivamo un sospiro d’intelligenza profondo
di suprema melanconica conoscenza di yeti.
La stanza del padre, preceduta dal corridoio e da una porta che struttura tutto
il testo, come vedremo a breve, è un luogo mitico in cui memoria, crescita,
generazione e conoscenza si intrecciano. La relazione prende forma dentro un
interno domestico che colloca il soggetto in una posizione infantile e liminare:
“Bambino nel corridoio davanti la porta/ da cui soltanto si usciva”. La porta è
orientata verso l’uscita, come se il rapporto con il padre si definisse fin
dall’inizio sotto il segno di una distanza o di una direzione che non coincide
con il possesso dello spazio interno. L’esperienza della relazione avviene
dunque davanti a una chiusura che però genera movimento, come nel gesto del
bambino – “venivi a deporre con fede/ pezzetti rubati alla terra” – che
introduce da subito la dimensione offertoriale che tornerà più avanti nel testo.
Quei frammenti di terra, deposti davanti alla soglia, trasformano l’infanzia in
un congegno affabulatorio, provocato da una necessità che chiamerei “memoriale”,
per cui oltre al resoconto sul rapporto del soggetto col padre, troviamo la sua
localizzazione terrestre e contemporaneamente la trasposizione mnestica del
soggetto, il tutto in una coagulazione di senso dinamica, anzi,
vertiginosa nella ricostruzione e connessione delle rappresentazioni, come
praticamente sempre nella poesia di Ceni. Il rapporto con il padre, così, passa
attraverso un’offerta materiale che si rifà immediatamente al principio
originario della relazione, proprio come nei testi precedenti la materia
vegetale o minerale costituiva il primo livello del contatto con il mondo.
La memoria si sviluppa poi attraverso immagini di generazione vegetale:
“generavo frasche da potature e/ vegetali dai fori dei vasi”. La crescita appare
immediatamente associata a una capacità quasi creaturale del bambino, come se il
soggetto partecipasse direttamente ai processi naturali per prolungarli
nell’esperienza e, quindi, nella relazione, entrando nel mondo attraverso
connessioni tra elementi minimi, facendo emergere la vita dai vuoti e dagli
scarti.
A questa energia generativa di creazione e ri-creazione, si accosta però la
presenza del padre con i suoi strumenti di lavoro che appaiono come segni di
finitudine: “la pialla e le tenaglie le/ mille e mille falci della tua fine”.
Gli utensili artigianali diventano immediatamente immagini del tempo e della
mortalità. Il lavoro del padre è già inscritto in una dimensione terminale. Le
“falci” moltiplicate fino all’eccesso portano dentro la memoria domestica
un’immagine di raccolta e di taglio che riguarda insieme il lavoro e la morte.
Il passaggio centrale del testo introduce uno scarto: “ma già l’astronomia delle
piante e delle pietre/ ruotava nello spazio”. Riemerge con forza quella
dimensione cosmica che avevamo visto in Il giardino di Galileo. Piante e pietre
vengono pensate come astri, o meglio come elementi sottoposti a un ordine
orbitale, a una rotazione cosmica, a un massimo di distanza che, però, proietta
in qualcosa di più ampio il rapporto generazionale. L’immagine dell’“ultimo d’un
intero equipaggio” accentuando il senso di perdita e di separazione, scarica la
figura paterna collocandola dentro una deriva cosmica e in questo modo la
sublima. Il verso successivo – “e tutto era vetro e silenzio” – costruisce una
sospensione quasi assoluta: il vetro separa e lascia vedere, il silenzio
trattiene ogni parola. Ancora una volta la relazione avviene dentro una soglia
trasparente ma invalicabile.
Quando compare il discorso diretto – “Questa è la veglia, quindi” – il testo
assume apertamente un tono rituale. La veglia implica attesa, custodia,
permanenza accanto a qualcosa o qualcuno che si sottrae, per questo il soggetto
“si dispone attorno/ alla porta che mai si entrava”, la stessa porta dell’inizio
che torna come centro simbolico della poesia, non più soltanto luogo di uscita
ma luogo intorno a cui si organizza la presenza. Il soggetto si fa “offerente
tra le offerte/ dono tra i doni”: la relazione si trasforma in un atto di
disponibilità totale, quasi sacrificale, una forma necessaria e quasi disperata
di contatto.
L’ultima parte del testo apre nuovamente il paesaggio: “accendevo le torce,
preparavo il bivacco”. La scena domestica si sposta verso un immaginario di
campo aperto, di attesa notturna, un accampamento all’interno del quale traspare
la dimensione epica cui Ceni sembra voler condurre ogni relazione, il “tra”.
Mentre il figlio è in attesa, il padre è in risalita “al puntino di luce/ dal
fondo della prateria”, accompagnato da “una voce… di coyote”. La figura paterna
assume tratti selvatici e si colloca in un paesaggio che ormai appartiene
pienamente al mito come se la voce animale la inscrivesse in una conoscenza
ancestrale e profonda e come il finale, straordinariamente rivelatore, sembra
indicare: “sentivamo un sospiro d’intelligenza profondo/ di suprema melanconica
conoscenza di yeti”. La conoscenza viene affidata a una creatura liminare e
leggendaria, lo yeti, figura dell’alterità assoluta e insieme della sapienza
remota. L’intelligenza qui non coincide con la chiarezza razionale: è un respiro
profondo, malinconico, primordiale, un ponte sapienziale tra mondi.
Il testo porta dunque la relazione padre-figlio dentro lo stesso campo simbolico
che nella raccolta organizza il rapporto tra elementi naturali e cosmici. La
stanza del padre è una soglia visionaria, un luogo in cui memoria privata e
ordine cosmico si intersecano. Il padre non è soltanto figura familiare: è una
presenza che partecipa di quella oscillazione continua tra terra e cielo, lavoro
e mito, silenzio e voce, che definisce il cuore stesso della poesia di Ceni.
L’insistenza tematica sulla transizione tra categorie apparentemente distanti
diventa specimen in Il canto delle balene, tra i testi finali di La natura delle
cose. A quest’altezza dell’opera di Ceni, le iterazioni si affiancano alle
figure di contrasto, si fanno più frequenti i legami con il mondo animale,
rappresentato a volte come interlocutore o ammonitore per il soggetto/lettore.
La transizione è in direzione di una sostituzione-coinvolgimento degli esseri
viventi tutti, senza gerarchie ma come creazione ulteriore di mondi-soglia in
cui pietas e conflittualità si alternano, anzi, continuamente perdono i propri
confini e rimescolano i propri ruoli. Saltano in buona sostanza le referenze e,
di conseguenza, gli ultimi punti di riferimento per un soggetto che
panteisticamente si trova immerso nel moto di inclusione cosmico evocato sin
dalle origini:
Il canto delle balene
Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava
come immobili sogni dentro un’immobile mente.
La testa di dio è bendata
è deposta sul fondo,
leggere le bende si muovono
quelle che imprigionano il suo sguardo.
Dio è disteso sul fondo
con il piombo del mare addosso,
su di lui gravano i fondi delle barche.
Riempie e svuota le reti
inghiottendole e risputandole,
non ha sensi né pesci
dio è disteso sotto le acque e non respira.
Luna, luna, immobile luna nella mente
parole fisse al molo che incutono al vento
ed embricano alle onde com’è possibile possibile
possibile che tu ti esprima esprima esprima con
parole comprensibili da noi da noi da noi
che ti abbiamo tolto e ritolto dalla vita
dalla vita con le sue parole?
Le parole ricordano, le parole sono vostre
di coloro che guardano da terra
e ricordano la separazione dei vitelli dalle madri
e il ritorno sui pascoli già sfruttati nella primavera
e quello definitivo alla macchia per svernare e
sanno la separazione nostra come di chi
è richiamato alla realtà da una sua astrazione.
Noi andiamo con moto rovinoso
chiamandoci nel mezzo della scena
col nostro oscuro straziato suonare.
Questo dio mai si ridesterà
dal tumulo della buca franosa
nell’osso profondo
del mare ignoto e benigno
disfatta la cartilagine del naso
in mucillagini e bave
dissolti idra e cuore
caduto il vento
e salito al cielo il tempo.
“Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava/ come immobili sogni dentro
un’immobile mente”, subito il pronome personale iniziale introduce una voce
collettiva, e questo “noi” appare già sottratto a un’identità definita. Non
sappiamo subito se parli una comunità umana, animale, o una zona intermedia tra
entrambe. Il mare porta, ma ciò che trasporta è fermo: il movimento coincide con
l’immobilità e la coscienza viene subito descritta come “immobile mente”, quasi
un contenitore cosmico in cui i viventi galleggiano come pensieri sospesi. La
relazione è il mare stesso come principio di trasporto ontologico.
L’immagine centrale del testo è quella di un dio sommerso: “La testa di dio è
bendata/ è deposta sul fondo”, la verticalità cosmica è rovesciata e il divino
giace sul fondo del mare, immerso nella materia pesante, sepolto sotto il piombo
delle acque e sotto “i fondi delle barche”. Questa figura divina non governa, le
bende leggere che si muovono sono l’unico segno residuo di una possibile
vitalità, ma lo sguardo è imprigionato in un’immagine molto potente di “caduta”
ontologica: ciò che tradizionalmente fondava il senso è ora sommerso dentro la
materia marina. Questo dio immerso compie però ancora un gesto ambiguo: “Riempie
e svuota le reti/ inghiottendole e risputandole”, sembra che anche nella
passività permanga una funzione di transito che espone a una trasformazione per
cui il dio, pur continuando a intervenire nel ciclo vitale, lo fa come creatura
tra le creature, come una forza impersonale del mare stesso che dissolve il
divino nella dinamica biologica e materiale.
Nella seconda parte il testo introduce la luna e soprattutto la questione del
linguaggio: “Luna, luna, immobile luna nella mente”, queste prime iterazioni
creano un ritmo da “chiamata” nel tentativo persistente di stabilire un contatto
tra mondi un tempo incomparabili. L’invocazione è fatta di parole e la luna,
come già in altri testi di Ceni figura di distanza e riflesso, qui viene a
essere ponte d’unione tra l’incomprensibile e l’accesso al senso, un tentativo
di rinnovata affabulazione. Le “parole fisse al molo” appartengono alla terra,
all’umano, e si confrontano con la possibilità scandalosa che un’altra creatura
– probabilmente la balena – possa esprimersi in modo comprensibile. La triplice
ripetizione di “possibile” e di “esprima” segnala una tensione estrema verso la
comprensione dell’alterità. Non si tratta semplicemente di sentire parlare le
balene ma di interrogare il limite stesso del linguaggio umano. Il testo pone
una domanda radicale: è possibile che una voce animale entri nel campo della
comprensione senza essere ridotta alla lingua dell’uomo? Ma subito questa
domanda viene accompagnata da un riconoscimento di colpa: “che ti abbiamo tolto
e ritolto dalla vita/ dalla vita con le sue parole?”, è l’uomo che toglie la
vita alle balene oppure, come sembrerebbe indicare la struttura sintattica con
l’iterazione ecoica che sembra riprodurne il canto, le balene alla luna? La
lingua è sì strumento di dominio e di violenza, ma anche possibilità di contatto
e confusione di referenze, utile ad esternare un dubbio potenzialmente
rigenerante.
Il passaggio successivo amplia la responsabilità etica del linguaggio: “Le
parole ricordano, le parole sono vostre/ di coloro che guardano da terra”. Il
linguaggio umano resta legato alla memoria della separazione: quella dei vitelli
dalle madri, quella dei cicli di sfruttamento, quella dei ritorni forzati;
perciò, il mare e le balene fanno emergere una memoria che riguarda l’intero
sistema delle relazioni viventi in cui la separazione sembra diventare principio
universale della condizione terrestre. Quando il testo afferma “sanno la
separazione nostra come di chi/ è richiamato alla realtà da una sua astrazione”,
il movimento che abbiamo provato a descrivere si fa evidente: l’animale conosce
la separazione quanto l’umano, e l’umano stesso appare come qualcuno strappato
continuamente dalle proprie astrazioni. La differenza tra specie perde
centralità e resta il comune destino di frattura strettamente connotata dalla
significazione linguistica.
L’ultima autodefinizione del “noi” – “Noi andiamo con moto rovinoso/ chiamandoci
nel mezzo della scena/ col nostro oscuro straziato suonare” – porta questa
comunità a una forma tragica. Il canto delle balene è insieme richiamo, lamento,
eco di una ferita cosmica e il loro suono, per quanto straziante, può produrre
relazione. Chiamarsi nel mezzo della scena potrebbe significare, infatti,
continuare a cercare un contatto dentro una rovina condivisa.
Il finale torna sul dio sommerso e lo porta verso la dissoluzione completa:
“Questo dio mai si ridesterà”. La materia divina si decompone ma, mentre
l’elencazione disgregante crea un anticlimax – cartilagine, mucillagini, bave,
dissoluzione di organi –, gli ultimi versi aprono ancora un rovesciamento:
“caduto il vento/ e salito al cielo il tempo”. Il vento, principio dinamico
dell’aria, cade; il tempo, entità astratta e invisibile, sale. Ancora una volta
le categorie si scambiano di posto e il cielo è pronto ad accogliere un nuovo
tempo, come dire: l’inizio di un’epoca altra, sempre rinnovantesi dalla sua
stessa fine.
In questo testo è esposto un vero e proprio tour de force del senso, in cui il
venir meno delle referenze trova piena conferma. Il soggetto non dispone più di
punti stabili perché il mondo intero entra in un moto di inclusione in cui
umano, animale, divino e naturale si contaminano continuamente. Quella delle
balene è una voce che proviene da una zona cosmica intermedia dove il linguaggio
attraversa di continuo il limite della specie. Questa zona è lo spazio assoluto
e allo stesso tempo estremamente deperibile del “tra”.
Dopo il passaggio estremo di Il canto delle balene, siamo pronti a transitare
verso la nuova raccolta, Mattoni per l’altare del fuoco del 2002, che mette in
moto il mondo di un’infanzia ritrovata, un eden per niente pacificato dove
animali e bambini diventano i veri protagonisti della scena e di una diversa
ritualità (non per niente a loro la raccolta è dedicata).
La prima sezione del libro, Nel regno, si apre con un “suono di bestie” che si
dipana attraverso riprese e variazioni per tutto l’arco della sua durata,
incrociando figure infantili con un chiaro ruolo sorgivo: “Dove abita il bambino
abita Dio”. Figli e genitori si riconoscono in un dialogo sempre più fitto e di
trasmissione intensa ma inedita: “noi siamo andati perché arrivavi tu” cui il
figlio risponde: “O padre, o madre perfettissimi,/ andati perché arrivava la
somma,/ il grande bamboccio di carne,/muto alla primavera, muto al colore dei
pesci / e muto alla groppa del mare / a cui non sa dire: ‘Noi, elemento’”. Il
“bamboccio di carne” appare sotto una luce arcaica che esige un rinnovamento,
perché altrimenti non potrà giungere il “Noi”, l’elemento che riproduce la
relazione in una “cadenza di gioco” (Nel regno, VII). Per chiarire la tensione a
una relazione raggiungibile – anche se niente è mai definitivo in Ceni –
attraverso l’occhio animale dell’infanzia riportiamo per intero l’undicesimo
componimento di Nel regno:
> XI
>
>
>
> Tu che non sei di questo mondo e sei nella polvere
> e siedi alla parte breve del tavolo
> estrai dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso,
> coi tuoi pensieri stesi ad asciugare sul greto
> del fiume essiccato come cordicelle annodate
> da un bambino estivo, che raso sull’erba
> scocchi festuche marine alla terra e
> al passo dei tordi proietti la prua di pigne
> del promontorio nel ceduo del mare aperto,
> dove al medesimo intento le cieche aringhe
> migrano e sprofondano.
