
Luglio simbolista
Pangea - Saturday, July 11, 2026Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino. Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza.
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A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire rispetto a una persona.
Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.
Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino.
E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si incollava al paesaggio come una Polaroid.
Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.
Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi spettinati che parlano di feste.
Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.
Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti neuronali.
La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.
I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi interessa.
A lei piace il dialogo a tavola, a me no.
Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli irrigatori.
Che fai dopo?
Yoga.
Mi vengono in mente le guardie napoleoniche.
A me i camaleonti.
Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo?
Per andare contro me stessa.
Stasera sei bella magari domani non lo sarai più.
Tu sei bello perché non sei bello.
Ti danno ancora fastidio i rumori?
Sì.
Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino ristorandosi col tè made in Albione.
Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi lesi e offesi.
Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti eccelsi sono tre, non di più.
Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano il gong monastico di una grande emozione.
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Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei boscimani.
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Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni tracannare incenso rubato.
Amen.
Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le tracolle di male.
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Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal cielo.
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Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo. Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.
«Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere. «Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.
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Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori. Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.
Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione per la pubblicità.

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Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati.
Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico è la composizione: chiedilo a Keith.
Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli scrigni della tecnologia.
Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé.
«Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù.
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Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione. Disseminazione.
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I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato fila di cipressi.
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Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità degli spiriti indigeni del selvaggio West.
Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da un felino.
Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua imposta ad usura e per il peccato.
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«Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle occasioni».
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Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.
I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.

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Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo corto e non ci sono più segni zodiacali.
La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i volti dei sumeri.
Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti. L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del sole. Il sole mente.
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Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha inventato per dormire.
In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino. Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.
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Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest attraversando due sillabe.
Edoardo Piazza
*In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un po’ di Haring a casaccio
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