
Comprende solo chi si lascia comprendere
Pangea - Sunday, July 5, 2026Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». (Mt 11,25-30)
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Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
Cristo prega, grato, il Padre, il Signore del cielo e della terra. Ma questo avviene quando avrebbe davvero poco di cui ringraziare. Ecco i versetti che precedono il brano di oggi:
“È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ‘Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori’. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie”.
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!” (Mt 11,18-24)
Versetti indispensabili per comprendere cosa intenda Cristo per “sapienti e dotti”. Uomini che sanno giustificare ogni cosa con le parole e con un uso interessato del ragionamento. Uomini che sanno volgere a proprio vantaggio ogni interpretazione dell’accadere della vita. Abili nel giustificare tutto e anche il suo contrario, perfetti nel giustificare, sempre, se stessi.
Giovanni era indemoniato perché digiunava e Gesù, all’opposto, mangione e beone. L’importante è mantenere le distanze, non farsi toccare dalla provocazione dei profeti. I piccoli, invece, vivono in modo diverso. Il piccolo, proprio per l’angolazione da cui sceglie di guardare il mondo, saprà mantenere in tensione gli opposti, accoglierà la vita scavata d’attesa di Giovanni e anche il messaggio escatologico del Cristo. I piccoli non procedono per esclusione, i piccoli non usano la verità per giustificare le proprie mancanze.
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“Gesù risponde e dice: non abbiate paura di mettervi alla mia scuola, di farvi miei discepoli; non sono un Maestro dispotico come voi temete; sono mite e umile di cuore. Sono in tal senso piccolo come voi”.
(Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa, 2007)
Cristo rimprovera le città dove sono avvenuti miracoli perché non si sono convertiti. Quello che rende “piccola” una persona è la capacità di conversione profonda. Piccolo e saggio è colui che usa il pensiero per spogliarsi e non per proteggersi. Piccolo e santo è colui che non si limita a spiegare la meraviglia della vita ma la lascia accedere in sé, e si converte. Piccolo e vero è l’uomo che ha compiuto un significativo percorso di verità e ha compreso che il profilo della vera sapienza è la resa. Nelle mani del Cristo.
Cristo tra le rovine di una predicazione segnata dal fallimento, si china a raccogliere i frammenti di trasparenza, alcune persone hanno accolto il miracolo e si sono lasciate trasfigurare. Terribile la condanna di chi si ostina a proteggersi dietro sicurezze che paiono inattaccabili e che, invece, diventano macina da mulino che trascina al fondo della propria disperazione.
Saggi e sapienti sono uomini che si illudono di vedere e che, invece, vagano in un mondo in cui la verità è stata loro nascosta. Sono impossibilitati al riconoscimento perché troppo pieni di sé.
Una sfumatura del peccato è questa sorta di cecità. Sembra di sentire rivolte a tutti noi la domanda che il Cristo rivolge al cieco: “Vuoi vedere davvero?” Perché poi se vediamo davvero, se guardiamo senza protezione chi siamo, o diventiamo finalmente piccoli e umili, riconoscendoci peccatori o ci disperiamo fino a desiderare la morte, perché non siamo per niente come credevamo di essere.
Chi, oggi, a me, a te che leggi, riesce a svelare la verità? Dove incontriamo lo sguardo del Cristo che ci riporta alla Verità di ciò che siamo?
Sabotatori del reale, incantiamo la Verità stordendola di parole, ingannandola di alibi, inventando sempre nuovi nemici. E questo solo perché non sappiamo far crollare le nostre mura. Abbiamo paura di essere invasi. E abbiamo ragione, è mortalmente rischioso. Ma è proprio l’invasione, il crollo, ciò che può salvarci dall’illusione di essere giusti.
Cristo non nega il fallimento, non lo eleva a soluzione di ogni problema, il fallimento senza la preghiera è solo drammatica disfatta. Cristo prega. Alza gli occhi al Padre, all’Altissimo Signore, unisce nel movimento del suo cuore gli opposti. Papà e Onnipotente. Davanti al Tutto Cristo si fa piccolo. E in quel paradosso i semplici vedono il volto visibile di Dio.
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“Matteo presenta Gesù come figura di rivelazione e di iniziazione alla rivelazione: mentre con la sua umiltà, rivela l’umiltà di Dio, Gesù si propone nel testo anche come fonte di umiltà per i suoi discepoli”.
(Comunità di Bose, Eucarestia e Parola, Vita e Pensiero, 2010)
E quindi anche Dio è umile. E mite di cuore. E se già stiamo cercando giustificazioni per dimostrare che non è così, che occorre comprendere bene cosa significhi mitezza e umiltà. E se già stiamo pensando, delusi, che avremmo voluto maggior complessità da Dio e qualcosa da poter chiamare “giustizia” e leggi da applicare. E se pensiamo che una lettura del genere sia stucchevole e banale, significa che non abbiamo ancora capito che comprende solo chi si lascia comprendere. Che l’unica esegesi infallibile per aprire spazi di santità è quella che porta alla consegna di sé. Fino a quando non impariamo l’arte, micidiale, difficilissima, dell’umiltà saremo costretti a rimanere infantilmente sapienti, dotti e immaturi.
