La prima volta che ci siamo conosciuti, Olivia ci ha tenuto a mettere le cose in
chiaro: “Sai, io sono una strega”. “Io invece sono uno stregone”, le ho
risposto. Da quel momento le cose tra noi sono filate lisce.
Poi un giorno a un reading mi fa: “Hai i pantaloni corti alla Angus Young”,
facendomi realizzare così il mio sogno rocker di bambino. Perciò, nonostante io
mi ritenga un allievo di Erich Fromm che ha cercato nella vita di intraprendere
un percorso di progresso interiore, per un pomeriggio scegliamo la regressione
adolescenziale e decidiamo di ascoltare in una stanza Thunderstruck, dalla
potenza musicale degli AC/DC. Entrambi conveniamo sul fatto che più di tre volte
di fila non riusciamo ad ascoltarla, perché dopo la terza siamo carichi come
molle ché potremmo correre il GRA per intero.
Così, prima di partire con il quarto ascolto – incuranti di dove ci condurrà –
decidiamo che è bene pubblicare questa intervista.
Olivia, partiamo dal “Salotto letterario” di cui sei promotrice al Lettere Caffè
di Trastevere, dove ospiti una certa eterogeneità di autori – ritrovi in loro
una diffusa mentalità sui temi poetici e letterari?
Il “Salotto Letterario di Olivia Balzar” nasce dall’urgenza di dare una casa
alle idee, al desiderio di condividere, di creare una scena. Ci siamo prefissati
un obiettivo difficile. Creare un fronte comune nel mondo dell’editoria è quasi
impossibile, i poeti e gli autori sono battitori liberi, ma al Salotto intravedo
una speranza. Da noi sono passati autori molto diversi, si sono creati
dibattiti, amicizie e collaborazioni tra artisti che si sono conosciuti proprio
in questo contesto. Vedo tanta diversità, molto fermento e ciò che accomuna
tutti questi mondi che si incontrano è il desiderio di farsi ascoltare.
A Roma si rileva un’abbondanza di autori e una penuria di animatori culturali,
come mai secondo te?
Penso che ultimamente, invece, ce ne siano fin troppi di animatori culturali.
Per certi versi è un bene, per altri si crea un’inutile concorrenza. Al Salotto
cerco di proporre serate in collaborazione con le realtà che stimo, come il tuo
format di letture poetiche nato all’Horafelix o come Sisters in Poetry ed
EscaMontage. Spero di allargare sempre di più la visione del Salotto verso
un’idea di factory. Fare cultura ormai è come stare in trincea e ciò che più mi
lascia perplessa è il fuoco amico.
Sempre a proposito di Roma, come hai avvertito il ritmo di “Roman Beat
Generation” (alla presentazione mi hai dato dell’Angus Young, per i pantaloni
corti…)?
“Roman Beat Generation” è Rock’n roll. Rompe le regole, le riscrive (a iniziare
dal formato del libro), parla a tutti, coinvolge linguaggi diversi, suggestioni
comuni, visioni che portano altrove. Mi auguro che questo progetto cresca sempre
di più. Io mi sono trovata molto rappresentata, in ottima compagnia, tra poeti e
poete che stimo e che ho avuto modo di scoprire grazie ai componimenti scelti
per l’antologia.
Passiamo alla tua poetica – fra maghe e stregoni, Genius Loci e spiritualità – a
quali temi è rivolta, principalmente, la tua ricerca?
Proprio adesso sto rispondendo alle domande da Benevento, dove ho organizzato
una fuga sulle tracce delle janare, le donne che custodivano la sapienza antica,
la cui storia è ancora viva e presente nel retaggio culturale del Sannio. Io
ricerco le storie. Infatti, il mio ultimo libro Storie di spazio e
tempo (Ensemble, 2026) è un catalogo di luoghi, non luoghi, ricordi e litanie.
Mentre scrivevo i versi che ho raccolto in questa silloge, ero ispirata dai miei
viaggi, dalle persone che incontravo sul mio cammino, dalla posizione della
luna, dai libri di divulgazione astronomica, di filosofia orientale e dal
folklore popolare sul quale tengo anche una rubrica sulla rivista “Finestre”.
Come si lega invece, la poesia, alle tue esperienze di recitazione teatrale?
Credo profondamente nel potere della parola, della lettura ad alta voce, della
rappresentazione. Da quando ho memoria ho abbinato la presentazione dei miei
libri alla performance. Ricordo che avevo creato un format con la rigger Red
Lily in cui la parola poetica, la musica e lo shibari si incontravano in uno
spettacolo di grande suggestione. Aprimmo così il concerto al Blackout a Roma
della band Belladonna. Fu bellissimo. Da un paio di anni, col cantautore Nico
Maraja, giro l’Italia con uno spettacolo che intreccia i miei testi con la sua
musica. Per la prima volta questo spettacolo debutterà a Roma al Teatro Ivelise
il 9 e il 10 ottobre e vedrà nel cast la partecipazione degli attori di The Act
Studio.
Lei è Olivia Balzar
Un commento conclusivo sulla realtà della poesia in libreria – alla luce del tuo
quotidiano lavoro per Feltrinelli –, qual è l’interesse dei lettori?
La poesia dal grande pubblico viene ritenuta ostica, relegata a ricordi
scolastici poco felici o a fantasie romantiche che poco hanno a che vedere con
la realtà di un genere letterario sempre più in espansione. I lettori forti,
invece, stanno iniziando a considerarla, ad esplorarla, a lasciarsi incuriosire,
consigliare. I reading di poesia stanno aumentando e con essi le iniziative
correlate. Con la Libreria Feltrinelli di Ostia, ad esempio, questa estate ho
organizzato una serie di appuntamenti dedicati alla poesia e alla performance
all’Amanusa Beach, mentre alla libreria di Largo di Torre Argentina, con
Elisabetta Cilenti, portiamo avanti un bookclub di poesia e proprio a settembre
abbiamo già in calendario un po’ di presentazioni. E funzionano. La gente ha
bisogno di coltivare la propria interiorità, di fermarsi a riflettere, di
incontrare altre persone con la propria sensibilità. In un mondo che crolla,
senza più certezze, affidarsi alla parola è un modo per risorgere.
Edoardo Piazza
*In copertina: Olivia durante una performance, photo Stefano Borsini
L'articolo “Sai, io sono una strega”. Dialogo con Olivia Balzar proviene da
Pangea.
Tag - Roman Beat Generation
Vado a trovare Davide a Lipari. Penso a Efesto che ci controllerà. Sarà lui a
decidere del mio comportamento sull’isola: dovrò tenere a bada la mia hybris.
Quando arrivo, Davide mi accoglie e mi propone una passeggiata serale. Se ci
appostiamo in un punto che dice lui, forse a tarda notte vedremo una mahara. Lui
l’ha già vista e sta condividendo un segreto. Così, dopo aver fatto un po’ di
mare, la sera ce ne andiamo nella zona di Chiesa Vecchia. Attendiamo che la
gente rincasi e confidiamo nella magia.
Alle tre di notte una signora, che Davide mi rivela essere una tabaccaia, si
materializza davanti ai nostri occhi e si cosparge la pelle di un unguento. Da
quel momento è una mahara, potrà volare in Africa nella barca di un pescatore e
tornare con frutti esotici da offrire al marito. Interloquiamo con lei,
decidiamo di aspetterla al suo ritorno, deve rientrare all’alba: con le luci del
giorno la strega tornerà ad essere una tabaccaia.
Così, mentre aspettiamo, per passare il tempo faccio qualche domanda a Davide…
Caro Davide, partiamo da un dato geopoetico: sei nato a Lipari. Quanto incide,
l’isola, sulla tua scrittura? Una volta mi hai detto che ti porti dentro la sua
luce…
L’isola è un piccolo cosmo. Ha, anche morfologicamente, una sua precisa
identità. Non c’è continuità con il resto del mondo ma netta separazione. Su
un’isola è più concreta l’idea di un altrove. Tutto questo non può non incidere
sul pensiero e sul sentimento dell’isolano, di chi la vita l’ha conosciuta su
un’isola e su un’isola ha vissuto tutte le sue prime volte. Sicuramente anche la
mia scrittura è intrisa dell’isolitudine di cui ci parlava Bufalino e della luce
spietata e meravigliosa delle Eolie.
Vivi ormai a Roma da molti anni, come percepisci la capitale dal punto di vista
culturale e relativamente al mondo della poesia – fra eventi, rassegne, reading?
La vita culturale di Roma è abbastanza vivace. Sono numerosi e variegati, tra
reading ed eventi letterari, i momenti di scambio e di socialità tra chi scrive.
È sulla reale qualità della poesia veicolata da questi eventi che bisognerebbe
porsi delle domande ed eventualmente esprimere perplessità.
È a Roma che prende vita anche il progetto “Roman Beat Generation” – di cui fai
parte. Come lo vivi? Cosa ti ha spinto a partecipare?
