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Luglio simbolista
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino. Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza. * A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire rispetto a una persona.  Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.  Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino. E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si incollava al paesaggio come una Polaroid.  Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.  Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi spettinati che parlano di feste.  Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.  Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti neuronali. La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.  I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi interessa. A lei piace il dialogo a tavola, a me no.  Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli irrigatori. Che fai dopo? Yoga. Mi vengono in mente le guardie napoleoniche. A me i camaleonti. Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo? Per andare contro me stessa. Stasera sei bella magari domani non lo sarai più. Tu sei bello perché non sei bello. Ti danno ancora fastidio i rumori? Sì. Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino ristorandosi col tè made in Albione.  Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi lesi e offesi. Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti eccelsi sono tre, non di più.  Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano il gong monastico di una grande emozione. * Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei boscimani. * Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni tracannare incenso rubato. Amen. Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le tracolle di male. * Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal cielo. * Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo. Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.  «Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere. «Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.  * Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori. Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.  Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione per la pubblicità.  * Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati. Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico è la composizione: chiedilo a Keith. Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli scrigni della tecnologia.  Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé. «Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù. * Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione. Disseminazione. * I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato fila di cipressi.  * Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità degli spiriti indigeni del selvaggio West.  Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da un felino.  Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua imposta ad usura e per il peccato.  * «Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle occasioni». * Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.  I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.  * Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo corto e non ci sono più segni zodiacali.  La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i volti dei sumeri. Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti. L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del sole. Il sole mente.  * Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha inventato per dormire.  In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino. Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.  * Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest attraversando due sillabe.  Edoardo Piazza *In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un po’ di Haring a casaccio L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
July 11, 2026 / Pangea
La poesia? Tra la paleontologia e il punk. Dialogo con Claudio Zuccaro
Io e Claudio Zuccaro ce ne stiamo buoni buoni a Zabriskie Point. Immaginiamo come fosse il set di Michelangelo Antonioni. Oggi sembrerebbe la giornata giusta per un avvistamento ufo, ce l’ha detto un vecchietto del Nord Dakota che si è trasferito qui per vendere collanine e amuleti magici. Dobbiamo andare verso l’Area 51 ma mentre sostiamo ci coglie forte la nostalgia del suolo natio, di Roma e del suo hinterland, dove si è appartato Claudio. Allora cominciamo una danza propiziatoria per avere un buon rientro, alziamo nugoli di polvere coi nostri passi e mentre aspettiamo gli alieni cominciamo a chiacchierare… Dove nasce la poesia, in un concerto punk o tra i fossili di Corneto, l’antica Tarquinia? Sono connesse le due cose? Sono entrambe due mie passioni e questo lo sai. Dove nasce la poesia… La risposta più ovvia sarebbe ovunque. E invece no, o meglio, sì, ma a certe condizioni. Innanzitutto che tu sia te stesso. Sembra una banalità e invece non lo è. Ci sono luoghi, eventi, persone che ci corrispondono di più e allora può nascere una scintilla. Per me ascoltare musica, leggere un libro, scavare fossili o andarmene per siti etruschi o quant’altro… le persone poi, certo non tutte, purché mi trovi a casa, dove voglio stare e con chi voglio stare. Hai scritto in versi delle battaglie dell’Isonzo, cosa ci hai visto da legare a un’opera lirica? Il tema è la guerra, la cosa più ambigua nella storia umana, qualcosa di assurdo e “necessario”, di tragico e comico al contempo. Se ne può parlare in modi diversissimi, ovvio essere contro, ma poi te la ritrovi davanti e ci trovi sempre e comunque qualcuno che ci prende gusto. Non esistono, se non in casi estremi, guerre giuste, in linea di principio sono tutte assurde, eppure sono lì, davanti a noi, necessarie? Ci si augura sempre che insegnino qualcosa, ma non succede mai, cambiano casacche ma la sostanza resta: l’Homo Ideologicus, l’Assoluto “Uno” ad esclusione dell’Altro, l’amico-nemico, la teologia politica. Non accettiamo quasi mai l’Altro, ciò che troviamo fuori posto, il non assimilabile, il totalmente Altro, e replichiamo ad infinito e da secoli la cultura dell’appropriazione, della sopraffazione, della tecnica ad esclusione. Forse ha ragione Heidegger, i campi di sterminio sono già iscritti nelle origini del pensiero occidentale, la metafisica, la tecnica e la guerra sono un destino.  So che hai un’ampia collezione di dischi anni Settanta/Ottanta, è possibile che chi scriva poesia oggi ignori completamente quella stagione? Per me la musica è un’arma fondamentale, è la vera inclusione a scapito dell’esclusione, inevitabilmente un’arte totale senza se e senza ma. In una mia biografia c’è scritto “devoto a Ian Curtis”, infatti che cosa sarebbe stata la mia vita, le poesie che scrivo, senza il punk, la new wave, il gothic… Non saprei dirlo. Joy Division, The Cure, Dead Can Dance, Cocteau Twins, Simple Minds… Tante poesie sono nate ascoltando la loro musica. Devo ammettere poca italiana ad esclusione di Conte, Battiato, Battisti, Gaber, De André, talvolta Guccini e qualche altro.  Lui è Claudio Zuccaro E la montagna? So che quel mondo ti affascina, sei devoto ai Joy Division anche dagli altipiani? La montagna o la natura, mettila come vuoi, è un discorso a sé. Partiamo dalla passione per la geologia e la paleontologia (scienze già poetiche in sé), mettiamoci pure l’interesse per il recupero di oggetti della Prima guerra mondiale e il mio viscerale amore per il Col di Lana, scenario di battaglie cruente durante il conflitto, aggiungici pure l’interesse per il mondo etrusco e la preistoria e il quadro che ne viene fuori o è da visita psichiatrica o da chi la natura la vive dall’interno, del resto sono nato ad Ancona e da lì, il mare, te lo porti addosso per tutta la vita. La tua poesia si caratterizza per un eclettismo stilistico, qual è il tuo pensiero a riguardo? Personalmente non ho mai creduto a modelli precostituiti di stile poetico e letterario. Certo, non è neppur falso il contrario, se qualcuno si trova a casa con la struttura del sonetto shakespeariano, ben venga il sonetto shakespeariano, che nessuno faccia lezioni o prediche. Per quello che mi concerne, io cerco di guardare ai tempi, guardo a me oggi, quello che vivo, ciò che sento, parlare in prima persona non mi disturba, così pure l’eclettismo stilistico, purché non si scriva in modo autoreferenziale o al di fuori di un mondo che si trasforma più in fretta di noi. Partire dalla strada, dalla realtà, non astrarsi mai dalla realtà sociale e anche politica (perché no?) del nostro tempo. Riformulare o inventare parole se necessario. Oggi la persona più anticonformista è chi ascolta Radio Maria, per il resto