“L’ultimo resto della nostra vita privata se ne va”. Il romanzo-siero sulla società del controllo

Pangea - Thursday, May 28, 2026

Verità e menzogna, controllo e libertà. Siamo nel 1940 quando Karin Boye scrive Kallocaina. Il siero della verità (ripubblicato grazie alla casa editrice Iperborea, nella traduzione di Barbara Alinei),eppure dopo quasi un secolo le cose non sembrano essere molto cambiate, si sono fatte solo più sottili, meno invadente la paura, ci si abitua al controllo digitale, al riconoscimento facciale, agli occhi delle telecamere. Vi consiglio di leggere questo libro senza preparazione, senza informarvi sull’autrice o sul genere letterario: leggetelo così, senza precauzione. È il modo migliore per affrontare il siero della verità, nudi con il corpo esposto alle parole, al suono che fanno nella vostra testa quando leggerete questo testo. 

Kallocaina è un siero, questo libro è un siero. Si infila dentro di voi a partire da un foro sottilissimo di ago di siringa, vi si spande nelle vene, le parole arrivano al cervello dall’interno, come i capillari che lentamente si espandono e che allo stesso tempo fanno defluire il sangue al contrario. Questo libro è un siero, si infiltra lentamente e vi arriva al cuore. Non potrete smettere di leggerlo. Il testo è la confessione di un prigioniero e chimico, un testo che si dichiara subito senza scopo, “seguendo la via dell’inutilità”.

“Non si fa ormai che esigere sempre più inesorabilmente un obiettivo e un metodo in tutto ciò che si fa e si dice, e neanche una parola viene lasciata al caso.” 

Tutto deve avere uno scopo, ogni azione deve essere compiuta in funzione di una produttività, di un obiettivo. Ogni pensiero deve essere direzionato verso qualcosa che si tocchi, che si usi, che sia utile. Nessuna via dell’inutilità è permessa dal luogo e dal tempo in cui sta scrivendo il nostro narratore, il prigioniero chimico. L’interesse pratico è la direzione fondamentale verso cui deve tendere ogni cosa, persino i pensieri, la vita di ogni essere umano. Siamo in una società distopica in cui vige uno Stato che tutto controlla, il nostro chimico appartiene alla citta Chimica, nelle ore diurne lavora come chimico e la sera indossa l’uniforme. La vita sociale è regolamentata e scandita da ritmi precisi, in famiglia non c’è intimità, ma giorni precisi e determinati dallo Stato in cui poter stare insieme. La famiglia è osservata da dentro le mura, da assistenti famigliari, figure intermedie e grige, non ben definite che hanno il compito di osservare, di sentire, di intuire tutto ciò che esula dalle regole dello Stato. E riferirne le anomalie, i sospetti, i toni di voce alterati. Ogni cosa può sembrare sovversiva, anche un singolo sospiro, anche una semplice difficoltà a dormire. Allora vengono prescritte pillole a dosaggi precisi, bisogna consumare la dose per dormire entro una certa data, non verranno fornite altre pillole, se le consumi prima sei sospetto. Perché non dormi? Forse non dormi perché sei un traditore dello Stato? 

La narrazione inizia da un ricordo, che è un ritorno della mente, quasi una presa diretta tra il passato e il presente. Siamo consapevoli che è un ricordo, ma l’effetto è quello del ritorno dove tutto accade un passo dopo l’altro, una goccia dopo l’altra. Il nostro chimico, Kall, ha appena finito di formulare la sua scoperta, il suo esperimento è arrivato al punto di poter essere sperimentato su cavie umane. Ha passato tutte le fasi precedenti, ed è quasi un miracolo, ora si inietta su cavie – umane. Il precedente siero creato, sull’onda di questo ideato da Kall, aveva avuto effetti avversi importanti e pertanto era stato bloccato. Ora Kall ha modificato la formula e lavorato strenuamente per eliminare gli effetti avversi, non restava che testarlo su cavie umane. L’esperimento era il siero della verità, la Kallocaina: un siero che, una volta iniettato, avrebbe dovuto far rivelare tutta la verità alle cavie, i loro più oscuri pensieri, contraddittori e colpevoli verso lo stato. 

L’uomo che ha dedicato il suo tempo alla ricerca della verità, a un siero che rivelasse tutto il vero dentro l’individuo e lo obbligasse a dire ciò che non avrebbe mai ammesso, non si era mai posto molte domande su se stesso, su cosa pensasse e sentisse. Un uomo che agiva in una direzione, con uno scopo, e tutto ciò che era in mezzo come pensieri e emozioni che non andassero direzionati verso un motivo, pensieri ed emozioni subite erano assolutamente non viste. Ciò che non vedo non esiste. È facile vivere così, facendo non esistenza di ciò che sorge dentro di noi.

“A quell’epoca non mi ponevo molte domande su me stesso, su cosa pensassi e sentissi o su cosa pensassero e sentissero gli altri, a meno che la questione non avesse per me un diretto interesse pratico.” 

