Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline
alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una
depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre
prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo
stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo
punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo
portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene
gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero
sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in
grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo
fondamentalmente malinconico ed empatico.
Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo
fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori
si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti
raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di
indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i
sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si
ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione
che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola
all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni.
Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un
saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo
su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco
prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno,
cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu
una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di
una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.
Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del
giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del
perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato
nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori
offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la
luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che
dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente
definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un
gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.
In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti
pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella
recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi
principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la
civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più
tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla
conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza
Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più
ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve
distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la
Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse
rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che,
in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più
caustico se non fossi cattolico».
Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al
critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima
abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due
dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a
Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo
di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di
lettere e cartoline.
Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti
oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a
sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra
cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel
1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne,
quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i
rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una
biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i
cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall,
il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il
prestigioso Hawthornden Prize.
Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh
convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia
convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette
figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a
disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo
romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del
XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di
una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare
ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds.
Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di
credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso
le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento
come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a
caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del
1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo
messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta
confessione del suo conservatorismo:
> «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano
> inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della
> loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di
> classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in
> particolare per tenere insieme una nazione».
Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò
che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò
sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero
britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.
Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano
stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come
volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece
crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più
avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti
dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere
ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello
Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione
a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i
britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston
Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942)
– nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un
litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra
una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i
cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste
non ebbero alcun seguito.
Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro
estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì
a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita
costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di
alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra
l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto
bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora
solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi
di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora,
Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella
ma meno signorile.
I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non
era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò
l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo
disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A
maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di
mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959.
Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di
tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una
crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico.
Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure
dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue
allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh
assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo
scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con
la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le
proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert
Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò
una parentesi di sollievo.
Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che
avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente
pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non
voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava
veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di
raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di
opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era
intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:
> «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come
> atto di dovere e di obbedienza».
Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che
la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri,
che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo
satirico.
Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per
indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.
Luca Fumagalli
L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore
contro tutti proviene da Pangea.
Tag - cattolicesimo
Provo una discreta antipatia per i così detti «coccodrilli», ciò è a dire gli
articoli sguinzagliati all’indomani della morte d’una persona celebre. Essi sono
quasi sempre falsi rettorici sentimentaloidi e fintamente appassionati; sovente
servono per rimediare al lungo oblio in che il morto, quand’era vivo, era stato
abbandonato; per di più, come sa chiunque conosca un poco il mondo
dell’informazione, essi sono in moltissimi casi preconfezionati: nelle
redazioni, infatti, si apparecchiano in vista di una dipartita e li si surgela,
per poi decongelarli non appena un’agenzia di stampa o chi per essa diffonderà
la notizia di una morte eccellente.
Quando invece vengono confezionati all’ultimo minuto per un morto imprevisto o
trascurato, appaiono sgangherati e abborracciati, poiché composti di fretta e
con fonti inaffidabili e inverificate.
Insomma, il «coccodrillo» non è un genere nobile, anche se certamente ci sono
lodevoli eccezioni, pur rara avis.
Mi sto dunque contraddicendo con questo intervento? No, affatto; e per diverse
ragioni.
Anzitutto, ho dedicato a Vittorio Messori ben due articoli, ancòra in bozza, mai
però consegnati a questa rivista per faccende personali. La seconda ragione
spiega anche la precedente: partito da un’iniziale forte insofferenza per
Messori, dovuta a pregiudizio, sono trascorso alla stima grazie sopra tutto
a Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, uno dei
suoi libri più eloquenti delle sue notevoli capacità.
Messori è, per l’appunto, a mio bensì trascurabile ma non imponderato avviso,
uno dei pochi, pochissimi scrittori italiani, sia contemporanei sia dell’intiero
Novecento, meritevole a vario titolo d’esser letto e riletto.
Terzo movente: egli è, sebbene in maniera un poco dedalèa, legato a «Pangea» e a
una parte dei suoi lettori, giacché Davide Brullo fu amico di Cesare Cavalleri,
(col quale peraltro collaborai anch’io pubblicando diversi articoli per «Studi
Cattolici»), alla sua volta amico di Messori e dominus della casa editrice Ares,
che ha da diversi anni rimessa in circolazione una larga parte dell’opera
messoriana.
