Provo una discreta antipatia per i così detti «coccodrilli», ciò è a dire gli
articoli sguinzagliati all’indomani della morte d’una persona celebre. Essi sono
quasi sempre falsi rettorici sentimentaloidi e fintamente appassionati; sovente
servono per rimediare al lungo oblio in che il morto, quand’era vivo, era stato
abbandonato; per di più, come sa chiunque conosca un poco il mondo
dell’informazione, essi sono in moltissimi casi preconfezionati: nelle
redazioni, infatti, si apparecchiano in vista di una dipartita e li si surgela,
per poi decongelarli non appena un’agenzia di stampa o chi per essa diffonderà
la notizia di una morte eccellente.
Quando invece vengono confezionati all’ultimo minuto per un morto imprevisto o
trascurato, appaiono sgangherati e abborracciati, poiché composti di fretta e
con fonti inaffidabili e inverificate.
Insomma, il «coccodrillo» non è un genere nobile, anche se certamente ci sono
lodevoli eccezioni, pur rara avis.
Mi sto dunque contraddicendo con questo intervento? No, affatto; e per diverse
ragioni.
Anzitutto, ho dedicato a Vittorio Messori ben due articoli, ancòra in bozza, mai
però consegnati a questa rivista per faccende personali. La seconda ragione
spiega anche la precedente: partito da un’iniziale forte insofferenza per
Messori, dovuta a pregiudizio, sono trascorso alla stima grazie sopra tutto
a Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, uno dei
suoi libri più eloquenti delle sue notevoli capacità.
Messori è, per l’appunto, a mio bensì trascurabile ma non imponderato avviso,
uno dei pochi, pochissimi scrittori italiani, sia contemporanei sia dell’intiero
Novecento, meritevole a vario titolo d’esser letto e riletto.
Terzo movente: egli è, sebbene in maniera un poco dedalèa, legato a «Pangea» e a
una parte dei suoi lettori, giacché Davide Brullo fu amico di Cesare Cavalleri,
(col quale peraltro collaborai anch’io pubblicando diversi articoli per «Studi
Cattolici»), alla sua volta amico di Messori e dominus della casa editrice Ares,
che ha da diversi anni rimessa in circolazione una larga parte dell’opera
messoriana.
Mi sembrano tutti ottimi motivi per spendere le parole che ora, finalmente,
vengono.
Non offenderò il nostro lettore impartendogli una lezioncina da bignami:
Vittorio Messori nacque visse bla bla bla. Tenterò, in vece, un ritratto
essenziale, tracciato in chiaroscuro, utile, spero, a collocare meglio questa
singolare figura al di là della formoletta – che dice tutto e niente e può anzi
essere repulsiva – di «scrittore cattolico», adoperata, ça va sans dire, da
sempre da tutti i mezzi di presunta informazione, e che suonò sempre, come nelle
intenzioni dei padroni del discorso, uno stigma.
Dirò quindi sùbito della sua intelligenza e cultura straordinarie, ciò che, in
ispecie di questi tempi, non è per nulla scontato né, ahinoi, richiesto.
Se, in quell’estate del 1964, l’anonimo studente di Scienze politiche presso
l’ateneo torinese e impiegato notturno della Stipel, non fosse anch’egli stato
disarcionato da cavallo e «costretto» (parola dell’interessato) alla sequela del
Cristo, la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale avrebbero ben presto
veduto dalle schiere dei suoi nemici stagliarsene uno temibilissimo.
Messori, infatti, in quel torno, si stava preparando a diventare un
intellettuale di punta della cultura e (latu senso) della politica democratica
antifascista e anticlericale, anticristiana, giacché questo egli desiderava e
così se lo stavano allevando, o meglio: addestrando, i suoi maestri Luigi Firpo
Norberto Bobbio e sopra tutto Alessandro Galante Garrone, che aveva veduto in
Messori il miglior soldato per la loro causa, destinato, per le spiccate doti
intellettuali e morali, a una carriera da ufficiale.
La trama fu interrotta sviata e ritessuta a tal segno da far subire a Messori,
con perfetta coerenza democratica, l’immediato rinnegamento da parte del suo
mèntore: quando il giovane rivelò al professor Garrone della conversione, questi
fu assai poco… galante e lo liquidò, stroncandogli una promessa carriera
universitaria in qualità di suoi assistente, peraltro imminente giacché Messori
era per laurearsi di lì a breve tempo.