> Semplicemente, in una radura nel bosco,
> cucita alla fronda più alta la civetta inchioda
> alle loro piume come a peccati falangi di uccelli,
> schiere di alati perduti, cori di rimprovero e di pianto
> mentre tu avvicinandoti alla nave spaziale
> giunta infine a riprenderti fai il gesto
> di estrarre anche questa cosa dalla tasca.
Se in La natura delle cose il soggetto si trovava immerso in un sistema cosmico
dove le referenze si dissolvevano dentro una continua mobilità di forme, qui il
movimento si raccoglie intorno a una scena apparentemente più concreta, quasi
domestica, ma subito caricata di una densità simbolica che impedisce ogni
riduzione narrativa. Il bambino, l’animale, il paesaggio e il gesto rituale
tornano a costituire un’unica trama, come se l’infanzia fosse il luogo in cui il
mondo ricomincia ogni volta a nominarsi. Ma partiamo dall’inizio: “Tu che non
sei di questo mondo e sei nella polvere”, in questo verso convivono le due
polarità fondamentali dell’intera poesia di Ceni: estraneità e immersione
materiale, così come con il gesto successivo – “siedi alla parte breve del
tavolo” – siamo istantaneamente proiettati dentro una scena familiare per niente
pacificata. Il tavolo è sì luogo di incontro, di condivisione, ma la “parte
breve” suggerisce una collocazione laterale, ridotta, quasi ancora marginale
rispetto al pieno ingresso nel circuito della parola. Così si spiega l’atto di
“estrarre dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso”, da un contenitore minimo
esce il bosco, lo spazio vasto, arcaico che concentra il mondo in un gesto
elementare compiuto da chi sta nella parte più ridotta della comunicazione e
quindi del rapporto – il bambino, il poeta? – come se “il bambino estivo”, che
incontreremo a breve, possedesse la capacità di portare con sé interi territori
interiori e cosmici che aspettano di sgorgare. Infatti, da quel bosco si estrae
anche il soggetto stesso: identità e paesaggio nascono insieme, senza
separazione e coincidono nella forma di una continua emersione.
I “pensieri stesi ad asciugare sul greto/ del fiume essiccato” prolungano questa
logica di materializzazione mentale. Il pensiero viene esposto e disposto come
materia fragile in uno spazio prosciugato, il greto del fiume che diventa la
soglia da cui l’acqua è passata e anche il luogo dove il flusso è richiamato
alla memoria. Ancora una volta il rapporto si costruisce su una mancanza attiva,
su una traccia di movimento che non coincide più con il movimento stesso. Invece
l’immagine delle “cordicelle annodate/ da un bambino estivo” introduce il ruolo
generativo dell’infanzia. Il bambino estivo (dimensione di solarità e mitologia
di una rinnovata estate del mondo) che annoda le cordicelle, allo stesso tempo
ri-crea le relazioni – tenendo insieme frammenti di reale proprio quando, “raso
sull’erba”, scocca “festuche marine alla terra” o proietta la “prua di pigne/
del promontorio nel ceduo del mare aperto” – e riesce a tenere insieme più
dimensioni, sovrapponendo, in un’elencazione senza climax e per questo
estremamente inclusiva, la materia vegetale e quella marina, la navigazione
umana e il mondo animale.
In “le cieche aringhe/ migrano e sprofondano”, la cecità delle aringhe sembra
raffigurare un orientamento affidato a un sapere non visivo, a un movimento
inscritto nel corpo e interlocutore implicito di una relazione che,
accompagnandolo, supera il dominio umano.
La seconda parte del testo intensifica il carattere rituale della scena: “In una
radura nel bosco,/ cucita alla fronda più alta la civetta inchioda/ alle loro
piume come a peccati falangi di uccelli”, le falangi di uccelli diventano
“peccati”, e il bosco si trasforma in uno spazio liturgico dove la natura stessa
organizza forme di colpa e di ammonimento sotto l’egida della civetta, animale
tradizionalmente legato alla veglia e alla conoscenza notturna, con funzione
sacerdotale o giudicante. Le “schiere di alati perduti, cori di rimprovero e di
pianto”, rinforzano quanto detto, mostrando come il mondo animale partecipi
pienamente di una dimensione corale. Il canto, il rimprovero, il pianto
costruiscono una comunità sonora per cui il “suono di bestie” evocato in
precedenza mostra la sua necessità profonda: occorre sempre una diversa
comunicazione per abbattere i confini del linguaggio, un’apertura inclusiva che
rinnovi la sacralità della relazione.
Il finale è straordinario: “mentre tu avvicinandoti alla nave spaziale/ giunta
infine a riprenderti fai il gesto/ di estrarre anche questa cosa dalla tasca”.
La dimensione cosmica, introdotta dalla nave spaziale in maniera improvvisa
anche se non del tutto inaspettata, vivifica l’azione infantile dell’estrazione,
e la tasca, espandendosi verso questa nuova esperienza, si fa ancora contenitore
espanso del gioco spiraliforme della creazione. La tasca è la soglia di un
universo-matriosca o curva spazio-temporale, materia oscura legata a doppio nodo
al substrato infantile e animale che caratterizza Mattoni per l’altare del
fuoco.
L’infanzia come l’animalità, però, non sono simboli di un’origine innocente,
bensì qualcosa di più mobile e complesso che può implodere continuamente, che si
porta dietro la sua distruzione. L’ultimo testo della raccolta ci offre
un’articolazione quasi riassuntiva di quanto appena detto:
XXXIII
Io sto qui e da qui
vedo collassare le stelle, implodere i volatili,
cabrare verso il loro dio le nubi
per poi precipitare in lacrime e piogge;
vedo cadere tutto e tutto
ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
e la polvere dalla tasca buona del cadavere
persino volare in aria per un momento
l’erba tosata, la cenere dal vertice del falò
ma senza che mai nulla
giunga mai veramente al suolo,
così che la lacrima resta nel suo occhio, la pioggia nella sua nube.
Io, dalle volute di fumo umide e
dalle pire collinari e dai roghi contadini, credo
siano venuti degli uomini, credo,
ad ardere i campi e con essi la mia vita;
sia lode a loro perché da qui l’illusione è perfetta:
i figli cessano di crescere i genitori non muoiono
in ogni frutto traspare la sua gemma:
rivedo mio padre quando aprì la botola
e discese nel buio e nulla seppe mai più di me,
riodo i fischioni di richiamo lanciati verso qualcuno che non torna,
ed ecco spiegata la ragione del pesce elettrico
negli abissi del mare o perché gli uccelli credono
col loro canto di far sorgere il sole.
Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
e non perdonano e sono spietati
e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
per abituarti a guardare ogni cosa
come da dietro una vampa.
In questo testo la raccolta sembra veramente rastrellare e portare a un punto
estremo tutte le linee che l’hanno attraversata. Se in XI di Nel regno la tasca
infantile appariva come un contenitore capace di espandersi fino alla nave
spaziale, qui quel principio di espansione entra apertamente in relazione con il
collasso, con l’implosione, con una fisica del mondo che coinvolge
simultaneamente stelle, animali, corpi e memorie. Il precipitare delle forme è
espresso sin da subito, infatti nell’incipit leggiamo: “Io sto qui e da qui/
vedo collassare le stelle, implodere i volatili”. L’io espanso è all’interno di
un movimento critico, di una anomalia elettrostatica nella caduta. Il
verbo “collassare” riferito alle stelle si lega a “implodere i volatili” unendo
in un solo verso la fine dell’uno-molteplice, del mondo astrale e animale.
Ancora una volta il grande e il minimo, il siderale e il vivente, sono sullo
stesso piano percettivo anche se seguono la direzione opposta alla generatività,
in un processo di combustione generale che compartecipa, comunque, a una sola,
costante trasformazione.
Il centro della prima sequenza – “vedo cadere tutto e tutto/ ininterrottamente/
la foglia, l’ala, il vento/ che incitano il bambino giù dal tetto/ e la polvere
dalla tasca buona del cadavere” – è esplicita in tal senso: la foglia, l’ala, il
vento costituiscono una triade mobile, ma il bambino appare immediatamente
attratto verso il basso, come se l’infanzia stessa fosse sempre esposta al
rischio della caduta per quanto età sorgiva. E poi ritorna la tasca anche se in
forma radicalmente trasformata, come “tasca buona del cadavere” che elude, o
meglio, annienta l’inclusività del testo precedente. Il contenitore originario
accompagna ora il corpo morto, e la polvere che ne esce segnala che creazione e
dissoluzione sono assolutamente compatibili.
Subito dopo giungiamo a una sospensione quasi metafisica, “ma senza che mai
nulla/ giunga mai veramente al suolo”, tutto cade, ma non tocca davvero il
fondo; la lacrima rimane nell’occhio, la pioggia nella nube in un’immanenza
costante e senza compimento. Lo stato di immersione e sospensivo permette alla
memoria di riaprire il tempo – “Rivedo mio padre quando aprì la botola/ e
discese nel buio” – con il ritorno della figura paterna che attraversa
un’ulteriore soglia, apre una botola (infera?) che scende in un altrove
sotterraneo, e che, proprio come nei testi precedenti la porta o il corridoio,
definisce un accesso impossibile o differito. Ma qui il padre scompare nel buio,
non è lo psicopompo che conduce ma, molto più sommessamente, un essere che
transita nell’oblio in una scomparsa etica oltre che conoscitiva – “nulla seppe
mai più di me” –, la separazione adesso sembra essere definitiva anche se poco
prima si dice che “i genitori non muoiono”, perché, per Ceni, la fine non è la
morte ma il rischio che immaginazione e memoria si estinguano, solo così si
chiarisce l’immane spinta affabulatoria della sua poesia, perché solo “da qui
l’illusione è perfetta”, cioè proprio dal testo.
Anche il richiamo animale ritorna – “riodo i fischioni di richiamo lanciati
verso qualcuno che non torna” – ma senza risposta: gli uccelli, il pesce
elettrico, i volatili implosi sono segnali attraverso cui il mondo continua a
interrogare il destino del legame. L’immagine del “pesce elettrico/ negli abissi
del mare” è particolarmente significativa perché la profondità marina, abbiamo
visto, era centrale nei testi precedenti, e ora torna per spiegarci che
“qualcuno non torna”, indicando così la vera trasformazione visibile alla fine
della terza raccolta di Ceni che, ormai è evidente, risiede nell’impossibilità
di una circolazione puramente iterativa dell’essere. Invece, i cicli di morte e
rinascita sono sempre compiuti per ripartire da altre prospettive, in uno
sfasamento dimensionale e spiraliforme. Ecco anche spiegato perché gli uccelli
“credono/ col loro canto di far sorgere il sole”, il canto animale serve come un
richiamo – o avvertimento – al lettore, in una referenza ritrovata nella fede
elementare in una causalità non semplicemente illusoria, ma più specificamente
poetica, cioè, secondo le intenzioni più o meno razionali di Ceni,
affabulatoria. Così il poeta prova a superare (o eludere?) l’impasse relazionale
e la lunga lode finale sembra evidenziarlo:
> Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
> e non perdonano e sono spietati
> e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
> a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
> e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
> fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
> contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
> per abituarti a guardare ogni cosa
> come da dietro una vampa.
La formula liturgica della lode viene applicata a figure dure, perfino crudeli e
si riconosce che la vita si dà anche attraverso forme di violenza. L’immagine
dell’agrostide, ad esempio, che “combusta l’intera sua esistenza”, porta questa
intuizione al suo cuore per cui la vita è combustione lenta, metodica, “covone
dopo covone”, il verbo combustare restituisce perfettamente la logica di Mattoni
per l’altare del fuoco: vivere significa consumarsi e trasformarsi nello stesso
atto.
L’ultimo movimento – “contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della
vita/ per abituarti a guardare ogni cosa/ come da dietro una vampa” – riassume
forse l’intera raccolta. Contrazione ed espansione coincidono, proprio come
implosione e generazione, ma occorre abituarsi a guardare “da dietro una vampa”
il mondo, attraverso una soglia mobile, cioè, che deforma nel dolore e rivela
insieme (ancora un “tra” del rapporto).
Con Combattimento ininterrotto del 2015 – e ultima raccolta a oggi pubblicata da
Ceni – è ri-annunciata una conflittualità senza tregua, quasi una necessità per
“essere” nel mondo. Questo potrebbe significare che la relazione, che abbiamo
visto nelle raccolte precedenti si costruiva attraverso soglie, passaggi,
espansioni e collassi, ora sembra sempre più immersa in dinamiche di urto
costante, per cui si amplifica l’idea che ogni elemento esista come sotto
pressione. Infanzia e mondo animale, ad esempio, restano come costituenti di un
reale di percezioni assolute, matrici profonde di un “regno” della caduta ma
anche dell’esaltazione. Ciò che in Mattoni si presentava ancora attraverso una
ritualità sorgiva, dove il bambino poteva estrarre il bosco dalla tasca e la
tasca stessa diventava figura di un universo espanso, in Combattimento
ininterrotto tende a mostrarsi sotto una luce più scoperta, più esposta al
trauma del tempo e alla durezza della permanenza. L’energia infantile entra
nell’agone con più virulenza, come se ogni origine fosse ormai costretta a
misurarsi con una continuità di attriti.
Anche il rapporto con il cosmo cambia intensità. Nelle raccolte precedenti
stelle, mare, vegetazione, animali e presenze familiari entravano in un unico
sistema di metamorfosi dove il soggetto si lasciava attraversare da forze
multiple; in Combattimento ininterrotto questa apertura cosmica resta, ma assume
spesso una qualità più netta, frontale, come se la visione fosse meno affidata
al processo di espansione e più alla persistenza quasi muscolare delle forme. Il
cielo, la terra, il corpo e il linguaggio sono segnati da una tensione più
severa.
In questo senso il passaggio è perfettamente coerente con il finale di Mattoni
per l’altare del fuoco, dove la “vampa” significava imparare a vedere il mondo
dentro una deformazione ardente, dentro il consumo del comburere, ovvero dentro
la lotta costante con un mondo che, però, proprio perché attraversabile,
possiede la capacità di incontrare l’alterità. La stessa idea
di combattimento va letta come prosecuzione della logica del “tra”, di una
soglia che attraversa un ulteriore mutamento verso il luogo dove le forze si
misurano continuamente senza stabilizzarsi.
Anche la dimensione sacrale, così forte in Mattoni, non si esaurisce ma si
interiorizza nel gesto stesso della resistenza linguistica. Il rito adesso vive
nella capacità del testo di sostenere la durata dello scontro senza perdere
intensità visionaria. È come se la poesia, dopo avere attraversato il fuoco
dell’origine, si trovasse ora costretta a restare dentro le sue conseguenze, in
una vigilanza continua. Per questo Combattimento ininterrotto può essere letto
come il libro in cui il movimento spiraliforme delle raccolte precedenti si fa
più concentrato e insieme più esposto: ciò che prima si apriva in grandi sistemi
di metamorfosi cosmica ora si raccoglie in una dinamica di permanenza
conflittuale, ma vediamo come:
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
“Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dell’estate all’estuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce l’unica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli – estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto – e la sua ancor giovane moglie – la smarrita –
che udendolo rincasare gli tendono l’imboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dell’atrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metà, credendolo annegato in pensieri – l’identificazione,
ad esempio, di un solo grano di felicità per chilometrici litoranei
arenili – gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare l’inganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nell’impianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla – il frinìo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura –
l’amante sull’altra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sull’occipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro d’acqua,
l’unghia incarnita del piede giallo, col quale – ascolta –
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
– astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache – discese per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera
blindata della mente, e lì, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò l’intera notte – la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso d’ignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorte.”