tutto è possibile e tutto fa cassetta. Il capitalismo e il materialismo edonista e narcisista dei nostri giorni vanno a braccetto. Siamo sempre più liberi, ma nessuno è stato mai veramente liberato. Impossibile fare poesia quindi omettendo il tempo reale. Noi, gli esclusi, noi gli emarginati dalla festa, noi che scriviamo e che cambiamo nello scrivere, siamo il vero “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. La parola poetica è l’unica vicina all’origine (e già questo la rende rivoluzionaria, polisemica, incomprensibile ai più) è da lì che viene, è da lì che si alimenta. “Sarà una parola che vi seppellirà”, mai così vero, ma non per l’oggi. Quanto hanno inciso invece nella tua opera il rock, il pop, il punk appunto ma anche la Street Art ma tornando indietro la famosa Fontaine di Duchamp? Rileggendo autori fine anni Settanta (mi sono dilettato recentemente con Gaber, Franco Berardi dello “Bifo”, Michael Ende e Joseph Beuys) emergeva il dato che la poesia e le parole crescono e muoiono con le città che le determinano, è vero. Bisogna avere orecchio, diceva Jannacci, bisogna averlo tutto, anzi, parecchio… è così. La Street Art oggi, promossa dalle amministrazioni comunali, è patetica, i murales dipinti con tanto di pubblico e pensionati che guardano il cantiere sono grotteschi. Le cose sono fatte per essere trasgredite, ogni teoria è falsificabile. Avere orecchio vuol dire carpire nell’aria il vento e la brezza, il rumore delle foglie e quello dei cannoni, sapere cosa non siamo piuttosto che ciò che siamo, ma mai, e poi mai, conformarsi allo stato di cose presente. Ciò che era conformista ieri oggi è rivoluzionario, e ciò che ieri era rivoluzionario oggi è conformista. Ciò che sarà domani non possiamo dirlo. Vedi nessi fra i surrealisti francesi e i beat americani? Non solo con i surrealisti, ma anche con futuristi, dadaisti e quant’altro caratterizzò, agli inizi del Novecento, lo spirito delle avanguardie. Non dimentichiamo che le avanguardie solo sfiorarono gli Stati Uniti, per cui, benché privi di un manifesto e in un modo tutto loro, anche i beatnik (come il movimento artistico Fluxus) possono essere (tirandoli un po’ per la maglia) un’avanguardia, almeno per quello che riguarda il contesto statunitense. Sei d’accordo sul fatto che i movimenti di rottura nella storia dell’arte hanno agito sempre, per l’appunto, “di movimento”, quindi fra grandi individualità connesse però fra loro? Quando mi sento a casa mi piace incontrare e discutere con amici “veri”, perché siano veri amici (senza scomodare alcuna forma di schöne Seele di tipo romantico). Il linguaggio non è solo comunicazione di un messaggio, se vuole essere vero, autentico, è produzione. Il lavoro linguistico è produttore di testo. Le Avanguardie hanno peccato perché proponevano teorie, modelli, programmi rigidi, ma non è così. Senza perdere lo spirito di chi le animò, tuttora validissimo, proporre direzioni vuol dire non cogliere la tensione tra codice linguistico e desiderio che emerge nella scrittura. La contraddizione che fa della scrittura una pratica di emergenza del soggetto. Dire no e giocarci la vita dentro, una partita di regole tra libertà e spiritualità che eccede il dato esistente. Mi piace leggere Beat come abbreviazione di Beatitude ed è quello che percepisco in chi ha animato e creato il gruppo di Roman Beat Generation. Sei insegnante e spesso ti ho sentito riferirti al linguaggio, quante parole mancano al dizionario comune per andare a esplorare la realtà? Ci sono parole che fanno ancora paura? Il linguaggio è la totalità dei fatti del mondo, tuttavia spesso non si tiene presente che i fatti slittano e il linguaggio spesso resta fermo (uno scempio l’adozione di termini da altre lingue).  Forse sarebbe meglio dire che “di ciò di cui non si può parlare è meglio tacere” e da lì poi nasce tutta un’altra storia, che poi è quella della poesia. Ora non mi preoccuperei dell’uso filologicamente corretto di Wittgenstein (lui queste citazioni le riferiva alla logica), piuttosto che l’origine è il non-detto, l’indicibile, il Nulla (o Dio, o l’Uno). C’è ancora tanto da esplorare e da dire e da inventare e da costruire. “Testo” da tessere, intrecciare e poi ordito, trama, nell’educazione scolastica di tutto ciò non c’è che una vaga traccia e allora ecco che le poesie diventano nell’immaginario collettivo emozioni o talenti innati. È la parola stessa, poesia, che fa paura. A proposito di Roman Beat Generation, abbiamo ospitato all’ultimo incontro Dianne Jones, che ha conosciuto i beat americani. Ci ha detto che poi alla fine ciò che conta è lo stare insieme artisticamente, si vedrà poi questo dove porta. Nulla di più vero! Il “fanatismo” ideologico oggi è buono per la mia collezione di fossili, insieme alle tradizionali categorie interpretative della realtà. Tutto va riformulato, ripensato, lo status del nostro presente è veramente da effetto postatomico: tutto sembra desertificato e in macerie. Pensiamo al linguaggio, che poi è “la casa dell’uomo”, è sotto attacco continuo, le parole si riducono, proprio letteralmente, di numero e con esse si perde anche il valore semantico e poliedrico del “dire”. Altro che “pastori dell’essere”, il gregge viene ridotto di numero e di valore pressoché quotidianamente. Eppure attenzione, anche le macerie hanno un loro perché. Ci sono dei residui, dei resti, frammenti, palazzi pericolanti ma ancora non distrutti, come I sette palazzi celesti di Kiefer. Tutto è in un equilibrio precario, da studiare e interpretare, navigarci dentro, raccogliere qua e là dei pezzi e farne magari un reliquiario, non solo da adorare, ma soprattutto come base per ricostruire. E se qualcuno si dovesse mettere di traverso ricordandoci la dialettica dicotomica reale/ideale, invitandoci ad una direzione o a più direzioni già date, già preesistenti, o, peggio, di qualunquismo e avventurismo letterario? “Sti cazzi”, ce l’ha suggerito Dianne Jones ricordando i grandi beatnik alla presentazione di Roman Beat Generation, ne dobbiamo fare tesoro. Edoardo Piazza *In copertina: 6 gennaio 1979, i Joy Division fotografati da Kevin Cummins; Princess Parkway, Hulme, Manchester L'articolo La poesia? Tra la paleontologia e il punk. Dialogo con Claudio Zuccaro proviene da Pangea.
June 26, 2026 / Pangea
“In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino
Ho conosciuto Mattia la prima volta quando Piazza Navona era ancora lo Stadio di Domiziano e si facevano le gare in onore di Giove. Mattia mi dice che proviene dalla Campania Felix (nel senso di fertile). Scopriamo che dalle parti dello stadio c’è un Odeon, dedicato alle sfide di poesia. All’epoca non c’era Inverso e nemmeno Pangea (la rivista, perché la Pangea in effetti c’era stata), però io e Mattia per passare il tempo della competizione ci mettiamo a intonare un canto alla musa, e qualcuno dal fondo della sala ci definisce poeti. Mi faccio quindi l’idea che Mattia sia legato in qualche modo a Roma. Molte vite dopo (quantificate voi quante), il 31 gennaio 2026 facciamo un altro evento insieme a Roma, in un caffè letterario che si chiama Horafelix (anch’esso nel senso di fertile, dal latino). Questo reading però non è più per Giove Ottimo Massimo e la sua effigie, ma per la Roman Beat Generation che sta per venire (i tempi cambiano, il futuro è già passato).  Comunque ci viene voglia di farci una chiacchierata… * Mattia, da direttore di una rivista letteraria – Inverso, fondata con Gabriele Galloni nel 2018 – registri delle tendenze nella poesia contemporanea italiana? E in quella straniera? – di recente hai anche compiuto un piccolo tour poetico europeo…  Che ridere il siparietto. Io però vengo da una terra irredimibile. Mercenari, manicomi, radioattività. È la terra dei fuochi. Altro che felix, sta tutta appicciata. Tenete le idee della terra lontane da me. Terre promesse, giardini a cui accedere. Qualcuno diceva che «siamo ancora troppo terrestri».  