“Tanto tu mi doni una vertigine”. Sulla poesia di Giancarlo Cutrona

Pangea - Tuesday, June 30, 2026

Scrive Osip Mandel’štam, che la parola condivide la sorte del pane e della carne: la sofferenza. È ancora tempo di naufragio e l’epoca è il vascello percosso dalle intemperie della sua Storia e dell’umanità che la abita sempre incerta, al netto di credenze che sanno solo invecchiare male, e va per marosi di menzogne. Ogni civiltà muore, forse, sotto il peso delle proprie bugie. Che questa disfatta finisca nell’eliotiano piagnisteo piuttosto che nello schianto – sebbene minacce di fragori atomici pendano sempre sulle nostre teste – è, ormai, una certezza. Nel frattempo, gli scricchiolii con cui il Geistdell’epoca annuncia la propria vulnerabilità, ci pongono sempre e comunque di fronte ad una scelta. Come stare dentro questa fine? La viscera è, probabilmente, la via da percorrere per tornare ad esperire ancora il mondo. Il dramma heideggeriano dell’assenza di un fondo che arresti la caduta e dal quale ripartire, ci pone invero di fronte alla sfida di scendere nell’oscurità, cimitero di falsi orizzonti, tra le ceneri di parole che non hanno saputo restituirci la vita che credevamo di cercare, che credevamo di creare da soli.

La sfida è altissima, sul piano poetico. 

Scrive Giancarlo Cutrona, introducendoci al suo viaggio carsico in versi (Il libro delle viscere, esordio poetico per Fallone editore) che la vita deve essere percorsa fino all’ultimo capoverso. La vita, scrive, non la poesia. Dunque, il poeta ristabilisce una priorità che riporta la forma (la poesia) alla sua radice, a ciò che la genera e la rende credibile. Non l’ennesimo, nonché ossessivo, tentativo di trasfigurazione della realtà; non si offre la via di fuga con una posa, si offre una più impegnativa postura, eludendo qualsiasi scusa. Dunque, si sta dentro quello che a suo tempo Hofmannsthal ha chiamato disagio della civiltà e che, come insegna la grandiosa e drammatica esperienza viennese dei primi del ’900, colpisce in primis il linguaggio. La risposta al crollo delle illusioni, offerta dai versi di Cutrona, non è affatto un’altra illusione. Sarebbe l’ennesimo baro, in fin dei conti e, probabilmente, non ne abbiamo bisogno.

Sai,

esiste un luogo
situato in profondità,
dove le mani tendono
le trame dell’alba alle laide eclissi
e ha scaturigine il precipitare
di un’antica sorgiva
che dal dì del tuo preludio
scorre, come un sorso
di fiume in vene scure.
Sacra invocazione,
che dice tocca a te:
indomita incertezza
che stai sospesa in altri fili
e ingravidi d’inchiostro
la vetta più feconda
degli abissi.

Nella canzone scritta da De Gregori Le storie di ieri, De Andrè canta: “I poeti che brutte creature/ Ogni volta che parlano è una truffa”. Sarà certamente d’accordo il Platone del decimo libro della Repubblica; dopo Simonide di Ceos, la tradizione occidentale della poesia passerà dal glorioso – ed epico – sacerdozio della verità, a bugia di cui il poeta è unico artefice, intanto che la Musa lo ha abbandonato al suo destino di abile affabulatore, privando la parola del suo battesimo. Ma si diceva che qui non si vuole barare. La considerazione appare tanto più necessaria, se si valuta che il viaggio di Cutrona dentro le viscere, avviene attraverso una straordinaria ricchezza semantica che invece di seguire l’arbitraria utopia di un’autoreferenziale pienezza della forma, vuole agganciarla alla vita che la genera. Dunque, scendere nelle viscere vuol dire lanciarsi alla scalata verso l’avvenire. Cioè, senza timore del buio, scorgere i barlumi di vita, di luce, che ancora chiamano il nostro sangue, il nostro cuore ad altra, rinnovata, linfa. Dopo il tradimento delle cose semplici, per una nuova fedeltà. 

Entrerai con prepotenza
in una vita più feconda,
con vanità che cerca lume
e l’elettezza nel linguaggio.
Ma anzitempo questo volto,
questa sorba tra le querce
con le sue stagionali asprezze,
con i suoi spilli e questo drago,
che la parola come un vento
ancora rincorre e fa suo.
E se non basta
è un brivido di talismani
a dirci il vero dell’agosto.
Se siamo quella porcellana
fratturata lungo il capezzale
o è l’arido retrivo a strapparci
via la carne dai cristalli.
Tanto tu mi doni una vertigine,
il volo chiuso nelle colombaie,
così lo spazio aperto dove uccido
ciò che ignoro nel sapere.