Apprezzo molto lo sforzo sincero di chi intende valorizzare e far conoscere le
voci poetiche contemporanee. Quindi non potevo non essere felice dell’invito tuo
e di Fabrizia Sabbatini e di Magog a far parte di questa splendida antologia che
mette insieme una stralunata brigata di poeti tra loro molto diversi e per
questo rappresentativi di una preziosa biodiversità poetica.
In veste di educatore, come vedi il rapporto delle nuove generazioni con la
parola scritta? Leggono, scrivono, i più giovani?
Purtroppo, dal mio punto di osservazione, che è proprio tra i banchi di scuola
dei ragazzi, la situazione non è delle migliori. I più giovani leggono e
scrivono pochissimo e spesso lo fanno male.
Torniamo al Davide scrittore. Sei autore di opere che si muovono su più registri
e m’incuriosisce, in particolare, il tuo Zebù bambino, un poemetto sull’infanzia
del diavolo. Come hai scelto questo tema?
Il tema di Zebù bambino non è esattamente frutto di una scelta, a dire il vero.
Tutto il breve testo è nato in maniera spontanea (e di getto: l’ho scritto in
una sera estiva a Lipari). Il tema dell’infanzia come età d’oro dell’uomo – ma
anche come stagione spietata in cui si fa esperienza del dolore – mi è da sempre
molto caro ed è anche al centro di un mio romanzo: Malizia Christi.
Attraverso un appunto musicale – so che ami il grunge che movimentò Seattle, in
particolare i Nirvana – ti chiedo: sul fronte italiano del canto poetico, pensi
ci sia stato o ci possa essere un movimento underground o saremo sempre i figli
della tradizione?
Adoro la voce di Kurt Cobain, la musica dei Nirvana. Tra l’altro, sono anche
stato a Seattle, molti anni fa (non sulle tracce dei Nirvana, però). Sul “fronte
italiano del canto poetico” per fortuna esiste un movimento underground che gode
di ottima salute. Che grosso guaio se non esistessero i ribelli, sempre in
aperta polemica con la tradizione, con la lingua e col potere.
Mi ricollego all’ultima: in generale sei più dell’idea che sia già stato detto
tutto oppure mancano l’interesse e le figure che sappiano rintracciare elementi
di novità artistica?
È senza dubbio già stato detto tutto ma non in tutti gli innumerevoli e
mirabolanti modi in cui il tutto può essere detto.
*In copertina: Davide Cortese a ventidue anni sopra la Chiesa Vecchia; photo
Giuseppe Allegrino
L'articolo Tra la “mahara” (la strega volante) e i Nirvana. Dialogo con Davide
Cortese proviene da Pangea.
Graziano è arrivato con la pelliccia. Era una pelliccia nera, lui biondo, si
notava ancora di più. Non ci va nessuno ai reading in pelliccia.
La voce squillante tipo la mia, la voce delle strade romane, zero affettazione,
il giusto riguardo, il rispetto empirico. Ho pensato questo è un beat, forse non
lo sa, probabilmente sì. Quando poi mi ha detto che andava a fare un rituale a
Trastevere, un canto alla musa sghemba, alla parola apotropaica, ne ho avuto
conferma. Respira follia come me, si è accomodato nel verso storto, comodamente
scomodo, in movimento. La frequenza è quella del manifesto: busto del Pincio –
busto del Gianicolo. L’agio sinaptico è una discoteca di proiezioni: visioni di
platani e sampietrini.
La metrica dell’acmeismo russo e del simbolismo francese.
*
Il cantiere è aperto: per dare il benvenuto nel circo di Roman Beat all’acrobata
che porta il nome di Graziano, si è scelto il testo di una performance tenuta in
Piazza Santa Maria in Trastevere, al crepuscolo, con gli addobbi rituali e il
canto che segue nelle corde.
(Edoardo Piazza)
*
Roma Città Apostata
Accade anche che si sfrutti espressamente un altro desiderio. Quel desiderio che
è stato generato ma, in via della Lungaretta, ci siamo resi conto che non era
stato esaurito: ce lo siamo preso con l’abbraccio ai sampietrini e ai muri.
Accade anche che sia andato vestito da vescovo dei miei trisavoli, tracimando
carbone e fiele dalla bocca per i penati. Regine e Reges Sacrorum proteggetemi
da questo mondo, datemene uno nuovo. Donatemi la fine di questo e
l’anticipazione della venuta: quell’altro mondo dimenticato che ritorna tra
corpi tutti santi e spiriti danzanti. Un granello di carne di un sistema
epistemologico binario, un grigio trasformativo transtiberino, un generatore di
complicità tra unicità complesse.
Accade anche che si trasversi la città in processione performativa, che si svasi
a Roma come un’apparizione: nascendo al tramonto, ci si trascina col sé una
mitologia a venire. È un’iperstizione in movimento, un dispositivo che produce
il reale attraverso i balbettii dello spirito. L’avvento, accompagnato da una
favola di musica, percorre il tempo sconosciuto che collega l’ora al domani,
ritmo come battito di una collettività che nasce. Un rito di anticipazione. Un
miracolo parcheggiato in divieto di sosta.
Grazie Carro Amato, un progetto di Marie Hervé, Andrea Lo Giudice, Nunzia
Picciallo, Šumma ālu e Flavia Tritto con la partecipazione di Spazio Supernova.
*
Carro Amato
Intro
Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono
appartenere.
Che si apra la via.
Che si apra la strada.
Che la città conosca il passaggio gentile del morbo.
Io benedico questo carro
con la polvere chiara di cometa
con il respiro degli alberi rimasti
con il sonno delle pietre antiche
con il canto degli animali invisibili
con le mani degli insetti
con le radici che tramano sotto l’asfalto
con l’acqua vendicativa dei tubi e delle nuvole
delle lacrime e degli abissi della terra.
Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.
Nessuna ruota schiacci il grillo
nessun organo allucinatorio dimentichi il vivente che ha memoria.
Venite spiriti della soglia custodi del muschio, del vento e della rugiada
venite senza clamore.
Sedete sugli assi
intrecciate nastri di luce per la rovina
donateci la leggerezza dei buchi neri
fate che il suo passaggio riabiliti il nascosto.
Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.
Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono
appartenere.
Attaccheremo al sangue la gioia.
Benedico la febbre degli uomini soli
Benedico il firmamento delle lucciole.
Io chiamo le madri del prima
le antenate del fuoco,
le nonne delle tempeste
le guaritrici del destino
le voci che tenevano insieme il mondo
Venite, presenze buone.
Venite, spiriti miti.
Venite, arpie e sirene.
Che il suo viaggio sciolga malocchi d’indifferenza
Che rompa incantesimi di consumo e solitudine
Che disarmi la mano che prende senza chiedere
Che renda sacro il limite.
Che renda dolce il confine.
Che renda udibile il mormorio del tutto.
Io benedico questo carro
Sia benedetta la carne che lo compone
Sia benedetto il ferro
Sia benedetto il legno
Sia benedetto lo scheletro
Sia benedetta la strada
Sia benedetta la città
che non dimentichi la terra sotto di sé
*
Outro
Sia benedetta la città che non rende uguali.
Dall’ombra una crepa di luce di latte delle rovine.
Madonne bianche, velate di cenere e polline
Scrivete un nome che non si pronuncia
Scrivete di un grembo soltanto di pelle
Scrivete di legno femore, ferro gola, stoffa mano, respiro animale, radice
ferita, d’acqua maramea
Da ogni ruota sale un canto
Al primo canto trema la pietra.
Al secondo parla il verme.
Al terzo si desta il cane dei confini.
Al quarto il corvo apre i libri del cielo.
Al quinto il seme ricorda il bosco futuro.
Al sesto canto l’uomo perde il trono.
È nato ciò che resta dopo la fine del dominio:
pelo, piuma, pelle, foglia, spora, squama, sale, saliva, rugiada e terra nera
unite nel cerchio.
Da ogni ruota singhiozza un pianto
Dalla prima esce la memoria.
Dalla seconda la fame.
Dalla terza il lutto degli animali.
Dalla quarta la città che brucia.
Dalla quinta il fiume incatenato.
Dalla sesta ruota una mano vuota.
Siete nati con occhi d’apocalisse, con denti di fiore, con lingua di tamburo e
di muschio.
Beate, siete venute al mondo come alleanza.
Sei volte è caduto il velo.
Venite, presenze buone.
Venite, spiriti miti.
Venite, arpie e sirene.
Graziano Mazza
*
Bio: Graziano Mazza è scrittore, poeta e traduttore, ricercatore in teologia
economica a Parigi. Dirige una collana di poesia internazionale, ‘Fatto Umano’.
La sua ultima pubblicazione è Vacue Scuse (Ensemble, 2024). Ha fondato e dirige
il collettivo d’arte trasversale Monx26 a Parigi. Spesso è negli stessi posti,
ma gli stessi posti non sono con lui, quindi vagabonda chiamandoli a voce alta.
