
“Preferisco scrivere libri ostili”. L’opera disperata di Tor Ulven
Pangea - Monday, April 27, 2026Ciascun poeta – il cui crisma è una sorta di disabilità (cioè: super-abilità, un modo di stare al mondo con molti occhi sul corpo, con troppe ali addosso) – si costruisce il proprio pantheon privato. La schiera dei lari: amici, divinità in peluche, un profilo andino di pupazzi. Non appartenendo a questo mondo, il poeta guarda il mondo con amore – la vita non gli è sufficiente. Nel pantheon di Tor Ulven spiccano Schopenhauer e Nietzsche – che sono un po’ l’abbecedario di ogni poeta – poi André Breton, Maurice Blanchot e René Char, tradotto, dicono i critici, con inesorabile trasporto.
Nato nel 1953, a metà novembre, in una famiglia di operai, alla periferia di Oslo, Tor Ulven aveva imparato il francese e il tedesco per i fatti suoi. A scuola zoppicava: bocciato, disertò gli studi. Preferiva suonare nei locali – eccelleva nell’armonica, che suonava secondo lo stile di Little Walter, leggendario virtuoso del blues. Guadagnava qualcosa con le traduzioni: a neppure vent’anni aveva trapiantato Hans Arp in norvegese; leggeva – a proposito di lari, di impareggiabili pari – Paul Celan e Georg Trakl. Nel 1977 uscì la prima raccolta di versi, Skyggen av urfuglen (che significa, pressappoco, “L’ombra e il rapace”); l’ultima, Søppelsolen – a dire di un percorso, di un processo – vuol dire “sole spazzatura”.
Il vero maestro di Tor Ulven, tuttavia – almeno, nell’indicare l’orbita di una poetica –, era Giacomo Leopardi. Al grande poeta italiano dedicò un saggio, in cui scrisse, tra l’altro:
“L’arte è e sarà sempre un’esca nella gabbia di uno scoiattolo. Non può soddisfare il nostro desiderio insaziabile. Neppure la vita può farlo… Il segreto dell’arte, allora, è nel ricordarci l’impossibilità di soddisfare quel desiderio insaziabile, infinito, e che proprio in questa impossibilità si cela una gioia amara: siamo separati da tutto ciò che potremmo avere o essere, ma possiamo immaginarlo. Sappiamo di non poter entrare in quel paesaggio splendidamente dipinto per dimorarvi”.
In una rara intervista – qui tradotta in inglese – il poeta disse che
“per principio preferisco scrivere libri ostili. Libri che turbano e che forse tormentano il lettore. Lo ammetto. D’altronde, ci sono così tanti modi per trovare sollievo dalle nostre sofferenze. Nella scrittura, preferisco insistere sulle miserie dell’esistenza. C’è troppa morfina in giro”.
Alla base della letteratura norvegese moderna, dicono ci sia Tor Ulven: la vera fonte dei messianici successi di Jon Fosse e di Karl Ove Knausgård, dicono, è lui. Ma di Tor Ulven si trova poco, pochissimo in giro – in Italia è il nulla, qualcosa si setaccia nel mondo inglese. Merito – dacché per noi il demerito è la facilità, la felicità del quieto leggere – di un’opera oltranzista, che tiene il lettore sotto tiro. Tor Ulven indaga il morbo del nulla, il tedio dietro le tendine perbeniste; elabora crotali di carta, versi al veleno, disseziona la luce fino al nero sangue. Insieme a Stig Dagerman e a Thomas Bernhard – di cui costituisce, piuttosto, una via mediana – Tor Ulven appartiene alla schiera degli scrittori ‘oscuri’, quelli che hanno reso con impeccabile chiarezza il senso della nostra quieta disperazione.

