
“Annusa la folla e schivala. Vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo”
Pangea - Thursday, June 18, 2026Conobbi Gioia in un fumoir a San Pietroburgo. Era una discoteca all’occidentale, ricavata nel retro di una fabbrica dismessa con una galleria d’arte nei vecchi uffici. Due russi ci presero per mano e presentarono: avevamo in comune il passaporto italiano. Gioia aveva gli occhi color malva sotto le luci al neon del minuscolo spazio ricavato con il cartongesso.
Entrambi sentivamo l’imbarazzo dell’incontro. Dopo i convenevoli, dopo averla trovata interessante e spontanea, iniziai a indagare di più sulla sua persona. Eravamo due apostati eremiti nei fumi della notte pietroburghese, a cercare di incensare l’anima con la nicotina.
I suoi nonni, entrambi, erano pittori. Da poeta, le citai Orazio. Ridemmo e, a quel punto, ci sedemmo su una specie di panchina, anch’essa in cartongesso, ricavata direttamente dal muro. Accendemmo una seconda sigaretta quando iniziò a raccontarmi.
I nonni si conobbero al Bar Jamaica. Il figlio di uno e la figlia dell’altro, seguendo i padri. Si piacquero. Nacque lei. Nel frattempo, Fontana squarciava il cielo con la luce della promessa del taglio, mentre intorno i saltimbanchi uscivano dai cespugli a spargere la rugiada dell’arte per le strade. E l’unico Manzoni assottigliava la distanza tra la materia artistica e il corpo, ci si comprimeva dentro.
Le chiesi se conoscesse il Cane Randagio, disse di no e le raccontai qualche cosa, chiedendole di interrompermi se si annoiava: parlo troppo, la regola delle trenta parole a testa in una conversazione non so applicarla; quindi, o parlo troppo e metto in soggezione o ascolto avidamente e metto in soggezione. Mi sembrava una storia simile a quella della sua nascita.
Le raccontai di un posto, il Cane Randagio appunto, in cui ogni sera trovavi Anna Achmatova, con gli occhi gelidi e tristi, ad ascoltare il mondo che si rovesciava ovunque, seduta a un tavolo in disparte, a superare per sempre con il solo ascolto la poesia. Anna, che teneva per mano la generazione dei reietti che hanno scritto la storia con l’inchiostro dell’impiccagione, della rivolta, del confino. Anna, che sussurrava a ogni amante la perdita dell’anello d’oro, una anacoreta della perdizione del mistico diurno. Di quel cercare gli oggetti persi di cui si narra in versi. Al Cane Randagio, dove i poeti si sparavano tra loro per un bicchiere di troppo, per un amante che non voleva diventare marito, per un endecasillabo rubato. Dove nasceva Majakovski inneggiando alle orge. Un posto da cani per un direttore cane. Dove c’era una separazione netta tra chi d’arte moriva, gli artisti, e chi d’arte viveva, il pubblico: il farmacista.
Allora tornai a Roma e dissi a Edoardo di vederci ogni mercoledì al Cane Randagio, alle otto in punto. Il Cane Randagio si trova in un luogo imprecisato tra Piazza Sempione e Piazza San Cosimato. E noi il mercoledì alle otto in punto ci vediamo al Cane Randagio, perché il mercoledì è il giorno del Cane Randagio, alle otto in punto.
Lo diciamo solamente a quelli che d’arte ci muoiono, perché non si può morire altrimenti. Non ci si vive, ci si riaggrega e, se tutto va bene, ci si muore tutti insieme, perché non c’è nessun altro posto dove andare il giorno dopo.
Kazimir Malevič, Paesaggio con cinque case, 1932Non abbiamo nessuna casa a cui tornare né alcun lavoro prodigo da svolgere. Non ci sono uffici in cui ci attendono, né stagisti da frequentare e sottomettere o, peggio ancora, da educare. Ci vediamo al Cane Randagio perché non potrebbe essere altrimenti; non abbiamo nessun luogo che ci protegga se non il verso storto, riletto, copiato e abbandonato. Nessun pubblico a cui tornare, perché il pubblico della notte è sempre diverso e, se è sempre lo stesso, sono dei cretini che non vogliamo: ai miracoli si assiste univocamente (quante volte hai letto Mandel’štam per la prima volta?).