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
Nel testo presentato, ogni immagine sembra nascere dall’urto con quella
successiva, per accumulo di fronti percettivi e memoriali continuamente aperti.
Il titolo, apparentemente nitido e isolato, introduce un animale che, come
abbiamo potuto constatare, in Ceni non è mai semplice presenza naturalistica:
l’airone, figura di immobilità vigile, di attesa e di scarto improvviso, diventa
subito principio di discesa, quasi voce che sovrasta e insieme avvolge, una
soglia. L’incipit e il finale, identici, costruiscono le due ante di una cornice
incantatoria: “Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,/
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio”. In questa
ripresa circolare leggiamo esaltazione e regno da un lato, caduta ed esilio
dall’altro, in perfetta coesistenza così come la nebbia, distribuendo il
visibile in modo intermittente, costringe a procedere per apparizioni parziali e
nella lunga deriva della materia in trasformazione.
Il lungo discorso interno che occupa il corpo del testo è scandito da un
imperativo ripetuto: “Entra”. Questo verbo è decisivo perché conferma che anche
in questa raccolta il centro resta la soglia che, però, non coincide più con un
punto preciso – porta, corridoio, tavolo, botola – bensì con una condizione
mentale e percettiva continua. “Entra, in questa Lapponia della mente in questa
Islanda del cuore”: geografie reali vengono immediatamente interiorizzate e
trasformate in territori psichici, Lapponia e Islanda sono i termini di
un’affabulazione a doppia entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la
Lapponia della mente corrisponde all’Islanda del cuore), poi l’accesso
all’immaginazione profonda dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce
la sua stessa simbologia. Come l’immagine del bambino nel mattatoio sembra
suggerire, accedere significa trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi,
“muggiamo” perché solo in quel modo, e solo nel perpetuo rinnovamento
dell’infanzia, possiamo aderire e far sopravvivere “l’eroe”, il sempre nativo,
l’allucinato (come i riferimenti ai guerrieri americani e l’utilizzo del peyotl
sembrano suggerire). L’eroe di Ceni, però, non ha nulla di epico in senso
tradizionale: porta la morte su una spalla e l’amante sull’altra, entrambe
invecchiate, entrambe ormai segnate dal tempo, un residuo umano (il poeta?) che
resiste attraverso una memoria che rilancia il futuro in figure sciamaniche. Il
racconto, perciò, scende “per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera/
blindata della mente”, dentro una soglia organica e interiore – la mente come
camera blindata – e come un guerriero indigeno, in un’incursione che è anche un
assalto rituale, quello della parola della poesia – “il racconto della fiaba”,
appunto – che fonde l’eroe e la stessa fiaba, affabulatore e affabulazione, in
un’allucinazione arcaica che ri-dona alla scrittura la sua potenza immaginifica.
Quando infine ritorna il distico iniziale, la ripetizione conferma che nulla è
stato risolto. Dopo l’intero attraversamento, la voce del poeta continua a
scendere come un airone grigio, “come una tenue trama invernale”. Questo
significa che il combattimento è davvero ininterrotto: ogni immersione riapre il
ciclo.
Il “tra” di Alessandro Ceni è vero spazio di durata conflittuale e senza
sintesi, la parola-airone che è insieme distanza e immersione nella materia in
attrito, che incarna una forma di sorveglianza combattente e non pacificabile.
Il senso di irriducibilità rintracciato in Airone grigio è inequivocabile in uno
dei testi conclusivi della raccolta:
Tempio
Eccomi, irriducibile tramite fra il cielo e la terra,
eccomi tra di voi, piante, officiante a medicarvi,
eccomi tra di voi completamente nudo e duro, pronto
a ingravidarvi al vostro minimo assenso:
come l’animale che libero siede e si volta
una sola volta a controllare se ci sei
e si appaga della sola tua presenza, un attimo prima
che l’intera foresta balzi e strepitando gli muova incontro,
così è il mio amore: asciutto e privo di ogni gioia:
nello stesso modo i delusi si separano o
un uomo viene fatto scendere alla frontiera:
ma, simile a chi si desta in un letto non suo e,
dimentico del presente inconsapevole del passato, non sa
e si domanda e bussa alla sua propria porta, vengo
umilmente a celebrare in voi me, a date stabilite,
il vostro inverno e la vostra primavera in me:
non ha prove il buon fabbro
quando pinza l’altrui morte: la forgia
al fastello delle proprie fiamme, l’afferra col mantice
dei sospiri, e poiché la morte ha un breve prologo nella vita
egli su di lei batte dal nulla un’incudine d’immagini:
una sconosciuta lacrima lo tormenta
un inusitato granello di polvere gli angoscia nell’occhio,
l’indesiderata stilla che friggerà sul suo ferro raffreddandolo:
così, dinnanzi voi, piante, mi nomino al neutro,
l’indivisibile, il sempre scisso,
accordo al vostro muto campo il mio sonaglio
e spezzo ogni legame come fossero fili di lana.
In Tempio si inscena ancora una dimensione rituale e già l’incipit – “Eccomi,
irriducibile tramite fra il cielo e la terra” – presenta il soggetto in una
postura ontologica in tensione, come “tramite” “irriducibile”, esposto
nell’attraversamento. La funzione di officiante – introdotta dalla formula
anaforica che insiste sulla presenza: “eccomi tra di voi, piante, officiante a
medicarvi” – prepara all’atto erotico e generativo – “eccomi tra di voi
completamente nudo e duro, pronto/ a ingravidarvi al vostro minimo assenso” –
spostando l’attenzione sul non umano: le piante diventano controparti di un
culto.
L’immagine, per quanto possa apparire estrema, è solo una tappa verso la
profondità relazionale e corporea cui Ceni ci conduce. Ne sono testimonianza i
due punti che, a partire dalla conclusione della prima strofa, costellano il
testo come cerniere elencatorie, soglie che trasbordano il nesso del rapporto a
sempre nuovi mondi. Così, nel passaggio successivo troviamo l’animale a fare da
tramite per l’agnizione del soggetto che può riconoscersi nell’amore “asciutto e
privo di ogni gioia”, scabro e scabroso nella sua inesorabilità:
> come l’animale che libero siede e si volta
> una sola volta a controllare se ci sei
> e si appaga della sola tua presenza, un attimo prima
> che l’intera foresta balzi e strepitando gli muova incontro,
> così è il mio amore: asciutto e privo di ogni gioia:
L’animale “si volta/ una sola volta” per appagarsi della pura presenza
dell’altro, senza possesso o permanenza e l’amore, sottratto a ogni
sentimentalismo, è vigliante ma anche sotto assedio – il selvatico della foresta
che balza e strepita –, è come la parola-airone di cui dicevamo in precedenza,
allo stesso tempo distanza e coinvolgimento, presenza pronta a dissolversi.
Per questo lo stesso amore viene accostato alla separazione dei delusi o alla
discesa di un uomo alla frontiera, perché la relazione è sempre prossima a un
limite, a un confine.
La frontiera è il “tra” – lo avevamo visto in Anedda, nel testo Confine – che
qui diventa anche luogo dove si è fatti scendere per impattare la soglia di
rischio che può perdere persino l’identità. Anzi, la frontiera è generativa
proprio per questo suo potere decadente, la sua potenza d’oblio che annienta il
soggetto, lo fa dimenticare e lo perde in un “voi” umile e rigenerante, una
celebrazione nell’altro, un altro rito di riconoscimento, una purificazione
ribaltata nel congiungimento e nella mescolanza:
> …simile a chi si desta in un letto non suo e,
> dimentico del presente inconsapevole del passato, non sa
> e si domanda e bussa alla sua propria porta, vengo
> umilmente a celebrare in voi me, a date stabilite,
> il vostro inverno e la vostra primavera in me:
Il gesto di bussare “alla sua propria porta” riprende una lunga costellazione
ceniana di soglie domestiche – la porta del padre, la botola, il corridoio – ma
con una torsione ulteriore: adesso il soggetto bussa a se stesso, perché
l’accesso alla propria identità, come si diceva, è diventato esso stesso
problematico. La ricerca del sé è comunque dentro un tragitto che lo travalica e
ingloba, e infatti l’inverno e la primavera sono nominati come cicli stagionali
che diventano interiori e condivisi. Mentre la ricerca continua, ecco insinuarsi
nell’ultima strofa la figura del fabbro – “non ha prove il buon fabbro/ quando
pinza l’altrui morte” – che rappresenta una potentissima trasposizione nella
materia (artigianale, della poesia?), del combattimento che prova a dare forma
al sé e, più in assoluto, al tentativo sempre attivo di rigenerazione che
abbiamo visto guida la poetica di Ceni. Così come la materia – la poesia – non
può bloccare la trasformazione, il fabbro non domina la morte: la afferra, la
porta nella forgia, la sottopone al fuoco delle proprie fiamme, senza mai
esaurirla poiché “la morte ha un breve prologo nella vita”, ne diviene
costantemente la premessa e l’“incudine d’immagini” su cui il poeta batte le sue
illusioni è la produzione figurativa che resiste e lotta senza alcuna
consolazione. La poesia è il combattimento ininterrotto per cui anche le parole
minime – la lacrima, il granello di polvere, la stilla che frigge sul ferro
raffreddandolo – sono armi impure che osano alterare il lavoro del fuoco (si
ricordi il titolo della raccolta precedente, Mattoni per l’altare del fuoco).
Nel finale, il soggetto torna su se stesso rinnovato e uguale – “così, dinnanzi
voi, piante, mi nomino al neutro,/ l’indivisibile, il sempre scisso –, in una
doppia formula ossimorica che conferma quanto in Ceni l’integrità dell’essere è
possibile solo riconoscendone la frattura costitutiva. Il neutro, allora, non è
indifferenza ma posizione sottratta alle identità stabili e l’indivisibile,
infatti, coincide con il sempre scisso. In questa inedita auto-investitura, il
soggetto riconosce umilmente la necessità di un nuovo accordo col mondo, con la
sua muta necessità e con il rischio dell’agguato – “accordo al vostro muto campo
il mio sonaglio”. Il rapporto tra parola e silenzio è espresso attraverso
l’accordo, ancora una volta un’ambivalenza semantica che agglutina in una parola
il cuore del soggetto modulandolo sui toni del silenzio vegetale. Il gesto
finale, però, – “spezzo ogni legame come fossero fili di lana” – costruito
provocatoriamente sulla sillessi (“ogni legame come fossero”) non contraddice la
relazione ma ne espande con un ultimo colpo di coda la criticità: ogni legame,
proprio perché reale, deve poter essere spezzato, rimesso in tensione.
In Tempio, ma potremmo dire in tutto Combattimento ininterrotto, il “tra”
raggiunge così una formulazione teorica e, allo stesso tempo, incarnata nel
testo, perché è la parola a restare irriducibilmente esposta tra cielo e terra,
tra cura e scissione, tra nominazione e perdita.
Gianluca D’Andrea
(fine)
L'articolo “Come da dietro una vampa”. Sulla poesia di Alessandro Ceni proviene
da Pangea.
Tag - Alessandro Ceni
1.5 Corpo-spazio: Alessandro Ceni, il selvatico nell’io (1ª parte)
Se nel capitolo precedente l’attenzione si concentrava su poetiche che
interrogano il rapporto fra soggetto e mondo a partire da una frattura o da
un’estraneità dell’io rispetto allo spazio, con Alessandro Ceni questo rapporto
assume una configurazione diversa e più radicale che ci permette di proseguire
la riflessione mantenendo il fuoco sulla dimensione del “tra”, ma spostandone
l’asse su un terreno più fisico e sensoriale, stilisticamente tanto diverso, ad
esempio, dal razionalismo di Magrelli, ma comunque compreso nella dimensione
liminare centrale per la nostra ricerca.
La scrittura di Ceni attraversa, infatti, dall’interno il paesaggio, ne esplora
le viscere come se il corpo del soggetto venisse progressivamente riassorbito
nella materia stessa del mondo. Il linguaggio si spinge verso una dimensione
primaria e selvaggia, dove l’identità individuale perde i suoi contorni per
confondersi con il ritmo elementare del mondo. La soglia, dunque, diventa una
zona attraversabile, una porta visionaria attraverso cui accedere a una
dimensione più profonda dell’esperienza, completamente decentralizzata. Lo
spazio, con Ceni, diventa un territorio inclusivo: boschi, rocce, ossa, acqua e
vegetazione configurano un sistema sensoriale che ingloba il soggetto e lo
costringe a ridefinire continuamente la propria posizione. La poesia stessa
sembra assumere una consistenza concreta e tattile, come se la lingua si
muovesse dentro una materia viva. La relazione tra linguaggio e mondo è un corpo
a corpo anche cruento, per cui la sintassi corre lande estreme, selvatiche e mai
pacificate, con l’arma di un lessico franto, scheggiato. In questo scenario, il
selvatico appare come una forza primaria che disarticola l’identità e la conduce
verso uno stato di esposizione estrema alle energie basilari, in un senso di
appartenenza vasta, devastante e, se si vuole, spersonalizzante.
La lingua che nasce da questa immersione assume spesso tratti sacrali e
sciamanici. Il discorso poetico procede per immagini dense e analogie improvvise
che ricordano la parola rituale o oracolare. La poesia diventa così una forma di
attraversamento conoscitivo: un gesto che tenta di mettere in contatto piani
diversi della realtà, come accade nei linguaggi iniziatici in cui la parola
agisce da tramite. Il territorio della poesia sembra coincidere con uno spazio
di risonanza simbolica in cui gli elementi naturali assumono il valore di segni
e presenze.
All’interno di questo paesaggio linguistico la soglia acquista una funzione
decisiva. Essa non si presenta come semplice limite tra due regioni
dell’esperienza, bensì come porta visionaria attraverso cui il mondo si rivela
nella sua dimensione più profonda. Attraversare quella porta significa entrare
in una zona in cui la percezione ordinaria si intensifica e il linguaggio si
carica di una funzione rivelativa. La poesia è il medium di un passaggio
continuo tra umano, naturale e simbolico. Così, la scrittura di Ceni può essere
letta come una delle declinazioni più radicali della nostra categoria del “tra”.
Il soggetto abita una regione intermedia in cui corpo, paesaggio e parola si
compenetrano. Gli spazi si trasformano in territori sensoriali, la lingua si
carica di una tensione sacrale e la soglia diventa il punto in cui l’esperienza
si apre alla visione. La poesia si configura quindi come il gesto che consente
di errare nel varco tra l’io e il mondo, tra la percezione e il mito, tra la
materia e il linguaggio.
I cuori delle aquile
Impossibile terra
senza onore di vittime
la curva nel roseto si sporge
a una collera di rami
senza scopo e per sempre inverno
discende a mordere le prove dell’erba.
Sta irta nelle messi
la camera controvento,
nel frutteto violabile e crudele del ritorno,
nel fuoco d’acqua che consegue
lo scambio dei sicari tra i vialetti:
come celebrare i colpiti, disporre le erbe scosse,
le ragioni interdette alla realtà e al sangue.
L’insetto ritrae la testa impolverata
a un filo, che tiene
in aria il fiore,
“È nel saluto l’intesa”:
sopra il sahara implume dei greti
s’arrestano le stazioni in ombra degli sguardi.
Questo testo, tratto dalla prima raccolta di Alessandro Ceni, I
fiumi (1985), rappresenta un punto di avvio significativo per comprendere la
configurazione originaria della sua poetica. Già in questi versi emergono
infatti alcuni dei nuclei, cui accennavamo in precedenza, che resteranno
costanti nel suo percorso.