Ma si diceva della ricchezza semantica. Il poeta cesellatore – sempre potenzialmente titanico quando lavora troppo di fino; quando non si capisce bene dove finisca la sua signoria sul verbo e cominci quella di un dio, che benevolo suggerisce all’orecchio la parola esatta – qui, prima di tutto, pare richiamare la ricchezza dei suoni primordiali, quelli che in certe cosmogonie diedero inizio a tutto. Sembra di percorrere eoni interi, lungo una parola non comoda, ma della quale pare ci si possa fidare, certamente non annullando il rischio personale del mettersi in cammino. Non siamo, infatti, estranei al viaggio di Cutrona perché il poeta si rivolge a noi con il tu per dirci che possiamo (e dobbiamo) intraprenderlo. 

Quando si cerca tutto, è doveroso perdere tutto. Lasciare andare conoscenze ridotte a carcasse (“Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?/ Dov’è la saggezza che abbiamo perduto conoscendo?”, dice ancora Eliot). Andare fino in fondo come atto vitale prima e poetico dopo, autenticamente eversivo. In tal senso, la ricerca semantica che in questo esordio poetico si offre così raffinata, appare tanto più coraggiosa, vòlta com’è a non cedere al collasso linguistico, naturalmente immischiato nel naufragio delle immagini ridotte a frantumi. 

In un breve racconto, enigmatico, del 1917 Franz Kafka, partendo dal mitico viaggio di Ulisse tra le sirene, ci pone davanti a un terribile paradosso in cui l’evento davvero pericoloso per il viaggiatore non è quello atteso (e cioè il canto delle sirene), bensì il suo contrario: il loro silenzio. Non in ciò che crediamo o ci aspettiamo di vedere, è la trappola, ma in ciò che per qualche motivo non sappiamo riconoscere. È questo il punto in cui si rende necessario aprirsi alla realtà, dove è più alto il rischio, altresì, di cedere alle proprie, soggettive, proiezioni. 

Al termine della discesa, alla fine delle viscere, tuttavia, non c’è l’io solitario ma la stirpe. Uno sì, ma non da solo. Questa catabasi in tre fasi (Descensio – Regnum Umbrae – Ab Stirpe) che Cutrona ci apre davanti agli occhi, questa conoscenza che non si sottrae alle tenebre, ma anzi ne ha fame, se conduce ad una chiarità spetterà anche al lettore/viaggiatore scoprirlo e al riguardo, fino ad un certo punto arriva la promessa del poeta/nocchiere. Meister Eckhart, citato in epigrafe nella seconda parte del Libro delle viscere, ci ha parlato del fondo dell’anima (Seelengrund) il luogo in cui avviene l’unione mistica tra anima e Dio, dove risiede quella scintilla (Fünklein) increata che non appartiene all’ordine del mondo sensibile, né a quello delle realtà finite. La verità, nei versi di Cutrona, non si conquista per elevazione, ma per immersione: non una nuova ragione cartesiana, per usare un’espressione cara a Franco Rella, ci attende ma una metafisica che sembra porsi in antitesi a questa ragione: discendo, dunque sono. 

Questo parlamento di nuvole nel cielo 
è un cupo precipizio di violini, un’invasione 
di sentenze mute venuta a dominare ogni
solco sulla Terra. Eppure anche quaggiù i 
tuoni sono un loquace presagio che 
illumina l’inerte, l’intercessione dei numi 
tutelari sulle sagome crepate e sul sepolto,
che un tempo furono rifugio di ossessioni 
e di utopie: una stia celestiale in cui
rinchiudere l’abisso. E sebbene in questi
occhi vive eterno un grammo d’universo, 
sebbene abbiano già visto – in un sol momento – 
la fine di Roma e la fine di Parigi, 
il catrame sui muri e sulle carcasse 
delle foglie incenerite, o l’angelo, 
spiumare a picco e morire: essi 
sono essenzialmente ancora 
troppo umani e troppo stretti, per
dare ampio spazio a tutta la 
deflagrazione o a ciò che è venuto 
fino a qui come un profluvio di 
vendetta, per dilapidare.

Livia Di Vona

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