Mi sembrano tutti ottimi motivi per spendere le parole che ora, finalmente,
vengono.
Non offenderò il nostro lettore impartendogli una lezioncina da bignami:
Vittorio Messori nacque visse bla bla bla. Tenterò, in vece, un ritratto
essenziale, tracciato in chiaroscuro, utile, spero, a collocare meglio questa
singolare figura al di là della formoletta – che dice tutto e niente e può anzi
essere repulsiva – di «scrittore cattolico», adoperata, ça va sans dire, da
sempre da tutti i mezzi di presunta informazione, e che suonò sempre, come nelle
intenzioni dei padroni del discorso, uno stigma.
Dirò quindi sùbito della sua intelligenza e cultura straordinarie, ciò che, in
ispecie di questi tempi, non è per nulla scontato né, ahinoi, richiesto.
Se, in quell’estate del 1964, l’anonimo studente di Scienze politiche presso
l’ateneo torinese e impiegato notturno della Stipel, non fosse anch’egli stato
disarcionato da cavallo e «costretto» (parola dell’interessato) alla sequela del
Cristo, la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale avrebbero ben presto
veduto dalle schiere dei suoi nemici stagliarsene uno temibilissimo.
Messori, infatti, in quel torno, si stava preparando a diventare un
intellettuale di punta della cultura e (latu senso) della politica democratica
antifascista e anticlericale, anticristiana, giacché questo egli desiderava e
così se lo stavano allevando, o meglio: addestrando, i suoi maestri Luigi Firpo
Norberto Bobbio e sopra tutto Alessandro Galante Garrone, che aveva veduto in
Messori il miglior soldato per la loro causa, destinato, per le spiccate doti
intellettuali e morali, a una carriera da ufficiale.
La trama fu interrotta sviata e ritessuta a tal segno da far subire a Messori,
con perfetta coerenza democratica, l’immediato rinnegamento da parte del suo
mèntore: quando il giovane rivelò al professor Garrone della conversione, questi
fu assai poco… galante e lo liquidò, stroncandogli una promessa carriera
universitaria in qualità di suoi assistente, peraltro imminente giacché Messori
era per laurearsi di lì a breve tempo.
La conversione, in parentesi, gli costò anche il rinnegamento da parte della
madre. La donna, quando il figlio era già noto, trovandosi una volta a dover
dire il nome da coniugata e richiesta di una eventuale parentela col «famoso
scrittore cattolico», recisamente negò. L’ateismo e l’anticlericalismo della
donna, antica romagnola, soverchiarono il naturale amore materno. Sarà per
questo, e lo dico col rispetto per tutti i morti, che Vittorio Messori compose
circa mille pagine, e tra le sue più appassionate, sulla madre di Gesù. Si veda,
eminentemente, Ipotesi su Maria.
Egli ha da mostrare le sue perspicue doti anche sul piano letterario. La prosa è
chiara elegante e dallo stile personale e inconfondibile, e lo rende uno dei
massimi esempii di quel felice ibrido (quando non devii in aborto) di
giornalista-scrittore. A tratti resulta freddo; ma ciò è dovuto, io credo,
all’acribia e alla delicatezza degli argomenti, alla volontà di passare certi
fatti e prospettive ricusati e scontorti dal nostro tempo, bensì con slancio,
che in Messori non manca mai, ma sempre guidato e comandato dalla ragione, a
cui, egli menava vanto, mai è stato tentato di renunziare (anche se più oltre ne
vedremo qualche deroga).
Talora lo si vorrebbe più sanguigno; ma ci si deve, per dir così, contentare di
un plateau di strumenti chirurgici.
Una dotazione, questa, che gli servì per tutta la vita, e ciò è insino a una
decina d’anni avanti di morire, a render ragione della fede cristiana e
cattolica, non già però a sé stesso (gli fu tutto trasparente e stabile, afferma
più volte, sin dall’inizio), quanto più tosto ad altrui, fosse l’agnostico il
miscredente il cattolico tiepido ovvero partito per una delle tante, troppe
tangenti centrifughe allestite da sbarazzini creativi dopo Concilio Vaticano II
e di certo dalla Chiesa incentivate.
