In morte di Vittorio Messori

Pangea - Wednesday, April 29, 2026

Provo una discreta antipatia per i così detti «coccodrilli», ciò è a dire gli articoli sguinzagliati all’indomani della morte d’una persona celebre. Essi sono quasi sempre falsi rettorici sentimentaloidi e fintamente appassionati; sovente servono per rimediare al lungo oblio in che il morto, quand’era vivo, era stato abbandonato; per di più, come sa chiunque conosca un poco il mondo dell’informazione, essi sono in moltissimi casi preconfezionati: nelle redazioni, infatti, si apparecchiano in vista di una dipartita e li si surgela, per poi decongelarli non appena un’agenzia di stampa o chi per essa diffonderà la notizia di una morte eccellente.

Quando invece vengono confezionati all’ultimo minuto per un morto imprevisto o trascurato, appaiono sgangherati e abborracciati, poiché composti di fretta e con fonti inaffidabili e inverificate.

Insomma, il «coccodrillo» non è un genere nobile, anche se certamente ci sono lodevoli eccezioni, pur rara avis.

Mi sto dunque contraddicendo con questo intervento? No, affatto; e per diverse ragioni.

Anzitutto, ho dedicato a Vittorio Messori ben due articoli, ancòra in bozza, mai però consegnati a questa rivista per faccende personali. La seconda ragione spiega anche la precedente: partito da un’iniziale forte insofferenza per Messori, dovuta a pregiudizio, sono trascorso alla stima grazie sopra tutto a Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, uno dei suoi libri più eloquenti delle sue notevoli capacità.

Messori è, per l’appunto, a mio bensì trascurabile ma non imponderato avviso, uno dei pochi, pochissimi scrittori italiani, sia contemporanei sia dell’intiero Novecento, meritevole a vario titolo d’esser letto e riletto.

Terzo movente: egli è, sebbene in maniera un poco dedalèa, legato a «Pangea» e a una parte dei suoi lettori, giacché Davide Brullo fu amico di Cesare Cavalleri, (col quale peraltro collaborai anch’io pubblicando diversi articoli per «Studi Cattolici»), alla sua volta amico di Messori e dominus della casa editrice Ares, che ha da diversi anni rimessa in circolazione una larga parte dell’opera messoriana.

Mi sembrano tutti ottimi motivi per spendere le parole che ora, finalmente, vengono.

Non offenderò il nostro lettore impartendogli una lezioncina da bignami: Vittorio Messori nacque visse bla bla bla. Tenterò, in vece, un ritratto essenziale, tracciato in chiaroscuro, utile, spero, a collocare meglio questa singolare figura al di là della formoletta – che dice tutto e niente e può anzi essere repulsiva – di «scrittore cattolico», adoperata, ça va sans dire, da sempre da tutti i mezzi di presunta informazione, e che suonò sempre, come nelle intenzioni dei padroni del discorso, uno stigma.

Dirò quindi sùbito della sua intelligenza e cultura straordinarie, ciò che, in ispecie di questi tempi, non è per nulla scontato né, ahinoi, richiesto.

Se, in quell’estate del 1964, l’anonimo studente di Scienze politiche presso l’ateneo torinese e impiegato notturno della Stipel, non fosse anch’egli stato disarcionato da cavallo e «costretto» (parola dell’interessato) alla sequela del Cristo, la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale avrebbero ben presto veduto dalle schiere dei suoi nemici stagliarsene uno temibilissimo.

Messori, infatti, in quel torno, si stava preparando a diventare un intellettuale di punta della cultura e (latu senso) della politica democratica antifascista e anticlericale, anticristiana, giacché questo egli desiderava e così se lo stavano allevando, o meglio: addestrando, i suoi maestri Luigi Firpo Norberto Bobbio e sopra tutto Alessandro Galante Garrone, che aveva veduto in Messori il miglior soldato per la loro causa, destinato, per le spiccate doti intellettuali e morali, a una carriera da ufficiale.

La trama fu interrotta sviata e ritessuta a tal segno da far subire a Messori, con perfetta coerenza democratica, l’immediato rinnegamento da parte del suo mèntore: quando il giovane rivelò al professor Garrone della conversione, questi fu assai poco… galante e lo liquidò, stroncandogli una promessa carriera universitaria in qualità di suoi assistente, peraltro imminente giacché Messori era per laurearsi di lì a breve tempo.