La conversione, in parentesi, gli costò anche il rinnegamento da parte della
madre. La donna, quando il figlio era già noto, trovandosi una volta a dover
dire il nome da coniugata e richiesta di una eventuale parentela col «famoso
scrittore cattolico», recisamente negò. L’ateismo e l’anticlericalismo della
donna, antica romagnola, soverchiarono il naturale amore materno. Sarà per
questo, e lo dico col rispetto per tutti i morti, che Vittorio Messori compose
circa mille pagine, e tra le sue più appassionate, sulla madre di Gesù. Si veda,
eminentemente, Ipotesi su Maria.
Egli ha da mostrare le sue perspicue doti anche sul piano letterario. La prosa è
chiara elegante e dallo stile personale e inconfondibile, e lo rende uno dei
massimi esempii di quel felice ibrido (quando non devii in aborto) di
giornalista-scrittore. A tratti resulta freddo; ma ciò è dovuto, io credo,
all’acribia e alla delicatezza degli argomenti, alla volontà di passare certi
fatti e prospettive ricusati e scontorti dal nostro tempo, bensì con slancio,
che in Messori non manca mai, ma sempre guidato e comandato dalla ragione, a
cui, egli menava vanto, mai è stato tentato di renunziare (anche se più oltre ne
vedremo qualche deroga).
Talora lo si vorrebbe più sanguigno; ma ci si deve, per dir così, contentare di
un plateau di strumenti chirurgici.
Una dotazione, questa, che gli servì per tutta la vita, e ciò è insino a una
decina d’anni avanti di morire, a render ragione della fede cristiana e
cattolica, non già però a sé stesso (gli fu tutto trasparente e stabile, afferma
più volte, sin dall’inizio), quanto più tosto ad altrui, fosse l’agnostico il
miscredente il cattolico tiepido ovvero partito per una delle tante, troppe
tangenti centrifughe allestite da sbarazzini creativi dopo Concilio Vaticano II
e di certo dalla Chiesa incentivate.
Sicché dodici anni dopo la sua Damasco, trascorsi nel più profondo silenzio
meditativo e studioso, Messori potette pubblicare, con tanto di imprimatur
ufficiale, esigenza cui non si sente sommesso più alcun
cattolico, quelle Ipotesi su Gesù, che nel volger d’una manciata di mesi e
fors’anche di settimane divenne uno speciosissimo caso editoriale,che
meriterebbe l’interessamento di qualche esperto di comunicazione ed editoria.
La casa editrice – la scomparsa Sei, salesiana e quindi attenta ai movimenti
della scarsella – partì con un tiratura infima; ma si ritrovò ben presto a dover
sorvegliare le rotative affinché il numero sempre crescente di copie non le
facesse saltare; e quasi sùbito numerosi editori stranieri acquistarono i
diritti di traduzione. Merito o, a seconda, colpa della potente “propaganda
clericale”? Macché. Mediamente le biblioteche dei cattolici, laici e non, sono
abbastanza, a dir poco, ridotte. Inoltre, ciò che pochi sanno, l’editoria
cattolica in Italia è estromessa dai circuiti distributivi e pubblicitarii
“normali”, così come resta esclusa dalle pagine culturali della stampa e della
televisione. Fateci caso. Ed è un dato su cui riflettere, che dà di che pensare
sull’etica e la politica italiane dall’Unità a oggi.
Le Ipotesi su Gesù si fecero largo, a mia vista, per una doppia linea di forza:
era la prima indagine storica sulla dibattuta figura allo stesso tempo informata
di studii e documenti ed esposta in lettere accessibili anche ai non
specialisti. Vennero di poi il citato Scommessa sulla morte e, a completare
l’inchiesta su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?e Dicono che è risorto, che,
giusta l’autore, stabilivano in via definitiva e inoppugnabile la fondatezza
storica degli Evangeli.
Di Vittorio Messori va rilevato anche il coraggio, che emerge nei cinque spessi
tomi antologici della rubrica «Vivaio» (circa i quali darò, più oltre a margine,
una notizia istruttiva). Acquisita e consolidata autorevolezza, lo scrittore
s’inventò questo spazio per cimentarsi nella difesa da ben riescite incursioni
bombarole manomissioni e omissioni d’oltre due secoli, non soltanto di una fede
ma altrettanto di una concezione del mondo, di un’attualità, di una storia. E
occorre davvero coraggio – insieme a preparazione e qualche santo in paradiso –
per svergognare e sbugiardare le solfe ufficiali, a esempio, sulle crociate,
sull’Inquisizione, sulle imprese spagnole al di là dell’Atlantico, sui così
detti fascismi, sul risorgimento, sui santoni dell’intellettualità progressista,
sugli ebrei e il loro olocausto, etcoetera; e altrettanto per sferzare certe
tendenze della stessa Chiesa e di certi cattolici.