Come un cretino, aspetta il giorno in cui il senso e la parola finalmente
coincidano. Lo aspetta fumando, non conoscendo altro modo.
*In copertina: Fernand Khnopff (1858-1921), Donna mascherata
L'articolo “Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto:
Graziano Mazza proviene da Pangea.
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino.
Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza.
*
A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire
rispetto a una persona.
Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.
Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino.
E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si
incollava al paesaggio come una Polaroid.
Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.
Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma
difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza
massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi
spettinati che parlano di feste.
Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver
deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.
Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci
contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando
grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti
neuronali.
La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.
I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi
interessa.
A lei piace il dialogo a tavola, a me no.
Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli
irrigatori.
Che fai dopo?
Yoga.
Mi vengono in mente le guardie napoleoniche.
A me i camaleonti.
Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo?
Per andare contro me stessa.
Stasera sei bella magari domani non lo sarai più.
Tu sei bello perché non sei bello.
Ti danno ancora fastidio i rumori?
Sì.
Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino
ristorandosi col tè made in Albione.
Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi
lesi e offesi.
Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti
eccelsi sono tre, non di più.
Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo
pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano
il gong monastico di una grande emozione.
*
Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono
sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non
fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei
boscimani.
*
Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette
nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del
telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come
ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del
fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni
tracannare incenso rubato.
Amen.
Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si
sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è
rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le
tracolle di male.
*
Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa
qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a
respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non
serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi
l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve
colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e
basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a
profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei
poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal
cielo.
*
Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli
arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io
sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo.
Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo
pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e
ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel
che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte
dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume
abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al
soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi
pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è
messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso
tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che
gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli
autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si
affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini
quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e
mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.
«Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e
guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il
senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e
assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere.
«Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe
svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò
occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con
Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i
covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni
sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità
diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava
dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.
*
Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al
karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci
prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre
boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita
laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di
relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che
soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le
gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori.
Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna
che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata
così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche
spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.
Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un
uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina
tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il
prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi
amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le
zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti
come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende
molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo
un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli
lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla
luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi
fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico
che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in
questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori
butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi
siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare
l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è
protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che
accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che
portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione
per la pubblicità.
*
Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che
possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo
allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a
procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a
riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato
delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi
all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di
bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di
cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati.
Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico
è la composizione: chiedilo a Keith.
Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli
scrigni della tecnologia.
Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un
uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che
stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza
difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della
logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è
qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare
la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti
e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé.
«Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè
portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù.
*
Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione.
Disseminazione.
*
I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a
incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate
per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in
un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da
pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai
vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato
fila di cipressi.
*
Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle
spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini
con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità
degli spiriti indigeni del selvaggio West.
Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a
ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da
un felino.
Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a
cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da
nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli
alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare
che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati
da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua
imposta ad usura e per il peccato.
*
«Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio
per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle
occasioni».
*
Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che
verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle
vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il
paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile
atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone
proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e
torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come
putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.
I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso
quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da
cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio
di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta
voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti
in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore
del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate
come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa
e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di
quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace
gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato
un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.
*
Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il
posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e
le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui
pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e
interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e
iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che
parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che
trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i
filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di
lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra
un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei
diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle
giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali
appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo
dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di
Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una
sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla
ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del
cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le
nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo
corto e non ci sono più segni zodiacali.
La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i
volti dei sumeri.
Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del
cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti.
L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del
sole. Il sole mente.
*
Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che
si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto
immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte
quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha
inventato per dormire.
In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i
ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare
tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio
di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e
butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e
sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una
rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È
difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta
sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a
colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola
sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le
ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli
assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La
banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le
nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel
portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di
notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino.
Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.
*
Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva
arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si
urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge
l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le
ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di
Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese
non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest
attraversando due sillabe.
Edoardo Piazza
*In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla
parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un
po’ di Haring a casaccio
L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
Io e Claudio Zuccaro ce ne stiamo buoni buoni a Zabriskie Point. Immaginiamo
come fosse il set di Michelangelo Antonioni. Oggi sembrerebbe la giornata giusta
per un avvistamento ufo, ce l’ha detto un vecchietto del Nord Dakota che si è
trasferito qui per vendere collanine e amuleti magici. Dobbiamo andare verso
l’Area 51 ma mentre sostiamo ci coglie forte la nostalgia del suolo natio, di
Roma e del suo hinterland, dove si è appartato Claudio. Allora cominciamo una
danza propiziatoria per avere un buon rientro, alziamo nugoli di polvere coi
nostri passi e mentre aspettiamo gli alieni cominciamo a chiacchierare…
Dove nasce la poesia, in un concerto punk o tra i fossili di Corneto, l’antica
Tarquinia? Sono connesse le due cose?
Sono entrambe due mie passioni e questo lo sai. Dove nasce la poesia… La
risposta più ovvia sarebbe ovunque. E invece no, o meglio, sì, ma a certe
condizioni. Innanzitutto che tu sia te stesso. Sembra una banalità e invece non
lo è. Ci sono luoghi, eventi, persone che ci corrispondono di più e allora può
nascere una scintilla. Per me ascoltare musica, leggere un libro, scavare
fossili o andarmene per siti etruschi o quant’altro… le persone poi, certo non
tutte, purché mi trovi a casa, dove voglio stare e con chi voglio stare.
Hai scritto in versi delle battaglie dell’Isonzo, cosa ci hai visto da legare a
un’opera lirica?
Il tema è la guerra, la cosa più ambigua nella storia umana, qualcosa di assurdo
e “necessario”, di tragico e comico al contempo. Se ne può parlare in modi
diversissimi, ovvio essere contro, ma poi te la ritrovi davanti e ci trovi
sempre e comunque qualcuno che ci prende gusto. Non esistono, se non in casi
estremi, guerre giuste, in linea di principio sono tutte assurde, eppure sono
lì, davanti a noi, necessarie? Ci si augura sempre che insegnino qualcosa, ma
non succede mai, cambiano casacche ma la sostanza resta: l’Homo Ideologicus,
l’Assoluto “Uno” ad esclusione dell’Altro, l’amico-nemico, la teologia politica.
Non accettiamo quasi mai l’Altro, ciò che troviamo fuori posto, il non
assimilabile, il totalmente Altro, e replichiamo ad infinito e da secoli la
cultura dell’appropriazione, della sopraffazione, della tecnica ad esclusione.
Forse ha ragione Heidegger, i campi di sterminio sono già iscritti nelle origini
del pensiero occidentale, la metafisica, la tecnica e la guerra sono un
destino.
So che hai un’ampia collezione di dischi anni Settanta/Ottanta, è possibile che
chi scriva poesia oggi ignori completamente quella stagione?
Per me la musica è un’arma fondamentale, è la vera inclusione a scapito
dell’esclusione, inevitabilmente un’arte totale senza se e senza ma. In una mia
biografia c’è scritto “devoto a Ian Curtis”, infatti che cosa sarebbe stata la
mia vita, le poesie che scrivo, senza il punk, la new wave, il gothic… Non
saprei dirlo. Joy Division, The Cure, Dead Can Dance, Cocteau Twins, Simple
Minds… Tante poesie sono nate ascoltando la loro musica. Devo ammettere poca
italiana ad esclusione di Conte, Battiato, Battisti, Gaber, De André, talvolta
Guccini e qualche altro.
Lui è Claudio Zuccaro
E la montagna? So che quel mondo ti affascina, sei devoto ai Joy Division anche
dagli altipiani?
La montagna o la natura, mettila come vuoi, è un discorso a sé. Partiamo dalla
passione per la geologia e la paleontologia (scienze già poetiche in sé),
mettiamoci pure l’interesse per il recupero di oggetti della Prima guerra
mondiale e il mio viscerale amore per il Col di Lana, scenario di battaglie
cruente durante il conflitto, aggiungici pure l’interesse per il mondo etrusco e
la preistoria e il quadro che ne viene fuori o è da visita psichiatrica o da chi
la natura la vive dall’interno, del resto sono nato ad Ancona e da lì, il mare,
te lo porti addosso per tutta la vita.
La tua poesia si caratterizza per un eclettismo stilistico, qual è il tuo
pensiero a riguardo?
Personalmente non ho mai creduto a modelli precostituiti di stile poetico e
letterario. Certo, non è neppur falso il contrario, se qualcuno si trova a casa
con la struttura del sonetto shakespeariano, ben venga il sonetto
shakespeariano, che nessuno faccia lezioni o prediche. Per quello che mi
concerne, io cerco di guardare ai tempi, guardo a me oggi, quello che vivo, ciò
che sento, parlare in prima persona non mi disturba, così pure l’eclettismo
stilistico, purché non si scriva in modo autoreferenziale o al di fuori di un
mondo che si trasforma più in fretta di noi. Partire dalla strada, dalla realtà,
non astrarsi mai dalla realtà sociale e anche politica (perché no?) del nostro
tempo. Riformulare o inventare parole se necessario. Oggi la persona più
anticonformista è chi ascolta Radio Maria, per il resto tutto è possibile e
tutto fa cassetta. Il capitalismo e il materialismo edonista e narcisista dei
nostri giorni vanno a braccetto. Siamo sempre più liberi, ma nessuno è stato mai
veramente liberato. Impossibile fare poesia quindi omettendo il tempo reale.