La conversione, in parentesi, gli costò anche il rinnegamento da parte della madre. La donna, quando il figlio era già noto, trovandosi una volta a dover dire il nome da coniugata e richiesta di una eventuale parentela col «famoso scrittore cattolico», recisamente negò. L’ateismo e l’anticlericalismo della donna, antica romagnola, soverchiarono il naturale amore materno. Sarà per questo, e lo dico col rispetto per tutti i morti, che Vittorio Messori compose circa mille pagine, e tra le sue più appassionate, sulla madre di Gesù. Si veda, eminentemente, Ipotesi su Maria.

Egli ha da mostrare le sue perspicue doti anche sul piano letterario. La prosa è chiara elegante e dallo stile personale e inconfondibile, e lo rende uno dei massimi esempii di quel felice ibrido (quando non devii in aborto) di giornalista-scrittore. A tratti resulta freddo; ma ciò è dovuto, io credo, all’acribia e alla delicatezza degli argomenti, alla volontà di passare certi fatti e prospettive ricusati e scontorti dal nostro tempo, bensì con slancio, che in Messori non manca mai, ma sempre guidato e comandato dalla ragione, a cui, egli menava vanto, mai è stato tentato di renunziare (anche se più oltre ne vedremo qualche deroga).

Talora lo si vorrebbe più sanguigno; ma ci si deve, per dir così, contentare di un plateau di strumenti chirurgici.

Una dotazione, questa, che gli servì per tutta la vita, e ciò è insino a una decina d’anni avanti di morire, a render ragione della fede cristiana e cattolica, non già però a sé stesso (gli fu tutto trasparente e stabile, afferma più volte, sin dall’inizio), quanto più tosto ad altrui, fosse l’agnostico il miscredente il cattolico tiepido ovvero partito per una delle tante, troppe tangenti centrifughe allestite da sbarazzini creativi dopo Concilio Vaticano II e di certo dalla Chiesa incentivate.

Sicché dodici anni dopo la sua Damasco, trascorsi nel più profondo silenzio meditativo e studioso, Messori potette pubblicare, con tanto di imprimatur ufficiale, esigenza cui non si sente sommesso più alcun cattolico, quelle Ipotesi su Gesù, che nel volger d’una manciata di mesi e fors’anche di settimane divenne uno speciosissimo caso editoriale,che meriterebbe l’interessamento di qualche esperto di comunicazione ed editoria.

La casa editrice – la scomparsa Sei, salesiana e quindi attenta ai movimenti della scarsella – partì con un tiratura infima; ma si ritrovò ben presto a dover sorvegliare le rotative affinché il numero sempre crescente di copie non le facesse saltare; e quasi sùbito numerosi editori stranieri acquistarono i diritti di traduzione. Merito o, a seconda, colpa della potente “propaganda clericale”? Macché. Mediamente le biblioteche dei cattolici, laici e non, sono abbastanza, a dir poco, ridotte. Inoltre, ciò che pochi sanno, l’editoria cattolica in Italia è estromessa dai circuiti distributivi e pubblicitarii “normali”, così come resta esclusa dalle pagine culturali della stampa e della televisione. Fateci caso. Ed è un dato su cui riflettere, che dà di che pensare sull’etica e la politica italiane dall’Unità a oggi.

Le Ipotesi su Gesù si fecero largo, a mia vista, per una doppia linea di forza: era la prima indagine storica sulla dibattuta figura allo stesso tempo informata di studii e documenti ed esposta in lettere accessibili anche ai non specialisti. Vennero di poi il citato Scommessa sulla morte e, a completare l’inchiesta su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?e Dicono che è risorto, che, giusta l’autore, stabilivano in via definitiva e inoppugnabile la fondatezza storica degli Evangeli.

Di Vittorio Messori va rilevato anche il coraggio, che emerge nei cinque spessi tomi antologici della rubrica «Vivaio» (circa i quali darò, più oltre a margine, una notizia istruttiva). Acquisita e consolidata autorevolezza, lo scrittore s’inventò questo spazio per cimentarsi nella difesa da ben riescite incursioni bombarole manomissioni e omissioni d’oltre due secoli, non soltanto di una fede ma altrettanto di una concezione del mondo, di un’attualità, di una storia. E occorre davvero coraggio – insieme a preparazione e qualche santo in paradiso – per svergognare e sbugiardare le solfe ufficiali, a esempio, sulle crociate, sull’Inquisizione, sulle imprese spagnole al di là dell’Atlantico, sui così detti fascismi, sul risorgimento, sui santoni dell’intellettualità progressista, sugli ebrei e il loro olocausto, etcoetera; e altrettanto per sferzare certe tendenze della stessa Chiesa e di certi cattolici.

