Trinità. Cercare Dio nella notte

Pangea - Sunday, May 31, 2026

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui.  Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

(Gv 3, 16-18)

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Nicodemo, si viaggia nella notte

“…l’atmosfera misteriosa che avvolge il colloquio, sia per la sua forma (ellissi, sbalzi di pensiero, doppi sensi) che per i temi affrontati: la nuova nascita e il mistero del Figlio dell’uomo. Rivolgendosi a Gesù, Nicodemo viene dalla notte verso la luce, ormai presente nel mondo (3,19). Come Giovanni Battista nella prima giornata cercava lo Sconosciuto, non avendo ancora identificato il Messia, così Nicodemo cerca Dio nella notte, non avendo ancora riconosciuto in Gesù la luce”.

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1989)

Nicodemo, fariseo, maestro in Israele e membro del sinedrio, riesce a non soffocare la sua fame di verità perché, come scrive Léon-Dufour, è alla ricerca dello Sconosciuto. Nicodemo non si lascia ingabbiare dalle definizioni e dalle abitudini, non si accontenta di difendere un’identità costruita nel tempo ma accetta di camminare nella notte. Notte che anche lui, come ognuno di noi, si porta dentro. Cammino rischioso ma non inutile perché ogni notte è presidiata dalla Sua presenza. 

In questa pagina evangelica Giovanni sembra volerci dire che la fede cristiana non è un salto nel buio in uno spazio che potrebbe essere vuoto ma un itinerario possibile per chi accetta di essere pronto a confessare di amare chi non conosce fino in fondo. Lo Sconosciuto. Esporsi in territorio abitato e in misterioso è processo che ridefinisce l’amato e l’amante, che rimette in gioco radicalmente e continuamente la nostra identità. Se così non fosse, se si assimilasse l’atto di fede a un processo di mera conoscenza in cui quello che serve è solo di andare a riempire il nostro non-sapere, arriveremmo a pronunciare parole bellissime sul Cristo ma totalmente inutili, esanimi, svuotate, disarmate. 

Serve la notte a Nicodemo, e a noi tutti, perché l’incontro di fede avviene in un colloquio personale con il Vivente, e ogni incontro significativo deve essere immerso in questa condizione misteriosa da prime pagine di Genesi, ogni incontro significativo prevede una ri-Creazione. Occorre rinascere dall’alto e lo si può fare solo nella sospensione di una notte che espone i protagonisti dell’incontro al rischio dello sconosciuto. Per Nicodemo è sconosciuto questo Dio che si manifesta in Gesù di Nazareth, ma probabilmente anche Dio, accettando il rischio notturno della relazione con l’uomo, accetta di scoprirsi diverso, nuovo, paterno. Forse uno dei cuori della Trinità è proprio questo, non un gioco di aritmetica spirituale ma il mistero d’amore di un Dio che accetta di abitare la notte, e di scoprirsi sempre nuovamente padre, in relazione.  

Che Dio si mostri in Cristo, che sulla croce in qualche modo anche il volto di Dio cambi, come se quell’eccesso d’amore fosse sconosciuto anche al Sacro Cuore è segno che la nostra fede non può permettersi di prendere derive che la scostino dall’evento storico di Gesù, non può permettere di ridurre la croce e la resurrezione a puro atto simbolico, non può disincarnarsi.

Che Dio si mostri in Cristo non può voler dire che ormai noi lo conosciamo, Cristo rimane lo Sconosciuto anche per noi, anche duemila anni dopo. Cristo sarà sempre colui che mai possiamo pretendere di conoscere fino in fondo, impossibile da circoscrivere. Amare, accettare il rischio di una relazione, è esattamente sperimentare, passo dopo passo, la gioia di una pienezza che si dilata in orizzonti inediti. Lasciarci implicare in una relazione di fede è fare i conti con l’infinito, infinito che non è un’idea astratta ma l’esperienza insita in ogni gesto, in ogni pensiero. 