Noi, gli esclusi, noi gli emarginati dalla festa, noi che scriviamo e che
cambiamo nello scrivere, siamo il vero “movimento reale che abolisce lo stato di
cose presente”. La parola poetica è l’unica vicina all’origine (e già questo la
rende rivoluzionaria, polisemica, incomprensibile ai più) è da lì che viene, è
da lì che si alimenta. “Sarà una parola che vi seppellirà”, mai così vero, ma
non per l’oggi.
Quanto hanno inciso invece nella tua opera il rock, il pop, il punk appunto ma
anche la Street Art ma tornando indietro la famosa Fontaine di Duchamp?
Rileggendo autori fine anni Settanta (mi sono dilettato recentemente con Gaber,
Franco Berardi dello “Bifo”, Michael Ende e Joseph Beuys) emergeva il dato che
la poesia e le parole crescono e muoiono con le città che le determinano, è
vero. Bisogna avere orecchio, diceva Jannacci, bisogna averlo tutto, anzi,
parecchio… è così. La Street Art oggi, promossa dalle amministrazioni comunali,
è patetica, i murales dipinti con tanto di pubblico e pensionati che guardano il
cantiere sono grotteschi. Le cose sono fatte per essere trasgredite, ogni teoria
è falsificabile. Avere orecchio vuol dire carpire nell’aria il vento e la
brezza, il rumore delle foglie e quello dei cannoni, sapere cosa non siamo
piuttosto che ciò che siamo, ma mai, e poi mai, conformarsi allo stato di cose
presente. Ciò che era conformista ieri oggi è rivoluzionario, e ciò che ieri era
rivoluzionario oggi è conformista. Ciò che sarà domani non possiamo dirlo.
Vedi nessi fra i surrealisti francesi e i beat americani?
Non solo con i surrealisti, ma anche con futuristi, dadaisti e quant’altro
caratterizzò, agli inizi del Novecento, lo spirito delle avanguardie. Non
dimentichiamo che le avanguardie solo sfiorarono gli Stati Uniti, per cui,
benché privi di un manifesto e in un modo tutto loro, anche i beatnik (come il
movimento artistico Fluxus) possono essere (tirandoli un po’ per la maglia)
un’avanguardia, almeno per quello che riguarda il contesto statunitense.
Sei d’accordo sul fatto che i movimenti di rottura nella storia dell’arte hanno
agito sempre, per l’appunto, “di movimento”, quindi fra grandi individualità
connesse però fra loro?
Quando mi sento a casa mi piace incontrare e discutere con amici “veri”, perché
siano veri amici (senza scomodare alcuna forma di schöne Seele di tipo
romantico). Il linguaggio non è solo comunicazione di un messaggio, se vuole
essere vero, autentico, è produzione. Il lavoro linguistico è produttore di
testo. Le Avanguardie hanno peccato perché proponevano teorie, modelli,
programmi rigidi, ma non è così. Senza perdere lo spirito di chi le animò,
tuttora validissimo, proporre direzioni vuol dire non cogliere la tensione tra
codice linguistico e desiderio che emerge nella scrittura. La contraddizione che
fa della scrittura una pratica di emergenza del soggetto. Dire no e giocarci la
vita dentro, una partita di regole tra libertà e spiritualità che eccede il dato
esistente. Mi piace leggere Beat come abbreviazione di Beatitude ed è quello che
percepisco in chi ha animato e creato il gruppo di Roman Beat Generation.
Sei insegnante e spesso ti ho sentito riferirti al linguaggio, quante parole
mancano al dizionario comune per andare a esplorare la realtà? Ci sono parole
che fanno ancora paura?
Il linguaggio è la totalità dei fatti del mondo, tuttavia spesso non si tiene
presente che i fatti slittano e il linguaggio spesso resta fermo (uno scempio
l’adozione di termini da altre lingue). Forse sarebbe meglio dire che “di ciò
di cui non si può parlare è meglio tacere” e da lì poi nasce tutta un’altra
storia, che poi è quella della poesia. Ora non mi preoccuperei dell’uso
filologicamente corretto di Wittgenstein (lui queste citazioni le riferiva alla
logica), piuttosto che l’origine è il non-detto, l’indicibile, il Nulla (o Dio,
o l’Uno). C’è ancora tanto da esplorare e da dire e da inventare e da costruire.
“Testo” da tessere, intrecciare e poi ordito, trama, nell’educazione scolastica
di tutto ciò non c’è che una vaga traccia e allora ecco che le poesie diventano
nell’immaginario collettivo emozioni o talenti innati. È la parola
stessa, poesia, che fa paura.
A proposito di Roman Beat Generation, abbiamo ospitato all’ultimo incontro
Dianne Jones, che ha conosciuto i beat americani. Ci ha detto che poi alla fine
ciò che conta è lo stare insieme artisticamente, si vedrà poi questo dove porta.
Nulla di più vero! Il “fanatismo” ideologico oggi è buono per la mia collezione
di fossili, insieme alle tradizionali categorie interpretative della realtà.
Tutto va riformulato, ripensato, lo status del nostro presente è veramente da
effetto postatomico: tutto sembra desertificato e in macerie. Pensiamo al
linguaggio, che poi è “la casa dell’uomo”, è sotto attacco continuo, le parole
si riducono, proprio letteralmente, di numero e con esse si perde anche il
valore semantico e poliedrico del “dire”. Altro che “pastori dell’essere”, il
gregge viene ridotto di numero e di valore pressoché quotidianamente. Eppure
attenzione, anche le macerie hanno un loro perché. Ci sono dei residui, dei
resti, frammenti, palazzi pericolanti ma ancora non distrutti, come I sette
palazzi celesti di Kiefer. Tutto è in un equilibrio precario, da studiare e
interpretare, navigarci dentro, raccogliere qua e là dei pezzi e farne magari un
reliquiario, non solo da adorare, ma soprattutto come base per ricostruire. E se
qualcuno si dovesse mettere di traverso ricordandoci la dialettica dicotomica
reale/ideale, invitandoci ad una direzione o a più direzioni già date, già
preesistenti, o, peggio, di qualunquismo e avventurismo letterario? “Sti cazzi”,
ce l’ha suggerito Dianne Jones ricordando i grandi beatnik alla presentazione
di Roman Beat Generation, ne dobbiamo fare tesoro.
Edoardo Piazza
*In copertina: 6 gennaio 1979, i Joy Division fotografati da Kevin Cummins;
Princess Parkway, Hulme, Manchester
L'articolo La poesia? Tra la paleontologia e il punk. Dialogo con Claudio
Zuccaro proviene da Pangea.
Ho conosciuto Mattia la prima volta quando Piazza Navona era ancora lo Stadio di
Domiziano e si facevano le gare in onore di Giove. Mattia mi dice che proviene
dalla Campania Felix (nel senso di fertile). Scopriamo che dalle parti dello
stadio c’è un Odeon, dedicato alle sfide di poesia. All’epoca non
c’era Inverso e nemmeno Pangea (la rivista, perché la Pangea in effetti c’era
stata), però io e Mattia per passare il tempo della competizione ci mettiamo a
intonare un canto alla musa, e qualcuno dal fondo della sala ci definisce poeti.
Mi faccio quindi l’idea che Mattia sia legato in qualche modo a Roma.
Molte vite dopo (quantificate voi quante), il 31 gennaio 2026 facciamo un altro
evento insieme a Roma, in un caffè letterario che si chiama Horafelix (anch’esso
nel senso di fertile, dal latino). Questo reading però non è più per Giove
Ottimo Massimo e la sua effigie, ma per la Roman Beat Generation che sta per
venire (i tempi cambiano, il futuro è già passato).
Comunque ci viene voglia di farci una chiacchierata…
*
Mattia, da direttore di una rivista letteraria – Inverso, fondata con Gabriele
Galloni nel 2018 – registri delle tendenze nella poesia contemporanea italiana?
E in quella straniera? – di recente hai anche compiuto un piccolo tour poetico
europeo…
Che ridere il siparietto. Io però vengo da una terra irredimibile. Mercenari,
manicomi, radioattività. È la terra dei fuochi. Altro che felix, sta tutta
appicciata. Tenete le idee della terra lontane da me. Terre promesse, giardini a
cui accedere. Qualcuno diceva che «siamo ancora troppo terrestri». Andiamo
avanti. Non è stato un “tour poetico”. Sono andato a raccogliere fondi per
mandare aiuti in trincea. Elmetti per gli elicotteri, giubbotti antiproiettile.