L’incipit introduce immediatamente un paesaggio che appare insieme concreto e
impossibile: “Impossibile terra/ senza onore di vittime”. La terra è definita
attraverso una negazione simbolica, come se le mancasse il fondamento rituale
che tradizionalmente lega lo spazio alla memoria dei morti e al sacrificio. Il
territorio si presenta quindi privo di consacrazione, privo di quel
riconoscimento che rende abitabile lo spazio umano. In questa apertura si può
già leggere una prima declinazione della nostra dimensione del “tra”: il luogo
evocato non appartiene pienamente né alla realtà storica né a un piano mitico
definito, ma si colloca in una zona intermedia in cui il paesaggio si carica di
significati latenti. Subito dopo il testo si muove attraverso una serie di
torsioni percettive che trasformano lo spazio naturale in un campo di forze: “la
curva nel roseto si sporge/ a una collera di rami”. Il movimento del paesaggio
non è descrittivo ma energetico. I rami diventano una collera, la curva si
protende verso un punto di tensione invisibile. La natura appare animata da una
vitalità aggressiva, quasi animalesca, che colloca il soggetto in una relazione
immediata con il selvatico. Il verso “senza scopo e per sempre inverno”
intensifica questa sensazione di sospensione: il tempo sembra congelarsi in una
stagione permanente, mentre la discesa “a mordere le prove dell’erba” introduce
una dimensione predatoria che investe l’intero paesaggio.
Nella seconda strofa il territorio assume una configurazione ancora più
complessa. L’immagine della “camera controvento” collocata “nelle messi” produce
un effetto di spaesamento: uno spazio domestico o umano appare immerso nel campo
aperto, come se l’interno fosse stato esposto agli elementi naturali. Il
frutteto diventa “violabile e crudele del ritorno”, espressione che suggerisce
una memoria arcaica, quasi mitica, del luogo. Il paesaggio non è soltanto
naturale: è un territorio carico di stratificazioni simboliche, dove il ritorno
comporta una forma di ferita o di violazione. In questo contesto emerge
l’immagine enigmatica del “fuoco d’acqua” che segue “lo scambio dei sicari tra i
vialetti”. L’accostamento tra elementi inconciliabili – fuoco e acqua, natura e
violenza rituale – crea un campo di significati in cui la realtà appare
trasfigurata. La poesia si muove così all’interno di una lingua che gradualmente
sembra riavvicinarsi a un registro sacrale. La domanda pulsante a fine strofa –
“come celebrare i colpiti, disporre le erbe scosse” – introduce esplicitamente
il tema del rito, e fa sì che la poesia si confronti con il problema della
commemorazione, con la necessità di dare forma a un gesto che restituisca senso
agli eventi. Il paesaggio diventa allora lo spazio in cui questo gesto potrebbe
compiersi, un territorio dove la natura conserva ancora la traccia di un ordine
simbolico che l’uomo fatica a ricostruire. Le “ragioni interdette alla realtà e
al sangue” indicano proprio questa distanza tra l’esperienza concreta e la
dimensione sacrale che la poesia tenta di evocare.
La terza strofa concentra la tensione del testo in immagini più minute e
sospese. L’insetto che ritrae la testa “a un filo, che tiene/ in aria il fiore”
introduce una scena di equilibrio precario, quasi un microcosmo in cui la vita
appare sostenuta da un legame invisibile. La frase tra virgolette – “È nel
saluto l’intesa” – assume il valore di una formula oracolare, come se il testo
aprisse improvvisamente uno spazio di rivelazione. In questa breve epifania si
riconosce la funzione della soglia: la poesia si situa in quel punto in cui il
linguaggio riesce a mettere in contatto piani diversi dell’esperienza.
Gli ultimi versi ampliano nuovamente il campo visivo: “sopra il sahara implume
dei greti/ s’arrestano le stazioni in ombra degli sguardi”. Il paesaggio
fluviale si trasforma in un deserto, un “sahara implume” dove il movimento degli
sguardi sembra fermarsi in una serie di stazioni. Anche qui il territorio appare
come uno spazio di passaggio, una sequenza di soglie in cui la percezione si
arresta per aprirsi alla visione.
L’avanzamento nel territorio di I fiumi conduce verso una dimensione ancora più
intensamente visionaria in questo testo:
Animali
Da separate parti la natura compone un
sole che era esploso
come un fico maturo e che ora
recupera i suoi semi al fianco vuoto sedendo
sul retro del mattino: l’odore
della luna vide leone
e leonessa in coppia etrusca su
un ciottolo di sbarre piangere la prigionia dei grilli e
pascersi di cigni reali per acqua e il loro gorgo
domestico affacciarsi all’amore: quindi
non vide e la campagna cominciò
da vene in pioggia asciutta un
liquido duro smarrito al pascolo
dell’uomo che scherza alle tre di notte
Domani balzò dalla cisterna tra i campi: felino
mongolo nei denti e nei pensieri detestò sull’acqua
e ad un comando parve il mare del Nord la morte
per freddo del Genio nella lampada e i due feroci amanti
presso il fico di sole e
la luna assorta nel fieno si udirono guardati.
In Animali, il paesaggio appare come un ambiente di metamorfosi continue, dove
elementi animali e planetari si intrecciano generando un sistema di immagini che
agisce come una vera e propria topografia allucinata.
All’inizio troviamo subito una scena cosmica: “Da separate parti la natura
compone un/ sole che era esploso/ come un fico maturo”. L’immagine stabilisce
una relazione organica tra cielo e terra, per cui il sole viene assimilato al
frutto del fico, elemento vegetale che richiama fertilità e maturazione.
L’esplosione non ha valore semplicemente distruttivo ma anche, panicamente,
generativo: il sole dissemina i suoi “semi”, avviando un processo di
dissoluzione e ricomposizione della natura, attraverso il quale il cosmo si
presenta come un organismo in cui ogni elemento partecipa a una circolazione
vitale. Anche qui la soglia assume una forma sensoriale: il sole “recupera i
suoi semi al fianco vuoto sedendo/ sul retro del mattino”. L’alba come momento
del giorno che apre a un passaggio rappresenta uno spazio intermedio, un retro
del tempo in cui la natura sembra riordinare le proprie energie.
Nello “scavalcamento” tra la prima e la seconda strofa è introdotta una
dimensione esplicitamente animale e rituale: “l’odore// della luna vide leone/ e
leonessa in coppia etrusca”, in cui, attraverso la “coppia etrusca” è richiamata
una memoria arcaica, quasi funeraria, come se la scena animale fosse iscritta
dentro una tradizione simbolica antichissima. Il paesaggio diventa un luogo dove
le presenze animali agiscono come figure totemiche e custodi di un sapere
primordiale. Il “ciottolo di sbarre” su cui i leoni piangono la prigionia dei
grilli crea un accostamento inatteso tra libertà e cattività, tra dimensione
naturale e costrizione, così che il mondo possa apparire attraversato da una
tensione continua tra forza vitale e limitazione. Il movimento successivo amplia
ancora lo spazio visionario: i leoni “si pascono di cigni reali per acqua e il
loro gorgo/ domestico” si affaccia all’amore, in questo passaggio si uniscono
violenza e armonia, nutrimento e desiderio, e si costruisce un campo simbolico
in cui gli animali, incarnando energie primarie dell’esistenza, trascinano
l’ambiente in un territorio liturgico, a un coito panico, trans-formativo.
Quando il testo afferma che “quindi// non vide”, si apre un improvviso vuoto
percettivo che segnala una discontinuità disposta a riorganizzare tutto il
paesaggio. La palingenesi ha origine “da vene in pioggia asciutta un / liquido
duro smarrito”, quando, cioè, in maniera sotterranea il territorio si presenta
come un corpo attraversato da flussi invisibili all’interno del quale appare la
figura dell’uomo: “pascolo/ dell’uomo che scherza alle tre di notte”. La
presenza umana non occupa una posizione dominante, è marginale e al contempo
immersa nello stesso spazio animale che governa il paesaggio, compresenza non
inerte ma egualitaria nello spazio che ri-crea il mondo.
Nell’ultima parte del testo si intensifica ulteriormente la dimensione
simbolica: “Domani balzò dalla cisterna tra i campi”, il futuro assume una forma
animale, quasi felina; “felino// mongolo nei denti e nei pensieri”, il tempo
insieme allo spazio continua a trasformarsi fino all’apparizione di un’immagine
quasi epica – “parve il mare del Nord la morte/ per freddo del Genio nella
lampada” – che accosta elementi culturali e naturali, mito e geografia, fino a
“i due feroci amanti/ presso il fico di sole e/ la luna assorta nel fieno si
udirono guardati” che rovescia l’esperienza sensoriale nella quasi sinestesia
allucinata del finale (dico quasi, perché in realtà non si capisce chi guardi i
due amanti, tra l’altro difficilmente riconoscibili anche se il testo ci lascia
pensare alla “coppia etrusca” del leone e della leonessa), per cui anche il
linguaggio finisce immerso nel ricomporsi magmatico del mondo.
Lo slittamento sensoriale appena osservato è uno dei tratti più caratteristici
della scrittura di Ceni. Il linguaggio attraversa continuamente le frontiere tra
i sensi in funzione di una percezione amplificata del contesto, come ci dice
quest’altro testo che si incontra nella seconda sezione di I fiumi:
Smattina la prima aria
Rientrano supernove nella voce, omicidi nei pensieri,
la prua del creato intimida ed arretra
nei capelli di una fiamma,
impazziscono fiumi che puniscono gli argini
di un regno brado e armonioso e sbaglia, si
sbaglia alta nel cielo una preda tale
che il cessare alla vita è per vedere.
Solitario, in una morte oblunga e fioca,
le buone bugie nella punta del trave
folgorate di vento ed il racconto
sterile in ascolto, avanzi domani
nell’insondabile spazio nero della richiesta
come una donna senza latte.
Sano dalle presenza che umiliano il
corvo su un bolo di fieno o un cane sciocco
sulla prateria, gli incubi capaci nel seme
abili nello stelo e nel paniere,
Delhi ai suoi giovani cerchi
al suo abisso che trionfa di sete
bomba il tuo anno al massimo volare.
Anche qui si stabilisce immediatamente una dilatazione vertiginosa del campo
percettivo (a partire già dal titolo con la neoformazione “smattina” esposta in
modo violento e intransigente). “Rientrano supernove nella voce, omicidi nei
pensieri”: le supernove, stelle esplose nello spazio profondo, rientrano nella
voce, come se il linguaggio fosse in grado di contenere e riflettere le
trasformazioni dell’universo, così come in Animali il linguaggio-uomo era
contenuto nell’universo. Il modus operandi di Ceni, nella sua prima raccolta,
sembra costantemente rimettere in gioco l’origine del rapporto tra poesia e
natura, prendendo assai sul serio il magistero di Mallarmé e del suo coup de
dés. La voce che contiene e il pensiero “omicida” che segue e può conseguirne,
diventano spazi di risonanza in cui il cosmo e la storia umana si incontrano
costantemente, quasi ciclicamente (in questo è rintracciabile la vicinanza
tematica con i poeti finora incontrati, nonostante la distanza stilistica resti
abnorme).
Subito dopo compare l’immagine della “prua del creato”, che “intimida ed arretra
/ nei capelli di una fiamma”. Il creato assume qui una configurazione quasi
navale, una prua che avanza e arretra dentro una materia incandescente, la
fiamma, che si fa soglia luminosa dentro la quale il movimento del mondo sembra
concentrarsi. L’immagine introduce una dinamica oscillatoria che attraversa
l’intero testo: il paesaggio si muove, arretra, cambia forma, come se fosse
costantemente in fase di ricomposizione.
La scena successiva rafforza la dimensione territoriale: “impazziscono fiumi che
puniscono gli argini / di un regno brado e armonioso”. Il fiume, sin dal titolo
figura centrale nella raccolta, è chiaramente un simbolo di flusso e
trasformazione continua che adesso, attraverso la sua energia, travolge gli
argini, rompendo la misura che normalmente governa il territorio – e il
linguaggio della poesia. Il regno che emerge da questa rottura è “brado e
armonioso”: due qualità che convivono senza annullarsi indicando un equilibrio
dinamico tra forza selvaggia e ordine naturale. Subito dopo si introduce una
figura di preda smarrita nel cielo: “sbaglia, si/ sbaglia alta nel cielo una
preda tale/ che il cessare alla vita è per vedere”. Qui il testo tocca uno dei
nuclei più profondi della raccolta: la visione nasce sempre da uno scarto, da un
errore percettivo che consente alla realtà di mostrarsi in modo inatteso. La
morte stessa diventa un passaggio verso la visione: cessare alla vita significa
aprirsi a un altro sentire e a un vedere ulteriore, a un’oltranza.
La seconda parte del testo introduce una dimensione più raccolta e notturna.
L’immagine della “morte oblunga e fioca” crea una sospensione temporale, mentre
“le buone bugie nella punta del trave/ folgorate di vento” suggeriscono un
sistema fragile di narrazioni che vengono improvvisamente attraversate da una
forza esterna. Il racconto appare “sterile in ascolto”, incapace di generare
significato stabile. La poesia si muove allora verso uno spazio più profondo:
“l’insondabile spazio nero della richiesta”. Questo spazio della domanda è
fondamentale nel testo in questione ma anche in altre zone del mondo poetico di
Ceni – come già avevamo intravisto in I cuori delle aquile – perché la richiesta
non ha risposta immediata, rimane aperta come un vuoto generativo dentro cui il
linguaggio continua a interrogare il mondo.
L’immagine finale della seconda strofa – “come una donna senza latte” –
introduce un elemento corporeo che radicalizza la sensazione di mancanza. La
figura materna priva di nutrimento trasforma la richiesta in un gesto
impossibile di sostentamento simbolico. Il paesaggio poetico diventa così un
luogo dove desiderio e privazione convivono, dove la vita appare esposta a una
tensione continua.
Nell’ultima strofa il testo ritorna a una dimensione più apertamente
territoriale. “Sano dalle presenze che umiliano il/ corvo su un bolo di fieno o
un cane sciocco/ sulla prateria” costruisce una scena quasi arcaica, in cui
animali e campagna compongono un paesaggio primitivo. Il corvo e il cane
appaiono come figure liminari, presenze che abitano il confine tra domestico e
selvatico, all’interno del quale gli incubi diventano “capaci nel seme/ abili
nello stelo e nel paniere” e l’angoscia è trasformata in una forza germinativa
che attraversa l’intero ciclo vegetale.
Il testo si chiude con una visione che dilata nuovamente lo spazio: “Delhi ai
suoi giovani cerchi/ al suo abisso che trionfa di sete”. La città lontana è un
centro simbolico che racchiude movimento e profondità e, infatti, l’ultimo verso
– “bomba il tuo anno al massimo volare” – produce una tensione ascensionale che
lascia il testo sospeso in un movimento di espansione, anche semantica, visto
che la bomba è trasfigurata nel suo agire, un “bombare” che apre a nuovi quadri
per quanto esplosivi e capaci di annientare.
La percezione della relazione in I fiumi è costruita con giochi tensivi carichi
di oscillazione, la magia della parola in Ceni è quella di, nonostante
l’oltranzismo sintattico e lessicale, reggere agli urti delle forze ambivalenti,
una resilienza che non si accontenta dell’assedio del mondo ma risponde senza
risparmiarsi e senza “bruciare” il soggetto nello stesso incontro. Il mistero
resta aperto perché il soggetto sa scomparire nella parola rilanciandola nuda
verso il lettore (il referente simbolo del rapporto non solo in poesia).
