Scrive Osip Mandel’štam, che la parola condivide la sorte del pane e della
carne: la sofferenza. È ancora tempo di naufragio e l’epoca è il vascello
percosso dalle intemperie della sua Storia e dell’umanità che la abita sempre
incerta, al netto di credenze che sanno solo invecchiare male, e va per marosi
di menzogne. Ogni civiltà muore, forse, sotto il peso delle proprie bugie. Che
questa disfatta finisca nell’eliotiano piagnisteo piuttosto che nello schianto –
sebbene minacce di fragori atomici pendano sempre sulle nostre teste – è, ormai,
una certezza. Nel frattempo, gli scricchiolii con cui il Geistdell’epoca
annuncia la propria vulnerabilità, ci pongono sempre e comunque di fronte ad una
scelta. Come stare dentro questa fine? La viscera è, probabilmente, la via da
percorrere per tornare ad esperire ancora il mondo. Il dramma heideggeriano
dell’assenza di un fondo che arresti la caduta e dal quale ripartire, ci pone
invero di fronte alla sfida di scendere nell’oscurità, cimitero di falsi
orizzonti, tra le ceneri di parole che non hanno saputo restituirci la vita che
credevamo di cercare, che credevamo di creare da soli.
La sfida è altissima, sul piano poetico.
Scrive Giancarlo Cutrona, introducendoci al suo viaggio carsico in versi (Il
libro delle viscere, esordio poetico per Fallone editore) che la vita deve
essere percorsa fino all’ultimo capoverso. La vita, scrive, non la poesia.
Dunque, il poeta ristabilisce una priorità che riporta la forma (la poesia) alla
sua radice, a ciò che la genera e la rende credibile. Non l’ennesimo, nonché
ossessivo, tentativo di trasfigurazione della realtà; non si offre la via di
fuga con una posa, si offre una più impegnativa postura, eludendo qualsiasi
scusa. Dunque, si sta dentro quello che a suo tempo Hofmannsthal ha
chiamato disagio della civiltà e che, come insegna la grandiosa e drammatica
esperienza viennese dei primi del ’900, colpisce in primis il linguaggio. La
risposta al crollo delle illusioni, offerta dai versi di Cutrona, non è affatto
un’altra illusione. Sarebbe l’ennesimo baro, in fin dei conti e, probabilmente,
non ne abbiamo bisogno.
Sai,
esiste un luogo
situato in profondità,
dove le mani tendono
le trame dell’alba alle laide eclissi
e ha scaturigine il precipitare
di un’antica sorgiva
che dal dì del tuo preludio
scorre, come un sorso
di fiume in vene scure.
Sacra invocazione,
che dice tocca a te:
indomita incertezza
che stai sospesa in altri fili
e ingravidi d’inchiostro
la vetta più feconda
degli abissi.
Nella canzone scritta da De Gregori Le storie di ieri, De Andrè canta: “I poeti
che brutte creature/ Ogni volta che parlano è una truffa”. Sarà certamente
d’accordo il Platone del decimo libro della Repubblica; dopo Simonide di Ceos,
la tradizione occidentale della poesia passerà dal glorioso – ed epico –
sacerdozio della verità, a bugia di cui il poeta è unico artefice, intanto che
la Musa lo ha abbandonato al suo destino di abile affabulatore, privando la
parola del suo battesimo. Ma si diceva che qui non si vuole barare. La
considerazione appare tanto più necessaria, se si valuta che il viaggio di
Cutrona dentro le viscere, avviene attraverso una straordinaria ricchezza
semantica che invece di seguire l’arbitraria utopia di un’autoreferenziale
pienezza della forma, vuole agganciarla alla vita che la genera. Dunque,
scendere nelle viscere vuol dire lanciarsi alla scalata verso l’avvenire. Cioè,
senza timore del buio, scorgere i barlumi di vita, di luce, che ancora chiamano
il nostro sangue, il nostro cuore ad altra, rinnovata, linfa. Dopo il tradimento
delle cose semplici, per una nuova fedeltà.
> Entrerai con prepotenza
> in una vita più feconda,
> con vanità che cerca lume
> e l’elettezza nel linguaggio.
> Ma anzitempo questo volto,
> questa sorba tra le querce
> con le sue stagionali asprezze,
> con i suoi spilli e questo drago,
> che la parola come un vento
> ancora rincorre e fa suo.
> E se non basta
> è un brivido di talismani
> a dirci il vero dell’agosto.