Sicché dodici anni dopo la sua Damasco, trascorsi nel più profondo silenzio
meditativo e studioso, Messori potette pubblicare, con tanto di imprimatur
ufficiale, esigenza cui non si sente sommesso più alcun
cattolico, quelle Ipotesi su Gesù, che nel volger d’una manciata di mesi e
fors’anche di settimane divenne uno speciosissimo caso editoriale,che
meriterebbe l’interessamento di qualche esperto di comunicazione ed editoria.
La casa editrice – la scomparsa Sei, salesiana e quindi attenta ai movimenti
della scarsella – partì con un tiratura infima; ma si ritrovò ben presto a dover
sorvegliare le rotative affinché il numero sempre crescente di copie non le
facesse saltare; e quasi sùbito numerosi editori stranieri acquistarono i
diritti di traduzione. Merito o, a seconda, colpa della potente “propaganda
clericale”? Macché. Mediamente le biblioteche dei cattolici, laici e non, sono
abbastanza, a dir poco, ridotte. Inoltre, ciò che pochi sanno, l’editoria
cattolica in Italia è estromessa dai circuiti distributivi e pubblicitarii
“normali”, così come resta esclusa dalle pagine culturali della stampa e della
televisione. Fateci caso. Ed è un dato su cui riflettere, che dà di che pensare
sull’etica e la politica italiane dall’Unità a oggi.
Le Ipotesi su Gesù si fecero largo, a mia vista, per una doppia linea di forza:
era la prima indagine storica sulla dibattuta figura allo stesso tempo informata
di studii e documenti ed esposta in lettere accessibili anche ai non
specialisti. Vennero di poi il citato Scommessa sulla morte e, a completare
l’inchiesta su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?e Dicono che è risorto, che,
giusta l’autore, stabilivano in via definitiva e inoppugnabile la fondatezza
storica degli Evangeli.
Di Vittorio Messori va rilevato anche il coraggio, che emerge nei cinque spessi
tomi antologici della rubrica «Vivaio» (circa i quali darò, più oltre a margine,
una notizia istruttiva). Acquisita e consolidata autorevolezza, lo scrittore
s’inventò questo spazio per cimentarsi nella difesa da ben riescite incursioni
bombarole manomissioni e omissioni d’oltre due secoli, non soltanto di una fede
ma altrettanto di una concezione del mondo, di un’attualità, di una storia. E
occorre davvero coraggio – insieme a preparazione e qualche santo in paradiso –
per svergognare e sbugiardare le solfe ufficiali, a esempio, sulle crociate,
sull’Inquisizione, sulle imprese spagnole al di là dell’Atlantico, sui così
detti fascismi, sul risorgimento, sui santoni dell’intellettualità progressista,
sugli ebrei e il loro olocausto, etcoetera; e altrettanto per sferzare certe
tendenze della stessa Chiesa e di certi cattolici.
Un tal coraggio però costò talora assai.
Dimostrazione di quanto amplissime porzioni di sedicenti cattolici abbiano
perfettamente aderito alla più deleteria mentalità moderna, è il destino dei
primi tre volumi del «Vivaio»: Pensare la storia, La sfida della fede e Le cose
della vita, stampati tra il 1992 e il 1995 dalle Edizioni Paoline. Quando queste
mutarono dirigenza – ma ufficialmente non abdicando alla missione avviata dal
fondatore, don Alberione –, estromisero i tomi dal catalogo, e senza avvisare
l’autore. Scarse vendite? Per nulla, anzi: quando Messori, richiesto circa il
loro destino da affezionati lettori, interpellò i piani alti dell’editore, gli
fu risposto: che i libri avevano sì venduto benissimo e avrebbero seguitato a
farlo, e come; ma che, adesso, il loro contenuto suscitava loro ribrezzo.
(Messori corse però al riparo e trovò un altro editore, SugarCo, che li ristampa
ancòra, e vi aggiunge gli ultimi due: Emporio cattolico e La luce e le tenebre).