Ricordiamoci, infatti, che la presente raccolta si apre così:
> Io vorrei saper dire amore
> amore amore amore
> come fanno i dementi
> ed essere infelice infelice
> per il troppo bene
invocando poi un “voi del mondo invisibile” che implica non solo la ricerca di
un contatto ma anche la difficoltà di raggiungerlo se non per vie traverse, cioè
attraverso modi di sentire “altri”, attraverso nuovi scandagli e, infine, visto
che di poesia stiamo parlando, nuove misure.
Verso la fine di I fiumi, mentre in ultima posizione troviamo Frammento, che ci
parla dell’insufficienza di “tutte le misure umane” per valutare la relazione –
“ci separerà la vita non la morte” –, in penultima posizione, troviamo proprio
un testo che ci parla dell’opposto del calcolo, di una relazione che non si
risparmia nonostante la presenza di un’ombra:
> Nel letto prato macchina carbonizzata rotolante degli amanti
> un fantasma distende le gambe,
> in questa camera
> due corpi non si sono risparmiati
> né spento luce o aperto la trappola
> in cui sono cascati
> eppure entrambi sapendo
> dall’ombra della stanza abbracciata
> dei fulmini a banderuola sul tetto
> e ancor più della loro rovina
> curiosa e pettegola
> con un recinto da orto per occhio.
Come dicevamo, qui la tensione relazionale raggiunge una delle espressioni più
radicali nell’opera di Ceni. La scena si apre con un’immagine densissima: “Nel
letto prato macchina carbonizzata rotolante degli amanti”, dove niente è stabile
o può esprimersi attraverso una sola figura ma attraversa più stati della
materia. Il letto è contemporaneamente prato, luogo di natura e apertura
sensoriale, e macchina carbonizzata, residuo di combustione e di rovina. Il
movimento “rotolante” introduce un dinamismo che appartiene al gesto amoroso
come all’intero campo energetico del testo. L’amore non è collocato in uno
spazio neutro o protetto: è immediatamente immerso in un territorio bruciato,
attraversato da forze che hanno già lasciato segni di devastazione. Il
territorio della relazione torna così a configurarsi come uno spazio sensoriale
e visionario, dove natura e residuo tecnologico convivono nella stessa immagine
come se fossero due facce della stessa esperienza.
In questo spazio compare “un fantasma [che] distende le gambe”. La presenza
spettrale non introduce semplicemente una dimensione perturbante; è piuttosto
una figura della memoria o della coscienza che abita la relazione. Come accade
in molti testi della raccolta, la scena è abitata da presenze che osservano o
che si collocano ai margini della visione, qui il fantasma accompagna l’incontro
degli amanti, quasi fosse la traccia di un sapere che si deposita accanto al
gesto amoroso. La camera è una zona di transito alla visione, l’apertura (in
questo frangente, almeno sul piano concettuale, così vicina alla crepa
magrelliana) verso altri piani percettivi.
La dichiarazione centrale del testo – “due corpi non si sono risparmiati” –
riprende in modo limpido quella resilienza della parola e dell’esperienza che
attraversa tutta I fiumi. I corpi entrano nel rapporto senza economia, e
l’amore, pur non regolato da calcolo o prudenza, non è un semplice abbandono
distruttivo. L’immagine della “trappola/ in cui sono cascati” suggerisce che la
relazione possiede una forza attrattiva che precede la volontà dei soggetti. I
due corpi sentono di essere entrati in un dispositivo che li coinvolge fino in
fondo. L’ombra della stanza esaspera la percezione come uno spazio di risonanza
in cui si raccolgono segni e presagi: “Dall’ombra della stanza abbracciata/ dei
fulmini a banderuola sul tetto”. L’immagine dei fulmini trasformati in
banderuole accenna a una trasformazione rapidissima, per cui il movimento
atmosferico e la casa, con il suo tetto e le sue banderuole, diventa una specie
di strumento sensibile che intercetta e rimescola le energie del mondo. Anche
qui il territorio relazionale si espande oltre la stanza: la scena amorosa si
collega a un campo più ampio, quasi cosmico, in cui il tempo meteorologico e
quello affettivo si sovrappongono.
La poesia culmina in una figura di osservazione inattesa: la rovina stessa
appare “curiosa e pettegola/ con un recinto da orto per occhio”. La rovina non è
soltanto distruzione; possiede uno sguardo, un occhio delimitato come un orto.
Questa immagine straordinaria riporta la visione alla dimensione terrestre e
domestica. L’orto è uno spazio coltivato, circoscritto, dove la vita cresce
sotto l’attenzione di chi lo cura e trasformare l’occhio della rovina in un
recinto da orto significa attribuire allo sguardo della distruzione una qualità
quasi agricola: una vigilanza minuta, curiosa, capace di osservare i dettagli
della relazione e pronta a far crescere e costruire.
Lo sviluppo di questo movimento di attrazione/repulsione relazionale si esprime
con una maggiore concentrazione simbolica, in direzione di una ricerca della
struttura profonda che tiene insieme i fenomeni, in La natura delle cose (1991).
Nella seconda raccolta di Ceni, il paesaggio resta centrale, ma la sua funzione
si modifica leggermente: pur restando il campo energetico in cui il soggetto si
espone, diventa anche il luogo in cui si manifesta una trama di corrispondenze
che lega corpi, animali, elementi e presenze invisibili, oltranzistiche. La
relazione, che in I fiumi si configurava come immersione in un flusso sensoriale
e visionario, tende qui a manifestarsi sempre più come una zona di passaggio,
uno spazio intermedio in cui le cose si toccano senza mai coincidere
completamente. Appaiono con più frequenza figure interlocutorie, veri e
propri media relazionali.
In questo senso la seconda raccolta rende ancora più evidente quella dimensione
del “tra” che abbiamo individuato e per cui la parola diventa il luogo di
tra-esistenza, un campo in cui la realtà non è posseduta né nominata
definitivamente ma attraversata come una forza viva. La natura è sempre
una presenza attiva ma anche un organismo simbolico dentro cui il soggetto si
muove e si trasforma.
La natura delle cose può essere letto come il libro liminare, della soglia dove
il rapporto si ravviva, della zona in cui il linguaggio, il corpo e il paesaggio
si attraversano reciprocamente. Tra l’intensità visionaria e la necessità di
mantenere aperto il mistero del mondo si muovono praticamente tutti i testi del
libro, in continuità con quello precedente – di cui, occorre sottolinearlo, Ceni
riporta sei testi d’apertura modificandone la collocazione – ma anche con uno
spostamento significativo verso spazi più “aperti”, siderali:
Ascesa della luna
I muti nello spazio
i salve agli abitanti a terra
alcuni uomini accucciati negli abeti
le pietre ancora nelle cave
nuvola polvere
colle pendìo
passeggiare la sosta
rendere immobile il via,
sequenze del distacco
dei passi intuiti per le foglie
che il sole conduce al recinto
ai suoi carri e per le froge:
una fiamma di cortecce
il dormiente
e poi su tutti loro.
In Ascesa della luna, il titolo stesso suggerisce un movimento verticale anche
se non dell’uomo ma del corpo celeste. Il testo si apre con una scena sospesa –
“I muti nello spazio/ i salve agli abitanti a terra” – che mette immediatamente
in relazione due livelli di esistenza. Da una parte il silenzio siderale,
dall’altra il gesto umano del saluto. Quest’ultimo è una forma elementare di
comunicazione, un segnale lanciato verso l’altro nel tentativo basilare del
contatto mentre sembra avvenire un allontanamento. Subito dopo il paesaggio si
popola di presenze terrestri – “alcuni uomini accucciati negli abeti/ le pietre
ancora nelle cave” –, di uomini e pietre presentati nello stesso campo
percettivo, come se appartenessero a una medesima condizione originaria.
L’immagine degli uomini accucciati negli abeti suggerisce una posizione quasi
animale, di ascolto o di attesa, per cui il dominio umano è inesistente, mentre
la partecipazione al ritmo della natura delle “pietre ancora nelle cave” sembra
indicare uno stato originario.
La sequenza successiva procede per frammenti quasi cinematografici: “nuvola
polvere/ colle pendìo/ passeggiare la sosta/ rendere immobile il via”. Il
linguaggio registra passaggi di stato, piccoli slittamenti tra azione e
immobilità. “Passeggiare la sosta” e “rendere immobile il via” sono espressioni
che sospendono la logica lineare del tempo e il movimento e l’arresto si
intrecciano fino a diventare quasi indistinguibili. Questa oscillazione è tipica
della zona liminare individuata, per cui il mondo è un campo di forze
continuamente rimodulabile.
Il momento centrale del testo arriva con “sequenze del distacco/ dei passi
intuiti per le foglie” dove la relazione tra soggetto e paesaggio si costruisce
per mezzo dell’attenzione alle tracce che con l’apparizione del sole conducono
il testo in una dimensione arcaica – “che il sole conduce al recinto/ ai suoi
carri e per le froge”. Proprio il sole guida il movimento come una forza
primordiale, e il riferimento alle “froge” metonimicamente introduce la
componente animale che ricorda quanto il paesaggio di Ceni sia sempre in
contatto con l’aspetto selvatico dell’esistere; l’universo del testo è popolato,
infatti, da energie che collegano uomini, animali ed elementi naturali in
un’unica trama.
Il finale intensifica ulteriormente l’accensione visionaria: “una fiamma di
cortecce/ il dormiente/ e poi su tutti loro”. La fiamma di cortecce, insieme
alla presenza del dormiente che richiama gli uomini accucciati negli abeti,
potrebbe alludere a un esordio cui l’incendio ricondurrebbe come condizione per
un nuovo accesso al paesaggio. L’ultima espressione – “e poi su tutti loro” –
sembra riferirsi proprio all’ascesa della luna annunciata dal titolo per
chiudere un tragitto vertiginoso e spiraliforme di creazione, distruzione e
ri-creazione. La poesia di Ceni si presenta spesso in questi movimenti di
contrazione sintattica e condensazione lessicale, necessari per rendere il
linguaggio estremamente inclusivo senza perdere lo slancio visionario e, quindi,
l’essenza di un messaggio sempre aperto alla fuggevolezza e al mistero. La
relazione è cosmica, e la parola poetica si colloca proprio in quel punto di
passaggio in cui la terra e il cielo si incontrano e scontrano senza mai
coincidere del tutto.
Nella prospettiva di un conflitto sempre in corso tra basso terreo e vetta
siderea, in parte incontrato in Ascesa della luna, ci imbattiamo in quest’altro
testo:
Il giardino di Galileo
Radissimi astri
sul campo di zucche,
le enormi teste dei cavoli
accennanti al più lieve passaggio
e il liquame verdastro di alcune creature:
più sotto rintanano bulbi,
all’esterno torti e straziati sotto il chiarore dei raggi,
sembra di camminare sui gusci
del cammino a ritroso dei mari,
così una Sirena s’attorciglia,
confonde in quel viluppo di secchi di gamberi cavi
mezzo ritta sulle elitre,
un gran pesce luccicante
con festuche appiccicose sul corpo:
Urano s’appoggia
a una serie indiana di pali,
goccia un liquido denso, d’opale,
beve il latte che mortifica i tessuti,
l’erba della dimenticanza ed il suo fiore:
“Quando le trame non sono ancora
ed i legami vulnerabili,
un dio ti siede accanto e
osserva il suono d’uomini che camminano nel cielo,
dal varco di luce della sua bocca
nel mio orecchio fluisce come olio”.
Tutt’oggi una cosa
ha sostato in bilico della casa,
col buio è scesa nelle siepi
infinita ed eterna,
urtando vasi col muso
“facendo un vento di semi, e
ha ucciso un cespuglio, guardandolo:
dormono le streghe sulla stufa
fumando la pipa, dai rami pendono
frutta bollita mandorle amare e
oltre il riparo dei pruni
si spargono uccelli sul pane di ieri,
ed è tutto un leccare e lappare
di bestia all’abbeverata,
cuoce piano un bambino nel forno:
“Discesi allora nel tempio
e aprii sulle stelle
il tetto scorrevole:
basse sull’orizzonte
nel palustrìo,
mentre varcato il recinto e frante le uova
i galli schiamavano e schiamavano
per il Ferro al centro della Terra:
parlammo in un denso fumo”.
Insonne, straniero,
senza memoria e
oppresso dal ricordo
resto cieco su un gesto abituale
incoronato d’alloro.
Galileo Galilei, lo scienziato che ha trasformato il modo di guardare il cielo,
è evocato attraverso uno spazio concreto e domestico, il giardino, come se il
luogo dell’osservazione astronomica fosse in realtà il terreno vegetale, umido,
animale. In questo modo Alessandro Ceni mette in scena esplicitamente quella
tensione tra basso e alto che attraversa tutto La natura delle cose. Il testo si
apre infatti con un’immagine che unisce immediatamente i due poli: “Radissimi
astri/ sul campo di zucche”. Il cielo e l’orto entrano nello stesso campo
percettivo, gli astri sembrano quasi appoggiarsi al terreno, mentre il campo di
zucche, con le sue forme tonde e pesanti, sembra replicare ironicamente la forma
dei pianeti. Questa contiguità crea una sorta di cosmologia rurale, dove il
movimento degli astri si riflette nel ciclo vegetale.
Il paesaggio subito dopo si addensa di materia viva e in decomposizione – “le
enormi teste dei cavoli”, “il liquame verdastro di alcune creature”, “bulbi
rintanati” –, tutto avviene nella zona bassa del mondo, nell’humus, in una
dimensione quasi sotterranea dove un universo brulicante e organico richiama
allo stesso tempo generazione e disfacimento. Il camminare “sui gusci/ del
cammino a ritroso dei mari” suggerisce una stratificazione geologica: la terra
porta in sé la memoria del mare primordiale. Ancora una volta lo spazio si
dilata temporalmente, e il giardino diventa un luogo dove si incontrano epoche
diverse della natura. In questo scenario compare una figura mitica inattesa:
la sirena. Il suo attorcigliarsi tra “secchi di gamberi cavi” e gusci introduce
una dimensione arcaica e simbolica. La sirena è figura mitologica, ma qui si
trova in mezzo agli scarti di un paesaggio agricolo, come se la dimensione
leggendaria emergesse direttamente dalla materia quotidiana. Il linguaggio di
Ceni continua così in direzione della trasgressione e disgregazione del confine
tra naturale, mitico e cosmico.
L’apparizione di Urano, il cielo personificato, accentua ulteriormente il
movimento verticale del testo. “Urano s’appoggia/ a una serie indiana di pali”:
il cielo sembra scendere fino a poggiarsi sugli elementi più semplici del
paesaggio umano, i pali di un recinto o di una coltivazione. Il cosmo entra
fisicamente nello spazio del giardino. Anche qui la relazione avviene nella zona
del “tra”, nella soglia in cui il divino e il terrestre si avvicinano in una
specie di fusione affabulatrice che preannuncia un nuovo racconto. Il lungo
discorso diretto che segue, infatti (“Quando le trame non sono ancora/ ed i
legami vulnerabili…”), introduce una dimensione quasi iniziatica: un dio siede
accanto al soggetto e ascolta “il suono d’uomini che camminano nel cielo”.
L’immagine rovescia completamente l’ordine abituale della percezione: sono gli
uomini a camminare nel cielo, mentre il dio ascolta dalla terra. Il suono
fluisce “come olio” dall’apertura luminosa della bocca divina all’orecchio
umano. È un’immagine di trasmissione, quasi sacrale, che ricorda una forma di
conoscenza arcaica più che scientifica.
La sezione successiva del testo precipita nuovamente nella dimensione terrena e
quasi stregonesca: una presenza indefinita scende nelle siepi, “urtando vasi col
muso”, sollevando “un vento di semi”. La scena diventa notturna e domestica,
popolata da animali, piante, oggetti della vita quotidiana. Anche qui però la
dimensione naturale è attraversata da presenze visionarie: streghe che fumano la
pipa, frutti bolliti che pendono dai rami, uccelli che si spargono sul pane. La
terra si trasforma in un teatro di metamorfosi continue.