A Praga c’è la più grande comunità della diaspora della più grande tra le guerre
del secolo. Mandiamo i corpi degli altri al macello ai confini dell’Europa così
ci sentiamo più sicuri e beatamente sonnecchianti nel Diritto. Ci risvegliamo
per difenderlo nelle rare occasioni in cui ci rendiamo conto che i nostri di
corpi, tra tutti sempre i più pacificati, diventano punti di presa, leve,
bersagli. Come se per il resto del tempo fossero assolti nel loro riposo,
intangibili, felicemente al riparo dalla storia. Il resto del viaggio è servito
a incontrare un po’ di poeti. C’è una carovana in cammino per l’Europa che sosta
dove meno te l’aspetti. Precisamente in luogo dell’Imprevedibile. È piena di
gente che la polizia non arresta perché non saprebbe come registrarla. Come li
archivi, questi? Li trovi nelle piazze che si dicono le poesie, alle feste di
paese, nel bosco che cercano piantagioni segretissime di marijuana e non trovano
né il bosco né la marijuana – piuttosto li vedi smaniosi come creature senza
sostanza, affamatissime. Quello che ha imparato a giocare a carte per fare certe
cose, quello che è stato un mangiafuoco, l’altro in bilico al baratro che ride e
più ride più si incarna in qualcosa che non sai e che ti inquieta, ti reclama.
Tutta gente con le spalle al muro che se ce li schiacci contro ci si infiltrano,
nel muro, e ronzano e ronzano, zanzare invisibili e senza consistenza,
fastidiosissime. Non hanno neanche una lingua da parlare, no, si tratta
veramente di un ronzio. Credo questo ti risponda anche alla questione della
poesia. Diciamolo che «il poeta non ha contemporanei», però, perché nessuna di
noi zanzare ha una vaga idea di come funzionino linearità e cronologia. Domani
mi sveglio e ti vengo a fare un’imboscata in un sogno che hai sognato da
bambino.
Ti ho sentito spesso parlare di “carovana” – cosa intendi, in ambito poetico?
Può essere un concetto contrapposto al personalismo poetico dilagante del
pensiero – “il mio libro, i miei premi, le mie recensioni”?
Una volta Dario ha sognato il mondo al tempo in cui il linguaggio non esisteva
ancora e solo io, raccontava, prendevo la parola per dire sciababàb,
sciababàbba. Così camminavamo sulle alture del villaggio, lungo le colline, e
improvvisavamo un grande tavolo per sederci e mangiare. Un’altra volta, invece,
Paolo Gera ha scritto: «‘Mattia Tarantino’ non indica un’entità individuale, ma
una tribù». Ecco, la storia è questa. Parliamo con le parole venute in sogno
agli amici, le parole per chiamarci al cammino e riunirci per mangiare. La
carovana prima di tutto ci ricorda che non esiste qualcosa come una vita
individuale. La vita di Dario, quella di Nicola, quella delle bestie, del
basilico e perfino di tutte le pietre e i corpi celesti sono una vita sola,
inseparabile, una variazione continua, emanazioni scivolose incompatibili con
gradi, specie, gerarchie. Figuriamoci quando si tratta degli amici. In che senso
Daphne o Luigi e la brodaglia che risponde del mio nome incarnino o dispongano
di vite differenti non riesco a capirlo. Siamo insieme allo stesso bar, seduti
ogni sera allo stesso tavolo, ci vediamo di città in città lungo tutto il Paese,
diciamo le poesie alle stesse persone negli stessi luoghi e i nostri segni
schiudono ogni volta l’accesso a un sotterraneo o illuminano un filo, una
cordicella, che conduce dall’uno all’altro. La cosa che abbiamo a lungo chiamato
‘vita’ sono questi sottopassaggi e questi portali schiusi ai segni, l’illusione
di un destino in luogo di precisi incantesimi di prossimità. No, nessuno ha
scritto un libro. Sono collezioni di furti, di tecniche per manipolarci
l’esistenza, parole che diciamo per attivare qualcos’altro ancora inaccessibile
che appena nominato appare e circola, inesauribilmente. Come quando senti di
qualcosa per la prima volta e poi non vedi altro: era tutto lì, è sempre stato
lì – o, al contrario, senza chiamarlo non sarebbe apparso mai. Questa è la
carovana. Le nostre esistenze, sciabababba, spese al riparo dai punti di presa e
di governo, da quello che cerca di censirci, amministrarci, farci una sagoma
nell’incantamento di razionalità senza incanto, il minuzioso gioco di prestigio
che chiamiamo Occidente. Nessuno ha scritto un libro perché tutto il libro è la
declinazione di un solo nome, e tutte le mani che puoi contare non fanno che
copiarlo. A noi, poi, di tutto questo piace il falso, perché il libro è il libro
delle bugie, delle panzane nere. Uno scherzetto.
Quanto è importante riscoprire il live, la lettura fisica, nell’epoca digitale?
È nello stare insieme che prospera l’arte?
Come dicevamo. Soprattutto perché viviamo nell’incantesimo che ha separato la
voce dal linguaggio. I viventi che detengono il potere di parlare e stabilire, i
viventi, cioè, che chiamano per nome il proprio potere di parlare e stabilire,
hanno informato le proprie esistenze del linguaggio e lasciato la voce agli
altri. La poesia è l’unico luogo in cui il linguaggio degli uomini alle volte è
felicemente sospeso e la voce rimossa riappare: crìcrì, bau bau, le voci degli
altri viventi, ma anche schècchera, smacche zatàn, perché questo, tutto il
linguaggio, è solo vento, la ventosità di un codice, un istituto un poco triste.
Si tratta di raccontare delle storie a chi incontriamo, no? Altrimenti ogni
saluto è dichiarare che nome porti, da dove vieni, a chi sei figlio. No, grazie,
Cvetaeva scriveva che «tutti i poeti sono ebrei» proprio perché qui non c’è nome
né provenienza, e figurati papà. Possiamo dire qualcos’altro, più divertenti e
omerici, cos’hai visto a Ogigia, ricordarci del porcaio, degli sciagurati finiti
in mare perché sentivano cantare. «Circe’s this craft, the trim-coifed goddess».
Ha ancora senso parlare di “poesia” o la produzione in versi comincia ad aver
bisogno di un nuovo nome, una nuova etichetta?
Avresti dovuto chiederlo a Jean-Marie Gleize, e la risposta ti avrebbe sorpreso.
Da parte mia non sono convinto la poesia abbia a che fare con la scrittura; più
radicalmente, non sono neppure convinto la poesia abbia a che fare
inevitabilmente con il linguaggio.
Sacha Piersanti ha definito Roman Beat Generation uno “scherzo serio” – tu come
la vedi?
All’Horafelix ridevamo dicendo che si tratta prima di tutto di un quadrato:
un ring, uno spazio per la lotta e, insieme, qualcosa che richiama. Sicuramente
ci sono degli infiltrati: ci avete infilato me, tutto espulso dalla beatitudine,
che vivo a Napoli, «a Sud di nessun Nord», e questa infiltrazione è una faccenda
idraulica, cosa scorre e cosa perde, cosa conduce a cosa e cosa porta, legami
incomprensibili – e quindi, ridiamo, facilmente, felicemente, un legame
nell’Incomprensibile. Sicuramente, ecco, uno dei pochi posti in cui non ci sono
stati chiesti i documenti, per chi passa e comincia a raccontare, e avrai capito
che è questo che mi piace.
Quanto è importante riscoprire il ventaglio lessicale del linguaggio poetico a
dispetto di un linguaggio comune sempre più risicato?
Ogni tanto torna in circolo l’idea le poesie debbano adoperare la lingua di ogni
giorno, e andrebbe anche bene, se non fosse così povera e dominata – e se
parlare del reale, del ‘vigente’, nella sua stessa lingua non fosse in fondo un
modo di confermarlo e raddoppiarlo per negazione. «Dialettica e dualismo»,
diceva qualcuno, «attirano il pensiero nella comodità degli scambi». Anche qui,
però, il punto mi sembra ritenere così certa l’esistenza di qualcosa come una
lingua, darla come presupposta; Gobard cinquant’anni fa scriveva che in luogo di
quella che chiamiamo ‘lingua’ sarebbe più opportuno parlare di bouillies, di
poltiglie – campi e usi di tensioni, forze più o meno egemoni, al posto di
restare nel mondo chiuso dei segni, nelle catene di significazione, pensieri che
tolgono la lingua dal mondo e con questo gesto inventano la lingua e il mondo.
Qui ci sono cose che fanno sciababàb, invece, roba che vaterca, che ci
smàcchera.
I lettori di poesia sono, spesso, essi stessi poeti. Noti un diverso approccio
mentale nell’accostarsi ai poeti vivi e ai poeti morti?