Un tal coraggio però costò talora assai.

Dimostrazione di quanto amplissime porzioni di sedicenti cattolici abbiano perfettamente aderito alla più deleteria mentalità moderna, è il destino dei primi tre volumi del «Vivaio»: Pensare la storia, La sfida della fede e Le cose della vita, stampati tra il 1992 e il 1995 dalle Edizioni Paoline. Quando queste mutarono dirigenza – ma ufficialmente non abdicando alla missione avviata dal fondatore, don Alberione –, estromisero i tomi dal catalogo, e senza avvisare l’autore. Scarse vendite? Per nulla, anzi: quando Messori, richiesto circa il loro destino da affezionati lettori, interpellò i piani alti dell’editore, gli fu risposto: che i libri avevano sì venduto benissimo e avrebbero seguitato a farlo, e come; ma che, adesso, il loro contenuto suscitava loro ribrezzo. (Messori corse però al riparo e trovò un altro editore, SugarCo, che li ristampa ancòra, e vi aggiunge gli ultimi due: Emporio cattolico e La luce e le tenebre).

Duplice fu invece lo scotto pagato, in precedenza, per Rapporto sulla fede, libro intervista del 1985 con Joseph Ratzinger, allora Prefetto dell’ex Sant’Offizio. Anzitutto una grande catena di librerie cattoliche, pur essendo il protagonista del lavoro il braccio (armato) destro di Giovanni Paolo II e pur essendo pubblicato dalle Edizioni Paoline, mai lo espose, riservandolo soltanto, e su richiesta, a clienti fidatissimi, quasi tutti ostili a Ratzinger. Ma ciò che è a dir poco sconcertante (se non conoscessimo certi scheràni), fu che Messori non soltanto ricevette critiche e insulti asperrimi, ma dové per due mesi riparare in una località segreta a causa di minacce di morte, provenienti sopra tutto dal mondo cattolico. La colpa? Aver portata a tutti la voce del germanico inquisitore.

Quando certe parole, per non dire i fatti e la ragione, o almeno la ragionevolezza, contrastano con l’ideologia progressista si procede come vediamo; e se le pagine di Messori scatenano così furibonde ire, forse c’è in esse qualcosa da ascoltare con attenzione, che dispiace ai padroni delle ferriere.

Il cattolico ambizioso e chiunque voglia conoscere di più e meglio la propria fede e storia, la direttrice e le stazioni etiche, troverà in Vittorio Messori una fonte trabocchevole, un uomo che ha cercato di ragionare sul mondo e sul cristianesimo sondandone innumeri anfratti, insomma un apologista di razza e di peso, assai superiore – mi si consenta – di Frossard o anche di quel Jean Guitton, del quale egli fu amico e, a detta del francese, unico erede.

* * *

Se fino a ora abbiamo contemplati, almeno in parte, i tratti luminosi, adesso dobbiamo trascorre a perlustrare d’altro segno.

Sempre alberga nel convertito uno zelo eccessivo, che spesso fa perdere la Trebisonda e appanna la vista, ovvero esaspera le cose in maniera talora grottesca e che, per inciso, non giova né all’apologista, né alla sua causa, quale che sia, come accade negli esempii che ora arrivano. Tra gli oltre venti libri di Messori ci sono Bernadette non ci ha ingannati, chiaramente su Lourdes, e Il miracolo, dedicato a un prodigio mariano, avvenuto nella Spagna del 1640: niente di meno che la saldatura d’una gamba, amputata due anni avanti e seppellita lontano dal possessore. Un evento così sconcertante e unico, da indurre i cattolici iberici a definirlo «el milagro», il miracolo appunto, con l’articolo determinativo.

Messori contribuisce a svelare e a raccontare, sin nei minimi dettagli, introvabili altrove, eventi e volti, non peritandosi di denudare campioni della miscredenza e del razionalismo, per quanto riguarda Lourdes eminentemente Émile Zola, uno dei più assidui indagatori delle apparizioni, ma che, né nel romanzo Lourdes, né fuori, appare – tutt’altro – il rigoroso campione dell’oggettività naturalistica che ammiriamo.