Andiamo avanti. Non è stato un “tour poetico”. Sono andato a raccogliere fondi per mandare aiuti in trincea. Elmetti per gli elicotteri, giubbotti antiproiettile. A Praga c’è la più grande comunità della diaspora della più grande tra le guerre del secolo. Mandiamo i corpi degli altri al macello ai confini dell’Europa così ci sentiamo più sicuri e beatamente sonnecchianti nel Diritto. Ci risvegliamo per difenderlo nelle rare occasioni in cui ci rendiamo conto che i nostri di corpi, tra tutti sempre i più pacificati, diventano punti di presa, leve, bersagli. Come se per il resto del tempo fossero assolti nel loro riposo, intangibili, felicemente al riparo dalla storia. Il resto del viaggio è servito a incontrare un po’ di poeti. C’è una carovana in cammino per l’Europa che sosta dove meno te l’aspetti. Precisamente in luogo dell’Imprevedibile. È piena di gente che la polizia non arresta perché non saprebbe come registrarla. Come li archivi, questi? Li trovi nelle piazze che si dicono le poesie, alle feste di paese, nel bosco che cercano piantagioni segretissime di marijuana e non trovano né il bosco né la marijuana – piuttosto li vedi smaniosi come creature senza sostanza, affamatissime. Quello che ha imparato a giocare a carte per fare certe cose, quello che è stato un mangiafuoco, l’altro in bilico al baratro che ride e più ride più si incarna in qualcosa che non sai e che ti inquieta, ti reclama. Tutta gente con le spalle al muro che se ce li schiacci contro ci si infiltrano, nel muro, e ronzano e ronzano, zanzare invisibili e senza consistenza, fastidiosissime. Non hanno neanche una lingua da parlare, no, si tratta veramente di un ronzio. Credo questo ti risponda anche alla questione della poesia. Diciamolo che «il poeta non ha contemporanei», però, perché nessuna di noi zanzare ha una vaga idea di come funzionino linearità e cronologia. Domani mi sveglio e ti vengo a fare un’imboscata in un sogno che hai sognato da bambino. Ti ho sentito spesso parlare di “carovana” – cosa intendi, in ambito poetico? Può essere un concetto contrapposto al personalismo poetico dilagante del pensiero – “il mio libro, i miei premi, le mie recensioni”? Una volta Dario ha sognato il mondo al tempo in cui il linguaggio non esisteva ancora e solo io, raccontava, prendevo la parola per dire sciababàb, sciababàbba. Così camminavamo sulle alture del villaggio, lungo le colline, e improvvisavamo un grande tavolo per sederci e mangiare. Un’altra volta, invece, Paolo Gera ha scritto: «‘Mattia Tarantino’ non indica un’entità individuale, ma una tribù». Ecco, la storia è questa. Parliamo con le parole venute in sogno agli amici, le parole per chiamarci al cammino e riunirci per mangiare. La carovana prima di tutto ci ricorda che non esiste qualcosa come una vita individuale. La vita di Dario, quella di Nicola, quella delle bestie, del basilico e perfino di tutte le pietre e i corpi celesti sono una vita sola, inseparabile, una variazione continua, emanazioni scivolose incompatibili con gradi, specie, gerarchie. Figuriamoci quando si tratta degli amici. In che senso Daphne o Luigi e la brodaglia che risponde del mio nome incarnino o dispongano di vite differenti non riesco a capirlo. Siamo insieme allo stesso bar, seduti ogni sera allo stesso tavolo, ci vediamo di città in città lungo tutto il Paese, diciamo le poesie alle stesse persone negli stessi luoghi e i nostri segni schiudono ogni volta l’accesso a un sotterraneo o illuminano un filo, una cordicella, che conduce dall’uno all’altro. La cosa che abbiamo a lungo chiamato ‘vita’ sono questi sottopassaggi e questi portali schiusi ai segni, l’illusione di un destino in luogo di precisi incantesimi di prossimità. No, nessuno ha scritto un libro. Sono collezioni di furti, di tecniche per manipolarci l’esistenza, parole che diciamo per attivare qualcos’altro ancora inaccessibile che appena nominato appare e circola, inesauribilmente. Come quando senti di qualcosa per la prima volta e poi non vedi altro: era tutto lì, è sempre stato lì – o, al contrario, senza chiamarlo non sarebbe apparso mai. Questa è la carovana. Le nostre esistenze, sciabababba, spese al riparo dai punti di presa e di governo, da quello che cerca di censirci, amministrarci, farci una sagoma nell’incantamento di razionalità senza incanto, il minuzioso gioco di prestigio che chiamiamo Occidente. Nessuno ha scritto un libro perché tutto il libro è la declinazione di un solo nome, e tutte le mani che puoi contare non fanno che copiarlo. A noi, poi, di tutto questo piace il falso, perché il libro è il libro delle bugie, delle panzane nere. Uno scherzetto.   Quanto è importante riscoprire il live, la lettura fisica, nell’epoca digitale? È nello stare insieme che prospera l’arte? Come dicevamo. Soprattutto perché viviamo nell’incantesimo che ha separato la voce dal linguaggio. I viventi che detengono il potere di parlare e stabilire, i viventi, cioè, che chiamano per nome il proprio potere di parlare e stabilire, hanno informato le proprie esistenze del linguaggio e lasciato la voce agli altri. La poesia è l’unico luogo in cui il linguaggio degli uomini alle volte è felicemente sospeso e la voce rimossa riappare: crìcrì, bau bau, le voci degli altri viventi, ma anche schècchera, smacche zatàn, perché questo, tutto il linguaggio, è solo vento, la ventosità di un codice, un istituto un poco triste. Si tratta di raccontare delle storie a chi incontriamo, no? Altrimenti ogni saluto è dichiarare che nome porti, da dove vieni, a chi sei figlio. No, grazie, Cvetaeva scriveva che «tutti i poeti sono ebrei» proprio perché qui non c’è nome né provenienza, e figurati papà. Possiamo dire qualcos’altro, più divertenti e omerici, cos’hai visto a Ogigia, ricordarci del porcaio, degli sciagurati finiti in mare perché sentivano cantare. «Circe’s this craft, the trim-coifed goddess». Ha ancora senso parlare di “poesia” o la produzione in versi comincia ad aver bisogno di un nuovo nome, una nuova etichetta? Avresti dovuto chiederlo a Jean-Marie Gleize, e la risposta ti avrebbe sorpreso. Da parte mia non sono convinto la poesia abbia a che fare con la scrittura; più radicalmente, non sono neppure convinto la poesia abbia a che fare inevitabilmente con il linguaggio.  Sacha Piersanti ha definito Roman Beat Generation uno “scherzo serio” – tu come la vedi? All’Horafelix ridevamo dicendo che si tratta prima di tutto di un quadrato: un ring, uno spazio per la lotta e, insieme, qualcosa che richiama. Sicuramente ci sono degli infiltrati: ci avete infilato me, tutto espulso dalla beatitudine, che vivo a Napoli, «a Sud di nessun Nord», e questa infiltrazione è una faccenda idraulica, cosa scorre e cosa perde, cosa conduce a cosa e cosa porta, legami incomprensibili – e quindi, ridiamo, facilmente, felicemente, un legame nell’Incomprensibile. Sicuramente, ecco, uno dei pochi posti in cui non ci sono stati chiesti i documenti, per chi passa e comincia a raccontare, e avrai capito che è questo che mi piace.    Quanto è importante riscoprire il ventaglio lessicale del linguaggio poetico a dispetto di un linguaggio comune sempre più risicato? Ogni tanto torna in circolo l’idea le poesie debbano adoperare la lingua di ogni giorno, e andrebbe anche bene, se non fosse così povera e dominata – e se parlare del reale, del ‘vigente’, nella sua stessa lingua non fosse in fondo un modo di confermarlo e raddoppiarlo per negazione. «Dialettica e dualismo», diceva qualcuno, «attirano il pensiero nella comodità degli scambi». Anche qui, però, il punto mi sembra ritenere così certa l’esistenza di qualcosa come una lingua, darla come presupposta; Gobard cinquant’anni fa scriveva che in luogo di quella che chiamiamo ‘lingua’ sarebbe più opportuno parlare di bouillies, di poltiglie – campi e usi di tensioni, forze più o meno egemoni, al posto di restare nel mondo chiuso dei segni, nelle catene di significazione, pensieri che tolgono la lingua dal mondo e con questo gesto inventano la lingua e il mondo. Qui ci sono cose che fanno sciababàb, invece, roba che vaterca, che ci smàcchera. I lettori di poesia sono, spesso, essi stessi poeti. Noti un diverso approccio mentale nell’accostarsi ai poeti vivi e ai poeti morti? Dicevamo che «nessun poeta è contemporaneo a un altro» e potremmo aggiungere che tutto l’apparato di scissione dell’esistenza in ‘vita’ e ‘morte’ non sembra funzionare più granché. Proviamo a fare un capriccio di variazioni e incarnazioni, piuttosto. Le conseguenze vengono da sé.   L’8 aprile scorso, in Campidoglio, hai ricevuto l’alloro poetico, 685 anni dopo Francesco Petrarca – cosa significa, oggi, la figura del poeta laureato? Dovresti chiederlo anche a Magrelli, però; io sono il principino. Abbiamo riso molto dei rischi di questa cerimonia. Nel suo discorso ha raccontato dell’aureola di Baudelaire rovinata in strada, e di qualcuno che passi, passi pure, prego, per raccoglierla. Il gesto, diceva, che ha inaugurato la modernità della poesia. Te li immagini i poeti scrivere in gloria della Festa della Repubblica e leggere la loro poesia con la marcetta dei carabinieri in sottofondo? Noi sì, tremendamente. Anche qui, però – ecco il punto – possiamo infiltrarci. Stare serpentini nelle cose, imprendibili dalla viscosità che operano, insidiare le mucose, tentare perfino una piccola infezione. Lasciare la poesia, come scrive proprio Magrelli, derivi da ‘pus’, adoperarla e riconoscerla come «un’infiammazione del linguaggio». Ecco, per risponderti, cos’è che significa. Parlare tenacemente, inevitabilmente, in luogo di questa infiammazione.  Edoardo Piazza *In copertina: Mattia Tarantino secondo Riccardo Frolloni L'articolo “In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino proviene da Pangea.