Il mercoledì al Cane Randagio non vogliamo nessun borghese che non sia stato escluso dalla propria famiglia, a cui non abbiano tolto gli alimenti o che non abbia dormito per strada. Non vogliamo nessuno che non sia stato insultato e diseredato da tutte le persone che ha intorno almeno una volta, e che abbia preso anche solo una buona decisione. Perché al Cane Randagio, di mercoledì, alle otto precisamente, entrano soltanto i fradici di gioia e i malfattori. Parliamo di quello che ci propongono di fare e non facciamo, di quello che ci propongono di scrivere e non scriviamo finché non ci si spezza il cuore per un riflesso. Finché non c’è più nessun argomento di cui borbottare egomaniaci, e comincia il sarcasmo, e il cuore non riluce più del racconto di sé stessi. Ci si incontra per spezzarci il cuore, per raccontare e, dopo aver raccontato, spezzato il cuore, dopo che ognuno ha detto quello che ha scritto per spezzarcisi il cuore e che nessuno lo ha più ascoltato perché a nessuno interessa veramente come l’altro si spezza il cuore, dire futilità per oblio. Dopo che ci siamo raccontati come il cuore è andato in frantumi, ne ridiamo tutti insieme per non prenderci sul serio, perché quello che conta è solo l’atto dell’umano che ascende al divino. E tutti insieme si santifica l’offerendum all’infinito delle bassezze del corpo e delle fasulle altezze dello spirito, sgranocchiando cibo spazzatura cinese e filmografia indiana. Ci incontriamo perché l’incontro non ha più alcuna mistica, per incontrare l’altro intero, senza la menzogna della parola. Chi non è attraversato come mezzo dell’altissimo non può considerarsi poeta, e il poeta è chi si fa strada nell’indicibile per essere strumento di tutto ciò che non è ancora stato tradotto dal cielo.
Ci incontriamo per l’incontro, insieme e nemici, per un’ontologia dell’arte che si è fatta pelle. Noi alle otto, ogni mercoledì, al Cane Randagio, discutiamo e ci inebriamo fino a non avere più nessun argomento di senso, fino al trastullo dell’ironia e del decrepito ripetuto, finché non emerge la carne senza il suo racconto.
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Sì Graziano, dovremmo andare a correre al Verano, a inventare arcobaleni di rugiada sulle grigie tombe e fare urli all’altipiano. Non si vede nessuno tranne l’ultimo dei mohicani.
Sì vediamoci alle otto al Cane Randagio perché gli artisti stanno insieme per non dirsi artisti, fottiamo la connessione e il digitale. Solo la connessione sensoriale.
Kazimir Malevič, Otto rettangoli rossi, 1915Hanno detto alla prima mostra degli impressionisti quei quadri può farli anche un bambino. Hai visto, adesso i critici non ci stanno proprio?
La roccia sul mare mi ha detto hai sentieri di eternità sottopelle, nelle braccia, mi ha detto accomoda i reni e in mezzo alla fronte hai il terzo, levigalo con cura: ti farà vedere.
Il surrealismo sta nelle cosce, si attiva camminando. Il rock ’n’ roll sta nella cervicale: punti quantici.
Abbracciamoci per essere svuotati e pieni, felici e austeri, Voglio un coccodrillo per Natale e un ippopotamo nella tazza da tè, per favore.
Le montagne mi dicono non vendere i tuoi libri e anela al mistero: «Scrivi solo nella tua mente adesso».
Ricordati di quello che contrabbandava porcellane dalla Francia e dell’altro che tagliava l’acqua del mare con le forbici. Qui invece è un liceo perenne si conoscono tutti e arrivano anche a Timbuctù per leggere due versi. Pagano pure la benzina. Poi tornano in classe.
Perciò ricordati di scordarti di te, di aprire le porte, dentro in fondo a sinistra, alla Holden Caulfield per intenderci, vicino al fuoco dello sciamano pitturato. Senti i piedi degli indiani che danzano? Balla coi lupi. Lo vedi il copricapo all’orizzonte? Seguilo tra Piazza Sempione e San Cosimato. I chip rifuggono l’energia vitale. Gli allarmi tacciono davanti al muro bianco.
Annusa la folla e schivala, sii istrione, raccontami una canzone che sia intonata con la follia, andiamo alla fonte:portiamoci via da bere e da sognare. Che una notte non basta, vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo. Non abbiamo altro: scriviamo a matita nell’aria, al Cane Randagio.
Graziano Mazza e Edoardo Piazza
*In copertina: Kazimir Malevič, “Ritratto di donna”, 1932
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