
“Noi che abbiamo il gusto dell’azzardo”. Tom Buron, il poeta in guerra
Pangea - Wednesday, May 20, 2026Ciò che affascina dell’“esteta armato” è il suo essere un antimoderno, un fuori tempo, una creatura all’arma bianca nell’era dello sterminio di massa. Gabriele d’Annunzio e Thomas Edward Lawrence – autentici prototipi dell’“esteta armato” – riformano il culto dell’individuo nell’epoca degli eserciti, alla mera obbedienza preferiscono l’adesione a un compito, al soldato – l’assoldato da un governo – antepongono il ‘mestiere delle armi’, l’avventatezza rinascimentale, a uno Stato la conquista di una città da incorporare nel proprio medagliere. Entrambi – il ‘Vate’ e ‘Lawrence d’Arabia’, uomini indistinti dal mito – fanno della guerra un’opzione estetica, una poetica. Che estetizzino la guerra è un fatto: d’altronde, è soltanto nel cuore del conflitto – interiore ed esteriore – che sorge – o soccombe – un poeta.
L’“esteta armato” – riprendo, abusandone, lo stemma coniato da Maurizio Serra, già diplomatico, ‘Immortale’ di Francia, in L’esteta armato. Il Poeta-Condottiero nell’Europa degli anni Trenta, Il Mulino, 1990, poi La Finestra Editrice, 2015 – non è il soldato scrittore. Per intenderci, Ungaretti e Rebora – che dalla trincea hanno rifondato la poesia italiana – non sono esteti armati. Per voracità visionaria Kaputt è il romanzo di un esteta armato, Curzio Malaparte – non lo è, per dire, Il sentiero dei nidi di ragno né la vasta scaffalatura della narrativa ‘di guerra’ all’italiana. Il partigiano Johnny, per elettricità lirica, sta nel mezzo. Pur avendo partecipato alla guerra civile spagnola, George Orwell non è stato un esteta armato; avrebbe voluto esserlo Ernest Hemingway, lo è stato Ernst Jünger. Per il genio della sprezzatura, lo è stato anche Henry de Montherlant: nei suoi romanzi l’estasi è sempre all’assalto. Non sempre la guerra eleva a esteta un soldato: la poesia risorgimentale italiana, fitta di poeti ‘garibaldini’, è tra le più brutte mai scritte. Tra gli ultimi esteti armati va annoverato, senza dubbio, Eduard Limonov: sognava poesie sfrecciando sui blindati. In Italia, va letto Gian Ruggero Manzoni: potrebbe ideare una brigata, ora, ancora; ha un toro e un leone nel cuore.
A differenza dei paladini dell’estetismo, che esistono in favore di pubblico, l’esteta armato, in forme diverse – per una sorta di sopraffazione del sé, di esilio imposto, di genio della distruzione – finisce per sparire, in perpetua lotta con se stesso. Non ha nulla da difendere – se è il sole, è un sole nero: per eccesso di splendore finirà per eclissarsi. Non parteggia per alcuna patria che non sia la propria: di sé ha fatto un continente, una Atlantide – se i soldati muoiono in terra, l’esteta armato svanisce ascendendo al cielo.

L’icona dell’esteta armato – o meglio, dei poètes guerriers, per dire secondo la versione francese del libro di Serra, che conchiude il ‘genere’ in un periodo storico preciso, gli anni Trenta – ha sedotto la letteratura di Francia. Penso – come autore-totem – a Chateaubriand; pensiamo a Stendhal, che ha rovesciato l’estetismo ‘in armi’ nel suo opposto, nell’inermità enorme dello sguardo; poi a Barrès, a René Crevel, a Drieu, a Roger Nimier. Su tutti, spicca André Malraux: ossessionato da d’Annunzio, idolatrava T.E. Lawrence; guidò gli aerei in Spagna, si mise in azione – settantenne, ormai politicamente fuori assi, preda dei deliri dell’ego – per il Bangladesh. Voleva costruire un esercito ai suoi ordini – glielo impedirono. L’esteta armato, in fondo, non soddisfa nessuno: inadatto alla burocrazia militarizzata, malvisto dai politici, mal sopportato dai critici letterari, proni a un irenismo da Sirene in lutto, da serenata sotto casa.