June 15, 2026 / Pangea
Tuttiflâneur. Gita romana in ottomila passi
Tutti i flâneur, a Roma, si somigliano fra loro – ognuno, a Roma, è flâneur a modo suo.   Sono flâneur per sanzione salutista – oracolo-nutrizionista. Riassumo i costumi di un’ottuagenaria – ha stimato, con disistima. Diecimila passi al giorno statuiti – ne ho negoziati ottomila.  Compulso il contapassi al polso e debutto, in veste di flâneur du jour, fra milizie di peripatetici urbanizzati, nel folto della Central Park capitolina. Sono di osservanza woodyalleniana – nell’aria, l’assolo diurnale di un assiolo, pare il clarinetto di Rhapsody in blue. Un volgere di passi e mi volgo a Villa Borghese – patria dei flâneur, i paria degli uffici romani. Ne indago la fisionomia, la filosofia, ne traccio la fenomenologia. Vedo gente. Che lavora nelle istituzioni – flâneur in tailleur. Che non ha mai lavorato – flâneur-viveur. Che si allena scagliando colpi al vento – flâneur-boxeur.  Scorgo un barone in bici, stiloso dandy in blazer color brandy – al parco, s’accorda il brown in town. Un amico, di cacciariana magrezza, corre al passo coi simposi di scienza politica negli auricolari mentre Heathcliff, il basset hound, bruca brughiere urbane e sogna di stanare la lepre – sfoglia cespugli di trifogli e fiuta il tasso.   Dabbasso, cigni metropolitani praticano yoga su remote note di Strauss – vecchi valzer viennesi. Il Tevere è d’imperio Danubio – Moldava, Senna e Sprea, è Tamigi e Volga.  Il barbagianni che parla sette lingue intona un sortilegio e al vestigio di un amore anaerobico rivolgeremo le vesti – lo tradurremo in cirillico. Battisti, col veliero, fungerà da marcia erotica – amarsi in contromarcia è pura pratica. Marciando, marciremo dalla testa. È tutto quello che ci resta – l’elegia di un bacio casto.  * Incedo, fra oleandri franati come atletici volti rivolti al demiurgo plastico e perdo la mia ginnica verginità come chi immola la virilità sull’altare di un monopattino elettrico.   Slalom fra filippine e passeggini, filippini e cagnolini inamidati – flâneur-stipendiati. Marcantoni agè dai visi azzimati – flâneur-agiati. Guru del wellness, hostess del fitness – flâneur-disagiati.    Aumento il passo. Indosso nevrosi e occhiali di Annie Hall e sbarco a Central Park. Approdo ai giardini di Kensington nell’ora delle fate, sono distesa sui prati di Schönbrunn vestita di margherite, vago per Blenheim Palace fra siepi barocche, sosto all’ombra rosea di un rosone di ciliegi a Ryōan-ji. È aprile per sempre, a Ryōan-ji.  Ma a Roma va così. Lo canta pure Giorgio Quarzo. Ché a Roma è sempre marzo. Il tempo è pazzo. Il tempo è un pozzo. Il tempo è un tempio – di solitudine.    Incontriamoci – nei campi elisi dei borghesi. Leggeremo poesie ai pappagalli verdi evasi dallo zoo e scriveremo recensioni ai lampioni. Con neologismi nutriremo le anatre, al laghetto, e il merlo sulla testa di Raffaello declamerà l’oroscopo. Fluiranno conigli, dalle fontane – con l’arpa elettrica, la ninfa mi curerà l’acufene con Strawberry fields forever. Ma non c’incontriamo. Il mercoledì – decreta Edoardo – a Roma è già weekend.   Dalla panchina, Godzilla scintilla sonetti – gli stand non sono stand ma galassie malferme / attorno al buco nero di una sedia. Mentre il gheppio di Federico, col pipistrello di Jane Kenyon s’apparenta – sono parenti allo Spirito Santo. Ed il poeta di Madeira dirà, profeta, della bellezza del mondo che resta anonima – di come fare a tenere nel palmo della mano ciò che non appare nelle carte terrestri.   Dei poeti morti, fra augusti arbusti, si ergono i busti – mentre i poeti vivi, a Roma, muoiono in periferia. I poeti borghesi non esistono. Siamo i poeti borghesi. Civici omerici – flâneur-lirici.  * Inforco la via del bioparco, l’uscita, lo zenit, l’exit – dei quartieri alti intuisco già l’affresco di Ercole Patti.  Veleggio al Cigno, avamposto dei barricaderi da bar del principato pariolino. Fra tenutari di salotti letterari e madame sans souci s’intrattiene il romancier più celebrato dell’oggi – celebrità dell’autocelebrazione. Gaudente consesso di sfaccendati – flâneur-letterati, flâneur-illetterati.  Venerdì – vigilia di vacanza dunque già in licenza – sono migrati, gru alla volta di romanordici Hamptons – argenteo Argentario. Chi ha già smesso di lavorare – chi non ha mai iniziato. Dai veterani agli apprendisti – flâneur-novizi. La domenica sembra un quartiere evacuato – come riporta La Porta in – ça va sans dire – Parioli, tomo da gentiluomo.     Che basta poi leggere Covelli per cogliere gli orpelli di questo poggio sempre in sfoggio – Il libro nero dei Parioli fa essoterico l’esoterico, disseca codici e radici. Nel mentre, i ragni di Coppedè giocano a scacchi sui prospetti.  E il gabbiano, flâneur-cechoviano, si fa vate urbano – del fannullone di von Eichendorff fa suoi gli stralci – A Roma? / Vado un po’ in giro per il mondo. / Ecco un bel mestiere.  Sinossi del contapassi: ottomila di fila. Riemergo dal gergo di questa madida atmosfera.   Ma forse è stato solo un sogno a prima sera – fugace promenade in stile Baudelaire.  A Roma, siamo Tuttiflâneur. Fabrizia Sabbatini *Le fotografie, in copertina e nel testo, sono di Fabrizia Sabbatini L'articolo Tuttiflâneur. Gita romana in ottomila passi proviene da Pangea.
June 8, 2026 / Pangea
La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha Piersanti, il samurai urbano
Io e Sacha Piersanti decidiamo di non incontrarci per questa chiacchierata-intervista. Ci diamo appuntamento per non incontrarci vicino al locale di Roma dove facciamo i reading di Roman Beat (che sveleremo poi). Lo aspetto ma il 490 apre le porte e non scende nessuno. «Preferisco andare a piedi» mi dice Sacha che non arriva un attimo dopo. È vestito di nero, sembra un samurai urbano, ha una giacca di pelle che potrebbe aver preso in prestito da Neo di Matrix, non ha gli occhiali scuri, ma due occhi indagatori.  Io e il Neo-Samurai ci mettiamo a parlare della nevicata del ’56, quando «Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida» come cantava Mia Martini a Sanremo nel 1990. Il Neo-Samurai Sacha ed io, ce la passeggiamo, Roma. Ci piace vedere le cose in movimento. Ci piace che i nostri vocaboli si muovano con noi.  * Prima domanda per te sulla musica, e in particolare ‒ per restare “roman” ‒ sul trio Renato Zero, Mia Martini e Loredana Bertè. Sono artisti che citi anche nei tuoi testi, in che rapporto sei con il loro lavoro? Ah, partiamo col botto! Per quanto riguarda Zero direi che basta il rimando al saggio che gl’ho dedicato, uscito nel 2019 e in una nuova edizione riscritta e aggiornata nel 2022: lì, nel capitolo finale, che si intitola Conclusione, o come tutto ebbe inizio, dico tutto. Aggiungo solo che proprio in questi giorni riascoltavo Voyeur, un disco dell’89: cito a caso dai brani che mi vengono in mente: «Umiliata e stanca della bianca civiltà, / vergine venduta ai mercenari / di città» (Il canto di Esmeralda); «Un satellite mi scruta da lassù: / dovrò difendermi anch’io / o non sarò più io» (Sciopero). E poi: «Forti, ricchi e belli,/ biondi, sani e snelli:/ non dirmi che gli crederai./ Dietro quelle storie/ squallide miserie […] Siamo/ un po’ tutti/ voyeur» (Voyeur). E senti questa: «Vedrai quante contraffazioni:/ la voce, la tua faccia, il nome tuo/ qualcuno ha già duplicato/ e da uno scantinato s’inventerà/ talenti/ simili a quelli esistenti» (Sosia). La radiografia dell’oggi, fatta con quasi quarant’anni d’anticipo. Senza contare quello che cantava già negli anni ’70: «Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più/ mentre qui per l’uomo non c’è posto». Questa è L’evento, del 1974: Elon Musk aveva tre anni. Oppure, nel ’79: «Nelle mani di un robot:/ qui finisce la mia storia/ d’uomo». Titolo, però? Arrendermi mai: ecco. Al di là di come la vulgata lo racconta, insieme ai lustrini e le paillettes c’è una presa di posizione, politica e umanistica, che tanti suoi colleghi più ingessati o di partito se la sognano. E è la presa di posizione – di coscienza – che ancora oggi struttura la ritualità dei suoi spettacoli-concerto.  Per quanto riguarda Bertè, che dirti? Una che manda affanculo la luna (Luna) e rivendica il diritto all’eutanasia (Buon compleanno papà) nello stesso disco (Un pettirosso da combattimento: il primo che ho ascoltato integralmente, da ragazzino) non può che essere d’esempio. E l’iconico “pancione” a Sanremo ’86, con Re, poi: livelli di – di nuovo – presa di posizione e presa di coscienza che dovrebbero essere il minimo sindacale per ogni vero o presunto artista. Ma con lei amplierei il discorso a tutte le artiste che, senza teoremi né sofismi, hanno sconvolto un certo status quo e veramente imposto la propria libertà, a sfondare certi “non si deve”, “non si può”, a partire dalla diva delle dive, Patty Pravo, madre e demone che in questo senso ha fatto, come si dice, scuola. Penso a Donatella Rettore, anche, che da cantautrice ha sconquassato stereotipi di lingua e di costume. E penso ad Anna Oxa, che avrebbe potuto benissimo accomodarsi in cima alle classifiche con le canzonette che tutti s’aspettavano e invece se n’è fregata del successo a tutti i costi e della popolarità, e ha cominciato a scavare nel canto, con una ricerca vocale che quei cosiddetti sperimentalismi sonoro-poetico-performativi che oggi rivanno tanto di moda a confronto sembrano lo Zecchino d’Oro. Insomma: credo che Zero e tutte loro siano la dimostrazione di quanto il tanto in certi ambienti vituperato pop sia stato e sia spesso molto più efficace, sia in termini artistici che in termini politici, di tanta retorica accademia, di tanta di quella cosiddetta “Cultura” con la “C” teneramente maiuscola. E pure di tanta sedicente “contro-cultura”, in effetti. Su Mia Martini… solo un piccolo aneddoto, che è in controluce in uno dei testi inclusi in Roman Beat Generation. Da bambino vidi una sua intervista, credo di fine anni Ottanta, in cui le chiedevano in che momento fosse, della sua vita personale e artistica. Lei guarda in camera, sorride, ride e poi sorride, ma solo con la bocca. Poi risponde: «Sono ancora nella fase di chi raccoglie i pezzi del suo cielo». Che vuoi di più? Un progetto importante di cui ti sei fatto