Duplice fu invece lo scotto pagato, in precedenza, per Rapporto sulla fede,
libro intervista del 1985 con Joseph Ratzinger, allora Prefetto dell’ex
Sant’Offizio. Anzitutto una grande catena di librerie cattoliche, pur essendo il
protagonista del lavoro il braccio (armato) destro di Giovanni Paolo II e pur
essendo pubblicato dalle Edizioni Paoline, mai lo espose, riservandolo soltanto,
e su richiesta, a clienti fidatissimi, quasi tutti ostili a Ratzinger. Ma ciò
che è a dir poco sconcertante (se non conoscessimo certi scheràni), fu che
Messori non soltanto ricevette critiche e insulti asperrimi, ma dové per due
mesi riparare in una località segreta a causa di minacce di morte, provenienti
sopra tutto dal mondo cattolico. La colpa? Aver portata a tutti la voce del
germanico inquisitore.
Quando certe parole, per non dire i fatti e la ragione, o almeno la
ragionevolezza, contrastano con l’ideologia progressista si procede come
vediamo; e se le pagine di Messori scatenano così furibonde ire, forse c’è in
esse qualcosa da ascoltare con attenzione, che dispiace ai padroni delle
ferriere.
Il cattolico ambizioso e chiunque voglia conoscere di più e meglio la propria
fede e storia, la direttrice e le stazioni etiche, troverà in Vittorio Messori
una fonte trabocchevole, un uomo che ha cercato di ragionare sul mondo e sul
cristianesimo sondandone innumeri anfratti, insomma un apologista di razza e di
peso, assai superiore – mi si consenta – di Frossard o anche di quel Jean
Guitton, del quale egli fu amico e, a detta del francese, unico erede.
* * *
Se fino a ora abbiamo contemplati, almeno in parte, i tratti luminosi, adesso
dobbiamo trascorre a perlustrare d’altro segno.
Sempre alberga nel convertito uno zelo eccessivo, che spesso fa perdere la
Trebisonda e appanna la vista, ovvero esaspera le cose in maniera talora
grottesca e che, per inciso, non giova né all’apologista, né alla sua causa,
quale che sia, come accade negli esempii che ora arrivano. Tra gli oltre venti
libri di Messori ci sono Bernadette non ci ha ingannati, chiaramente su Lourdes,
e Il miracolo, dedicato a un prodigio mariano, avvenuto nella Spagna del 1640:
niente di meno che la saldatura d’una gamba, amputata due anni avanti e
seppellita lontano dal possessore. Un evento così sconcertante e unico, da
indurre i cattolici iberici a definirlo «el milagro», il miracolo appunto, con
l’articolo determinativo.
Messori contribuisce a svelare e a raccontare, sin nei minimi dettagli,
introvabili altrove, eventi e volti, non peritandosi di denudare campioni della
miscredenza e del razionalismo, per quanto riguarda Lourdes eminentemente Émile
Zola, uno dei più assidui indagatori delle apparizioni, ma che, né nel
romanzo Lourdes, né fuori, appare – tutt’altro – il rigoroso campione
dell’oggettività naturalistica che ammiriamo.
Eppure molto di queste imprese poliziesche, nel miglior senso della parola,
lascia perplessi: non è tanto ciò che Messori dice quanto più tosto ciò ch’egli
non vede e quindi tace a non poter conquistare alla causa eventuali lettori
diffidenti o esigenti. Le vicende sono estremamente lunghe e complesse e non
possiamo di certo sondarle. Basterà qualche quadro.
Nell’opera su Lourdes leggiamo: «Se a Bernadette l’Apparizione parlò non in
francese, orgogliosa lingua “imperiale”, ma nello stretto dialetto della vallata
pirenaica, forse è anche per ammonire sui pericoli di quel nazionalismo che
porterà poi alle guerre devastanti che sappiamo» (Mondadori 2012, p. 6). Il
riferimento è ai nazionalismi del Novecento. Il prudente «forse» nel bel mezzo è
insufficiente per ripararsi da una severa critica.
