Tag - Karin Boye

“L’ultimo resto della nostra vita privata se ne va”. Il romanzo-siero sulla società del controllo
Verità e menzogna, controllo e libertà. Siamo nel 1940 quando Karin Boye scrive Kallocaina. Il siero della verità (ripubblicato grazie alla casa editrice Iperborea, nella traduzione di Barbara Alinei),eppure dopo quasi un secolo le cose non sembrano essere molto cambiate, si sono fatte solo più sottili, meno invadente la paura, ci si abitua al controllo digitale, al riconoscimento facciale, agli occhi delle telecamere. Vi consiglio di leggere questo libro senza preparazione, senza informarvi sull’autrice o sul genere letterario: leggetelo così, senza precauzione. È il modo migliore per affrontare il siero della verità, nudi con il corpo esposto alle parole, al suono che fanno nella vostra testa quando leggerete questo testo.  Kallocaina è un siero, questo libro è un siero. Si infila dentro di voi a partire da un foro sottilissimo di ago di siringa, vi si spande nelle vene, le parole arrivano al cervello dall’interno, come i capillari che lentamente si espandono e che allo stesso tempo fanno defluire il sangue al contrario. Questo libro è un siero, si infiltra lentamente e vi arriva al cuore. Non potrete smettere di leggerlo. Il testo è la confessione di un prigioniero e chimico, un testo che si dichiara subito senza scopo, “seguendo la via dell’inutilità”. > “Non si fa ormai che esigere sempre più inesorabilmente un obiettivo e un > metodo in tutto ciò che si fa e si dice, e neanche una parola viene lasciata > al caso.”  Tutto deve avere uno scopo, ogni azione deve essere compiuta in funzione di una produttività, di un obiettivo. Ogni pensiero deve essere direzionato verso qualcosa che si tocchi, che si usi, che sia utile. Nessuna via dell’inutilità è permessa dal luogo e dal tempo in cui sta scrivendo il nostro narratore, il prigioniero chimico. L’interesse pratico è la direzione fondamentale verso cui deve tendere ogni cosa, persino i pensieri, la vita di ogni essere umano. Siamo in una società distopica in cui vige uno Stato che tutto controlla, il nostro chimico appartiene alla citta Chimica, nelle ore diurne lavora come chimico e la sera indossa l’uniforme. La vita sociale è regolamentata e scandita da ritmi precisi, in famiglia non c’è intimità, ma giorni precisi e determinati dallo Stato in cui poter stare insieme. La famiglia è osservata da dentro le mura, da assistenti famigliari, figure intermedie e grige, non ben definite che hanno il compito di osservare, di sentire, di intuire tutto ciò che esula dalle regole dello Stato. E riferirne le anomalie, i sospetti, i toni di voce alterati. Ogni cosa può sembrare sovversiva, anche un singolo sospiro, anche una semplice difficoltà a dormire. Allora vengono prescritte pillole a dosaggi precisi, bisogna consumare la dose per dormire entro una certa data, non verranno fornite altre pillole, se le consumi prima sei sospetto. Perché non dormi? Forse non dormi perché sei un traditore dello Stato?  La narrazione inizia da un ricordo, che è un ritorno della mente, quasi una presa diretta tra il passato e il presente. Siamo consapevoli che è un ricordo, ma l’effetto è quello del ritorno dove tutto accade un passo dopo l’altro, una goccia dopo l’altra. Il nostro chimico, Kall, ha appena finito di formulare la sua scoperta, il suo esperimento è arrivato al punto di poter essere sperimentato su cavie umane. Ha passato tutte le fasi precedenti, ed è quasi un miracolo, ora si inietta su cavie – umane. Il precedente siero creato, sull’onda di questo ideato da Kall, aveva avuto effetti avversi importanti e pertanto era stato bloccato. Ora Kall ha modificato la formula e lavorato strenuamente per eliminare gli effetti avversi, non restava che testarlo su cavie umane. L’esperimento era il siero della verità, la Kallocaina: un siero che, una volta iniettato, avrebbe dovuto far rivelare tutta la verità alle cavie, i loro più oscuri pensieri, contraddittori e colpevoli verso lo stato.  L’uomo che ha dedicato il suo tempo alla ricerca della verità, a un siero che rivelasse tutto il vero dentro l’individuo e lo obbligasse a dire ciò che non avrebbe mai ammesso, non si era mai posto molte domande su se stesso, su cosa pensasse e sentisse. Un uomo che agiva in una direzione, con uno scopo, e tutto ciò che era in mezzo come pensieri e emozioni che non andassero direzionati verso un motivo, pensieri ed emozioni subite erano assolutamente non viste. Ciò che non vedo non esiste. È facile vivere così, facendo non esistenza di ciò che sorge dentro di noi. > “A quell’epoca non mi ponevo molte domande su me stesso, su cosa pensassi e > sentissi o su cosa pensassero e sentissero gli altri, a meno che la questione > non avesse per me un diretto interesse pratico.”  