L’episodio del bambino che “cuoce piano nel forno” introduce un’immagine
disturbante ma ancora rituale. Come spesso accade in Ceni, il mondo umano entra
nella scena come parte vulnerabile di un sistema più ampio. Il sacrificio, reale
o simbolico, suggerisce naturalmente la dimensione eternamente primitiva del
rapporto tra uomo e natura.
La scena successiva riporta il testo verso l’alto: il soggetto scende nel tempio
e “apre sulle stelle/ il tetto scorrevole”. Qui la dimensione astronomica
diventa esplicita. Il tempio e l’osservatorio coincidono, come se il gesto
scientifico di Galileo fosse anche o nient’altro che un gesto sacro. Guardare le
stelle significa aprire un varco tra terra e cielo. Intorno, però, il paesaggio
resta pienamente terrestre: galli che schiamazzano, uova che si rompono, il
“Ferro al centro della Terra”, il cosmo attraversa la materialità del mondo.
Il finale riconduce tutto all’esperienza del soggetto: “Insonne, straniero,/
senza memoria/ e oppresso dal ricordo”, l’io appare disorientato, sospeso tra
dimenticanza e memoria, tra appartenenza e estraneità. Il gesto abituale che lo
lascia cieco e “incoronato d’alloro” potrebbe alludere proprio alla conoscenza –
scientifica o poetica – che tenta di comprendere il mondo. L’alloro, richiamando
proprio la gloria e la consacrazione poetica, assume qui una valenza ironica e
alla fine del viaggio percettivo e conoscitivo, il soggetto resta comunque
immerso nel mistero, evidentemente non avendo concluso in realtà alcun tragitto.
In questo testo, il giardino è evidentemente lo spazio di intersezione dove si
incontrano cielo e terra, mito e scienza, vegetale e cosmico, è la zona liminare
del “tra” dove la relazione tra le cose non è mai chiusa ma continuamente
riaperta dalla parola della poesia.
Gianluca D’Andrea
(continua)
L'articolo “Io vorrei saper dire amore amore amore amore”. Sulla poesia di
Alessandro Ceni proviene da Pangea.
Mondeval de Sora si trova nel bellunese, a poco più di duemila metri: è un sito
archeologico “pluristratificato”, indagato da più di quarant’anni. Quarant’anni,
dicono gli studiosi, è l’età dell’uomo che lì è stato sepolto, in età
mesolitica. È l’unica sepoltura mesolitica rinvenuta a quota così alta. Il
corredo funerario del cosiddetto ‘Uomo di Mondeval’ ritorna nel corredo lirico
della poesia di Alessandro Ceni, finora inedita, che qui si pubblica: la selce
gialla, il sudario, i “grumi di sostanze organiche a base di resina e propoli…
originariamente rinchiusi in sacchetti” (cito dalla voce “Mondeval de Sora”
redatta nel Catalogo dei Beni Culturali). Si elencano, in repertorio, anche
sette canini atrofici di cervi e due punteruoli in corno. In quello stesso sito,
nell’età del Bronzo, costruiranno un rifugio per pastori: un forno testimonia la
presenza del fuoco. Le stratificazioni del sito, in fondo, sono come quelle
dell’opera di un poeta: stessa dedizione all’altura, stesso carisma conferito ai
luoghi – ‘magici’, se non altro, per nobiltà di cadavere –, pur con concrete
differenze. A volte, i guerrieri divergono in allevatori; a volte è bene rompere
i legami con qualsiasi lignaggio.
L’uomo sepolto a Mondeval de Sora era un cacciatore. Alias – che è poi il titolo
della poesia di Ceni – opera per comunione: il poeta è un cacciatore, si muove
in altura, solo, in ambigua sintonia col creato. Gli amuleti e le protezioni
dicono di una destrezza ripagata in pietà. Movenze di bestia deve conoscere chi
vuole vincere la bestia. Lo stesso accade per la poesia, che si muove per
‘simpatia’: mica imitando il dire degli uomini – quello lo fanno gli scrittori,
i romanzieri – ma le voci del bosco. Il primo capitolo di un magnifico libro di
Ted Hughes, Poetry in the Making – ovviamente intradotto in Italia –
s’intitola Capturing Animals. L’azzardo della poesia, dice il grande poeta
inglese, nasce dal ‘contatto’ con la bestia, nasce per cattura:
> “Esistono diversi metodi per catturare uccelli e pesci. Ho trascorso gran
> parte della mia infanzia, fino a circa quindici anni, a sperimentare molti di
> questi metodi – quando il mio entusiasmo ha cominciato a scemare, ho iniziato
> a scrivere poesie. Potreste pensare che questi due interessi – catturare
> animali e scrivere poesie – non abbiano molto in comune. In realtà, più ci
> ripenso e più sono certo che queste due azioni siano in realtà una sola”.
Per capire cosa intenda Hughes vale la pena leggere un libro dell’antropologa
francese Éveline Lot-Falck, I riti di caccia dei popoli siberiani (in catalogo
Adelphi): la ‘preparazione’ del cacciatore artico – che è poi un ‘diventare’ la
bestia che si vuole catturare, uno sprofondare nel più obliquo sé, mandando in
deliquio l’io, mandandolo a quattro zampe – è simile a quella che il poeta fa
per ‘armarsi’ e muoversi a caccia del verbo. Una caccia che spesso è
catabasi. Chi scrive deve preparare l’evento; prepararsi all’ascolto.
La poesia ritorna a nomi e a verbi preadamitici: per questo per molti è
‘incomprensibile’ – c’è chi ha scordato l’origine. Eppure, poesia non è
esercizio archeologico, non c’è nulla da rinvenire, non c’è niente a cui
ritornare – l’origine (meglio: l’originario) ci attende laggiù, in avanti, nel
futuro.
In questo senso, il sito di Mondeval de Sora è un pretesto, in Ceni, che si
salda su una biografia lirica ben perimetrata. C’è il recupero di parole desuete
o ‘speciali’ – caligo per caligine, nebbia; la calima è lo scirocco che sferza
le Canarie; ustolare significa, leggo in Treccani, “Guardare con occhio bramoso
cibi o altro” –, ci sono “i bracciali dello scudo” – titolo-emblema con cui Ceni
ha raccolto la sua opera, per Crocetti, nel 2025–, c’è una tersa atmosfera da re
in esilio, da “vecchio re magio in catene”, che un po’ è Lear un po’ è lo
sciamano ridotto all’osso, figura ursina che si farà erba.
Del resto, la protagonista sembra essere la “bimba”, secondo consuetudine –
l’opera di Ceni pullula di bimbi; “Agli animali e ai bambini” è dedicato un suo
libro, il decisivo, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002 –; non
proprio perché al bambino si addica una qualche innocenza, ma un principio di
ferocia poi sopito dall’educare e dal manducare con quelli della propria specie.
Eppure, del poeta è propria una specie di specismo a contrario: a farsi pietra e
cenere, ragna e crisalide di crisantemi, a far ruggire la retina.
D’altra parte, il ‘clima’ è quello delle origini – di Cacciatori sulla neve, era
l’era de I fiumi – ma ripagato dalla pazienza, dal non ripiegarsi in sé, dal
rimpinguare la caccia – foss’anche di ombre. Appunto, il poeta non ricalca i
primordi: li rintraccia in sé. Si prepara con la torcia, poi in favore di buio –
fattosi fuoco – a estrarre con la fiamma quel nugolo di parole-dardo, già incise
e dipinte sulle proprie ossa da sempre. Attorno, resta una restituzione in
cenere – con cui inumidire i cardini dell’aldilà, con cui inargentare le proprie
rovine.
**
Alias
o
Sepoltura di Mondeval de Sora
Il patrigno, la matrigna,
la caligo, la calima,
con semplici artifici
precipitano cotone,
la cassa dei giocattoli
scampata al massacro degli anni
e alla nera e nerissima luce.
Davanti alla fiducia
della bimba nell’ingresso
tu deponi le armi, lo scudo –
conservane soltanto i bracciali,
elementi di prestigio –,
intreccia le sue trecce –
deputate alla chiusura d’un sudario –,
mostrale il teschio,
applicati ai suoi diademi –
lame di selce gialla disposte
sotto il capo e sulle spalle –,
avvolgiti sullo sterno e tra le ginocchia
nel mantra del suo stupore:
erratiche, funerarie ancelle nude
conducono un vecchio re magio in catene.
Ed eccoti ad arti distesi
nella parte interna di un masso
con sul lato sinistro del corpo –
per anestetico, cicatrizzante, collante –
tre piccoli insiemi
in sacchetti di pelle –
propoli, resine, cere mescolate a ocra –
e una difesa di cinghiale.
Intorno c’è qualcosa che fruscia,
che brancola ustolando un basso continuo di silenzio
interrotto come da un piccolo riso,
forse il sussurrìo delle infestanti
nel suo petto sfondato
qualcosa che dice di sé
chi sapeva sapeva di chi da altri da sé:
è stato il vento a chiudere la porta,
un riscontro, nell’ora che muta
l’ombra e trascorre rapida la nube.
L’altopiano. Il riparo. Le cornamuse.
Alessandro Ceni
*In copertina: mandibola di lupo fossile, 1822, The Royal Society
L'articolo “Alias o Sepoltura di Mondeval de Sora”. Una poesia di Alessandro
Ceni proviene da Pangea.
Origine e confine: Aurore d’autunno
In Aurore d’autunno Wallace Stevens porta la sua meditazione sul senso della
poesia a risultati estremi.
Le ambientazioni inserite nei testi, ad esempio, a partire dal poemetto omonimo,
sono una strategia che il poeta usa per rimodulare di continuo la contaminazione
tra alto stilistico e basso (il registro ironico) dei contenuti, in una tensione
panica che accoglie il reale nel corpo della poesia. Questo bisogno di
inclusività fluisce verso un confine poroso che mette in comunicazione gli
ambienti concreti di cui si diceva con l’incorporeo, come nella figura che apre
il testo, il serpente/aurora, fino all’apparizione estrema dell’angelo tra i
contadini, quasi un’epifania dell’idea nella realtà ma anche, nella sua
conseguente sparizione, dell’impossibilità della permanenza. Aurore d’autunno,
dunque, è la raccolta più “spirituale” di Stevens, un manifesto eretico, il
quale rivelando la realtà nel suo essere umile e cruda ne intuisce, attraverso
l’immaginazione, il potenziale dinamico e trasfigurativo.
Il soffio dell’invisibile è sempre annunciato da oggetti materiali, si diceva, e
penso alla capanna bianca che avvia il secondo movimento del poemetto iniziale o
alle campane senza “setta” di Le vecchie campane luterane di casa o ancora alla
“versione semplice dell’occhio” come “cosa a parte” e “vulgata dell’esperienza”
di Una serata ordinaria a New Haven. Il confine, allora, appare come un luogo di
attraversamento artificiale e reale insieme, in continuo divenire, necessario
perché vero e vero perché necessario. Ed ecco l’eresia: la poesia è “l’occhio
angelico” che “definisce”, ponendo il limite all’arbitrio ma spalancando il
senso proprio attraverso la nominazione, “assume le grandi velocità dello
spazio” attraverso l’immaginazione che è la potenzialità di sublimare il reale
riconoscendone l’inconsistenza e la fragilità. Anche la brutalità è traccia di
altro, di ciò che è già sfuggito alla nostra comprensione lasciandoci liberi
persino di recitare il nostro nome, anche se “non c’è copione” se non il nostro
mero “essere qui”. Ma è proprio questo essere de-finiti da una soglia a
modificarci come la “nuvola trasformata/ in nuvola di nuovo trasformata” fino
alla “distruzione” della parola stessa che può caricarsi, così, del fardello
della ferocia umana. “Cabala mistica” è questa immaginazione che cambia “da
destino a capriccio leggero”, che cammina nella sua disfatta fino a sfumare in
una ben più semplice “comunicazione beffarda sotto la luna”.
Eresia, si diceva, perché l’innocenza nega ogni accomodamento, attraversa la
soglia pur riconoscendola come inevitabile limite, perché la poesia è questa
scelta innocente che è già “oltre l’abitudine del senso”, una “forma anarchica/
infuocata”.
*
Pellegrinaggio e sublimazione in Pasolini: l’oltreconfine
Un’altra esperienza liminare, che parte da altezze diverse ed è connotata da
scelte di poetica apparentemente lontanissime, è quella di Pasolini. Nella sua
opera multiforme, la poesia è in circolo come esperienza corporea e sensoriale,
come necessità di attraversamento di limiti fisici e psichici. La scena del
corpo colpito, del dolore che si trasforma in narrazione, assume una funzione
simbolica centrale: il confine tra il soggetto e il mondo è anche il luogo in
cui si sperimenta la vulnerabilità e la trascendenza.
Pasolini esplicita che il limite non è un confine invalicabile, ma un modo di
re-imparare a sentire le proprie ferite e di riconoscere l’altro nel dolore,
nell’ultima speranza di “trasumanare” attraverso un pellegrinaggio di ricerca
assidua e instancabile che, però, ha compreso l’impossibilità di una nuova
ascesi.
> Jo i soj na viola e un aunàr,
> il neri e il rosa ta la ciar.
>
> (da Dansa di Narcìs II, in La meglio gioventù)
Pasolini/Narciso è tutto perché è dentro l’umiltà del mondo, perché “il corpo
resta povero” come urla il poeta in Trasumanar e organizzar a vent’anni di
distanza dalla serie dei narcisi, perché la necessità panica che lo investe e lo
accompagna esprime la ferita dell’unità perduta e accentua in ogni scelta
ambivalenze, ambiguità, contraddizioni. Ma è l’aspetto trans-formativo la sua
ossessione, giusta come l’osservazione spietata e costante del corpo individuale
e sociale martoriato. La riflessione sulla mutazione antropologica è il
risultato di un pensiero liminare tra conservazione e progresso che resta tale
nonostante i tentativi di ibridazione dell’ultima fase della sua opera, anzi
anche grazie a essi.
“Non c’è alcuna ragione/ di scrivere in calce a questi versi la parola// FINE”
come per il “discreditato corpo” non c’è alcuna ragione per non rimpiangere la
“purezza originaria” e aspirare sempre alla redenzione nella catastrofe.
Sineciosi, secondo l’individuazione retorica di Fortini, è scegliere tutta la
realtà che vive nelle sue contraddizioni, e l’eresia pasoliniana è proprio la
scelta mistica di non scegliere, unica possibilità di accogliere il mondo in
potenza, senza abusarne, senza assuefarsi alle logiche di potere, alla
predazione. Questa dialettica lacerata disperde ogni possibilità di stabilizzare
l’esistenza, fino a portare persino il corpo, sia reale che simbolico (corpo
linguistico), alla diaspora, alla disseminazione e, quindi, alla distruzione.
Eppure è questa fine che germina qualcosa di ancora illeggibile a non
accontentare nessuno perché si fa carico di altro, cioè dell’insoddisfazione e
dell’assenza di confine:
> “i poeti, destinati a intravedere nel contrario
> di ciò che fanno, la libertà, sono poeti del bene comune,
> e, senza complicità, sarebbero incomprensibili.
> Essi non vogliono avere diritti –
> nello scherzo o nella superbia essi non fanno altro
> che chiedere pietà a chi, se proprio vogliono, gliela concede;
> ma essi non si accontenteranno mai”.