Un tal coraggio però costò talora assai.
Dimostrazione di quanto amplissime porzioni di sedicenti cattolici abbiano
perfettamente aderito alla più deleteria mentalità moderna, è il destino dei
primi tre volumi del «Vivaio»: Pensare la storia, La sfida della fede e Le cose
della vita, stampati tra il 1992 e il 1995 dalle Edizioni Paoline. Quando queste
mutarono dirigenza – ma ufficialmente non abdicando alla missione avviata dal
fondatore, don Alberione –, estromisero i tomi dal catalogo, e senza avvisare
l’autore. Scarse vendite? Per nulla, anzi: quando Messori, richiesto circa il
loro destino da affezionati lettori, interpellò i piani alti dell’editore, gli
fu risposto: che i libri avevano sì venduto benissimo e avrebbero seguitato a
farlo, e come; ma che, adesso, il loro contenuto suscitava loro ribrezzo.
(Messori corse però al riparo e trovò un altro editore, SugarCo, che li ristampa
ancòra, e vi aggiunge gli ultimi due: Emporio cattolico e La luce e le tenebre).
Duplice fu invece lo scotto pagato, in precedenza, per Rapporto sulla fede,
libro intervista del 1985 con Joseph Ratzinger, allora Prefetto dell’ex
Sant’Offizio. Anzitutto una grande catena di librerie cattoliche, pur essendo il
protagonista del lavoro il braccio (armato) destro di Giovanni Paolo II e pur
essendo pubblicato dalle Edizioni Paoline, mai lo espose, riservandolo soltanto,
e su richiesta, a clienti fidatissimi, quasi tutti ostili a Ratzinger. Ma ciò
che è a dir poco sconcertante (se non conoscessimo certi scheràni), fu che
Messori non soltanto ricevette critiche e insulti asperrimi, ma dové per due
mesi riparare in una località segreta a causa di minacce di morte, provenienti
sopra tutto dal mondo cattolico. La colpa? Aver portata a tutti la voce del
germanico inquisitore.
Quando certe parole, per non dire i fatti e la ragione, o almeno la
ragionevolezza, contrastano con l’ideologia progressista si procede come
vediamo; e se le pagine di Messori scatenano così furibonde ire, forse c’è in
esse qualcosa da ascoltare con attenzione, che dispiace ai padroni delle
ferriere.
Il cattolico ambizioso e chiunque voglia conoscere di più e meglio la propria
fede e storia, la direttrice e le stazioni etiche, troverà in Vittorio Messori
una fonte trabocchevole, un uomo che ha cercato di ragionare sul mondo e sul
cristianesimo sondandone innumeri anfratti, insomma un apologista di razza e di
peso, assai superiore – mi si consenta – di Frossard o anche di quel Jean
Guitton, del quale egli fu amico e, a detta del francese, unico erede.
* * *
Se fino a ora abbiamo contemplati, almeno in parte, i tratti luminosi, adesso
dobbiamo trascorre a perlustrare d’altro segno.
Sempre alberga nel convertito uno zelo eccessivo, che spesso fa perdere la
Trebisonda e appanna la vista, ovvero esaspera le cose in maniera talora
grottesca e che, per inciso, non giova né all’apologista, né alla sua causa,
quale che sia, come accade negli esempii che ora arrivano. Tra gli oltre venti
libri di Messori ci sono Bernadette non ci ha ingannati, chiaramente su Lourdes,
e Il miracolo, dedicato a un prodigio mariano, avvenuto nella Spagna del 1640:
niente di meno che la saldatura d’una gamba, amputata due anni avanti e
seppellita lontano dal possessore. Un evento così sconcertante e unico, da
indurre i cattolici iberici a definirlo «el milagro», il miracolo appunto, con
l’articolo determinativo.
Messori contribuisce a svelare e a raccontare, sin nei minimi dettagli,
introvabili altrove, eventi e volti, non peritandosi di denudare campioni della
miscredenza e del razionalismo, per quanto riguarda Lourdes eminentemente Émile
Zola, uno dei più assidui indagatori delle apparizioni, ma che, né nel
romanzo Lourdes, né fuori, appare – tutt’altro – il rigoroso campione
dell’oggettività naturalistica che ammiriamo.
Eppure molto di queste imprese poliziesche, nel miglior senso della parola,
lascia perplessi: non è tanto ciò che Messori dice quanto più tosto ciò ch’egli
non vede e quindi tace a non poter conquistare alla causa eventuali lettori
diffidenti o esigenti. Le vicende sono estremamente lunghe e complesse e non
possiamo di certo sondarle. Basterà qualche quadro.