Anche l’amore è visto come qualcosa di utile ai fini dello Stato, la coppia ha senso per la procreazione, per la diffusione del seme da impiantare nel terreno dello Stato comunitario, i figli sono figli dello Stato. Un matrimonio senza figli non ha dignità di continuare, a cosa serve se non si portano avanti gli interessi dello Stato?  > “Si ha un bel parlare dell’amore come di un concetto antiquato e romantico, ma > io temo che esista, e che contenga, fin dall’inizio, un elemento di indicibile > dolore. Un uomo è attratto da una donna, una donna da un uomo, e per ogni > passo che compiono avvicinandosi, sacrificano una parte di sé; una serie di > sconfitte, dove non si aspettavano che vittorie.” L’amore quindi è collegato al dolore, non al piacere; il piacere non è altro che un possibile effetto collaterale delle unioni, potrebbe pure essere considerato un tentativo sovversivo della mente di seguire la pulsione individuale, senza fini per la comunità. Siamo in uno Stato comunitario, dove niente appartiene al singolo. La comunità rende uniti, la comunità è il bene di tutti, nessuno deve sentirsi individuo, indivisibile. L’Io interno deve scomparire a favore di un noi, di un collettivo, deve dissolversi nella mente collettiva dello Stato. Anche i pensieri devono essere espropriati dal corpo, il cranio come limite ultimo della barriera di divisione, il dialogo interno è l’ultimo baluardo della soggettività. Con la Kallocaina anche il confine del corpo viene abbattuto, con il siero della verità i pensieri nascono in un miracolo e questo viene tradito dalla parola, il silenzio che sta nell’atto della creazione viene svuotato del sacro e riversato dalla lingua fuori dal corpo. Con il siero della verità i pensieri vengono esposti, espulsi a forza, l’individuo viene spinto fuori da se stesso per quei minuti esatti in cui il siero si inserisce nel sangue e fa il giro completo di vene e arterie. Con il siero della verità finisce l’ultimo atto privato possibile, il gesto estremo del trattenere i pensieri dentro al proprio cranio, la resistenza del confine del corpo viene violato. Crediamo di essere molto lontani da tutto questo? Credereste che questo sia un libro di fantascienza? Non siamo così lontani, basta davvero poco, e qualche anno fa ci siamo quasi arrivati. No, questo non è uno stato distopico, non siamo nel futuro, e questo non è solo un libro.  > “Noi siamo costruiti dall’interno come alberi e tra noi crescono ponti che non > sono di materia morta e morta coercizione. Da noi esce quel che è vivo. In voi > entra quel che è privo di vita.” Nella narrazione si inserisce quasi subito una figura, il camerata Rissen, il supervisore del chimico durante l’operazione di test su cavie umane. Rissen è una crepa nel sistema dello Stato, supervisiona l’esperimento e allo stesso tempo con le sue brevissime risposte ci fa intuire di vedere una ferita, una luce che si insinua nei sotterranei dei laboratori della città Chimica. In Rissen c’è un ponte invisibile tra il lettore e lo Stato, tra il lettore e l’abuso di Kallocaina. Rissen è un arcobaleno che conduce a una dimensione umana e privata, di cui il lettore si sente portatore.  Questo libro lo si legge con disarmonia interna, provoca un vero e proprio senso di disagio, da che parte stiamo? Non vorremmo anche noi un siero da iniettare ai nostri amanti per sapere se ci stanno tradendo? Per sapere se i nostri genitori ci hanno mentito? Verità e dolore, verità e collettività, verità e privazione, verità e confine, verità e paura. Questo libro sta in mezzo a questi termini di opposizioni e Rissen li collega tutti.  > “Una cosa è comunque sicura: che l’ultimo resto della nostra vita privata se > ne va.” (Dice Rissen)  > > “Beh, non è poi un gran male. La collettività è pronta a conquistare l’ultimo > territorio in cui potevano rifugiarsi le tendenze asociali. A mio giudizio, > vuole semplicemente dire che la comunità perfetta non è lontana.” (Risponde > Kall) Perfezione e verità. Parrebbero andare d’accordo, stanno bene insieme questa coppia di parole. Ma ciò che ci fa restare in una relazione, in un dolore, in un sacrificio, non è la perfezione; forse è la verità, se si è pronti a vederla. Ma sono le piccole incrinature del sistema umano, le parole dette a metà, le bugie scoperte, l’amore trattenuto e rimandato. L’amore osato, bruciato. Un fuoco che non si estingue e se lo fa è perché ha corroso tutto, ha ricondotto tutto al nero, al suo estremo. Ha bruciato persino il suolo e le ossa.  Kallocaina è un libro che è un siero, iniettatevi pagina dopo pagina, provate a stare sospesi nel ponte lucido tra il privato e il rivelato.   Clery Celeste *In copertina: Karin Boye (1900-1941) L'articolo “L’ultimo resto della nostra vita privata se ne va”. Il romanzo-siero sulla società del controllo proviene da Pangea.