Dicevamo che «nessun poeta è contemporaneo a un altro» e potremmo aggiungere che
tutto l’apparato di scissione dell’esistenza in ‘vita’ e ‘morte’ non sembra
funzionare più granché. Proviamo a fare un capriccio di variazioni e
incarnazioni, piuttosto. Le conseguenze vengono da sé.
L’8 aprile scorso, in Campidoglio, hai ricevuto l’alloro poetico, 685 anni dopo
Francesco Petrarca – cosa significa, oggi, la figura del poeta laureato?
Dovresti chiederlo anche a Magrelli, però; io sono il principino. Abbiamo riso
molto dei rischi di questa cerimonia. Nel suo discorso ha raccontato
dell’aureola di Baudelaire rovinata in strada, e di qualcuno che passi, passi
pure, prego, per raccoglierla. Il gesto, diceva, che ha inaugurato la modernità
della poesia. Te li immagini i poeti scrivere in gloria della Festa della
Repubblica e leggere la loro poesia con la marcetta dei carabinieri in
sottofondo? Noi sì, tremendamente. Anche qui, però – ecco il punto – possiamo
infiltrarci. Stare serpentini nelle cose, imprendibili dalla viscosità che
operano, insidiare le mucose, tentare perfino una piccola infezione. Lasciare la
poesia, come scrive proprio Magrelli, derivi da ‘pus’, adoperarla e riconoscerla
come «un’infiammazione del linguaggio». Ecco, per risponderti, cos’è che
significa. Parlare tenacemente, inevitabilmente, in luogo di questa
infiammazione.
Edoardo Piazza
*In copertina: Mattia Tarantino secondo Riccardo Frolloni
L'articolo “In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino proviene
da Pangea.
Tutti i flâneur, a Roma, si somigliano fra loro – ognuno, a Roma, è flâneur a
modo suo.
Sono flâneur per sanzione salutista – oracolo-nutrizionista. Riassumo i costumi
di un’ottuagenaria – ha stimato, con disistima. Diecimila passi al giorno
statuiti – ne ho negoziati ottomila.
Compulso il contapassi al polso e debutto, in veste di flâneur du jour, fra
milizie di peripatetici urbanizzati, nel folto della Central Park capitolina.
Sono di osservanza woodyalleniana – nell’aria, l’assolo diurnale di un assiolo,
pare il clarinetto di Rhapsody in blue.
Un volgere di passi e mi volgo a Villa Borghese – patria dei flâneur, i paria
degli uffici romani. Ne indago la fisionomia, la filosofia, ne traccio la
fenomenologia. Vedo gente. Che lavora nelle istituzioni – flâneur in tailleur.
Che non ha mai lavorato – flâneur-viveur. Che si allena scagliando colpi al
vento – flâneur-boxeur.
Scorgo un barone in bici, stiloso dandy in blazer color brandy – al parco,
s’accorda il brown in town. Un amico, di cacciariana magrezza, corre al passo
coi simposi di scienza politica negli auricolari mentre Heathcliff, il basset
hound, bruca brughiere urbane e sogna di stanare la lepre – sfoglia cespugli di
trifogli e fiuta il tasso.
Dabbasso, cigni metropolitani praticano yoga su remote note di Strauss – vecchi
valzer viennesi. Il Tevere è d’imperio Danubio – Moldava, Senna e Sprea, è
Tamigi e Volga.
Il barbagianni che parla sette lingue intona un sortilegio e al vestigio di un
amore anaerobico rivolgeremo le vesti – lo tradurremo in cirillico. Battisti,
col veliero, fungerà da marcia erotica – amarsi in contromarcia è pura pratica.
Marciando, marciremo dalla testa. È tutto quello che ci resta – l’elegia di un
bacio casto.
*
Incedo, fra oleandri franati come atletici volti rivolti al demiurgo plastico e
perdo la mia ginnica verginità come chi immola la virilità sull’altare di un
monopattino elettrico.
Slalom fra filippine e passeggini, filippini e cagnolini inamidati –
flâneur-stipendiati. Marcantoni agè dai visi azzimati – flâneur-agiati. Guru del
wellness, hostess del fitness – flâneur-disagiati.
Aumento il passo. Indosso nevrosi e occhiali di Annie Hall e sbarco a Central
Park. Approdo ai giardini di Kensington nell’ora delle fate, sono distesa sui
prati di Schönbrunn vestita di margherite, vago per Blenheim Palace fra siepi
barocche, sosto all’ombra rosea di un rosone di ciliegi a Ryōan-ji. È aprile per
sempre, a Ryōan-ji.
Ma a Roma va così. Lo canta pure Giorgio Quarzo. Ché a Roma è sempre marzo. Il
tempo è pazzo. Il tempo è un pozzo. Il tempo è un tempio – di solitudine.
Incontriamoci – nei campi elisi dei borghesi. Leggeremo poesie ai pappagalli
verdi evasi dallo zoo e scriveremo recensioni ai lampioni. Con neologismi
nutriremo le anatre, al laghetto, e il merlo sulla testa di Raffaello declamerà
l’oroscopo. Fluiranno conigli, dalle fontane – con l’arpa elettrica, la ninfa mi
curerà l’acufene con Strawberry fields forever. Ma non c’incontriamo. Il
mercoledì – decreta Edoardo – a Roma è già weekend.
Dalla panchina, Godzilla scintilla sonetti – gli stand non sono stand ma
galassie malferme / attorno al buco nero di una sedia. Mentre il gheppio di
Federico, col pipistrello di Jane Kenyon s’apparenta – sono parenti allo Spirito
Santo.
Ed il poeta di Madeira dirà, profeta, della bellezza del mondo che resta anonima
– di come fare a tenere nel palmo della mano ciò che non appare nelle carte
terrestri.
Dei poeti morti, fra augusti arbusti, si ergono i busti – mentre i poeti vivi, a
Roma, muoiono in periferia. I poeti borghesi non esistono. Siamo i poeti
borghesi. Civici omerici – flâneur-lirici.
*
Inforco la via del bioparco, l’uscita, lo zenit, l’exit – dei quartieri
alti intuisco già l’affresco di Ercole Patti.
Veleggio al Cigno, avamposto dei barricaderi da bar del principato pariolino.
Fra tenutari di salotti letterari e madame sans souci s’intrattiene
il romancier più celebrato dell’oggi – celebrità dell’autocelebrazione. Gaudente
consesso di sfaccendati – flâneur-letterati, flâneur-illetterati.
Venerdì – vigilia di vacanza dunque già in licenza – sono migrati, gru alla
volta di romanordici Hamptons – argenteo Argentario. Chi ha già smesso di
lavorare – chi non ha mai iniziato. Dai veterani agli apprendisti –
flâneur-novizi. La domenica sembra un quartiere evacuato – come riporta La Porta
in – ça va sans dire – Parioli, tomo da gentiluomo.
Che basta poi leggere Covelli per cogliere gli orpelli di questo poggio sempre
in sfoggio – Il libro nero dei Parioli fa essoterico l’esoterico, disseca codici
e radici. Nel mentre, i ragni di Coppedè giocano a scacchi sui prospetti.
E il gabbiano, flâneur-cechoviano, si fa vate urbano – del fannullone di von
Eichendorff fa suoi gli stralci – A Roma? / Vado un po’ in giro per il mondo. /
Ecco un bel mestiere.
Sinossi del contapassi: ottomila di fila. Riemergo dal gergo di questa madida
atmosfera.
Ma forse è stato solo un sogno a prima sera – fugace promenade in stile
Baudelaire.
A Roma, siamo Tuttiflâneur.
Fabrizia Sabbatini
*Le fotografie, in copertina e nel testo, sono di Fabrizia Sabbatini
L'articolo Tuttiflâneur. Gita romana in ottomila passi proviene da Pangea.
Io e Sacha Piersanti decidiamo di non incontrarci per questa
chiacchierata-intervista. Ci diamo appuntamento per non incontrarci vicino al
locale di Roma dove facciamo i reading di Roman Beat (che sveleremo poi). Lo
aspetto ma il 490 apre le porte e non scende nessuno. «Preferisco andare a
piedi» mi dice Sacha che non arriva un attimo dopo. È vestito di nero, sembra un
samurai urbano, ha una giacca di pelle che potrebbe aver preso in prestito da
Neo di Matrix, non ha gli occhiali scuri, ma due occhi indagatori.
Io e il Neo-Samurai ci mettiamo a parlare della nevicata del ’56, quando «Roma
era tutta candida, tutta pulita e lucida» come cantava Mia Martini a Sanremo nel
1990. Il Neo-Samurai Sacha ed io, ce la passeggiamo, Roma. Ci piace vedere le
cose in movimento. Ci piace che i nostri vocaboli si muovano con noi.
*
Prima domanda per te sulla musica, e in particolare ‒ per restare “roman” ‒ sul
trio Renato Zero, Mia Martini e Loredana Bertè. Sono artisti che citi anche nei
tuoi testi, in che rapporto sei con il loro lavoro?