carico in questi anni è quello per la riqualificazione della “baracca” di Valentino Zeichen. Ci racconti di questa esperienza? Sì: sono passati quasi dieci anni, ormai – ho cominciato che ero un puellus. Se ci ripenso mi faccio un po’ tenerezza, confesso. Era il febbraio del 2017: una notte, con un mio carissimo amico, l’attore Emanuele Marchetti, cominciamo a parlare di Zeichen, della sua poesia, di come l’avessi sentito una volta per telefono (poetino in erba, gli avevo lasciato il dattiloscritto del mio primissimo libro nella cassetta della posta e lui mi chiamò l’indomani per darmi consigli, me incredulo), e ci viene in mente di andare a vedere in che condizioni fosse la celebre “baracca”, a quasi un anno dalla morte. Detto fatto, ci andiamo: cancello chiuso e buio fitto, ci sembra tutto disabitato. Così, qualche giorno dopo mi metto a cercare informazioni, notizie, qualche appiglio, e trovo la mail della figlia di Zeichen, Marta, e le scrivo che sarebbe bello provare a fare di quel celebre luogo uno spazio dedicato alla poesia, mettendomi a completa disposizione. Lei mi risponde, mi racconta che ha già avviato una serie di iniziative, insieme alla facoltà di Architettura della ‘Sapienza’, e ideato un progetto, “La Casa del Poeta”, per la riqualificazione e conservazione dello spazio, proprio con quell’obiettivo. Ci dice che avrebbe bisogno di qualcuno che si occupi della biblioteca di Zeichen, catalogando i libri, ed eccoci là – eccoci qua. Il nostro contributo doveva esaurirsi col lavoro di catalogazione: nel corso dei giorni poi dei mesi poi degli anni è diventato derattizzazione, manutenzione, gestione, programmazione culturale. Cura.  Dal 31 dicembre 2017 a oggi, sinergici, abbiamo organizzato una ventina di incontri, spaziando dai reading dedicati alla poesia di Zeichen a mostre d’arte e fotografiche, passando per letture sceniche, installazioni e proposte site specific, con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni a che lo spazio venisse ufficializzato, a tutti gli effetti riconsegnato come polo culturale all’intera cittadinanza, nel rispetto della storia e della poetica di Zeichen, ma non chiuso in se stesso, anzi. Credo che la cosa veramente potente de “La Casa del Poeta” sia questa continua osmosi tra identità e trasformazione, conservazione e proiezione, memoria e prospettiva. Chiunque sia venuto anche solo una volta a uno degli eventi ha potuto percepire quanta storia ci sia in quel luogo, quanta specificità, e al tempo stesso quanta famigliarità, senso d’accoglienza, potenziale novità. È un po’, ancora una volta, come la stessa poesia di Zeichen: insieme classica e innovativa, antica e ultramoderna, sacra e mondana. È stata ed è tuttora una gran fatica, chiaramente, tra problemi tecnici, questioni legali, persino minacce, aggressioni: però abbiamo resistito e resistiamo, su quel bilico tra abusivismo e istituzionalizzazione su cui per tutta la vita è stato lo stesso Valentino Zeichen: «una sfida» più che un poeta, per dirla con un’efficace definizione di uno dei suoi più cari amici, Aurelio Picca.  Ritrovo in te una certa indipendenza, non fai parte di un gruppo preciso, sei organizzatore di eventi a tua volta, ti senti più a tuo agio nella condizione “indie” – quanto è importante non essere formali negli eventi di poesia? Non so se sia una questione di formalità o informalità: semplicemente, sia negli eventi che organizzo che in quelli cui partecipo, tengo bene a mente quanto spesso mi sia annoiato io per primo, alle presentazioni, ai reading, ai convegni, e cerco di proporre qualcosa di più movimentato, incisivo. Troverei inutilmente vendicativo infliggere la stessa tortura. E poi penso che, “indie” o no, se hai la vanità e la presunzione di stare su un palco – fosse pure un palchetto o solo una sedia – secondo me devi avere pure il buonsenso (e il buongusto) di ricordarti che davanti a te ci sono delle persone che, al decimo monologo di fila, probabilmente stanno solo pensando a come svignarsela senza far rumore con le cinghie della borsa o la gomma delle scarpe, a dove stava il bagno, o a quando arriverà il momento del buffet. Forse, ecco, più che formalità o informalità, è proprio una questione di ritmo: importante è il ritmo. E quella sana dose di autoironia, che ti salva pure dall’effetto Oracolo che è un’altra delle piaghe degli ‘eventi di poesia’. Hai detto, alla prima presentazione dell’antologia, che “Roman Beat” è uno scherzo serio. Concordo, cosa intendi con questo? Mi riallaccio all’effetto Oracolo e all’autoironia. Mi sembra che questo sia l’ennesimo periodo in cui fioccano le antologie, tra gruppi e gruppetti che gridano èureka, o thálassa thálassa, ma invece è sempre famoquadrato. Voi, secondo me, anziché farvi Scopritori, Sacerdoti o Portatori di Verità, avete fatto un’operazione di tutte minuscole, e come parodiando il concetto stesso di ‘gruppo’ e di ‘antologia’: siete stati al gioco, sul serio. Dal titolo, che delle tre cose che promette (“Roman”, “Beat” e “Generation”) non ne dà effettivamente integralmente nessuna, alle note critiche che sono tutto, in quel contesto, fuorché critica e note, fino al principio di fondo che informa l’intero progetto, che è: la Roman Beat Generation non esiste, ma se esistesse sarebbe questa: che infatti non esiste. A questo, unirei la cura della veste formale e il fatto che si presenta come inizio di qualcosa che sa dove non andrà a parare, cioè non alla costituzione dell’ennesima scuola, l’ennesima sigla, o l’ennesimo -ismo. È un oggetto culturale aperto: la finestra che aspetta le si lancino i sassi. Non posso non chiederti quanto sia importante la componente recitativa quando si legge in pubblico una poesia. L’interpretazione aiuta ad avvicinare il pubblico? Probabilmente sì, ma personalmente, per me, non parlerei né di recitazione né di interpretazione: anche quando fisicamente non lo sto facendo, mi sento sempre nella lettura. Quel che cerco di fare, io, è recuperare ‘in pubblico’ quelle stesse sensazioni e quegli stessi ritmi seguendo i quali ho scritto ‘in privato’. È in questa specie di riscrittura a voce alta, senza sovrastrutture attoriali né birignao performativi, che secondo me ci si “connette” meglio col pubblico.  Porti avanti un progetto performativo fra epica classica e live electronics, come si legano le due cose? Sì, s’intitola Fonti, un progetto che porto in scena col collettivo Alta Gola (con me ci sono Ludovica Bove, attrice e performer, e Lorenzo Bove, che suona e produce musica elettronico-modulare). Non è propriamente una performance: si tratta di un lavoro a metà strada tra la lettura di poesia (miei testi originali, che s’intrecciano e dialogano con passi dall’epica classica, interpretati sia in lingua originale che in una mia traduzione inedita) e il concerto di elettronica contemporaneo, dove centrale è l’ascolto e, con l’ascolto, chiaramente, il corpo. Di nuovo, la parola chiave è ritmo: al di là delle sonorità specifiche del greco antico e del latino, che si sposano perfettamente con la ritualità della ‘festa’ di oggi, del clubbing più di qualità, tra gli esametri classici e certe cellule ritmiche – certi beat – dell’elettronica che usiamo c’è una forte connessione. E poi, sintetizzando al massimo, le due cose si legano perché, in realtà, sono sempre state legate: poesia, canto e musica originariamente erano tutt’uno. Noi tentiamo di recuperare quel “ritmo dell’origine”, in un approccio immersivo che è insieme proposta culturale e occasione tanto sociale quanto ricreativa: rito e sottocassa. Di recente sei stato tradotto in francese, hai un tuo sguardo sulla poesia straniera? Sì, poche settimane fa è uscito in Francia, per Alidades, Linéaire B / Lineare B, grazie alla cura di Benoȋt Gréan, poeta e traduttore straordinario. Conosco molta “poesia straniera”, sì, e mi capita spesso di trovarmi in sintonia più con autori non italofoni che con miei connazionali, per usare un termine simpatico. Quanto a “un mio sguardo” posso dirti che tendenzialmente ho l’impressione che sia un momento particolarmente fertile per la poesia – in tutte le sue forme e declinazioni – un po’ ovunque, e che c’è davvero molta produzione (altro termine simpatico), al di là dei gusti o delle specificità di interesse o prospettiva. A proposito di poesia straniera, ne approfitto per segnalare una chicca al tempo stesso beat e anti-beat: è in uscita in questi giorni un’antologia di PoemsPoesie (NERO) dell’artista di origini cherokee Jimmie Durham (1940-2021), di cui ho curato la traduzione in italiano. Ecco: l’incontro con la sua scrittura, col mondo dei nativi americani, lo sguardo sulla poesia straniera – sull’incontroscontro delle lingue, soprattutto – me l’ha spalancato.  Che rapporto hai con i cosiddetti “maestri”? Ti rispondo citandoti una lezione che puntualmente mi torna in mente, data da quello che considero a) il più grande scrittore in lingua italiana; b) il più grande scrittore vivente; c) tra i dieci più grandi romanzieri di sempre. Si parlava delle “scuole di scrittura”, di quelli che fanno “i corsi di scrittura creativa”, e altre amenità del genere: «[se si vuole davvero scrivere], bisogna avere prima di tutto l’impulso di imparare a memoria almeno alcune delle Metamorfosi di Ovidio in latino prima di mettere “Mah!” nero su bianco» (Aldo Busi).  Edoardo Piazza *** Bio-beat Sacha Piersanti nasce a Roma nel 1993. Ideatore e interprete di spettacoli e performance di teatro-poesia (tra cui Fonti, opera ibrida tra live electronics e epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre ‘baracca’ di Valentino Zeichen; dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo “Zeugma”, a Roma.  Fra i suoi scritti ricordiamo Pagine in corpo (Empirìa, 2015); L’uomo è verticale (Empirìa, 2018); Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero (Arcana, 2019); L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone, 2025); Linéaire B / Lineare B (Alidades, 2026, traduzione di Benoît Gréan).  È uno degli autori di Roman Beat Generation (Magog, 2026).  *In copertina: Sacha Piersanti photo Vito Trovato L'articolo La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha Piersanti, il samurai urbano proviene da Pangea.