Non so se Tom Buron apprezzi tale lignaggio; non so se sia un “poeta guerriero” – è un poeta, tanto basta. Estroso del verso, fautore di una poetica della spregiudicatezza, scrittore a pugni tesi, nel 2025 ha pubblicato per Gallimard Les cinquantièmes hurlants, poemetto di urticante vertigine, in contrasto al dire dominante, minimale, da Orfeo in salotto. Su questo foglio ne abbiamo già parlato. Nato a Évry nel 1992, parenti di Padova – un suo avo fu ispirato dall’anarchismo ad attraversare le Alpi –, generosità dilagante, Tom è stato in Ucraina dal 2022 al 2024. “Ho effettuato diversi viaggi di andata e ritorno per missioni umanitarie, prima al confine polacco, poi a Kiev, Charkiv sul versante del fronte meridionale e orientale, poi Zaporižžja, Cherson, Odessa”. Reclutato da un amico irlandese, nel 2024 si sposta “in una base militare vicino a Pokrovs’k. Il suo obiettivo era quello di creare nella brigata un gruppo di stranieri per costruire, preparare e programmare droni destinati a difendere la città”. Tom resta al fronte per due mesi e mezzo, nell’estate del ’24, quando l’avanzata russa si fa prepotente.

Parte dell’esperienza di guerra del poeta è raccontata in un libro, Le nom de la bataille, stampato dalle Éditions 49 pages, di cui qui si propongono le prime pagine. Anche la ‘quarta’ è, per così dire, una specie di milizia. “I ragazzini dell’Europa occidentale amano dissertare di guerra. Certamente, un po’ di tempo fa avranno letto Kaputt e Addio alle armi, avranno visto Jarhead e Requiem per un massacro. Sognano gli ussari blu, un’Europa da bucanieri e da corsari, l’amicizia virile, le cariche eroiche, le bevute tra complici. Scambiano la vita per un campo da rugby. Forse hanno imbracciato il fucile, una volta, durante una gara di tiro al piattello e sparato qualche colpo, tra la Corsica e la Normandia, per giocare a fare gli adulti. Con la testa piena di grandi idee e di grandi miti, questi vergini della vera guerra non conoscono l’essenziale, cioè i dettagli. Perché la morte si annida nei dettagli. Cosa si mangia al fronte? Quanto ci si annoia? Questo libro mostra cosa la guerra fa agli uomini – cosa distrugge dentro di loro”.
Nessuna enfasi né enfiagione di aggettivi azzoppa la prosa di Tom, di un realismo allucinato. Il libro nasce sotto l’egida di Cormac McCarthy: in esergo spicca un brano tratto da Meridiano di sangue che attacca con una di quelle frasi apodittiche, eraclitee, “La guerra è eterna”. Le edizioni si chiamano “49 pages” perché pubblicano libri di 49 pagine – in calce, impilano “49 buone ragioni” per abbonarsi al loro progetto. Ne cito alcune: “Perché le nostre vite sono brandelli di fuoco”; “Per imparare a leggere tra le righe”; “Per averci sempre in tasca”; “Perché le storie migliori si raccontano attorno al fuoco”; “Perché vogliamo bruciare subito e durare per sempre”; “Perché non ci manca il fiato”. È bello quando un editore indica una direzione, inaugura una poetica.
Il libro di Tom – un poeta-cannibale, che ama e divora: domani potrebbe scrivermi dall’Indonesia, dopodomani potrebbe varare un allevamento di lupi in Alaska, tra tre giorni potrebbe invitarmi a Zembla, la fantasmagorica terra di Nabokov, dove avrà sellato un orso bianco – si conclude così: “e noi, così rovinosamente umani”. È un libro che dice dell’umanità eccessiva, dell’uomo-cerino, delle cenere che tutto avvolge, della certezza di voler essere, di essere tutto-e-nulla. Estetismo ridotto alla calvizie, qui; ciò a cui si anela, come sempre, è l’uomo, depredato nell’essere, scarnificato dall’irragionevole. La poesia addestra a essere umani – non poeti. Quello è mero artificio, il tutt’altro dalla poesia. Ogni poeta autentico, appena gli dici che è un poeta, mette mano alla fondina.