Nell’opera su Lourdes leggiamo: «Se a Bernadette l’Apparizione parlò non in
francese, orgogliosa lingua “imperiale”, ma nello stretto dialetto della vallata
pirenaica, forse è anche per ammonire sui pericoli di quel nazionalismo che
porterà poi alle guerre devastanti che sappiamo» (Mondadori 2012, p. 6). Il
riferimento è ai nazionalismi del Novecento. Il prudente «forse» nel bel mezzo è
insufficiente per ripararsi da una severa critica.
Qui lo zelo del convertito procura di offrire una spiegazione e una
giustificazione a uno dei tanti fatti della vicenda in grado di mettere a
durissima prova la veracità di questo – la Madre d’Iddio che parla un
dialettaccio di contadini e pastori? –, ma lo scioglie con una congettura
davvero imbarazzante infondata arbitraria, nonché sospetta, dacché lo stesso
Messori, in più momenti delle sue opere, esecra il nazionalismo novecentesco.
Chiunque, inoltre, potrebbe al contrario affermare che il dialetto sarebbe
potuto servire a esaltare un localismo non soltanto anch’esso foriero talora di
crepitii e urti storici ed etnici, ma affatto in contraddizione clamorosa con
l’universalismo che dice la parola «catholica». E poi: perché la Madonna avrebbe
dovuto, peraltro in modo così obliquo, mettere in guardia contro il nazionalismo
venturo e non contro quelli che si stavano prepotentemente concretando e
sollevando proprio in quel 1858, in che principiarono le apparizioni, e cucinati
eminentemente proprio in Francia?
Interpretare dettagli in un evento di per sé oltremodo dubbio per aumentarne la
portata è un esercizio rischiosissimo per la propria immagine, e può sconfinare
nelle lande del sogno.
Più oltre: «Lourdes non è un concetto astratto, è un evento storico che la
storia può ricostruire con ampiezza di documentazione, giungendo – dopo aver
tutto esaminato – all’accettazione di un paradosso. E, cioè, come avviene,
peraltro, per la figura stessa del Gesù storico: a un certo punto della ricerca,
è la ragione stessa a riconoscere che, per capire, bisogna far posto al Mistero,
occorre ridare diritto di cittadinanza a ciò che non contrasta con la ragione ma
va al di là di essa» (ib., p. 17, corsivo mio).
So per assidue perlustrazioni e mappature quanto le scienze dure, così dette e
pretese “esatte”, sono, sopra tutto a detta di enormi addetti ai lavori (penso a
un Tipler e a un Penrose), ora condizionate, ora intrise di malafede in ispecie
quando siano chiamate a esprimersi su fenomeni extra-naturali. Sicché non sarò
certo io a pretendere che siano esse ad avere l’ultima parola. Ma temo che
veramente non proprio tutto sia stato esaminato, almeno non da chi abbiamo
ascoltato. Tanto per dirne una, Messori non fa il benché minimo cenno ai
contributi di uno Schopenhauer Sulla visione degli spiriti, etcoetera, presente
nei Parerga e paralipomena, o ad altre consimili indagini, le quali, pur non
negando affatto la veridicità di certi fenomeni, si incaricano di fornire una
spiegazione razionale e ragionevole, che nulla toglie al fascino e al mistero,
ma che mette al riparo da conclusioni emotive, e universalmente e teologicamente
pretese valide.
Esiste ormai un’ampia letteratura – seria, sine ira et studio – sulle
qualsivoglia apparizioni o cose simili, che ne spiegherebbero natura e origine
senza ricorrere a interventi di esseri la cui stessa esistenza è dubbia.
Quanto al Miracolo, pur essendo opera fitta d’informazioni, essa è deserta di
svariate possibilità di spiegazione, che potrebbero indurre a ipotizzare una
buggeratura da parte dei protagonisti. E come sa qualsiasi storico o buon
lettore di storia, pervenire a una verità storica certa o quasi certa su eventi
così lontani, è assai arduo, sopra tutto in casi marginali come quello, dacché
si tratta di dinamiche circoscritte a un minuscolo e remoto nel tempo villaggio
alla periferia europea. E ciò non contando quanto fosse facile all’epoca
truccare le carte, in un ambiente di rocciosa fede poi.