May 21, 2026 / Pangea
Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo
Questa non è un’antologia per giovani. Battuti siano i beat generazionali. Beati siano i beat romani. Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a chilometro zero.  Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un cantico indigeno – versi da apache capitolini.  *  Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in terrazza. Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione – mindfulness è matrice di stress. Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del verbo quirite.  * Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino, antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si compie, a Roma, il verbo.  * Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat.  Poesia demercificata, gratuita in grazia, in-kind. A Villa Borghese of the mind.    * Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica, archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie dell’io. È capezzale del monumentale.  * Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello – lost generation. Duello al cesello – beat generation.  * Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di nutrie. Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi. Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco, a pietrificare il vero – affresca un presente già passato, superato.  * Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla coscienza del comune flusso il roman beat predica una civica dottrina del lusso – egli, non va in ufficio.   * Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.  * Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano, bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.  * Roman Beat Generation – è una preghiera.   Fabrizia Sabbatini * Ninfa Egeria Brucia i soldi segui il cervo di Thoreau guarda Termini la notte di Natale Monte Cavo a luce astrale ‒ i Campi d’Annibale nella neve ‒ Malaparte giocava a cricket dai Quintili; scendono fulmini nelle slavine ostili. Corri dietro al cervo di Thoreau, pigne sulle conifere ruscelli albini; brucia i soldi di Natale, scaldati in questa notte coi flipper nei bar a Termini fra le slot e Tangeri. Ricama il freddo nei suoi astri grigi il bambino, mangia sabbia invernale e sta male sulla spiaggia e nei pozzi artesiani, con le mani paga ricordi ligi, ruota l’occhio destro al diluvio universale: sempre quello nuovo. Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒ l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale d’alluminio ‒ accetta te stesso o sei finito. Rimbaud era un maratoneta vado dietro a un alpaca nella campagna estatica: sono pericoloso quando scrivo della mia pratica, disegno itinerari fra gli spettri e la seta, allargo la cassa toracica dell’esegeta; volevo solo scintillare da un’amica, l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita. Edoardo Piazza * Un’altra storia “April is the cruellest month” C’è una vita, c’è la firma della pietra sulla tempia, c’è la tempia, c’è la forma della testa: madre Roma – c’è la Storia che divora una storia: un’altra storia. C’è un fratello, il primo Re, c’è il budello di quell’altro (il coltello in mezzo al bianco) c’è la Lupa, c’è la Legge sopra i marmi che scolora una storia: un’altra storia. C’è il mondo tutt’intorno che crolla e si rammenda sotto i colpi di martello di una rima sempre in -oria – lo scalpello della Storia che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento in una Roma oltre la gloria tra segni e gesti di memoria da raccogliere e per sempre poi disperdere, o salvare per ridare ancora al Tempo il tempo di sbagliare. E alla Storia un’altra storia da tornare a masticare. Sacha Piersanti * Gli alberi non hanno mai dimenticato. Io ho una memoria breve. Ma come albero ho conosciuto una lingua: vorrei imparare a scrivere sopra le cortecce. Le foreste sono capaci di parlare. Ci sono storie che hanno radici dove si volta la paura: forse è la felicità restare piantati sugli scaffali di una foresta. Antonio Merola * Non essere Eco, non essere eco, fiume del mondo, spazio. Ferma la caduta nel fermare il riflesso, orienta l’organon, orienta l’organare degli ulivi, delle querce secolari, non parlare, non dire, nascondi e fuggi, torna e fuggi, lotta. Non essere cieco, non essere il nulla che acclari. Combatti. Mi dirai tu, Signore, la vanità della lotta, la caduta nel superbo, l’occhio di un cervo balbo. Stai alla larga dalle fonti, trasformale in canti. Ilaria Palomba * I tuoi morti sono i miei morti. Davvero spari ancora? I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti – dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti, raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni, di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di carbone.  Davide Cortese * Mi viene incontro Milan Kundera mentre Roma accende i soffitti delle stanze e un passante perdendosi nella sua estraneità lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre in gola stilla una fontana di gloria, di colpo gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica. Alla fermata la vettura sosta e ti preleva prima di sputarti al tuo destino di risalita con in una mano ancora segni da decifrare e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli. Ogni cosa sta da prima dello sguardo. Simone Di Biasio * 4’33’’ E quindi il silenzio non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto da quei venti decibel scarsi al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica. Nessun prima né un dopo. Solo un range entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione – eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito: nella camera anecoica, non sentì altro che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva come fosse possibile percepire anche solo quei due suoni in una tale situazione. Uno era il sistema nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue che seguiva la libera circolazione. È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare che sotto l’osso dello sterno non si fermino i costanti processi delle strutture portanti. Ho provato a cercarlo, il silenzio. In quel tacet ordinato ai musicisti nella stanza; nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco. Non c’è modo però per dire quanto vile sia il trattare ciò che manca come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo. Arianna Vartolo * Alcune iscrizioni mostrano un cerchio all’estremità della terra. Altre una mezzaluna e certe sagome di cervi neri che passano e rivolgono l’una contro l’altra le croci sul sentiero. Hai sentito la pietra scricchiolare, la pietra del tempo scollata dall’Origine, i flutti limacciosi in cui si generano creature senza nome, il loro nido negli incubi dell’Occidente. Sono i segni di folle di passaggio, carovane, segni polverosi per gli Anni del Macello, l’Orsa annerita agli angoli del Carro, la polizia che lascia i cani digiunare e lancia nelle cucce le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi. Mattia Tarantino * Sara ha paura dell’occhio. La mia fortuna è di poterla osservare da vicino. Sale lo sguardo dal letto al giardino e nei sobborghi la notte ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno ostile di dire in tre lingue. Di dire in tre lingue o di partire. Al mattino la palpebra richiude ma adesso distingue quattro serrande fitte di luce: intanto la voce è incline a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino. Federico Savelli * Fermo immagine C’è sempre il sole in questa città, un sole che lacera e taglia in due, il sole che addensa le ombre. Dove si nasconde il tempo da queste parti? Tutto resta esposto. Tutto resta sospeso. Tutto resta addosso. Fermo immagine. Il colore stinge. Roma scioglie ogni cosa. Olivia Balzar * Esche vive gettate nel fiume appese al galleggiante ritorte sull’amo, la rete del tempo il suo disfacimento, titoliamo Alla transitorietà dei corpi la loro precarietà. Attendo il mio invecchiare di tedio le mie rinvigorite rughe le ansie che non fan dormire, eppure vorrei riderne so far ridere e sorriderne a mia volta, a crepapelle, a squarciagola, lungo le fratture del vivere sotto i cipressi della vegliata morte, l’orrore vacuo d’esser nato. Ho i denti rotti le unghie strappate “c’è chi ha in mano la sorte e chi un mare disperato”, vago tra chiese ormai defunte, oscilla postuma sull’altalena la mia ombra appesa. Claudio Zuccaro *In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819 L'articolo Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo proviene da Pangea.
May 11, 2026 / Pangea
Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito all’eversione
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits. Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante – conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione, Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.  L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi, era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda. Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta – se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia eredi, non fa prigionieri.  A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione di vecchi mestieranti del verbo.   È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel ’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di un’ascesa tra le aquile.  Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni – I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea. L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti – da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta, un genio in generosità, a prevalere.  Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più, un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto. L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori antologizzati?   Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso, il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo, avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa indole del poeta.  La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione ‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.  Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.  Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’, ‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno, d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde, Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati. Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa. Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell. Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per sagacia.  In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’, questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’, qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita, attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista, domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui, si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.  Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.  Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.   *In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936 L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito all’eversione proviene da Pangea.