La realtà tutta è immersa nel mistero della notte ma in ogni notte c’è uno Sconosciuto che permette al reale di non esaurirsi in una definizione ma di aprire infiniti altri passaggi. La verità della vita è una Via. La crisi del sacro, e quindi la crisi della fede, è anche crisi di linguaggio. Solo il poetico è capace di condurci nel cuore della notte sulle tracce del divino Sconosciuto. Portandoci continuamente, infinitamente, altrove. Ciò che si capisce. Ciò che ci si illude di aver capito, atto umano stupido imprudente e diabolico, svuota il reale dell’anima. Ciò che conosciamo somiglia al catalogo di una raccolta d’insetti ma Dio non si lascia trapassare dall’ago del saccente. Sfugge. Sempre.  

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Il Figlio unigenito

“La parola «unigenito» rimanda, da una parte, al Prologo, dove il Logis viene definito «l’unigenito Dio – monogenès theòs» (1,18). Dall’altra, ricorda tuttavia anche Abramo, che non rifiutò a Dio suo figlio, il suo «unico figlio» (Gn 22, 2-12). Il «dare» del Padre si compie nell’amore del Figlio «sino alla fine» (Gv 13,1), ossia fino alla croce. Il mistero trinitario dell’amore che si delinea nel titolo «il Figlio» è una cosa sola con il mistero d’amore nella storia che si compie nella Pasqua di Gesù”.

(Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2008)

Entrare nella propria notte interiore è rischioso, uscirne illesi significa aver rifiutato il mistero. Trinità è mistero che chiede la disponibilità a lasciarsi ferire, trafiggere. Abramo sale sul monte pronto al sacrificio. Che a morire non sia stato il primogenito non significa che non ci sia stato spargimento di sangue, l’ariete è la macellazione dell’idea di potenza di Abramo. Come dice bene il biblista André Wénin: 

“Così, riguardo all’agnello (seh) di cui parlava Isacco, l’ariete (‘ayil) che vede Abramo è l’animale padre. Di più, il termine è legato a una radice che connota l’idea di potenza; il verbo corrispondente significa, infatti, ‘essere forte, potente’. In questa direzione, si noterà anche che, nella Bibbia, l’immagine delle corna evoca frequentemente la potenza”.

(A. Wénin, Isacco o la prova di Abramo, Cittadella editrice, 2005)

Entrare nella notte è quindi accogliere la possibilità di uno stile di vita che non sia quello della potenza, entrare nella notte è passare dall’idea del Dio a cui sacrificare al Padre che offre e si offre. Del figlio unigenito che non interrompe l’eccesso d’Amore fino a donarsi lui stesso sulla croce. Dello Spirito Santo che irrompendo nella vita dei discepoli li trasforma in movimento verso gli altri: martirio, testimonianza. La Trinità come corrente entro cui immergersi, battesimo di coerenza al movimento divino, che è il movimento del Creato. Tutto proviene dall’Amore e all’Amore ritorna. Ci si immerge nella notte per sperare di intercettare la corrente che gettandoci nel mondo ci riporta al Padre. Rimanere agli argini di questo flusso è condannarsi a non comprendere il senso della vita.

Dipende davvero da noi, terribile e immensa la nostra libertà:

“Che Dio sia giudice oppure padre, dipende da te stesso, dalla tua decisione. Se credi al messaggio del Figlio, non c’è giudizio: chi crede in lui infatti non è condannato. Se invece pretendi d’essere tu stesso giudice del mondo, allora Dio sarà per te giudice severo, e il suo giudizio non potrà terminare altro che alla tua condanna”.

(Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)

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Chi non crede

“Chi non crede è già stato giudicato, e questa è la ragione della condanna «La luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce» (3,19). Il Signore trovò tutti peccatori. Molti però amarono i propri peccati, molti altri li confessarono; chi riconosce i suoi peccati e di essi si accusa, questi è già con Dio. In te devi odiare la tua opera e amare l’opera di Dio”.