Eppure molto di queste imprese poliziesche, nel miglior senso della parola, lascia perplessi: non è tanto ciò che Messori dice quanto più tosto ciò ch’egli non vede e quindi tace a non poter conquistare alla causa eventuali lettori diffidenti o esigenti. Le vicende sono estremamente lunghe e complesse e non possiamo di certo sondarle. Basterà qualche quadro.

Nell’opera su Lourdes leggiamo: «Se a Bernadette l’Apparizione parlò non in francese, orgogliosa lingua “imperiale”, ma nello stretto dialetto della vallata pirenaica, forse è anche per ammonire sui pericoli di quel nazionalismo che porterà poi alle guerre devastanti che sappiamo» (Mondadori 2012, p. 6). Il riferimento è ai nazionalismi del Novecento. Il prudente «forse» nel bel mezzo è insufficiente per ripararsi da una severa critica.

Qui lo zelo del convertito procura di offrire una spiegazione e una giustificazione a uno dei tanti fatti della vicenda in grado di mettere a durissima prova la veracità di questo – la Madre d’Iddio che parla un dialettaccio di contadini e pastori? –, ma lo scioglie con una congettura davvero imbarazzante infondata arbitraria, nonché sospetta, dacché lo stesso Messori, in più momenti delle sue opere, esecra il nazionalismo novecentesco.

Chiunque, inoltre, potrebbe al contrario affermare che il dialetto sarebbe potuto servire a esaltare un localismo non soltanto anch’esso foriero talora di crepitii e urti storici ed etnici, ma affatto in contraddizione clamorosa con l’universalismo che dice la parola «catholica». E poi: perché la Madonna avrebbe dovuto, peraltro in modo così obliquo, mettere in guardia contro il nazionalismo venturo e non contro quelli che si stavano prepotentemente concretando e sollevando proprio in quel 1858, in che principiarono le apparizioni, e cucinati eminentemente proprio in Francia?

Interpretare dettagli in un evento di per sé oltremodo dubbio per aumentarne la portata è un esercizio rischiosissimo per la propria immagine, e può sconfinare nelle lande del sogno.

Più oltre: «Lourdes non è un concetto astratto, è un evento storico che la storia può ricostruire con ampiezza di documentazione, giungendo – dopo aver tutto esaminato – all’accettazione di un paradosso. E, cioè, come avviene, peraltro, per la figura stessa del Gesù storico: a un certo punto della ricerca, è la ragione stessa a riconoscere che, per capire, bisogna far posto al Mistero, occorre ridare diritto di cittadinanza a ciò che non contrasta con la ragione ma va al di là di essa» (ib., p. 17, corsivo mio).

So per assidue perlustrazioni e mappature quanto le scienze dure, così dette e pretese “esatte”, sono, sopra tutto a detta di enormi addetti ai lavori (penso a un Tipler e a un Penrose), ora condizionate, ora intrise di malafede in ispecie quando siano chiamate a esprimersi su fenomeni extra-naturali. Sicché non sarò certo io a pretendere che siano esse ad avere l’ultima parola. Ma temo che veramente non proprio tutto sia stato esaminato, almeno non da chi abbiamo ascoltato. Tanto per dirne una, Messori non fa il benché minimo cenno ai contributi di uno Schopenhauer Sulla visione degli spiriti, etcoetera, presente nei Parerga e paralipomena, o ad altre consimili indagini, le quali, pur non negando affatto la veridicità di certi fenomeni, si incaricano di fornire una spiegazione razionale e ragionevole, che nulla toglie al fascino e al mistero, ma che mette al riparo da conclusioni emotive, e universalmente e teologicamente pretese valide.

Esiste ormai un’ampia letteratura – seria, sine ira et studio – sulle qualsivoglia apparizioni o cose simili, che ne spiegherebbero natura e origine senza ricorrere a interventi di esseri la cui stessa esistenza è dubbia.

Quanto al Miracolo, pur essendo opera fitta d’informazioni, essa è deserta di svariate possibilità di spiegazione, che potrebbero indurre a ipotizzare una buggeratura da parte dei protagonisti. E come sa qualsiasi storico o buon lettore di storia, pervenire a una verità storica certa o quasi certa su eventi così lontani, è assai arduo, sopra tutto in casi marginali come quello, dacché si tratta di dinamiche circoscritte a un minuscolo e remoto nel tempo villaggio alla periferia europea. E ciò non contando quanto fosse facile all’epoca truccare le carte, in un ambiente di rocciosa fede poi.