May 5, 2026 / Pangea
Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso
La Roman Beat Generation non esiste, da qui partiamo per affermare che è reale. Roma è l’agglomerato imperituro di sogni e simboli, significanti e significati per gli strali delle giornate. Dove sono i romani, le vestali, gli intellettuali? E i poeti, ad amministrare condomini? Gregory non abita più qui – mi dice Claudio Zuccaro – anche lui da tempo se ne è andato. Sta a Testaccio perché lo spirito è vita. Quartieri sbilenchi attendono nuove sopravvivenze. Per ogni chiesa un po’ di cenere, una manciata di nuvole, un nulla dove lasciarsi precipitare. * Il nostro linguaggio è il flusso incontrollato dell’ipermetro. E il libero associazionismo dell’inconscio con superamento del concetto pragmatico di realtà.  La realtà è quello che crediamo che sia. Materici in obliquo rispetto all’oggi intoniamo il canto lirico metropolitano composto da metafisica civica e antilirica efferatezza sotto una brezza da flâneur nella grandeur disimpegnati perché troppo impegnati destrutturati per alleggerire il bagaglio esperienziale mnemonico emotivo. * Molto bene sentire non capire underground per via della metro indie come apache in pillole la poesia è battaglia galattica di sinapsi dinamicità nella corteccia e nei piedi non è statica di accademia non è studio ma immediata esperienza  non è poesia ma è testo in versi semplifichiamo: linguaggio scritto perché siamo insensibili alla sensibilità borghese: non ci riconosciamo nei ruoli. La strada è l’avanguardia, in strada può succedere di tutto.  * «Una volta un fantasma mi ha detto che gli sembravo irreale». Il fantasma amministrava condomini, diceva che la poesia è roba per gente sensibile e ogni volta che valicava il concetto di cultura utilizzava la parola nicchia… Poi ha fatto la rivoluzione interiore, ha seguito il progresso spirituale, ha scritto un paio di cose e si è ritrovato con un taccuino pieno a contemplare il Tevere che scorre sotto Ponte Sisto… per andare più in là e portarsi millenni di storia nel letto assieme ai vocaboli più disparati e giungere alle cascate del linguaggio dove è tutta una Babele di lettere e il pensiero si fa plurimo e fra le onde e le spume il fantasma ha conosciuto la parola amore. * State a casa. Mi raccomando. Oppure fuggite nella seconda casa, se ce l’avete. E scrivete tante poesie, tanto troverete chi le pubblicherà. Io invece esco, sì gli vado incontro qualunque cosa sia… vado a ossigenarmi occhi e palmi e non scriverò niente a meno che non me lo chieda l’airone magico. * Quando non scrivete fate le recensioni, mi raccomando, che poi magari ne fanno una a voi. Io non le scrivo le recensioni, a meno che il karma in un certo momento ‒ quando proprio la giostra di Piazza Navona gira e fa musica e mi rivedo bambino e non posso farne a meno ‒ mi spinga a dire bene sei davanti a Bernini e piove da nuvole beat(e) e puoi sprecare qualche parola per quel libro. I libri sono oggetti d’arte, me l’ha detto un bhikkhu del quartiere Coppedè: non puoi farne vilipendio. * E poi ho intenzione di bere tanta acqua dai nasoni, acqua e aria è una dieta sana, una dieta buona per le parole. Le parole luccicano nell’acqua e all’aria. Non scorticarle. Tieni accesa la torcia nella caverna comoda schermata, lo sai che Dioniso sta dalla parte sbagliata, perciò stai molto attento ai testi giusti. * Poi bisogna allenare bene il fisico per scrivere. Ci vuole una camminata andata e ritorno da Piazza Fiume al Gianicolo, compresa Via Crucis di San Pietro in Montorio e contemplazione del Soratte dalla statua di Garibaldi. I mezzi busti del Gianicolo guardano i mezzi busti del Pincio. E parlano fra loro e le loro parole sono in frequenze sopra Roma, ma se apri il timpano al momento giusto ‒ specie a una precisa ora del pomeriggio, dopo pranzo, appena preso il caffè ‒ puoi sentirle. Sono parole che inondano beat(e). * Sì sì andate in campagna, io resterò con queste querce scalcagnate che indovinano richiami di Esculapio e oche natanti, sì resterò coi platani arrugginiti a imbrunire lungotevere di carità, mentre quello che è andato in campagna mi scrive e poi telefona per dirmi che l’alloco non lo fa dormire, ma io sono troppo impegnato sulla Via dei Fori per rispondere, ho proprio il Palatino davanti che gorgheggia. La lupa non puoi fregarla. La lupa richiede coraggio. O la ami o ti odia, è pur sempre un animale selvaggio. * L’Almone è il terzo fiume segreto, nel flusso sciamanico sostiene che tutto è vacuità, e tra amori chiacchiere e lavori non c’è modo più pulito dell’arte per scherzare con Thanatos. * Devi entrare nello spazio a tuo modo per riempire il tempo civico, allora potrai abitare te stesso stile domus e far uscire i vocaboli del Beato Linguaggio, schioccando le dita, senza prenderti sul serio, frequenza Pincio – frequenza Gianicolo e diventare acqua che scorre. Edoardo Piazza *Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha fissato le “istruzioni per l’uso”, la poetica sghemba, sarà dedicato, in maggio, il primo volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un estro metropolitano, da un orfismo urbano. “Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso” è il manifesto con sarà invasa e assediata l’Urbe dell’editoria italiana. In copertina: la chimera secondo Ulisse Aldrovandi (1522-1605) L'articolo Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso proviene da Pangea.
April 21, 2026 / Pangea
Metafisica dei lampioni d’inverno. Lettera ubriaca a Henry Miller da Villa Borghese
Abito a Villa Borghese. Comincia così Tropico del cancro. E ventuno anni fa, al margine di pagina ventuno, avevo messo un appunto: Può darsi che scriverò qualcosa anch’io. Non importa dove sia Villa Borghese… a Parigi a Roma o chissà dove. Al tempio di Antonino e Faustina Ilaria mi dice: «Non siamo che statue invernali». Ilaria non è qui ma me lo dice lo stesso.Anche io non sono qui. È importante scrivere perché scrivere riscalda. È esercizio fisico e fatica e come tale praticarlo in inverno aiuta la circolazione. È importante scrivere della circolazione delle auto a Roma e dei mammut preistorici. È importante non avere una trama e non rispondere ad alcun criterio. Io sono i vicoli bui e quelli illuminati a lampioni, sono il Medioevo urbano delle torri nel ventunesimo secolo, la faccia oscura delle ville e dei parchi, sono tutte le statue e ancor di più. Mi piace piroettarmi sulle altalene che non esistono e fare su e giù sui prati verdi invitanti di rugiada.  È molto importante rifuggire i discorsi fatti, i termosifoni, le posizioni semplici e quelle prese, le maschere stupide dell’apparenza e dell’appartenenza, le zattere e i viali. Danzare con Haring sugli scaloni del Palazzo delle Esposizioni prendere per le orecchie le statue greche abbracciare le mummie etrusche farsi tatuaggi di campi di calcio per ricordarsi l’ubicazione e arrivare pronti alla partita. Il fischio d’inizio. Quando ci si lava sputare sulla parvenza per indossare solo le maschere di carnevale, quelle originali, quelle veneziane e andare con esse oltre i tabù sociali, camminare per le calli deserte a mezzanotte e uno, essere un vaporetto e un piccione andando incontro a una sposa e al suo fantasma, al cataclisma del compianto spettro del padrone alle persone insane che mangiano minestrone la notte di Natale, ai monopattini storti che scodano sulle piste da sci orientali e incontrano gli scrittori nei locali bohémien davanti a un caffè nero e a un  whisky torbato, dar da mangiare ai gatti e incontrare le volpi. In particolare con le volpi stabilire un contatto ‒ calliditas è astuzia ‒ aprire il discorso fatto, frugare nei loro occhi sottili e il pelo elegante sotto il canto delle civette amabili responsabili del disordine esistenziale, meretrici del campo pluviometrico di geometrico sdegno e virtù. Fumanti carte geografiche sotto i lampioni, che prendono ascensori per salire sugli ippocastani e vedono cattedrali andare a fuoco nelle notti invernali. Andare a vedere le teche di civette imbalsamate nei musei di zoologia e parlare con le civette reali, che abitano la notte coi loro occhi stellati, col loro canto incantato, che viene da un altro secolo. Dal secolo delle torri medievali illuminate bene, il secolo dei cantieri del sogno, dell’entusiasmo. Ritrovare la scintilla urbana sui tapis roulant, dentro gli osceni tunnel progresso illuminati male, da luci sifilitiche e sputazzi