Per il poeta è impossibile la resa, nonostante la scomparsa di un mondo – quello
contadino e di un apparato linguistico fatto di pulsione, accensioni e cadute
legate al non ragionevole della pura sopravvivenza – di una “terra promessa” che
è rappresentazione di un centro ancora illusoriamente umanistico ma già
de-caduto a banale artificio. La carne, un tempo presente fino allo scandalo, è
ormai merce di scambio dell’omologazione e quindi corpo “fantasmizzato”,
obbediente all’unica legge di “essere un bravo americano”, un corpo-uniforme
“cheap”, un altro numero che si consuma.
Il poeta “non cadrà per terra” ma opporrà la sua “innocenza” alle “notizie false
che la radio dirama” (il medium/potere), continuando a vivere a oltranza, “fino
alla fine”, mentre quelle stesse notizie – il che vale sempre – “mostrano il
dolore/ che è nella schiena della bestia che fugge”. Il dolore, cioè il disagio
sanguinante del “corpo separato” che invoca l’Altro colpevolizzandolo per
l’assenza macroscopica di “vie altre” che possano aprire alla pienezza della
relazione, contrastando il “vuoto nel cosmo” che mette in scena simbolicamente
l’incompletezza della realtà. Per Pasolini, la realtà è linguaggio come in ogni
vero poeta, cioè tradizione che si ripete e rinnova, perpetuando la dimensione
liminare, sistole e diastole di un versamento del verbale nel reale e viceversa,
profondo fino al rigetto.
Il poeta può abdicare ma solo per sposare l’eresia, cioè la scelta di ritornare
“alla purezza perduta”, anche se questo ritorno è decisamente compiuto da un
“pellegrino” che non crede alla “nuova” fede della società dei consumi ma che va
comunque avanti guidato da “una strana speranza” di recupero.
Così, nonostante “la vita sia [ormai] un mucchio di insignificanti e ironiche
rovine” perché il potere consumistico ha “colonizzato l’inconscio”, non può
esserci resa:
Plantànd chista seconda planta
chel che pì i bramavi, a era
ch’a fos identica a la prima;
e chel che pì a mi scrussiava
a era ch’a essi diviersa a no podeva.
(da Variante, in La nuova gioventù)
L’atto di abbracciare il reale, anche quello più sconvolgente, era stato un
tentativo di riappropriazione, il desiderio ultimo che potesse realizzarsi il
contatto con un’autenticità originaria. La poetica di Pasolini, è risaputo, ha
sempre invitato a non eludere il limite, ma a viverlo come un modo di aprirsi
all’infinito nascosto nel quotidiano. E la poesia è sempre stata il luogo dove
si chiarisce un’identità che si può riconoscersi solo nel desiderio sconfinato,
tra innocenza primitiva e complessità della storia. L’esperienza poetica, in
conclusione, è un attraversamento continuo, nella tensione a un rinnovamento di
senso che si nutre di memoria e dolore e quindi di incanto e disincanto. La
passione per l’origine in Pasolini, senza dogmatismi, viene rivolta a un’umanità
che si riconosce imperfetta e per questo infinita, sempre in cammino tra limiti
e possibilità.
*
La discesa dell’Airone grigio di Alessandro Ceni, uno spazio tra mondi
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
«Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dell’estate all’estuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce l’unica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli – estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto – e la sua ancor giovane moglie – la smarrita –
che udendolo rincasare gli tendono l’imboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dell’atrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metà, credendolo annegato in pensieri – l’identificazione,
ad esempio, di un solo granello di felicità per chilometri litoranei
arenili – gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare l’inganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nell’impianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla – il frinìo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura –
l’amante sull’altra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sull’occipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro d’acqua,
l’unghia incarnita del piede giallo, col quale – ascolta –
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
– astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache – discese per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera
blindata della mente, e lì, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò l’intera notte – la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso d’ignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorte».
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
Cosa ci cade addosso nel paradosso della soglia? L’entrata ambigua nel regno e
il paradosso dell’esistenza, un racconto di lontananza e carne, di freddi
boreali che si consolidano nella mente del soggetto e appiccano un sogno che
aspira alla realtà e vi rinuncia, che si sposta, cade e si allontana dal mondo.
Il linguaggio entra nella dimensione liminare tra sogno e veglia e in quella
crepa allarga il suo racconto, un altro μῦϑος. L’affabulazione è a doppia
entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la Lapponia della mente
corrisponde all’Islanda del cuore), poi l’accesso all’immaginazione profonda
dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce la sua stessa simbologia.
Come l’immagine del bambino nel mattatoio sembra suggerire, accedere significa
trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi, “muggiamo” perché solo in quel
modo, e solo nel perpetuo rinnovamento dell’infanzia, possiamo aderire e far
sopravvivere “l’eroe”, il sempre nativo, l’allucinato (come i riferimenti ai
guerrieri americani e l’utilizzo del peyotl sembrano suggerire). L’airone grigio
ci racconta una favola da invasati, ci investe con ciò che di più reale abbiamo:
ci avvicina cantando e nel suo fluire ci abbraccia per raccontarci
un’apparizione scenica, quella di un sempre possibile sogno. La “trama
invernale” dell’airone, per quanto tenue e nebulosa, è l’unica possibilità per
attraversare il reale, per essere condotti “all’esaltazione e al regno, alla
caduta e all’esilio”, allo spazio tra mondi che la scrittura può invocare,
evocare, provocare, come la sua presenza in luoghi liminali suggerisce
accompagnandoci nel viaggio tra materia e spirito, quasi rinnovato Virgilio tra
le ombre.
*
Il viaggio sospeso, beyond the border
Essere oltre è una questione talmente intima da non poter essere
individualizzabile fisicamente e precisabile in luoghi concreti. Questa
illusione materialistica è uno dei mali ideologici del secolo appena trascorso e
che ha già sconfinato (perché in realtà, è ovvio, non ci sono “secoli”
arginabili entro limiti cronologici) nell’attuale. Essere oltre è una resa
all’invisibile per accedere a un’altra percezione e poterla raccontare come
fosse una leggenda.
Reinventare il reale è la sbordatura, è l’arte di sporgersi dall’orlo e
lasciarsi cadere fuori dal senso nel tentativo di coglierne il substrato
emotivo. Reinventare non è la pagina bianca o l’assenza di senso ma
l’inseguimento di una lingua che per quanto nota è sempre sconosciuta, lasciando
all’altro (il lettore) la libertà di reinterpretarla. Reinventare ha a che fare
con un’onestà radicale nei confronti dell’altro che abbraccia anche l’abbandono,
ma non si limita alla fine della relazione, anzi la riattiva nel vederla
scomparire, ma solo dopo aver accettato la scomparsa. Reinventare è un
ricominciare e non un inizio altro, perché niente è mai iniziato:
Leggenda o mito, se vogliamo, che parte sempre dalla privazione e
dell’oltranza:
> Myself to set foot
> That second
> In the still sleeping town and set forth.
In un istante che rivela l’urgenza dell’autoesilio e dell’eremitaggio, Dylan
Thomas, poeta dell’eccesso, si consacra alla natura. Il panteismo di Poesia in
ottobre è totalmente volatile, carico di esseri della fuga, psicopompi
dell’oltre confine come l’airone che compare due volte e che, come abbiamo visto
nella poesia di Ceni, è figura della soglia.Gli “uccelli dell’acqua e gli
uccelli degli alberi alati” portano il nome del poeta sul paesaggio, anticipando
e anzi stimolando il cammino. Prendere la strada “over the border” è aprire le
porte a una nuova visione (la leggenda di cui si diceva), trasformando le
stagioni – significativo il passaggio inaspettato, appena iniziato il viaggio,
dall’autunno reale alla primavera dell’immaginazione, “il sole d’ottobre”
diventa “estivo” – accompagnati ancora da uccelli, allodole e merli fischianti,
che introducono a un’allucinazione, a un “cielo azzurro alterato”, a un’aria
“other”, altra, a un mutamento fruttifero (e infatti, prima della fine il testo
sostituisce gli uccelli con i frutti, “con mele/ Pere e rossi ribes”) che,
contemporaneamente, evoca delle “child’s forgotten mornings”, cioè l’origine
perduta che solo nell’immaginazione si rinnova, richiamando più antiche leggende
(vedi “le leggende delle verdi cappelle” alla fine della quinta strofa).
Così il mito può essere narrato ancora, un’altra volta ripetendosi e allo stesso
tempo mutando per ravvivare l’inconoscibile, l’invisibile: “the mystery/ Sang
alive/ Still in the water and singingbirds”, cioè un canto che rinasce
attraversando la fine (gli uccelli tornano al termine del componimento nella
loro funzione “misterica”, pionieri dell’aldilà, dell’oltranza appunto). A
questa lontananza dai giorni della creazione e a questo bisogno di ritorno
misterico, occorrerà sposare il quotidiano e la terra nuova, cioè il presente e
la speranza che esso possa rinnovarsi. Cicli stagionali e fantasie di ritorno si
spogliano delle loro immaginifiche meraviglie ma solo per inoltrarsi in un
cammino reale al prossimo stupore:
> O possa ancora la verità del mio cuore
> Esser cantata
> Su quest’alta collina al volgere di un anno.
Gianluca D’Andrea
L'articolo “I poeti non si accontenteranno mai”. L’innocenza del linguaggio e la
tensione dell’origine proviene da Pangea.
La poesia di Alessandro Ceni è poesia disinteressata alla poesia, intesa
come opera poetica (ricordo incidentalmente che Orfeo solo volgendosi e mancando
l’opera trova ispirazione e voce), lontanissima dagli altari o altarini, dal
dibattito spesso insulso tra acquarellisti e prefiche. Sono, i suoi, Mattoni per
l’altare del fuoco (titolo del libro del 2002), dove la poesia si tiene ed erge
– sta potremmo dire – in una dimensione d’innocenza, infantile e ferina, in
attesa di avvertire l’usta, di stanare e a un tempo liberare quella miracolosa
preda che l’alimenta.
Fin da qui, potremo scorgere nell’atto scrittorio di Ceni una sorta di
celebrazione, un mysterion, un’azione liturgica compiuta per la salvezza del
creato – per dargli riparo e dimora:
> “le pietre arrotondate indicano un focolare,
> presumono persone accerchiantesi in un rito
> per scrutare il volo circoscritto degli uccelli…”
Misericordia francescana, perdono dell’adultera… Come uno sciamano, chiurlo,
passera, falco o merla (penne e artigli ne sono spesso i paramenti esoterici),
s’aggira tra paduli, spiagge, dune, pinete – la memoria di un’antica Toscana, la
Versilia, l’Appennino – tra stiance e talasse, ad ascoltare il suono di voci
lontane e pacificate, ed accostarsi, accedere infine a quel posto segreto, che
sta nel cuore stesso del cosmo – e ne concede la più intima e autentica
dizione.
Potremo fin d’ora immaginarne la tessitura elementare, una materia segnica
(traccia ragniforme, arborescente), per lo più invisibile, ma carica
di un’energia vibratoria che si scarica visibilmente in ogni pronuncia, perché
ogni parola detta la trattiene tutta intorno a sé. Perché, la parola non può che
essere detta – anche se scritta –, svuotarsi e ricaricarsi ritmicamente ogni
volta che il poeta la proferisce.
Parlare, prendere parola? Proprio in quel posto? Come se da questo potesse
definirsene l’atto?
Cosa allora distingue questa pratica da quella della comunicazione ordinaria,
dalle performance quotidiane che ci consentono di abitare il mondo, avere
relazioni sociali ecc.? (Brevemente: scambi, transazioni, negoziati, chiedere
e/o ricevere informazioni, raccogliere e trasmettere pensieri, emozioni stati
d’animo…)
Per arrischiare una risposta, sicuramente maldestra, tenteremo di dire qualcosa
in merito alla posizione del poeta, al luogo da dove parla …
In diverse occasioni mi sono trovato con Alessandro a discutere di questa
faccenda. Oggi tanto più insistente, soprattutto riguardo alla responsabilità,
al ruolo dello scrittore – intellettuale (se sapessimo cosa significa questo
temine) o poeta che sia – nella società. Bigongiari (ci accomuna un affetto
inestinguibile per Piero e, per entrambi, una riconoscenza durevole),
interrogato sulla questione al Quirinale dal Presidente della Repubblica, disse,
col candore di un bimbo, che prima veniva la poesia, poi eventualmente la
politica, la società civile e tutto il resto. Alludeva forse alla solitudine,
alla disappartenenza del poeta alla città? O forse al particolare legame che la
poesia instaura, alla sua dimensione propriamente etica, a quel patto
inscindibile che, nella pronuncia, la stringe agli altri, ai lettori –
essenzialmente alla lettura, alla dizione che, rendendola operativa, ne
definisce appieno l’stanza politica.
Ceni, per parte sua, richiamava invece un barcollante Dylan Thomas (è noto
quanto il gallese indulgesse con l’alcool) che di fronte alla Società Americana
dei Poeti asseriva che del poeta la posizione propria è ovunque quella eretta…
Effetto di un passaggio evolutivo e al contempo di una misteriosa mutazione
antropologica che salda storia, parola e vita in un nesso inaggirabile, il poeta
è – potremmo azzardare – una sorta di arrivante (alla parola)che è già là e la
dice (la poesia “corre” raminga sul destriero del respiro, e sopraggiunge là
dove “si rompe il fiato”, dove trova il giusto passo della pronuncia), senza
davvero saperlo né poterne dire qualcosa. Sprovvedutamente.
Pertanto, non bisogna chiedergli niente in merito a come sia giunto alla poesia
o se possa sostarvi: né alla poesia stessa, nessun dettaglio interpretativo,
messaggi o comunicazioni, neppure spiegazioni o giustificazioni… Leggete,
leggete, diceva Celan, la comprensione arriverà (se ha da farlo). Il solo
atto che in questa posizione si compie e si richiede, la sua sola destinazione è
quella della voce, del dar voce – non il senso, la trasmissione di un messaggio:
il suo affidarsi sostanzialmente a una voce – la sua Vocazione, per così dire.
Enunciare, prendere parola, affinché ne sia giustificata la presenza facendo
lavorare il dispositivo della lingua. Che per tale affidamento si produca
qualcosa, un enunciato significativamente pragmatico resta meramente
contingente, per lo più ignoto e impronosticabile.
Voce non solo, ma anche, in questa, l’eco di antichissime movenze, canto o
danza, cadenza e ritmo, tanto intimi quanto naturali. Un discorrere senza parole
– o prima di loro –, che le parole stesse registrano come una scossa, segreta
motivazione del dato testuale: vibrazione o fremito – non la commozione né la
tristezza o la gioia – che attiva e disattiva, arresta e riparte sul filo di
un ductus che non conduce in nessun luogo. Il passo della poesia, potremo dire,
è quello mortale della vita che vi si trascrive, il battito del cuore, la
pulsazione del sangue, la sua pressione: poesia, dice Rilke, [è] invisibile
respiro, in cui ritmicamente avvengo.
Postura instabile, per lo più incerta, definita nondimeno dal dettato – gli
Stilnovisti la chiamavano dettanza, un misto di fiducia e disperazione –
dal sovvenire, dal capitare della voce – l’elemento sonoro del linguaggio,
quello slancio – quasi un Trieb vocalico – che una lunga tradizione accosta
all’immagine della corsa del cavallo. Potremo chiamarla Erfahrung,
quell’esperienza dell’andare, del viaggiare che si dà quando il vivere non è
ancora vissuto e il senso non ancora è là a racchiuderla in un viaggio, in un
racconto. Quando non c’è niente da dire, fatto o storia da riferire. Una sorta
di vertigine, di capogiro che, nel suo “non è niente”, scampa il pericolo
sommesso del Nulla e nomina l’evento inatteso – talvolta sconcertante – dello
straordinario (in cui siamo permanentemente immersi).