Anche l’amore è visto come qualcosa di utile ai fini dello Stato, la coppia ha senso per la procreazione, per la diffusione del seme da impiantare nel terreno dello Stato comunitario, i figli sono figli dello Stato. Un matrimonio senza figli non ha dignità di continuare, a cosa serve se non si portano avanti gli interessi dello Stato? 

“Si ha un bel parlare dell’amore come di un concetto antiquato e romantico, ma io temo che esista, e che contenga, fin dall’inizio, un elemento di indicibile dolore. Un uomo è attratto da una donna, una donna da un uomo, e per ogni passo che compiono avvicinandosi, sacrificano una parte di sé; una serie di sconfitte, dove non si aspettavano che vittorie.”

L’amore quindi è collegato al dolore, non al piacere; il piacere non è altro che un possibile effetto collaterale delle unioni, potrebbe pure essere considerato un tentativo sovversivo della mente di seguire la pulsione individuale, senza fini per la comunità. Siamo in uno Stato comunitario, dove niente appartiene al singolo. La comunità rende uniti, la comunità è il bene di tutti, nessuno deve sentirsi individuo, indivisibile. L’Io interno deve scomparire a favore di un noi, di un collettivo, deve dissolversi nella mente collettiva dello Stato. Anche i pensieri devono essere espropriati dal corpo, il cranio come limite ultimo della barriera di divisione, il dialogo interno è l’ultimo baluardo della soggettività.

Con la Kallocaina anche il confine del corpo viene abbattuto, con il siero della verità i pensieri nascono in un miracolo e questo viene tradito dalla parola, il silenzio che sta nell’atto della creazione viene svuotato del sacro e riversato dalla lingua fuori dal corpo. Con il siero della verità i pensieri vengono esposti, espulsi a forza, l’individuo viene spinto fuori da se stesso per quei minuti esatti in cui il siero si inserisce nel sangue e fa il giro completo di vene e arterie. Con il siero della verità finisce l’ultimo atto privato possibile, il gesto estremo del trattenere i pensieri dentro al proprio cranio, la resistenza del confine del corpo viene violato. Crediamo di essere molto lontani da tutto questo? Credereste che questo sia un libro di fantascienza? Non siamo così lontani, basta davvero poco, e qualche anno fa ci siamo quasi arrivati. No, questo non è uno stato distopico, non siamo nel futuro, e questo non è solo un libro. 

“Noi siamo costruiti dall’interno come alberi e tra noi crescono ponti che non sono di materia morta e morta coercizione. Da noi esce quel che è vivo. In voi entra quel che è privo di vita.”

Nella narrazione si inserisce quasi subito una figura, il camerata Rissen, il supervisore del chimico durante l’operazione di test su cavie umane. Rissen è una crepa nel sistema dello Stato, supervisiona l’esperimento e allo stesso tempo con le sue brevissime risposte ci fa intuire di vedere una ferita, una luce che si insinua nei sotterranei dei laboratori della città Chimica. In Rissen c’è un ponte invisibile tra il lettore e lo Stato, tra il lettore e l’abuso di Kallocaina. Rissen è un arcobaleno che conduce a una dimensione umana e privata, di cui il lettore si sente portatore. 

Questo libro lo si legge con disarmonia interna, provoca un vero e proprio senso di disagio, da che parte stiamo? Non vorremmo anche noi un siero da iniettare ai nostri amanti per sapere se ci stanno tradendo? Per sapere se i nostri genitori ci hanno mentito? Verità e dolore, verità e collettività, verità e privazione, verità e confine, verità e paura. Questo libro sta in mezzo a questi termini di opposizioni e Rissen li collega tutti. 

“Una cosa è comunque sicura: che l’ultimo resto della nostra vita privata se ne va.” (Dice Rissen) 

“Beh, non è poi un gran male. La collettività è pronta a conquistare l’ultimo territorio in cui potevano rifugiarsi le tendenze asociali. A mio giudizio, vuole semplicemente dire che la comunità perfetta non è lontana.” (Risponde Kall)

Perfezione e verità. Parrebbero andare d’accordo, stanno bene insieme questa coppia di parole. Ma ciò che ci fa restare in una relazione, in un dolore, in un sacrificio, non è la perfezione; forse è la verità, se si è pronti a vederla. Ma sono le piccole incrinature del sistema umano, le parole dette a metà, le bugie scoperte, l’amore trattenuto e rimandato. L’amore osato, bruciato. Un fuoco che non si estingue e se lo fa è perché ha corroso tutto, ha ricondotto tutto al nero, al suo estremo. Ha bruciato persino il suolo e le ossa. 

Kallocaina è un libro che è un siero, iniettatevi pagina dopo pagina, provate a stare sospesi nel ponte lucido tra il privato e il rivelato.  

Clery Celeste

*In copertina: Karin Boye (1900-1941)

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