Inoltre mi domando: se, come scrive Messori, «el milagro» è così incontestabile
da mettere a tacere qualsiasi dubbio non soltanto sui miracoli cristiani, ma
altrettanto sulla fede e la dottrina cristiane, perché la Chiesa non ne issa gli
stendardi e anzi quasi non lo nomina? Dal 1640 quello di Messori è l’unico libro
sulla vicenda. Si ritiene forse, consciamente o meno, che «el milagro» sia
troppo sfacciatamente miracoloso da suscitare legittimi sospetti e magari
indagini più spregiudicate? Oppure il materiale per le verifiche sia
insufficiente o sospetto?
In estrema sintesi, tornando a Messori in generale, dico che egli ha coltivato
un grande e bell’albero, frondoso e carico di frutti sani e succosi, che ristora
lo sguardo e l’anima, ma che talora, proprio con la sua grandezza, occlude la
vista: a chi voglia contemplare il panorama e l’orizzonte, e altrettanto a chi
vi si è abbarbicato. E Messori è tanto generoso che molto altro ci sarebbe da
dire per ricordarlo. Ma lo spazio ce lo proibisce e inoltre forse abbiamo
addirittura fatto un torto a Messori con questo articolo. Egli era contrario
alle commemorazioni funebri, e così dice: la Chiesa «condanna (…) il crogiolarsi
morboso nel ricordo e nel rimpianto: senza dimenticare il passato, è nel futuro
che bisogna protendersi, quel futuro nel quale i nostri morto sono già
entrati (…). L’Ordo exequiarum raccomanda di evitare – nell’omelia del prete che
presiede il rito – “il genere letterario dell’elogio funebre”. I cristiani,
cioè, prendono le distanze dalle usanze laiche [aggiungerei anche protestanti,
ndr], dai funerali civili che hanno come momento forte il discorso presso la
tomba aperta. Il “mondo” non può far altro che ricordare, che suscitare
malinconia e rimpianto, rievocando (e così spesso ipocritamente) i “meriti” del
defunto. Il “mondo” guarda al passato; il vangelo guarda la futuro: il fratello
scomparso è additato a Dio e alla sua misericordia, non sta a noi farne gli
avvocati d’ufficio. A noi sta leggere la Parola che ci sradica dalla penombra
della storia e ci proietta al di là, nella luce che non conosce tramonto. A noi
sta suscitare speranza nei superstiti, non disperazione ricamando sulla “perdita
irreparabile”» (Scommessa sulla morte, Sei 1982, pp. 312-313).
Ma questo vale solo per i cristiani e, per giunta, in àmbito liturgico, quindi
io mi sono sentito svincolato da questi ammonimenti.
E, a proposito di commemorazioni, avanti di congedarmi, mi preme di spiegare
ancòra una ragione dietro a queste righe, la più importante. È la seguente.
Mi sono accorto di qualcosa cui non tutti prestano attenzione, nemmeno i più
accorti, e che, tra l’altro, fa il paio con quanto dicemmo circa la sorte della
pubblicistica cattolica. Ed è la seguente.
Mentre i cattolici leggono anche autori laici, magari anticlericali e
miscredenti, assai di rado, per non dire quasi mai, avviene il contrario, se non
quando si vuole – o si deve, in obbedienza a ordini di scuderia – muover guerra
al cristianesimo e a Roma. E se il qualunque individuo, in un pubblico o privato
consesso, dirà di leggere, poniamo, Hegel o Noam Chomsky, una biografia di
Napoleone o un trattato di entomologia, riceverà rispetto e ammirazione. Ma non
appena dichiarerà d’esser alle prese con un trattato di teologia dogmatica o con
l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, sarà riguardato come un
mattarello, un perdigiorno, un epigono di Bernardino Lamis, il protagonista
della novella L’eresia càtara di Pirandello, con l’aggravante d’interessarsi a
una vicenda e a una dottrina che, si solfeggia, hanno arrecato così tanto male.
Un contegno identico a quello dei fanatici religiosi.
Per esser più chiari: dopo la morte di Messori ho vagato in alcune biblioteche
pubbliche, dove in bella vista, quando muore qualche noto nome della
stramaledetta cultura, allestiscono un banco coi suoi libri. A esempio lo fecero
con Gianni Vattimo e con quella sarda che non stava mai zitta. Ebbene, ora
nessuna traccia di uno spazio dedicato a Messori.
Quando chiesi ragione alle responsabili di quell’assenza, con le mutrie
scontorte, una mi disse che «di quello» non avevano nemmeno un titolo, le altre
che si trattava di «un autore irrilevante e vecchio, che non interessa a
nessuno».
Si converrà: Torquemada aveva un altro stile.
Luca Bistolfi
L'articolo In morte di Vittorio Messori proviene da Pangea.