May 28, 2026 / Pangea
“Non siamo altro che la nostra segreta follia”. Karin Boye, la poetessa angelica
Dunque, è dal termine che bisogna partire: dalla gemma partorita con dolore, dalla goccia che prima di cadere e di mutarsi in folgore, trema, si aggrappa, icona di spina, sventata vampa, al ramo. Così scrive lei, Karin Boye, in una delle poesie più note: ciò che sboccia succede al dolore, ciò che nasce ferisce, il nuovo accade per ventura di inverno in grammatura d’oro. Sembra di auscultare la Decima elegia di Rilke, quella della “felicità ascendente”, della commozione che lascia sgomenti (bestürzt) “quando cade una cosa felice”. In Karin è epidermica la violenza, la screziata grazia della cosa che si spezza – la fiamma prima della felicità, la forza che discende.  Fu pure lei, Karin, goccia che cade, il frutto che, risolto a maturità – cioè: in parentela con il sole, un sole che si può dire Bicorne e Bucefalo –, si apre, nella polpa da leccare, nella pappa leccornia, nel seme da piantare. Purissima gemma, Karin scelse Alingsås, una cittadina di laghi; scelse i sonniferi – cadde. Aveva 41 anni; l’anno, il 1941, è lo stesso – stimmate di santa, mesi in costato, segni di cui fare sudario – in cui muoiono, volontariamente, anche Virginia Woolf e Marina Cvetaeva. Karin optò per aprile, the cruellest month, il mese che “genera/ lillà da terra morta, confondendo/ memoria e desiderio”. Aveva tradotto La terra desolata di Eliot dieci anni prima – anni di esperienze spaesanti, quelle. Il matrimonio con Leif Björk, nel ’29, l’attività totale nel movimento socialista “Clarté”, il viaggio – per certi versi agghiacciante – in Unione Sovietica e quello in Jugoslavia. Nata a Göteborg nell’ottobre del 1900, in famiglia di alti studi – padre ingegnere, madre impegnata nel ‘sociale’ e nello spirituale –, fu segnata da feroce precocità: a nove anni scriveva i primi testi; a diciotto compose per il compleanno del padre un libro di poesie e di leggiadre leggende, illustrandolo; nel 1922 pubblica Moln(“Nuvole”), una raccolta di versi che sanno di fiaba e di petroglifo, un esordio in stile Lascaux – aveva già inciso, a suo modo, la nuova via della lirica svedese. Non difforme dalla poetica di Nelly Sachs, dalla voce di Karin Boye (tradotta in Italia da Daniela Marcheschi; le Poesie di Karin sono in catalogo Le Lettere dal 2018) proviene – ad esempio – la poesia di empia bellezza, la poesia d’empito di Birgitta Trotzig. Fu amica Harry Martinson, che la trasfigurò in Isagel, ‘carattere’ indimenticabile del poema epico-cosmico Aniara.  Leggeva Kipling e Tagore, si interessò al buddismo, studiò il sanscrito, preferì il cristianesimo – maneggiava l’Edda e i miti norreni. A dire di una poetica che assembla la profezia, a dire dello scoperchiare gli altri cosmi, del tenere sul palmo la foglia e la galassia, l’erba e la materia oscura, dell’adesione all’Ade dei poeti ctoni, che confabulano con gli spettri, capaci di estrarre fibule di luce, sfreccianti agnizioni. Certo, è da aggiungere: le depressioni ricorrenti, l’omosessualità celata, il matrimonio fallito, i viaggi in Germania, a Berlino, per frequenti, infeconde sedute psicoanalitiche. Lentamente, Karin Boye si slegò da tutto – da tutti si sentiva annodata. Poetessa tra le più ardite, aderente al linguaggio sabbatico, al linguaggio come sabba, cioè a stanare le forze, Karin deve il successo, per paradosso, a un romanzo, Kallocaina, uscito nel 1940, in cui, dietro al delirio statalista e alla fatidica “droga della verità” sono adombrati i regimi sovietico e nazista. In Italia, il romanzo distopico è tradotto da Iperborea: “Scritto nel 1940, quando era difficile nutrire grandi speranze nell’avvenire, Kallocaina ha in comune con Noi di Zamjatin, Il mondo nuovo di Huxley, 1984 di Orwell l’allucinata visione di una società spersonalizzata, dominata da uno Stato poliziesco che arriva a invadere anche la sfera privata dei cittadini sopprimendo ogni libertà”. Tuttavia, per così dire, Karin aveva “uno Stato poliziesco” dentro di sé. Le fotografie di famiglia sembrano tratte da un film di Ingmar Bergman: sorrisi senza fiordi, orche sotto le bianche vesti e le belle trecce. Fece un viaggio in Grecia che la empì di una luce cerbiatto, di una luce Cerbero. Tutto diventò troppo – troppo tardi, soprattutto. La ragazza non riuscì a spezzarsi, si volse alla morte nel sonno.  