Qui lo zelo del convertito procura di offrire una spiegazione e una
giustificazione a uno dei tanti fatti della vicenda in grado di mettere a
durissima prova la veracità di questo – la Madre d’Iddio che parla un
dialettaccio di contadini e pastori? –, ma lo scioglie con una congettura
davvero imbarazzante infondata arbitraria, nonché sospetta, dacché lo stesso
Messori, in più momenti delle sue opere, esecra il nazionalismo novecentesco.
Chiunque, inoltre, potrebbe al contrario affermare che il dialetto sarebbe
potuto servire a esaltare un localismo non soltanto anch’esso foriero talora di
crepitii e urti storici ed etnici, ma affatto in contraddizione clamorosa con
l’universalismo che dice la parola «catholica». E poi: perché la Madonna avrebbe
dovuto, peraltro in modo così obliquo, mettere in guardia contro il nazionalismo
venturo e non contro quelli che si stavano prepotentemente concretando e
sollevando proprio in quel 1858, in che principiarono le apparizioni, e cucinati
eminentemente proprio in Francia?
Interpretare dettagli in un evento di per sé oltremodo dubbio per aumentarne la
portata è un esercizio rischiosissimo per la propria immagine, e può sconfinare
nelle lande del sogno.
Più oltre: «Lourdes non è un concetto astratto, è un evento storico che la
storia può ricostruire con ampiezza di documentazione, giungendo – dopo aver
tutto esaminato – all’accettazione di un paradosso. E, cioè, come avviene,
peraltro, per la figura stessa del Gesù storico: a un certo punto della ricerca,
è la ragione stessa a riconoscere che, per capire, bisogna far posto al Mistero,
occorre ridare diritto di cittadinanza a ciò che non contrasta con la ragione ma
va al di là di essa» (ib., p. 17, corsivo mio).
So per assidue perlustrazioni e mappature quanto le scienze dure, così dette e
pretese “esatte”, sono, sopra tutto a detta di enormi addetti ai lavori (penso a
un Tipler e a un Penrose), ora condizionate, ora intrise di malafede in ispecie
quando siano chiamate a esprimersi su fenomeni extra-naturali. Sicché non sarò
certo io a pretendere che siano esse ad avere l’ultima parola. Ma temo che
veramente non proprio tutto sia stato esaminato, almeno non da chi abbiamo
ascoltato. Tanto per dirne una, Messori non fa il benché minimo cenno ai
contributi di uno Schopenhauer Sulla visione degli spiriti, etcoetera, presente
nei Parerga e paralipomena, o ad altre consimili indagini, le quali, pur non
negando affatto la veridicità di certi fenomeni, si incaricano di fornire una
spiegazione razionale e ragionevole, che nulla toglie al fascino e al mistero,
ma che mette al riparo da conclusioni emotive, e universalmente e teologicamente
pretese valide.
Esiste ormai un’ampia letteratura – seria, sine ira et studio – sulle
qualsivoglia apparizioni o cose simili, che ne spiegherebbero natura e origine
senza ricorrere a interventi di esseri la cui stessa esistenza è dubbia.
Quanto al Miracolo, pur essendo opera fitta d’informazioni, essa è deserta di
svariate possibilità di spiegazione, che potrebbero indurre a ipotizzare una
buggeratura da parte dei protagonisti. E come sa qualsiasi storico o buon
lettore di storia, pervenire a una verità storica certa o quasi certa su eventi
così lontani, è assai arduo, sopra tutto in casi marginali come quello, dacché
si tratta di dinamiche circoscritte a un minuscolo e remoto nel tempo villaggio
alla periferia europea. E ciò non contando quanto fosse facile all’epoca
truccare le carte, in un ambiente di rocciosa fede poi.
Inoltre mi domando: se, come scrive Messori, «el milagro» è così incontestabile
da mettere a tacere qualsiasi dubbio non soltanto sui miracoli cristiani, ma
altrettanto sulla fede e la dottrina cristiane, perché la Chiesa non ne issa gli
stendardi e anzi quasi non lo nomina? Dal 1640 quello di Messori è l’unico libro
sulla vicenda. Si ritiene forse, consciamente o meno, che «el milagro» sia
troppo sfacciatamente miracoloso da suscitare legittimi sospetti e magari
indagini più spregiudicate? Oppure il materiale per le verifiche sia
insufficiente o sospetto?