Pensiamo al devoto di Kafka, e a quel suo nominare… a casaccio le cose che gli
si porgono – “prima di mostrarsi a me, dice, devono essere belle e tranquille
perché la gente ne parla in questo modo”… Mal di mare sulla terra ferma.
L’oscillare del corpo, il suo ritmico accadere nella lingua, l’accostarsi al
silenzio (risonante) dell’infanzia.
L’atto allora. Il prendere parola dei poeti. Tentativo di familiarizzarsi con
quel “discorrere”, assumendolo in un dispositivo storicamente consolidato in
regole e vocaboli. Riuscendovi solo in infima parte, non possono che sospenderne
il funzionamento, disattivarne le funzioni – significazione e informazione –
generando sovente oscurità, un’insondabile cifratura che lascia nondimeno
risuonare ritmi remoti che ancora scandiscono le nostre esistenze (l’acqua del
fiume, il frusciare del vento, lo scroscio della pioggia, il susseguirsi delle
stagioni)…
La lingua, infatti, è trasmessa, la apprendiamo dalla madre (forse appartiene
solo a lei, e per questo è materna): riempiamo la bocca vuota di capezzoli con
parole che supplementano un silenzio intessuto di voci corporee, bisogni più o
meno rumorosi (ne avvertiamo spesso il riverbero nell’amore, nel pianto o nel
riso). Come il corpo, la lingua, la nostra lingua ci resta per lo più
inappropriabile, permanentemente straniera. E come di quello, se esposto,
proviamo vergogna, di questa restiamo soggetti sempre lavorati da un’infanzia
tanto sonora quanto silenziosa. Lo dimostrano i lapsus, i balbettii
dell’emozione, i rantoli della malattia, talvolta meglio i neologismi, giochi
verbali, l’indulgenza nei vernacoli.
Il poeta – e qui, dopo l’affanno di questo giro, torno ad Alessandro (che mi
perdonerà) – è così un parlante speciale, appena distinguibile da altri
lazzeroni; testimonia di questa ambigua familiarità, la rivela abbandonandone la
pratica e l’uso interrompendo i circuiti del significato e della comunicazione.
Al punto di non avere niente da dire – neppure della poesia, s’è detto – solo da
sostenere questa Unheimlichkeit della lingua, che come un’intima estraneità si
rende praticabile nel brivido di un cambio di tono, nella sospensione del fiato,
nelle pause del suono e soprattutto del senso. In quel moto segreto che ci agita
nell’ascolto, che ci lascia dolcemente oscillare, perché, come in un inno,
possiamo giubilare all’avvento di un mondo ogni volta come la prima volta.
Potremmo dire, concludendo, che per questo arcano legame musaico, la poesia è
sempre felice, celebrativa; concede sempre l’ascolto di un’altra voce, troppo
spesso silenziata da differenti esigenze… la possibilità di ricevere una
benedizione d’animale o di bimbo, per lasciarsi saggiamente assorbire dal
creato, e muoversi, creature tra creature, acconsentendo acquiescenti alla sua
irresistibile cadenza.
Mario Ajazzi Mancini
*In copertina: l’animale, il cavallo, secondo Albrecht Dürer
L'articolo Benedizione d’animale e di bimbo. Un incontro con Alessandro Ceni
proviene da Pangea.
Poesia che va imbracciata – e dunque: predisposta alla lotta.
Che ci sia un duello, da quello che indicano gli aruspici, è certo – che tu ne
sia già dentro, a filo, pure.
*
È vero: esiste una poesia che va portata a piene braccia, poesia da estendere
tra sé e i cieli, come un vello d’oro, un palio, una sacra icona. Lo si fa se
quella è poesia che invoca protezione.
C’è, altrove, poesia da tenere in braccio, da stringere in grembo. Devi dargli
il seno, devo offrirgli il latte. È poesia mendica, che si nutre del tuo succo,
lettore.
*
La poesia che si imbraccia diventa tutt’uno con il corpo del lettore, lo
imbarbarisce all’eleganza della lotta. Penso allo scudo di Achille, dove sono
raffigurati il sole e la luna, le stelle e le vigne, armenti e fanciulli. Quello
scudo è un astro, quello scudo è una casa. Chi si avventa su di te deve prima
fendere un universo intero, deve aver fondato una casa – chi può raggiungere chi
è irradiato da quello scudo, chi ne è iridato fino all’ira?
Tutti gli elementi hanno forgiato quello scudo.
*
I bracciali dello scudo prende il via da una collusione di immagini:
> “All’assassinio del capo o del principe
> nella foresta la neve divincola un suo coro,
> innalza sulle conifere l’anima di cuoio,
> i bracciali dello scudo”.
In questa mitografia, i bracciali dello scudo sono strumenti della neve.
Imbracciare il crollo – imbracciare il bianco. Bracconiere di sé. Balenieri in
un cielo che si fa argolide di angeli.
È l’ultima poesia della raccolta, Passo all’Orso, il cui passo, in fondo, resta
iliadico: la caduta di un dio (strabiliante attacco: “Questo vostro unico dio
cadrà/ torneranno innumerevoli gli dèi”), l’assassinio del re, transumanza di
predatori.
Alessandro Ceni scuce lo scudo di Achille. Le figure, sbalzate da millenni, sono
irriconoscibili: l’uomo pare una bestia, la bestia assume fattezze d’uomo;
l’astro è un bolide, l’astro è debole; le stelle sono esplose. Quale
beneaugurale frase andrà incisa sui bracciali?
*
I bracciali dello scudo (Crocetti, 2025) raccoglie, in duecentosessanta pagine,
quarant’anni (così si dichiara: “1983-2023”) di poesia di Ceni. Le date sono
dadi bugiardi, ultimo baluardo di un tempo orbo; si sa che I fiumi – il libro
che apre questa raccolta – esce nel 1985, per Marcos y Marcos, incorporando la
prima placca di Ceni, Il viaggio inaudito, che è del 1981.
Da quel che ne sappiamo, Ceni, nell’ormai leggendaria pazienza (o parvenza) –
poesie che escono a lui ad ogni rotazione d’astri –, continua a scrivere, a
decrittare.
*
Credo che nessun poeta come altri pratichi l’autoantologia o la raccolta, come
un lied, dei propri versi. C’è qualcosa di ambiguo – mai analogo alla
ritrattistica – in questo impratichirsi, in questo tenere in stato d’assedio il
libro. Certo, si tratta pur sempre di pubblicazioni, spesso, alla macchia – e
cos’altro potrebbe essere se non tale lanceolata latitanza? –, ma c’è, nel
processo, la rovina, lo spaccare gli specchi, il fare pasto di sé. Meglio:
viaggiare leggeri all’oriente della grande caccia.
Negli anni sono usciti, per dire, Il pieno e il vuoto (Marcos y Marcos, 1996;
singolare antologia di un neanche quarantenne); La ricostruzione della
casa (Effigie, 2012, raccolta di “Poesie scelte 1976-2006” per la cura di
Daniele Piccini, il più fedele e acuto critico di Ceni), Parlare chiuso. Tutte
le poesie (puntoacapo Editrice, 2012), 77 (Edizioni Helicon, 2018), poi questo.
Quasi: a eludere il libro – a elisione del libro. Negli elisi della fuga –
intesa a mo’ di accerchiamento musicale, come si accentra, cerchiandola, la
belva di taglio grosso, in seguito a diligente notturna posta.
Che sia indimenticabile – che se ne dimentichi – si direbbe, di tale
disciplina.
*
D’altronde, la circolarità, il libro sferico, a forma di scudo. Si comincia
con Cacciatori sulla neve, carminio, bellissimo nell’attacco:
> “Io vorrei saper dire amore
> amore amore amore
> come fanno i dementi
> ed essere infelice infelice
> per il troppo bene,
> un solvente, che spezza la catena delle vite
> per darci la definitiva morte,
> simile a Dio in questo, o
> al cuore…”
E poi l’attracco, Passo all’Orso, con “la neve che carola lieve”, “che nevica
neve”.
La neve ricorre come nessun altro elemento nei versi di Ceni – La neve (La
discesa delle cose sulla terra) è poesia che chiude La natura delle cose, Jaca
Book, 1991; nevischio asperge qua e là le poesie in Mattoni per l’altare del
fuoco, Jaca Book, 2002.
A che questo biancheggiare da Moby Dick (libro capodoglio tradotto da Ceni, con
estro da Achab, nel 2007), questo ancheggiare senza slitte? Già: nella neve ogni
trama si complica in una irrichiesta purezza – si è, si direbbe, pur al
massacro, nella camera d’attesa del paradiso. Piuttosto, si va nella neve per
cancellare le tracce, per non lasciare di sé altro segno che un capitale di
reticenze.
*
In Ceni, una continuità che esagera il ragazzino nel capo in armi, con le piume
d’aquila sulla corazza. Intendo: Ceni appare alla poesia già compiuto, come
un puer, un adolescente nell’oro. Nulla è da adempiere, nessuna crescita, qui,
come accade ad altri poeti, per lo più tutti, che crepitano prima di sfoggiare
il loro incendio – che crepino nel loro risorgere al rogo. C’è già tutto, qui,
subito: poesia da maneggiare come una torcia. Lo sfasare il linguaggio per
giungere all’antecedente; il verbo rupestre ma ricollocato, ora, in meraviglia;
al contempo: Lascaux e Beato Angelico; i monili degli Sciti e Lucian Freud.
Se possibile, piuttosto, si passa, in Ceni, dallo sguainare immagini e pennuto
linguaggio – il che significa: energumena giovinezza – alla poesia come atto,
come moto. Né compianto né liturgia in Ceni – la sua, non è poesia-inno, poesia
che salmeggia, poesia-simulacro o poesia-ostensorio, come in Luzi, per dire – ma
gesto, propiziatorio o meno che sia. Kamlanie, si diceva un tempo: parola che
prepara lo sciamano alla caccia ctonia o celeste, in favore dei morti.
Remo Pagnanelli, a proposito di questa poesia, diceva:
> “certa è la volontà di Ceni, non tanto di nascondersi tra le cose, ma di
> diventare una di loro, così il desiderio di regredire a stati precedenti
> l’umano… di rientrare nell’inorganico prenatale della materia”.
Aggiungo due libri per penetrare nel tono di questa poesia: i Testi dello
Sciamanesimo Siberiano e centro asiatico raccolti da Ugo Marazzi e Riti e
misteri degli indiani d’America, raccolta di canti-incanti curata da Enrico
Comba; entrambi i volumi sono editi da Utet.
*
E poi Ceni, a depistaggio, cita Chuang-Tzu e il Kalevala e strani testi
tibetani, ma anche brani di lettere anonime e una “scritta monocroma su muro
cittadino”. In epigrafe a un suo libro avverte, “Questo inizia
ovunque”. Comunque, direi. Quando apri questo libro, a tuo rischio, accade
qualcosa.
*
Il breve repertorio di inediti, in calce al libro, va sotto il titolo Felo de
se. S’intende, compiere atto di fellonia contro di sé. Cioè: uccidersi. Il
termine giunge dall’armeria legale della common law. S’acquieti il puro di
cuore: qui si tratta di uscire fuori di sé, di scarcerarsi dal sé, di ammazzarsi
misticamente. Pratica necessaria, rinnegare se stessi, al poeta. Di lui, a voi
resta la crisalide, cristallizzato verbo – il poeta non è più lì, mai è stato,
ha segato i garretti del mondo, il suo dio è alla briglia.
*
Da decenni – con bruma negli occhi – si dice di Dylan Thomas dicendo di Ceni. Al
di là degli innamoramenti – chi non ama DT? – e delle ovvie adunanze di ‘prove’
– Ceni traduce e scotenna gli anglofoni da anni – la prassi, il modo e infine il
senso sono affatto diversi.
Ceni, per l’azzardo nella lingua, per quell’azzannare, è il poeta italiano,
forse, più italiano di tutti. Al di là dei savi maestri – in particolare, Piero
Bigongiari – la sua traduzione alberga in una sorta di araldica che tiene
insieme il lupo dell’Assisiate e la pantera di Dante, i bestiari medievali e gli
emblemi cinquecenteschi. Il tutto, però, non ha la statuaria entità di un
simbolo: si sprigiona; non è un diorama che abbellisce i versi, ma cosa che
morde.
*
Ceni realizza l’etica lirica sintetizzata da Hugo von Hofmannsthal
in Lebenslied:
> “Va come colui che nessuna forza
> alle spalle minaccia.
> Sorride, se le pieghe
> della vita sussurrano: morte.
> A lui offre ogni luogo
> piena di mistero la soglia;
> s’affida ad ogni onda
> il senza patria”.
Giunto come un prodigio, Hofmannsthal smette la poesia, poco più che ragazzo.
Resta prossimo e impenetrabile, come un vaticinio. Pari aristocrazia arrischia
Ceni.
**
Da I Fiumi
Il traguardo della pioggia 3
Qui era la gioia del mondo, era la terra.
Resta immobile
ritta in piedi negli angoli,
tra i re che domandano:
“Piove ancora fuori?” o ti sorprenderò
a parlarmi, pochi grammi dal volto
e presso il fiume, dove gli uccelli informano
un’ansa e ascendono e s’impiccano
con un suono straniero di sorpresa
alla vista:
questa non è la patria è il pianeta,
l’anima permane dopo la corruzione dopo
l’ombra rimane dopo il corpo.
*
Da La natura delle cose
Tracciato d’una abitazione
Dedica
Chissà se ancora esistono
gli stessi boschi, se ancora
vi rugano le stesse acque
e gli erbari ronzanti e i minuti insetti estivi,
se ancora esiste la casa
e se la neve di allora ancora non si è sciolta,
se ancora rovinano per le foglie
sui sentieri i medesimi sassi e
il caldo della fiamma nella casa
è tuttora acceso non riacceso e la neve
ch’era discesa in eterno in eterno
ha allungato il segno di minio
sulla pertica, se ancora non si è tolta
a quell’altezza il primato e
sulla pertica per il peso della neve
non ha ceduto il cigno,
anche se voci presenti
mi dicono contro ogni evidenza
che l’intero monte ed ogni suo abete
mai sono stati.
*
Da Mattoni per l’altare del fuoco
XXXIII
Io sto qui e da qui
vedo collassare le stelle, implodere i volatili,
cabrare verso il loro dio le nubi
per poi precipitare in lacrime e piogge;
vedo cadere tutto e tutto
ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
e la polvere dalla tasca buona del cadavere,
persino volare in aria per un momento
l’erba tosata, la cenere dal vertice del falò
ma senza che mai nulla
giunga mai veramente al suolo,
così che la lacrima resta nel suo occhio, la pioggia nella sua nube.
Io, dalle volute di fimo umide e
dalle pire collinari e dai roghi contadini, credo
siano venuti degli uomini, credo,
ad ardere i campi e con essi la mia vita;
sia lode a loro perché da qui l’illusione è perfetta:
i figli cessano di crescere i genitori non muoiono
in ogni frutto traspare la sua gemma:
rivedo mio padre quando aprì la botola
e discese nel buio e nulla seppe mai più di me,
riodo i fischioni di richiamo lanciati verso qualcuno che non torna,
ed ecco spiegata la ragione del pesce elettrico
negli abissi del mare o perché gli uccelli credono
col loro canto di far sorgere il sole.
Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
e non perdonano e sono spietati
e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
per abituarti a guardare ogni cosa
come da dietro una vampa.
Alessandro Ceni
*In copertina: Anthony Van Dyck, Caccia al lupo e alla volpe, 1616 ca.
L'articolo “Vedo collassare le stelle”. Appunti sulla poesia di Alessandro Ceni
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