Ah, partiamo col botto! Per quanto riguarda Zero direi che basta il rimando al
saggio che gl’ho dedicato, uscito nel 2019 e in una nuova edizione riscritta e
aggiornata nel 2022: lì, nel capitolo finale, che si intitola Conclusione, o
come tutto ebbe inizio, dico tutto. Aggiungo solo che proprio in questi giorni
riascoltavo Voyeur, un disco dell’89: cito a caso dai brani che mi vengono in
mente: «Umiliata e stanca della bianca civiltà, / vergine venduta ai mercenari /
di città» (Il canto di Esmeralda); «Un satellite mi scruta da lassù: / dovrò
difendermi anch’io / o non sarò più io» (Sciopero). E poi: «Forti, ricchi e
belli,/ biondi, sani e snelli:/ non dirmi che gli crederai./ Dietro quelle
storie/ squallide miserie […] Siamo/ un po’ tutti/ voyeur» (Voyeur). E senti
questa: «Vedrai quante contraffazioni:/ la voce, la tua faccia, il nome tuo/
qualcuno ha già duplicato/ e da uno scantinato s’inventerà/ talenti/ simili a
quelli esistenti» (Sosia). La radiografia dell’oggi, fatta con quasi
quarant’anni d’anticipo. Senza contare quello che cantava già negli anni ’70:
«Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più/ mentre qui per l’uomo
non c’è posto». Questa è L’evento, del 1974: Elon Musk aveva tre anni. Oppure,
nel ’79: «Nelle mani di un robot:/ qui finisce la mia storia/ d’uomo». Titolo,
però? Arrendermi mai: ecco. Al di là di come la vulgata lo racconta, insieme ai
lustrini e le paillettes c’è una presa di posizione, politica e umanistica, che
tanti suoi colleghi più ingessati o di partito se la sognano. E è la presa di
posizione – di coscienza – che ancora oggi struttura la ritualità dei suoi
spettacoli-concerto.
Per quanto riguarda Bertè, che dirti? Una che manda affanculo la luna (Luna) e
rivendica il diritto all’eutanasia (Buon compleanno papà) nello stesso disco (Un
pettirosso da combattimento: il primo che ho ascoltato integralmente, da
ragazzino) non può che essere d’esempio. E l’iconico “pancione” a Sanremo ’86,
con Re, poi: livelli di – di nuovo – presa di posizione e presa di coscienza che
dovrebbero essere il minimo sindacale per ogni vero o presunto artista. Ma con
lei amplierei il discorso a tutte le artiste che, senza teoremi né sofismi,
hanno sconvolto un certo status quo e veramente imposto la propria libertà, a
sfondare certi “non si deve”, “non si può”, a partire dalla diva delle dive,
Patty Pravo, madre e demone che in questo senso ha fatto, come si dice, scuola.
Penso a Donatella Rettore, anche, che da cantautrice ha sconquassato stereotipi
di lingua e di costume. E penso ad Anna Oxa, che avrebbe potuto benissimo
accomodarsi in cima alle classifiche con le canzonette che tutti s’aspettavano e
invece se n’è fregata del successo a tutti i costi e della popolarità, e ha
cominciato a scavare nel canto, con una ricerca vocale che quei cosiddetti
sperimentalismi sonoro-poetico-performativi che oggi rivanno tanto di moda a
confronto sembrano lo Zecchino d’Oro. Insomma: credo che Zero e tutte loro siano
la dimostrazione di quanto il tanto in certi ambienti vituperato pop sia stato e
sia spesso molto più efficace, sia in termini artistici che in termini politici,
di tanta retorica accademia, di tanta di quella cosiddetta “Cultura” con la “C”
teneramente maiuscola. E pure di tanta sedicente “contro-cultura”, in effetti.
Su Mia Martini… solo un piccolo aneddoto, che è in controluce in uno dei testi
inclusi in Roman Beat Generation. Da bambino vidi una sua intervista, credo di
fine anni Ottanta, in cui le chiedevano in che momento fosse, della sua vita
personale e artistica. Lei guarda in camera, sorride, ride e poi sorride, ma
solo con la bocca. Poi risponde: «Sono ancora nella fase di chi raccoglie i
pezzi del suo cielo». Che vuoi di più?
Un progetto importante di cui ti sei fatto carico in questi anni è quello per la
riqualificazione della “baracca” di Valentino Zeichen. Ci racconti di questa
esperienza?
Sì: sono passati quasi dieci anni, ormai – ho cominciato che ero un puellus. Se
ci ripenso mi faccio un po’ tenerezza, confesso. Era il febbraio del 2017: una
notte, con un mio carissimo amico, l’attore Emanuele Marchetti, cominciamo a
parlare di Zeichen, della sua poesia, di come l’avessi sentito una volta per
telefono (poetino in erba, gli avevo lasciato il dattiloscritto del mio
primissimo libro nella cassetta della posta e lui mi chiamò l’indomani per darmi
consigli, me incredulo), e ci viene in mente di andare a vedere in che
condizioni fosse la celebre “baracca”, a quasi un anno dalla morte. Detto fatto,
ci andiamo: cancello chiuso e buio fitto, ci sembra tutto disabitato. Così,
qualche giorno dopo mi metto a cercare informazioni, notizie, qualche appiglio,
e trovo la mail della figlia di Zeichen, Marta, e le scrivo che sarebbe bello
provare a fare di quel celebre luogo uno spazio dedicato alla poesia, mettendomi
a completa disposizione. Lei mi risponde, mi racconta che ha già avviato una
serie di iniziative, insieme alla facoltà di Architettura della ‘Sapienza’, e
ideato un progetto, “La Casa del Poeta”, per la riqualificazione e conservazione
dello spazio, proprio con quell’obiettivo. Ci dice che avrebbe bisogno di
qualcuno che si occupi della biblioteca di Zeichen, catalogando i libri, ed
eccoci là – eccoci qua. Il nostro contributo doveva esaurirsi col lavoro di
catalogazione: nel corso dei giorni poi dei mesi poi degli anni è diventato
derattizzazione, manutenzione, gestione, programmazione culturale. Cura.
Dal 31 dicembre 2017 a oggi, sinergici, abbiamo organizzato una ventina di
incontri, spaziando dai reading dedicati alla poesia di Zeichen a mostre d’arte
e fotografiche, passando per letture sceniche, installazioni e proposte site
specific, con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni a che lo spazio
venisse ufficializzato, a tutti gli effetti riconsegnato come polo culturale
all’intera cittadinanza, nel rispetto della storia e della poetica di Zeichen,
ma non chiuso in se stesso, anzi. Credo che la cosa veramente potente de “La
Casa del Poeta” sia questa continua osmosi tra identità e trasformazione,
conservazione e proiezione, memoria e prospettiva. Chiunque sia venuto anche
solo una volta a uno degli eventi ha potuto percepire quanta storia ci sia in
quel luogo, quanta specificità, e al tempo stesso quanta famigliarità, senso
d’accoglienza, potenziale novità. È un po’, ancora una volta, come la stessa
poesia di Zeichen: insieme classica e innovativa, antica e ultramoderna, sacra e
mondana. È stata ed è tuttora una gran fatica, chiaramente, tra problemi
tecnici, questioni legali, persino minacce, aggressioni: però abbiamo resistito
e resistiamo, su quel bilico tra abusivismo e istituzionalizzazione su cui per
tutta la vita è stato lo stesso Valentino Zeichen: «una sfida» più che un poeta,
per dirla con un’efficace definizione di uno dei suoi più cari amici, Aurelio
Picca.
Ritrovo in te una certa indipendenza, non fai parte di un gruppo preciso, sei
organizzatore di eventi a tua volta, ti senti più a tuo agio nella condizione
“indie” – quanto è importante non essere formali negli eventi di poesia?
Non so se sia una questione di formalità o informalità: semplicemente, sia negli
eventi che organizzo che in quelli cui partecipo, tengo bene a mente quanto
spesso mi sia annoiato io per primo, alle presentazioni, ai reading, ai
convegni, e cerco di proporre qualcosa di più movimentato, incisivo. Troverei
inutilmente vendicativo infliggere la stessa tortura. E poi penso che, “indie” o
no, se hai la vanità e la presunzione di stare su un palco – fosse pure un
palchetto o solo una sedia – secondo me devi avere pure il buonsenso (e il
buongusto) di ricordarti che davanti a te ci sono delle persone che, al decimo
monologo di fila, probabilmente stanno solo pensando a come svignarsela senza
far rumore con le cinghie della borsa o la gomma delle scarpe, a dove stava il
bagno, o a quando arriverà il momento del buffet. Forse, ecco, più che formalità
o informalità, è proprio una questione di ritmo: importante è il ritmo. E quella
sana dose di autoironia, che ti salva pure dall’effetto Oracolo che è un’altra
delle piaghe degli ‘eventi di poesia’.
Hai detto, alla prima presentazione dell’antologia, che “Roman Beat” è uno
scherzo serio. Concordo, cosa intendi con questo?