Inoltre mi domando: se, come scrive Messori, «el milagro» è così incontestabile da mettere a tacere qualsiasi dubbio non soltanto sui miracoli cristiani, ma altrettanto sulla fede e la dottrina cristiane, perché la Chiesa non ne issa gli stendardi e anzi quasi non lo nomina? Dal 1640 quello di Messori è l’unico libro sulla vicenda. Si ritiene forse, consciamente o meno, che «el milagro» sia troppo sfacciatamente miracoloso da suscitare legittimi sospetti e magari indagini più spregiudicate? Oppure il materiale per le verifiche sia insufficiente o sospetto?

In  estrema sintesi, tornando a Messori in generale, dico che egli ha coltivato un grande e bell’albero, frondoso e carico di frutti sani e succosi, che ristora lo sguardo e l’anima, ma che talora, proprio con la sua grandezza, occlude la vista: a chi voglia contemplare il panorama e l’orizzonte, e altrettanto a chi vi si è abbarbicato. E Messori è tanto generoso che molto altro ci sarebbe da dire per ricordarlo. Ma lo spazio ce lo proibisce e inoltre forse abbiamo addirittura fatto un torto a Messori con questo articolo. Egli era contrario alle commemorazioni funebri, e così dice: la Chiesa «condanna (…) il crogiolarsi morboso nel ricordo e nel rimpianto: senza dimenticare il passato, è nel futuro che bisogna protendersi, quel futuro nel quale i nostri morto sono già entrati (…). L’Ordo exequiarum raccomanda di evitare – nell’omelia del prete che presiede il rito – “il genere letterario dell’elogio funebre”. I cristiani, cioè, prendono le distanze dalle usanze laiche [aggiungerei anche protestanti, ndr], dai funerali civili che hanno come momento forte il discorso presso la tomba aperta. Il “mondo” non può far altro che ricordare, che suscitare malinconia e rimpianto, rievocando (e così spesso ipocritamente) i “meriti” del defunto. Il “mondo” guarda al passato; il vangelo guarda la futuro: il fratello scomparso è additato a Dio e alla sua misericordia, non sta a noi farne gli avvocati d’ufficio. A noi sta leggere la Parola che ci sradica dalla penombra della storia e ci proietta al di là, nella luce che non conosce tramonto. A noi sta suscitare speranza nei superstiti, non disperazione ricamando sulla “perdita irreparabile”» (Scommessa sulla morte, Sei 1982, pp. 312-313).

Ma questo vale solo per i cristiani e, per giunta, in àmbito liturgico, quindi io mi sono sentito svincolato da questi ammonimenti.

E, a proposito di commemorazioni, avanti di congedarmi, mi preme di spiegare ancòra una ragione dietro a queste righe, la più importante. È la seguente.

Mi sono accorto di qualcosa cui non tutti prestano attenzione, nemmeno i più accorti, e che, tra l’altro, fa il paio con quanto dicemmo circa la sorte della pubblicistica cattolica. Ed è la seguente. 

Mentre i cattolici leggono anche autori laici, magari anticlericali e miscredenti, assai di rado, per non dire quasi mai, avviene il contrario, se non quando si vuole – o si deve, in obbedienza a ordini di scuderia – muover guerra al cristianesimo e a Roma. E se il qualunque individuo, in un pubblico o privato consesso, dirà di leggere, poniamo, Hegel o Noam Chomsky, una biografia di Napoleone o un trattato di entomologia, riceverà rispetto e ammirazione. Ma non appena dichiarerà d’esser alle prese con un trattato di teologia dogmatica o con l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, sarà riguardato come un mattarello, un perdigiorno, un epigono di Bernardino Lamis, il protagonista della novella L’eresia càtara di Pirandello, con l’aggravante d’interessarsi a una vicenda e a una dottrina che, si solfeggia, hanno arrecato così tanto male. Un contegno identico a quello dei fanatici religiosi.

Per esser più chiari: dopo la morte di Messori ho vagato in alcune biblioteche pubbliche, dove in bella vista, quando muore qualche noto nome della stramaledetta cultura, allestiscono un banco coi suoi libri. A esempio lo fecero con Gianni Vattimo e con quella sarda che non stava mai zitta. Ebbene, ora nessuna traccia di uno spazio dedicato a Messori.

Quando chiesi ragione alle responsabili di quell’assenza, con le mutrie scontorte, una mi disse che «di quello» non avevano nemmeno un titolo, le altre che si trattava di «un autore irrilevante e vecchio, che non interessa a nessuno».

Si converrà: Torquemada aveva un altro stile.

Luca Bistolfi

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