L’anziano, il saggio, è colui che è finalmente giunto a semplicità.
Piccolo è l’artista che, abitato pienamente da Dio, disegna un cerchio perfetto prima di morire. Il poeta riassorbito dal Silenzio. Il profeta immobile e muto sulla soglia della grotta. Chiunque comprenda la ferocia e la difficoltà di questa iniziazione.
L’eterno riposo in Lui come vertice dalla vitalità.
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Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
“La Chiesa primitiva interpreta in senso mistico la conoscenza del Padre tramite il Figlio. Conoscere è sempre anche amare, essere una cosa sola con chi si ama, entrare nell’altro. È una relazione teneramente amorosa tra il Padre e il Figlio”.
(Anselm Grun, Gesù maestro di salvezza, Queriniana, 2004)
Piccolo non è colui che non legge, che non studia, che non scrive, che, sapendo di non sapere, si compiace del suo niente. Al contrario, piccolo è colui che cerca per conoscere ma che sa bene che conoscenza vera chiede sempre un gesto d’apertura, di disponibilità, d’amore. Piccolo è l’uomo che ha compreso che ogni atto di ricerca è un esercizio profondo di scarnificazione dell’anima. Le parole scavano, le poesie strappano, i concetti mordono. Conoscere è lasciarsi consumare. Fino alla totale consegna di sé.
Dotto e sapiente è colui che ama solo se stesso. Che si illude di bastarsi. O che ha paura di amare. E di essere amato. Cioè di perdere il controllo.
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Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.
“Chiama tutti e non solo quelli di Israele, in quanto creatore e Signore di tutto; dice «affaticati» i giudei in quanto non sono capaci di portare il giogo della Legge, dice «oppressi» gli idolatri, in quanto oppressi dal diavolo e appesantiti da quantità di peccati. Voi – dice – o giudei, tendete alla verità e riconoscete che io sono vostro protettore e signore e subito ne ritrarrete profitto. Vi libero infatti dalla schiavitù della Legge, a causa della quale sopportate molta fatica, e non siete capaci di porvi fine facilmente, dato che vi siete procurati da voi stessi un «carico» grandissimo di peccati, per cui tanto più vi conviene comportarvi in conformità di quanto prescrive la Legge”.
(Cirillo di Alessandria, Frammento 149 in “La Bibbia commentata dai Padri, Matteo 1-13”, Città Nuova, 2004)
Piccolo non è solo colui che è stanco e oppresso ma chiunque accolga l’invito al cammino. Fare alibi della propria stanchezza e oppressione è tentazione comprensibile ma pericolosissima. Rischia davvero di consegnarci alla disperazione.
Piccolo, veramente piccolo, è colui che piange davanti alla drammatica resistenza di chi non accetta di lasciarsi guarire.
Piccolo è chiunque cerca ristoro. Piccolo è il saggio capace di amicizia. Piccolo è chi sa accogliere.
Piccolo è colui che ha smesso di caricarsi pesi per meritare la salvezza, fosse pure il peso della Legge. O il peso di voler migliorare il mondo. Il piccolo sa che la salvezza non si merita: si accoglie. Cosa che non sopporta il sapiente accusato da Cristo.
Piccolo non è colui che ha rifiutato la Legge, che si è allontanato dai dogmi, che rende ininfluente qualsiasi discorso, quelli sono i sapienti del pensiero dominante. Piccolo è colui che è così libero da discernere, momento per momento, quando l’applicazione della Legge liberi il nostro essere immagine e somiglianza di Dio e quando la offuschi (in quanto diventa espressione del mio egocentrismo bisognoso di riconoscimento).
Per fare questo non c’è altra via che mettersi alla scuola di Cristo. Andare a lui, continuamente tornare a lui, per non perdersi in se stessi.
C’è un tempo per digiunare e un tempo per mangiare. C’è un tempo per pregare e uno per stare con gli amici. C’è sempre un tempo che i piccoli sanno incarnare: è il tempo della trasparenza. I piccoli, in ogni momento, si lasciano attraversare dall’Infinito, diventano immagine del Padre. Per loro il giogo si fa leggero. E leggero diventa anche, almeno per un attimo, il peso che devono portare gli amici di chi li incontra. Ed è beatitudine condivisa.
Conosco piccoli, e li amo, che rendendomi più leggero il peso della vita mi mostrano, forse inconsapevolmente, il volto dell’Onnipotente.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.
*In copertina: Hieronymus Bosch, “Incoronazione di spine”, 1485 ca.
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