Nato poeta – tra i più innovativi del mondo nordico – sterzò verso la prosa: la poesia – così letale, sintetica, armata – gli pareva, disse, assassina. Scrisse racconti – ne abbiamo riprodotto uno, in calce all’articolo – umbratili, tremendi, imitatissimi – alcune atmosfere ricordano Il decalogo di Kieślowski. Nel 1993 pubblicò l’unico romanzo, Avløsning, glaciale referto di anime in pena: secondo i critici – anche per via dello stile, da belva scuoiata, sotto costante irritazione – è il suo capolavoro. Il romanzo è stato tradotto negli Usa, nel 2012 come Replacement, da Dalkey Archive Press, casa editrice di Dallas specializzata in letteratura nordica, con un certo successo. Così recita la quarta:
“Tor Ulven è uno dei grandi scrittori norvegesi del XX secolo: iniziato alla poesia, ha concluso la carriera letteraria esplorando le più inclassificabili proprietà della prosa. I suoi libri ricordano, per certi toni, l’opera di Laura Riding e di Peter Handke. Nel suo unico romanzo, Replacement, si alternano quindici personaggi: ciascuno, giunto a un punto di svolta della propria vita, prende le redini del libro. Ognuno di questi personaggi ricorda, sogna, osserva, parla con se stesso; ciascuno, intrappolato nel proprio io, fantastica su come avrebbe potuto essere la propria vita”.
Tor Ulven aveva il viso di un angelo derelitto – un viso innocente, cioè: setacciato dall’ascia. Sapeva guidare le gru: per un po’, lavorò nell’edilizia. Innalzare equivale, forse, a distruggere; issare è un modo per dare assoluto alla caduta. Scrisse di Edward Hopper e di Samuel Beckett, altri autori a lui congeniali. Il male della mente, il male oscuro, lo straziava a strappi. Una compagna di scuola, Anne, gli aveva dato una figlia, Lena, quando aveva vent’anni. Si sentì l’abbandonato, il puro & folle. Gli agi dell’intelletto non fecero presa su di lui; i suoi libri gli infliggevano una marginalità, in fondo, cercata. Tor Ulven finì per inabissarsi sempre di più nella casa di periferia ereditata dai genitori – tumulò lì il suo talento. Si uccise nel 1995, a maggio, quando i fiori incendiano i viali; aveva quarantuno anni. Poi, è vero, Tor Ulven diventò un autore ‘di culto’, un autore da maneggiare con cura, un autore-arma, ancora in grado di offendere – in questo momento, ci interessa l’autore inarginabile, il poeta che volle farsi scorpione ma restò per sempre angelo.

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La figlia morta dell’orafo
1
io sto sotto un albero dalle mani fameliche
no
io sto sotto il nulla
*
2
vado verso l’assoluto
isolamento solitudine nulla
chilometri di deserto dietro di me
l’ultima urbe passata da tempo
vado verso la disperazione
e il dubbio che può
essere sconfitto soltanto da un dubbio più grande
*
3
perché silenzio se ho una bocca
perché immobile se ho i piedi
perché cieco se ho gli occhi
perché privazione di urla in questa miniera
perché sono fatto di pietra
*
4
qualcosa che non posso raggiungere
non so cosa sia
forzo le braccia per prendere
aria aria aria
*
5
cosa cerchi in cielo
voglio la costellazione che non esiste
*
6
nell’umana sfera non ci si sono
tante cose significative:
unghie cervello ossa
*
con i miei occhi devo
appiccare l’oscurità.
e la quiete
all’altro capo.
chi può dire cosa
divide
il nero dal verde?
chi vive
e si muove
tra le tue mani
mentre esamini la luce
per un istante?
i molti – gli stessi
che non sono mai
esistiti.
chi esiste e non esiste
esattamente
ora?
la foresta è viva
ne senti l’odore
di duro abete
nel cuore della notte. il vento
sibila
in te – in noi.
*
andrò
a Eridu
a forgiare i miei vasi
rotti con rosse figure
di capra e rosse corna
e acqua che scorre
che sterza
e ci inghiotte.
andrò
a casa
a Eridu
a sposare
la figlia morta
dell’orafo.
seduto sulla soglia
di sera: il vicino ride
e le mosche risorgono
intorno allo squittio della lampada.