(Agostino d’Ippona, Commento al Vangelo secondo Giovanni XXII, 10-13, in Lectio Divina per la vita quotidiana 14, Queriniana, 2009)

Accettare di seguire le orme di Nicodemo, accogliere seriamente la sfida della notte, è movimento complesso e doloroso. Fino a quando si crede che la notte sia un artificio simbolico per designare quello che di bello abbiamo ancora da scoprire non abbiamo compreso cosa sia davvero la notte. La nostra notte, quella che ci pulsa in cuore, è il nostro peccato. Il male esiste e siamo tutti peccatori. Fino a quando non troviamo il coraggio di incamminarci in quel crepaccio di dolore, di odio e di rancore che ci portiamo dentro noi non sapremmo mai cosa significhi davvero credere. E non è movimento che si può fare una volta sola nella vita. Le immersioni facili nelle notti che ci portiamo dentro non sono le prime, ingenue, quelle giovanili, quelle di quando siamo in ricerca di un posto e non vediamo l’ora di tagliare i ponti con il passato. No, le notti più dolorose sono quelle dell’età adulta, quando si è certi di aver preso decisioni, di aver compreso qualcosa di noi, di aver trovato il nostro posto. Le notti più faticose sono quelle in cui ci ritroviamo a fare i conti con peccati personali e vizi antichi che credevamo di aver sconfitto e che invece sembrano sclerotizzati. Le notti peggiori sono quelle in cui non ci è più dato di sperare che potremmo diventare migliori cambiando luogo, compagni di viaggio, scelte vocazionali, condizioni di vita. Le notti peggiori sono quelle che arrivano quando siamo già vecchi e non abbiamo più voglia di accettare che ci sia ancora qualcosa di sconosciuto in noi. Invece lo Sconosciuto, per fortuna, presidia.

Il peccato c’è, per tutti. Non i difetti, non il generico errore ma il male in qualche sua declinazione. In noi. Un male incarnato e unico che si manifesta grazie alle nostre scelte, al nostro corpo, al mostro esserci. Peccato come ostacolo al movimento Trinitario di salvezza. Riconoscerlo e confessarlo, dice Agostino, ci mette già accanto a Dio. Ma questo processo, se affrontato con verità e coraggio è dolorosissimo. Se affrontato in età adulta ancora di più. Serve grandissima fede, serve di aver incontrato il Risorto per non morire dentro la propria notte. 

Però si può rinascere, e lo si può fare solo quando si è vecchi, forse proprio perché liberi dall’illusione che il male che ci abita, una volta individuato, sia risolto. Forse perché da vecchi finalmente ci si accorge che non ci si può partorire da soli, serve essere rimessi al mondo da Dio. Forse perché, da vecchi, si dovrebbe aver imparato l’arte della misericordia. Essere incapaci di perdono è la nostra vera condanna. È ciò che ci rende radicalmente diversi da Dio. 

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Chi crede

“Tutto si concentra nell’uomo, e in primo luogo nell’uomo-Dio, che è Cristo; tutto deve ritornare a Dio mediante Cristo e i cristiani (In III Sent. Prol.). L’umanesimo di san Tommaso ruota dunque intorno a questa intuizione essenziale: l’uomo viene da Dio e a Lui deve ritornare. Il tempo è l’ambito entro il quale egli può portare a compimento questa sua nobile missione, mettendo a profitto le opportunità che gli sono offerte sul piano sia della natura che della grazia”.   

(Messaggio di Giovanni Paolo II ai partecipanti al congresso internazionale tomista, Castel Gandolfo, 16 settembre 2003)

Nicodemo entrando nella notte, incamminandosi verso l’uomo-Dio che è Cristo si è concentrato nel nucleo incandescente che abita ogni essere umano. Il suo itinerario è davvero il percorso di una vita. Non siamo al mondo per altro. Siamo vivi per incamminarci nella notte che ci portiamo dentro e per poter incontrare lì, sulla vetta del monte, il volto di un Dio che ci chiede di slegare il primogenito, di non trattenere l’amore. Siamo vivi per incamminarci nel cuore della notte che ci portiamo dentro per scoprire che siamo nati perché da Dio veniamo e a Dio ritorniamo. Ciò che esula da questo movimento è disumano. 

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

*In copertina e nel testo: immagini dal ciclo “La Santa Faz” di Francisco de Zurbarán, XVII secolo

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