> Se siamo quella porcellana
> fratturata lungo il capezzale
> o è l’arido retrivo a strapparci
> via la carne dai cristalli.
> Tanto tu mi doni una vertigine,
> il volo chiuso nelle colombaie,
> così lo spazio aperto dove uccido
> ciò che ignoro nel sapere.
Ma si diceva della ricchezza semantica. Il poeta cesellatore – sempre
potenzialmente titanico quando lavora troppo di fino; quando non si capisce bene
dove finisca la sua signoria sul verbo e cominci quella di un dio, che benevolo
suggerisce all’orecchio la parola esatta – qui, prima di tutto, pare richiamare
la ricchezza dei suoni primordiali, quelli che in certe cosmogonie diedero
inizio a tutto. Sembra di percorrere eoni interi, lungo una parola non comoda,
ma della quale pare ci si possa fidare, certamente non annullando il rischio
personale del mettersi in cammino. Non siamo, infatti, estranei al viaggio di
Cutrona perché il poeta si rivolge a noi con il tu per dirci che possiamo (e
dobbiamo) intraprenderlo.
Quando si cerca tutto, è doveroso perdere tutto. Lasciare andare conoscenze
ridotte a carcasse (“Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?/ Dov’è la
saggezza che abbiamo perduto conoscendo?”, dice ancora Eliot). Andare fino in
fondo come atto vitale prima e poetico dopo, autenticamente eversivo. In tal
senso, la ricerca semantica che in questo esordio poetico si offre così
raffinata, appare tanto più coraggiosa, vòlta com’è a non cedere al collasso
linguistico, naturalmente immischiato nel naufragio delle immagini ridotte a
frantumi.
In un breve racconto, enigmatico, del 1917 Franz Kafka, partendo dal mitico
viaggio di Ulisse tra le sirene, ci pone davanti a un terribile paradosso in cui
l’evento davvero pericoloso per il viaggiatore non è quello atteso (e cioè il
canto delle sirene), bensì il suo contrario: il loro silenzio. Non in ciò che
crediamo o ci aspettiamo di vedere, è la trappola, ma in ciò che per qualche
motivo non sappiamo riconoscere. È questo il punto in cui si rende necessario
aprirsi alla realtà, dove è più alto il rischio, altresì, di cedere alle
proprie, soggettive, proiezioni.
Al termine della discesa, alla fine delle viscere, tuttavia, non c’è l’io
solitario ma la stirpe. Uno sì, ma non da solo. Questa catabasi in tre fasi
(Descensio – Regnum Umbrae – Ab Stirpe) che Cutrona ci apre davanti agli occhi,
questa conoscenza che non si sottrae alle tenebre, ma anzi ne ha fame, se
conduce ad una chiarità spetterà anche al lettore/viaggiatore scoprirlo e al
riguardo, fino ad un certo punto arriva la promessa del poeta/nocchiere. Meister
Eckhart, citato in epigrafe nella seconda parte del Libro delle viscere, ci ha
parlato del fondo dell’anima (Seelengrund) il luogo in cui avviene l’unione
mistica tra anima e Dio, dove risiede quella scintilla (Fünklein) increata che
non appartiene all’ordine del mondo sensibile, né a quello delle realtà finite.
La verità, nei versi di Cutrona, non si conquista per elevazione, ma per
immersione: non una nuova ragione cartesiana, per usare un’espressione cara a
Franco Rella, ci attende ma una metafisica che sembra porsi in antitesi a questa
ragione: discendo, dunque sono.
> Questo parlamento di nuvole nel cielo
> è un cupo precipizio di violini, un’invasione
> di sentenze mute venuta a dominare ogni
> solco sulla Terra. Eppure anche quaggiù i
> tuoni sono un loquace presagio che
> illumina l’inerte, l’intercessione dei numi
> tutelari sulle sagome crepate e sul sepolto,
> che un tempo furono rifugio di ossessioni
> e di utopie: una stia celestiale in cui
> rinchiudere l’abisso. E sebbene in questi
> occhi vive eterno un grammo d’universo,
> sebbene abbiano già visto – in un sol momento –
> la fine di Roma e la fine di Parigi,
> il catrame sui muri e sulle carcasse
> delle foglie incenerite, o l’angelo,
> spiumare a picco e morire: essi
> sono essenzialmente ancora
> troppo umani e troppo stretti, per
> dare ampio spazio a tutta la
> deflagrazione o a ciò che è venuto
> fino a qui come un profluvio di
> vendetta, per dilapidare.
Livia Di Vona
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