catarrosi. Andare oltre le volte e i cortili genuflessi al falso progresso, oltre i giardinetti del capitalismo, riconoscere il colore del cielo notturno, parlare con le rane. Evitare il cinematografo perché il cinerama è il mondo reale: lo spettacolo è infinito, Carmelo lo sapeva Bene. Dovrò dire a Henry Miller che Via del Governo Vecchio è sempre la stessa, col suo muso informale, l’odore di pietra, l’affanno mancato. Dovrò dirgli che la luce dei lampioni riflette sempre l’anima, e scriverglielo così mi scalderò, mentre Piazza Navona sarà sempre paradisiaca e incastonata come una gemma spaziale. Vedrò scorrere le mele stregate, gli zuccheri filati, vedrò i contenuti di questo testo fare l’hula hoop dentro gli studi d’arte contemporanea, vedrò queste lettere come note spargersi per la città, stando attento a non incamerare umidità, che è regressiva come il dolore anche se affascina. Sentirò il poeta beat intonare mantra sui tram di Frisco e lo sciamano di Parigi voltare le carte dei tarocchi per il progresso interiore. Libererò spazi di cielo per le mie nuvole, per le mie altalene filanti, dove generoso sperpero baci alle signore e penso alla radura. Dalla Via Latina puoi vedere i Castelli Romani. Puoi far vendemmiare le tue ossa inumidite.  Da Trastevere puoi scorgere l’Aventino e respirare sigarette di ossidiana e sentire i profumi dei saponi che vendono dietro alle vetrine. Ci sono molti nuovi negozi vietnamiti e io penso a Lao Tse. Al Circo Massimo mi fermo per sorridere al roseto. Devo fare il salto fra il Tao e la statua di Mazzini. La statua è troppo grande per non farlo. L’input mi trasporta dalla Cina alla Repubblica Romana. È normale fare questo nel dialogo cittadino.  Sul Tevere mi ossigeno in una tenda e vedo il cane lupo e il capo indiano, vedo il bosco delle querce gli abeti e le fate, il sultano delle nevi legge i giornali capovolti e prende fiato. Fiato e sigarette, fiato e genitali, fiato e tute con cui correre e sudare. Traspirare se stessi fra i lampioni nelle strade buie e surreali, verso il Tempio di Diana, di Antonino e Faustina.  Giulia dice: «Ho mille tresche coi lampioni». Giulia non è qui ma me lo dice lo stesso. È solo un giorno, forse è un anno, forse sono ventuno. Abito a Villa Borghese, i cani abbaiano, le civette stridono: io sono qui e ora a correre nello spazio e nel tempo. Edoardo Piazza *Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha ricostruito l’immaginario, la poetica, sarà dedicato, in primavera, il primo volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un estro metropolitano, materico. Seguiranno dettagli. L'articolo Metafisica dei lampioni d’inverno. Lettera ubriaca a Henry Miller da Villa Borghese proviene da Pangea.
February 26, 2026 / Pangea
“I poeti non vanno in ufficio”. Intorno alla Roman Beat Generation
Si nutre di nutrie, la poesia – a Roma. Spasmi e miasmi della Storia. Capitale – ne rimastica la toponomastica. Solca le arterie dell’Olocene – fra rio e rioni. Croci e crocifere – ai pellegrini falchi, falcia le vie. La poesia, a Roma – fa olocausti di busti. Fino all’ora dei pasti. Non consola i consoli, il poeta – mira all’obelisco, più che all’ombelico. Incolonna rime plastiche – fra colonne ecclesiastiche. Caustica – lastrica terrazze e piazze. A Roma – la poesia.  * Batte un motivo beat, di notte, la civetta – a Villa Borghese. Squittisce versi – all’artista fa il verso.  Musa rapace, mai civettuola – gentrifica fronde, germina poeti. Pare sgorgato dall’ala piumata, Edoardo Piazza. Spiuma versi fra spume tiberine – livide, vivide. Eterna nella città eterna un fremito d’oltreoceano – lo fa capitolare, capitolino.  “Il caffè di Big Sur/ lo bevi con le statue romane” – non con Jack Kerouac. Americanismo, a Roma, volge in casto situazionismo. * Poeta o oracolo – la Bocca rivela Verità. Nell’Urbe – dove “soffocare era l’adagio impervio del sopravvivere urbano”. Piazza è cicerone di un On the Road romano, padrino dei “poeti che non vanno in ufficio” – piuttosto, in categorica Cadillac. Metafisica civica e antilirica efferatezza – riecheggia, nel verso roman-beat, il codice fraseologico, fra smaliziata miseria e laica mondanità, di Valentino Zeichen. “Si nasce barbari/ e si finisce romani”, appuntava il poeta istriano-romano nel suo diario 1999. Marciapiedi dionisiaci e vernissage presi d’assalto dai senzatetto, maestri zen col fischietto e barbagianni new age – la poesia di Piazza, coast to coast fra le mura, romantica romanità, si compie prima della compieta, nell’empireo di un pomeriggio a Roma. * Santificare il beat è qui sanificare – risanare il linguaggio. Poeta del suo tempo, di un tempo non suo Piazza usucapisce il palpito – lo muta in battito d’ali, apache in pillole metropolitane. Rievoca la cronaca diurnale, a codificare il reale, di Frank O’Hara – padre del ‘personismo’, che batté i beat col disimpegno. Flâneur nella grandeur, fra cives e civette, la poesia di Edoardo Piazza, a Roma centro traccia il suo epicentro. Città colossale – il Colosseo con l’aria condizionata, la corrida degli autobus, gli amici volati come foulard. Città che più della civiltà – un quarto di nobiltà agogna. Roma – poesia e gogna.  * Batte un motivo beat, la civetta, notturna jam session – Roman Beat Generation. Fabrizia Sabbatini *** La civetta di Keith La civetta di Keith respiracanti e metropolitanesta appesa a una strofa su foglio di cartacerta e non morta vigila su Spartae sul traffico moderno.Adora l’incanto di adorno bosco che sarà mobilequando la costellazione vireràal tempo dei furgoni.Mano proverà a trattarla e le consentiràil volo binocolare e astuto –nella dolce corazza di piume –sul fiume astuto occipitale e sulle Esperidi di cemento arboreo. * Il vernissage C’era quel vernissage della mostra che fu preso d’assalto dai senzatetto tramezzini panini e via scorrendo Roma e Milano un’alfa gli smottamenti del sangue malsano le intercapedini Roma e Milano omega oggi il cielo è una virgola cin-cin colloquiale sul sofà dell’emozione tutti dovrebbero avere del cemento ripararsi e l’umidità una lamiera in frigo nel panino. «Sono quello sfigato quello nascosto, nel bosco qualcuno ti ha dato soldi per qualcosa? Mi fa piacere i poeti non vanno in ufficio non apparecchiano il prodotto quel sano male di città. Piazza Navona era muta di scabbia e ti ricordi i primi reading di Patti Smith?». * Civetta numero due La cremagliera sottrae il larice alla sua fosforica funzione                             di fissità. I déracinés di Venezia li ha già cantati Ferlinghetti. Non era Truman Capote quel busto al Gianicolo. Il cane letargico fotografa il palazzo azzurro. Il cane rosa schizza sul palazzo acre. Nero occitano quel Fabergé carboncino. Reticolo-reticolo. Civetta numero due-canto numero tre o quattro… Però canta bene. * Il tacchino di Big Sur Non potrai adire al re retribuito con stoffe pregiate demandate all’utilitarismo. Non potrai adire alle carni smerciate agli ossi alle corolle dei fiori. Ai sentieri ai segmenti alle uccisioni ai cuori. Lapidarie le stufe del passato il carteggio il conteggio delle settimane, l’uomo operoso: la civiltà industriosa. Non potrai adire all’egocentrismo, tutto è fallace non esistono scelte giuste. Bisogna alleggerire adattarsi a morire arriverà il mare il capitano fra la schiuma le tracce di un alano nella corrida. Epaminonda il re, la palude dei rami pianti dopo il sereno un turgido seno. Non potrai dire al re di essere retribuito non sei una fotocopiatrice un fermacarte un apostrofo un attache. Il mio linguaggio dei segni è quello di certi uccelli quelli che volano nella canzone di Battiato nell’agguato dell’azzurro tanto descritto e mai afferrato. Il caffè di Big Sur lo bevi con le statue romane. La materia grigia è come il papiro come i riflessi delle virtù integrali come i genitali. Le formiche, le parentesi degli opossum la consunzione dei paradossi le lacrime della Madonna. Sei capace a vivere? Oggi cosa hai mangiato? Tutto è come una tapparella che s’alza e abbassa, come impronte di ciabattine: il faro del giardino di pietra, l’empireo di un pomeriggio di Roma. Edoardo Piazza *Le poesie di Edoardo Piazza sono tratte dalla sua ultima raccolta – “Civette e container” (Ensemble, 2025).  In copertina: Andrew Wyeth, “Brick House, Study for Tenant Farmer”, 1961 L'articolo “I poeti non vanno in ufficio”. Intorno alla Roman Beat Generation proviene da Pangea.
October 1, 2025 / Pangea