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Da Le nom de la bataille
“Se Pokrovs’k cade, Mila…”
Furono le ultime parole, le ultime prima di crollare, disarmato dall’ebbrezza, a mala pena mi avvicinavo a lei, Mila, senza un gesto, il vino del Caucaso e l’horilka mi avevano fatto sputare quelle ultime parole, infine sprofondai in quella specie di sonno, mi chiedevo se fossi un assassino, svanii nella notte senza recepire risposta – “ho ucciso?”, mormorai… Perché ero ubriaco, teatrale, come sempre, guascone perfino davanti alla rovina; noi che abbiamo il gusto dell’azzardo, che amiamo scivolare tra le crepe del destino, sempre. Basti dire questo. Il gattino sventrato, scuoiato dai mastini all’ingresso dell’hangar per il gusto di vederlo morire dissanguato, la processione dei cadaveri rimpatriati, tutti quei giovani mutilati, le viscere a mezz’aria, la parata di bare di legno, il viavai dei blindati tra la città e il fronte…
“Se Pokrovs’k cade…”
Prima notte esule dal Donbass, camera d’albergo a Dnipro, a bere e a parlare con lei, forse c’è qualche camerata, mentre mi accarezza le dita per calmarmi, non ricordo – “Al diavolo la musica… Agli eroi la gloria… Ancora sulla breccia, amici… Una volta ancora…” –, tenerezza, tenerezza annacquata dall’alcol, poi me ne vado. A nulla indenne. Un giorno, sparirà anche lei. Mila. Poco più che un’apparizione, una silhouette sulla riva del Mar Nero, quando le mine piagavano la spiaggia di Odessa, dunque…
Ma stanotte, la mia prima notte, lascio il ristorante georgiano annegato nel Saperavi – letto sfatto, vano vaneggiare di guerre nel cervello, una bottiglia di horilka gelida in una mano, quel brandy armeno che osano dire cognac nell’altra, mi addormento, lentamente, fisso i suoi occhi, il suo sorriso – cosa ci faccio qui, cosa ne so… – sorpreso perché non sento detonazioni intorno – mi metto a ridere – finalmente mi addormento, mi addormento come un agnello, dopo mesi di sonno sotto rivoli di artiglieria, sotto gli Shahed, forse ancora umano, lontano dall’esercizio di uccidere o sopravvivere.
Laggiù, a circa tre ore di distanza da qui, siamo soltanto un gruppo di ragazzi tra i tanti che lavorano per evitare che la città cada – se qualcuno muore, ci si rimprovera di essere ancora in vita. Siamo migliaia – ingranaggi – piccoli dadi nell’ingranaggio dell’immensa macchina bellica.
Se Pokrovs’k cade è tutto fottuto, è certo – è la fine della guerra.
*
Di notte, in questa notte di torpori, torbida, immagino un giovane soldato nemico – non è la prima volta –, un ragazzo che non ha ancora conosciuto donna, e gli levo il tempo di vivere, così, tutto il tempo di vivere – non ricordo dove ho udito questa espressione – e una orribile babushka mi si fa incontro, lo fa ormai da mesi, cammina, mi guarda, mi fissa, Pochemu? Perché? Perché? Poi mi sveglio, lenzuola inzuppate di sudore, estate, Mila che mi prende tra le braccia e mi chiede dove sono finiti i miei amici, poi, più tardi, accendo una sigaretta, per terra, contro il muro, il balcone è troppo piccolo – “Ho ucciso, è vero?”
Saranno le quattro, Mila dorme, il cielo non reca minaccia, la redenzione è a mille miglia di distanza. Cosa ci faccio qui? Dovrei essere con i ragazzi. I russi continuano ad avanzare. Ocheretyne è caduta alla fine di aprile… Prohres è caduta un mese fa, a metà luglio, Prohres che porta a Hrodivka dunque a Pokrovs’k. Una sigaretta dopo l’altra.
Nelle ultime settimane il nemico avanza, rosicchia, intensifica. Per le strade, nelle vie della città e dei villaggi, brulicano i droni, ci braccano. Hanno preso Hrodivka con qualche giorno di anticipo – Pokrovs’k comincia a essere evacuata.
Tom Buron
*In copertina: Tom Buron a Charkiv, 2023; le immagini nel testo sono gentilmente concesse da Tom Buron
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