In estrema sintesi, tornando a Messori in generale, dico che egli ha coltivato
un grande e bell’albero, frondoso e carico di frutti sani e succosi, che ristora
lo sguardo e l’anima, ma che talora, proprio con la sua grandezza, occlude la
vista: a chi voglia contemplare il panorama e l’orizzonte, e altrettanto a chi
vi si è abbarbicato. E Messori è tanto generoso che molto altro ci sarebbe da
dire per ricordarlo. Ma lo spazio ce lo proibisce e inoltre forse abbiamo
addirittura fatto un torto a Messori con questo articolo. Egli era contrario
alle commemorazioni funebri, e così dice: la Chiesa «condanna (…) il crogiolarsi
morboso nel ricordo e nel rimpianto: senza dimenticare il passato, è nel futuro
che bisogna protendersi, quel futuro nel quale i nostri morto sono già
entrati (…). L’Ordo exequiarum raccomanda di evitare – nell’omelia del prete che
presiede il rito – “il genere letterario dell’elogio funebre”. I cristiani,
cioè, prendono le distanze dalle usanze laiche [aggiungerei anche protestanti,
ndr], dai funerali civili che hanno come momento forte il discorso presso la
tomba aperta. Il “mondo” non può far altro che ricordare, che suscitare
malinconia e rimpianto, rievocando (e così spesso ipocritamente) i “meriti” del
defunto. Il “mondo” guarda al passato; il vangelo guarda la futuro: il fratello
scomparso è additato a Dio e alla sua misericordia, non sta a noi farne gli
avvocati d’ufficio. A noi sta leggere la Parola che ci sradica dalla penombra
della storia e ci proietta al di là, nella luce che non conosce tramonto. A noi
sta suscitare speranza nei superstiti, non disperazione ricamando sulla “perdita
irreparabile”» (Scommessa sulla morte, Sei 1982, pp. 312-313).
Ma questo vale solo per i cristiani e, per giunta, in àmbito liturgico, quindi
io mi sono sentito svincolato da questi ammonimenti.
E, a proposito di commemorazioni, avanti di congedarmi, mi preme di spiegare
ancòra una ragione dietro a queste righe, la più importante. È la seguente.
Mi sono accorto di qualcosa cui non tutti prestano attenzione, nemmeno i più
accorti, e che, tra l’altro, fa il paio con quanto dicemmo circa la sorte della
pubblicistica cattolica. Ed è la seguente.
Mentre i cattolici leggono anche autori laici, magari anticlericali e
miscredenti, assai di rado, per non dire quasi mai, avviene il contrario, se non
quando si vuole – o si deve, in obbedienza a ordini di scuderia – muover guerra
al cristianesimo e a Roma. E se il qualunque individuo, in un pubblico o privato
consesso, dirà di leggere, poniamo, Hegel o Noam Chomsky, una biografia di
Napoleone o un trattato di entomologia, riceverà rispetto e ammirazione. Ma non
appena dichiarerà d’esser alle prese con un trattato di teologia dogmatica o con
l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, sarà riguardato come un
mattarello, un perdigiorno, un epigono di Bernardino Lamis, il protagonista
della novella L’eresia càtara di Pirandello, con l’aggravante d’interessarsi a
una vicenda e a una dottrina che, si solfeggia, hanno arrecato così tanto male.
Un contegno identico a quello dei fanatici religiosi.
Per esser più chiari: dopo la morte di Messori ho vagato in alcune biblioteche
pubbliche, dove in bella vista, quando muore qualche noto nome della
stramaledetta cultura, allestiscono un banco coi suoi libri. A esempio lo fecero
con Gianni Vattimo e con quella sarda che non stava mai zitta. Ebbene, ora
nessuna traccia di uno spazio dedicato a Messori.
Quando chiesi ragione alle responsabili di quell’assenza, con le mutrie
scontorte, una mi disse che «di quello» non avevano nemmeno un titolo, le altre
che si trattava di «un autore irrilevante e vecchio, che non interessa a
nessuno».
Si converrà: Torquemada aveva un altro stile.
Luca Bistolfi
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