Ma va detto del seme, ora. De sju dödssynderna (“I sette peccati capitali”), la raccolta postuma, alterna le visioni di Emanuel Swedenborg alle tenerezze di un cronachista di mondi perduti, desunti da un acquazzone. Letale il poemetto accusatorio che dà titolo al libro:  > “Di generazione in generazione non siamo stati altro che la nostra segreta > follia > il nostro mai-nato. > Oh Dio, quanto sei prossimo a ciò che non esiste. > Occupati di noi. Non possiamo più durare. > Distruggi il male che non ha cura di distruggersi.  > Distruggi il sogno della nostra follia incapace di farsi reale. > Distruggici”.  Qualcuno disse di fenomenali epifanie, di apatie d’acqua, qualcuno credeva bastassero i fiori a imbonirla, imbottita di buoni odori. Ma lei, Karin, sapeva che l’angelo è oscuro, che l’angelo è maculato, che l’angelo può chinarsi nella foga della iena. Chissà – Rilke si sarebbe innamorato di lei. ** Gli dèi I carri degli dèi non scuotono le nubi scivolano silenti come raggi. I passi degli dèi sono difficili da udire come un mormorio nell’erba.  Con cautela segui le loro tracce: profumano di una vicinanza tremenda.  Voleranno, lasciandoti pieno di parole in un mondo vuoto.  * Non nominare Molte cose fanno male e non hanno nome. Taci e accettale. Il molto è segreto, oscuro il pericolo. Sopporta e porta rispetto. Meglio confinarsi nel segreto e non solleticare i semi che crescono. “Dove il pensiero non si avventura Madre di Tutto, guidami, esortami!” È bene ascoltare la voce della Madre –  non ha parole la cura, non ha nomi il cuore.  * Il conforto delle stelle Ho parlato con una stella, la scorsa notte  luce lontana, in inabitati spazi –  “Cosa illumini, strana stella? Ti muovi così grande e luminosa”. La mia pietà l’ha ammutolita poi, con il suo stellato sguardo: “L’eterna notte illumino illumino lo spazio senza vita. La mia luce è fiore che appassisce nello spinato autunno del cielo. Questa luce è tutto ciò  che ho, è il mio solo conforto”.  * Alcuni cuori sono inesauribili tesori. I loro proprietari gettano con generosità, ovunque, i rivoli di quel sole. Con mani tenaci accogliamo il dono, grati. Felicità e salute a te, benedetto, che maneggi l’oro come fosse sabbia! Alcuni cuori sono inabissati fuochi.  Nella più fredda notte un riflesso sulla neve. In quell’incanto, nessuno sopporta il desiderio tranne chi scorge una luce  nella notte e ne vuole la fiamma.  * Certo, è ovvio, fa male quando il germoglio sboccia. Altrimenti, che senso avrebbe la primavera? Altrimenti, perché sedare nella gelida brina quell’ardente desiderio? Il germoglio è stato crisalide lo scorso inverno: una novità che ora si spezza, scoppia.  È ovvio, è certo, ferisce il germoglio che sboccia perché fa male ciò che cresce                   e ciò che serba.  Certo, è ovvio, fa male la goccia che cade. Trema di paura, pende grave al ramo si avvinghia e si gonfia, scivola –  il peso la assilla, più forte si aggrappa. Fa male essere smarriti, fa male la paura e la separazione; fa male sentire che il profondo ti attira e chiama – eppure  siedi e trema è duro resistere          e resistere al desiderio di cadere.  Poi, all’acme dell’agonia, quando ogni aiuto è inutile le gemme dell’albero sbocciano in gloria poi, quando la paura svanisce le gocce cadono e diventano luce si dimenticano che il nuovo le atterriva si dimenticano che la caduta è un rischio per un attimo abitano la certezza riposano nella fede                  che ha creato il mondo.  * È così grande questa quiete, la quiete di un’assolata foresta in inverno. Come ha fatto la mia volontà a diventare così perfetta, così obbediente la mia vita? Portavo in mano una ciotola di vetro – risuonava.  Il mio piede è diventato cauto – non inciampa più.  La mia mano è precisa – non trema più.  Sono stata travolta dalla violenza delle cose fragili. * Preghiera al sole Non hai pietà perché i tuoi occhi non  conoscono il buio.                                   Salvami. Come linee, gli steli dei fiori sono  risucchiati dalle altezze: tremano, prossimi a te, i loro calici. Gli alberi si scagliano come pilastri verso la gloria: stendono le braccia piumate di foglie assetate di luce, devote.  Hai tratto l’uomo da una pietra, con ciechi sguardi l’hai trafitto alla pianta sagomata dai venti. Tuo è il gambo, tuo lo stelo. Tua la spina dorsale.  Salvami.  Non la vita. Non la pelle. Un dio non ha potere sulle cose estreme.  Con occhi estinti e arti spezzati è tuo colui che visse eretto con colui che eretto muore tu sei, oscurità che inghiotte oscurità. Il ruggito si impenna. La notte è nel parto. La vita brilla, preziosa. Salva, salva, dio che vede, ciò che hai donato.  * Il vagabondo dei deserti Voi pesate su bilance sbilenche con pesi penosi misurate non davanti al qadi che smista le colpe dei criminali  ma davanti ad Allah, benedetto il suo nome, il creatore della vita.  Per una piccola perla date mille datteri ma io che ho sofferto la fame nel deserto so quanto è inutile una cintura di perle che non dà nutrimento, ma io, corroso dalla sabbia,  so quanto è inutile l’elsa di un pugnale istoriata di gemme che non sa dissetarmi.  In questa città di minareti, distante dal deserto, non mi inchinerò davanti ai severi mausolei e alle porte dorate ma presso gli umili pozzi, nascosti dal viavai, dove il pastore porta la mandria a sera, e semina il latte agli allettati.  * E io voglio ringraziare, ora, per l’ora della grande umiliazione per l’ora in cui ci si rivela nudi senza trama d’orgoglio e ci si abbandona come un grano di polvere nel magnanimo bagliore dei mondi –  e scopri che tutto è meraviglia, che la vita è meraviglia una meraviglia questo mero rifugio e il pane e l’acqua e più di ogni altra cosa è meravigliosa l’immeritata grazia la fiducia eternamente riposta in un essere umano.  * La forma che io sono La forma che io sono ma la materia è primordiale fiamma. Fuoco negli occhi fiamme le mani. Nell’ebbrezza creatrice si annodano lingue di fuoco fameliche attorno al profilo del tuo essere.  Diventa mera forma forma ben temprata eterea che galleggia su infuocati mari miracolo e miraggio  increata e in crescita – perché questo è un dio –  che ribolle sopra il caos. Di tutte le cose il dio è il più transitorio di tutte le cose l’adorazione permane. Ribolli, ribolli illusione, elisione tra le fiamme  trovi l’eterno. * Bevo il sacrificio Sul vino grezzo si gettano musi pesanti. Non è il vino a deformarli tanto. Il vino libera i pensieri ma incardina la lingua al palato.  Come segreto bagliore, la pira sacrificale è grezzo vino rosso. Soltanto io so per quali poteri si snoda il fumo. Soltanto io so quali   mondi mondano la mia ebbrezza. Ciascuno è fisso altrove altrove qualcuno respira. Ciascuno alza i calici verso cose invisibili agli altri, verso oscure terre dove gioia e dolore non hanno alcun senso.  Così, in segreto, alzo il vino mia fiamma sacrificale presso un dolore che è soltanto mio e che paragono all’eterna burrasca in mare.  * Quegli oscuri angeli maculati di blu con fiori di fuoco tra i neri capelli conoscono le risposte a strane domande blasfeme –  forse sanno dove porta il ponte  dalle cave della notte alla luce del giorno –  forse sanno dove si rifugia l’uno forse nella casa del Padre esiste un luminoso rifugio che porta il loro nome.  Karin Boye L'articolo “Non siamo altro che la nostra segreta follia”. Karin Boye, la poetessa angelica proviene da Pangea.
June 17, 2025 / Pangea