*
il dolore
non ha un luogo
su cui posare.
insegui le querce
dentro una chiesa.
d’improvviso, vedo
il castagno
che stagna nella tua
oscurità – i fiori
sono bianchi e noi
siamo polvere.
un sorriso
slitta. sulla siepe
in una tarda notte d’estate
sono stampate le ombre
di insetti che forse
inseguono
una rondine.
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Da Avløsning (“La sostituzione”)
Un sussulto, un tic nervoso, per cosi dire, alla luce – o al buio –, uno spasmo occasionale, brezza che sfiora lo spiraglio tra le tende e lascia penetrare un frammento della notte estiva, stretta fessura che si apre per poi scomparire, lasciando tracce di oscurità improvvisa, provvisoria, prima del nuovo sussulto, dell’ancora nuovo nero; così ogni volta che il vento – ha lasciato le finestre aperte per via del caldo – apre uno spiraglio tra le tende, che si gonfiano, ondeggiano – proprio come le tende di un teatro, mentre attori e maestranze si affannano dietro di esse – poi si ripiegano, pieghe immobili, come quelle di una gonna. Uno gonna con uno spacco alto e tutto un mondo nascosto dietro di essa. In teoria, basta aprire la porta e partire per trovate tutto, assolutamente tutto, tutto ciò che chiami assoluto.
È buio. Lui è immobile nel buio, vaga immobile tra il riposo e il sonno. Ci è abituato – è amico dell’oscurità, è amico di quel breve istante di buio, prima che le tende siano tirate, prima di accendere la piccola lampada. Quando ogni cosa è al suo posto, può procedere, come ha appena fatto, dalla finestra al letto. Del resto, non è tutto inghiottito dal buio, ma una parte, un resto: il sole, dopotutto, si riflette ancora, ardente, sulle finestre più alte del grattacielo, mentre l’ombra, l’oscurità, la penombra, sale e si fa densa, lentamente, di piano in piano, come acqua – presto la terra sarà sommersa. La sera è entrata nell’appartamento, nei suoi odori, come uno sconosciuto: ora riconosce il rassicurante olezzo metallico dell’olio per armi – è ancora vicina al letto, come sempre, carica, come sempre. È pronto. Le munizioni hanno la metà dei suoi anni – quaranta. Forse dovrebbe comprarne di nuove. Eppure, non le userà, non arrecheranno alcun piacere in lui, mero spreco di soldi.

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Da Fortæring (“Inghiottire”)
La predatoria oscurità di agosto non fallisce mai, mi stringe nella sua malinconia, mi sorprende ogni anno. Gli alberi anneriscono, raggrinziti; le lampade ad olio tremano nelle case, i volti intorno ad esse si fanno liquidi, esatti – le tende sono aperte, nell’ultimo tentativo di trattenere l’ultimo barlume di luce verde che s’intravede oltre la collina.
Potrei dirvi cosa mi è accaduto questa estate – non voglio. Potrebbe essere la storia di una sbandata, di uno sbandato, di un innamoramento inatteso, o forse si tratta di un incidente – la macchina troppo carica, il guidatore troppo stanco, la giornata troppo lunga, la stanchezza troppo violenta – che ha cambiato la mia vita e quella di un altro; ma no, non è questo, non c’è nessuna storia da raccontare. Perché dovrei dire soltanto dell’oscurità di agosto, dell’asfalto grigio che brilla, dell’acqua piovana evaporata sotto il lampione.
Ciò che mi è accaduto resterà per voi un mistero, come il compost, lì, nell’angolo del giardino, che contemplo: non so cosa ci sia, laggiù, che ha fatto proliferare quel grumo di coleotteri, non conosco l’epopea delle larve che si sono fatte strada tra quei cumoli di rifiuti, dirette verso qualcosa che noi, le non-larve, non conosceremo mai. Intorno al caldo bagliore del lampione, uno sciame di altri insetti – i loro corpi flebili, le flebili ombre, come i fili di un maglione o i capelli attratti dall’elettricità statica – che quando comincia l’autunno afferrano la vita sbattendo contro i vetri delle finestre, come i ninnoli di una giostra invisibile, finché non scompaiono, senza che nessuno se ne accorga.
Tor Ulven
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