Mi riallaccio all’effetto Oracolo e all’autoironia. Mi sembra che questo sia
l’ennesimo periodo in cui fioccano le antologie, tra gruppi e gruppetti che
gridano èureka, o thálassa thálassa, ma invece è sempre famoquadrato. Voi,
secondo me, anziché farvi Scopritori, Sacerdoti o Portatori di Verità, avete
fatto un’operazione di tutte minuscole, e come parodiando il concetto stesso di
‘gruppo’ e di ‘antologia’: siete stati al gioco, sul serio. Dal titolo, che
delle tre cose che promette (“Roman”, “Beat” e “Generation”) non ne dà
effettivamente integralmente nessuna, alle note critiche che sono tutto, in quel
contesto, fuorché critica e note, fino al principio di fondo che informa
l’intero progetto, che è: la Roman Beat Generation non esiste, ma se esistesse
sarebbe questa: che infatti non esiste. A questo, unirei la cura della veste
formale e il fatto che si presenta come inizio di qualcosa che sa dove non andrà
a parare, cioè non alla costituzione dell’ennesima scuola, l’ennesima sigla, o
l’ennesimo -ismo. È un oggetto culturale aperto: la finestra che aspetta le si
lancino i sassi.
Non posso non chiederti quanto sia importante la componente recitativa quando si
legge in pubblico una poesia. L’interpretazione aiuta ad avvicinare il pubblico?
Probabilmente sì, ma personalmente, per me, non parlerei né di recitazione né di
interpretazione: anche quando fisicamente non lo sto facendo, mi sento sempre
nella lettura. Quel che cerco di fare, io, è recuperare ‘in pubblico’ quelle
stesse sensazioni e quegli stessi ritmi seguendo i quali ho scritto ‘in
privato’. È in questa specie di riscrittura a voce alta, senza sovrastrutture
attoriali né birignao performativi, che secondo me ci si “connette” meglio col
pubblico.
Porti avanti un progetto performativo fra epica classica e live electronics,
come si legano le due cose?
Sì, s’intitola Fonti, un progetto che porto in scena col collettivo Alta Gola
(con me ci sono Ludovica Bove, attrice e performer, e Lorenzo Bove, che suona e
produce musica elettronico-modulare). Non è propriamente una performance: si
tratta di un lavoro a metà strada tra la lettura di poesia (miei testi
originali, che s’intrecciano e dialogano con passi dall’epica classica,
interpretati sia in lingua originale che in una mia traduzione inedita) e il
concerto di elettronica contemporaneo, dove centrale è l’ascolto e, con
l’ascolto, chiaramente, il corpo. Di nuovo, la parola chiave è ritmo: al di là
delle sonorità specifiche del greco antico e del latino, che si sposano
perfettamente con la ritualità della ‘festa’ di oggi, del clubbing più di
qualità, tra gli esametri classici e certe cellule ritmiche – certi beat –
dell’elettronica che usiamo c’è una forte connessione. E poi, sintetizzando al
massimo, le due cose si legano perché, in realtà, sono sempre state legate:
poesia, canto e musica originariamente erano tutt’uno. Noi tentiamo di
recuperare quel “ritmo dell’origine”, in un approccio immersivo che è insieme
proposta culturale e occasione tanto sociale quanto ricreativa: rito
e sottocassa.
Di recente sei stato tradotto in francese, hai un tuo sguardo sulla poesia
straniera?
Sì, poche settimane fa è uscito in Francia, per Alidades, Linéaire B / Lineare
B, grazie alla cura di Benoȋt Gréan, poeta e traduttore straordinario. Conosco
molta “poesia straniera”, sì, e mi capita spesso di trovarmi in sintonia più con
autori non italofoni che con miei connazionali, per usare un termine simpatico.
Quanto a “un mio sguardo” posso dirti che tendenzialmente ho l’impressione che
sia un momento particolarmente fertile per la poesia – in tutte le sue forme e
declinazioni – un po’ ovunque, e che c’è davvero molta produzione (altro termine
simpatico), al di là dei gusti o delle specificità di interesse o prospettiva. A
proposito di poesia straniera, ne approfitto per segnalare una chicca al tempo
stesso beat e anti-beat: è in uscita in questi giorni un’antologia
di PoemsPoesie (NERO) dell’artista di origini cherokee Jimmie Durham
(1940-2021), di cui ho curato la traduzione in italiano. Ecco: l’incontro con la
sua scrittura, col mondo dei nativi americani, lo sguardo sulla poesia straniera
– sull’incontroscontro delle lingue, soprattutto – me l’ha spalancato.
Che rapporto hai con i cosiddetti “maestri”?
Ti rispondo citandoti una lezione che puntualmente mi torna in mente, data da
quello che considero a) il più grande scrittore in lingua italiana; b) il più
grande scrittore vivente; c) tra i dieci più grandi romanzieri di sempre. Si
parlava delle “scuole di scrittura”, di quelli che fanno “i corsi di scrittura
creativa”, e altre amenità del genere: «[se si vuole davvero scrivere], bisogna
avere prima di tutto l’impulso di imparare a memoria almeno alcune
delle Metamorfosi di Ovidio in latino prima di mettere “Mah!” nero su bianco»
(Aldo Busi).
Edoardo Piazza
***
Bio-beat
Sacha Piersanti nasce a Roma nel 1993. Ideatore e interprete di spettacoli e
performance di teatro-poesia (tra cui Fonti, opera ibrida tra live electronics e
epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del
Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre ‘baracca’ di
Valentino Zeichen; dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo
“Zeugma”, a Roma.
Fra i suoi scritti ricordiamo Pagine in corpo (Empirìa, 2015); L’uomo è
verticale (Empirìa, 2018); Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale
nell’arte di Renato Zero (Arcana, 2019); L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone,
2025); Linéaire B / Lineare B (Alidades, 2026, traduzione di Benoît Gréan).
È uno degli autori di Roman Beat Generation (Magog, 2026).
*In copertina: Sacha Piersanti photo Vito Trovato
L'articolo La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha
Piersanti, il samurai urbano proviene da Pangea.
Questa non è un’antologia per giovani. Battuti siano i beat
generazionali. Beati siano i beat romani.
Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a
chilometro zero.
Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto
del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un
cantico indigeno – versi da apache capitolini.
*
Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di
travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in
terrazza. Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione –
mindfulness è matrice di stress. Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del
verbo quirite.
*
Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino,
antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di
pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si
compie, a Roma, il verbo.
*
Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa
gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il
codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat. Poesia demercificata,
gratuita in grazia, in-kind. A Villa Borghese of the mind.
*
Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica,
archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti
antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie
dell’io. È capezzale del monumentale.
*
Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa
una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello – lost
generation. Duello al cesello – beat generation.
*
Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di
nutrie. Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi.
Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco, a pietrificare il vero – affresca
un presente già passato, superato.
*
Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il
gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da
vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla
coscienza del comune flusso il roman beat predica una civica dottrina del lusso
– egli, non va in ufficio.
*
Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è
nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso
miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.
*
Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano,
bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo
adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di
secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del
ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro
vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.
*
Roman Beat Generation – è una preghiera.
Fabrizia Sabbatini
*
Ninfa Egeria
Brucia i soldi
segui il cervo di Thoreau
guarda Termini la notte di Natale
Monte Cavo a luce astrale ‒
i Campi d’Annibale nella neve ‒
Malaparte giocava a cricket dai Quintili;
scendono fulmini nelle slavine ostili.
Corri dietro al cervo di Thoreau,
pigne sulle conifere ruscelli albini;
brucia i soldi di Natale,
scaldati in questa notte coi flipper
nei bar a Termini fra le slot e Tangeri.
Ricama il freddo nei suoi astri grigi
il bambino, mangia sabbia invernale e
sta male
sulla spiaggia e nei pozzi artesiani,
con le mani paga ricordi ligi,
ruota l’occhio destro al diluvio universale:
sempre quello nuovo.
Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒
l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale
d’alluminio ‒
accetta te stesso o sei finito.
Rimbaud era un maratoneta
vado dietro a un alpaca nella campagna estatica:
sono pericoloso quando scrivo della mia pratica,
disegno itinerari fra gli spettri e la seta,
allargo la cassa toracica dell’esegeta;
volevo solo scintillare da un’amica,
l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita.
Edoardo Piazza
*
Un’altra storia
“April is the cruellest month”
C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma –
c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia.
C’è un fratello, il primo Re,
c’è il budello di quell’altro
(il coltello in mezzo al bianco)
c’è la Lupa, c’è la Legge
sopra i marmi che scolora
una storia: un’altra storia.
C’è il mondo tutt’intorno
che crolla e si rammenda
sotto i colpi di martello
di una rima sempre in -oria –
lo scalpello della Storia
che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto
all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento
in una Roma oltre la gloria
tra segni e gesti di memoria
da raccogliere e per sempre
poi disperdere, o salvare
per ridare ancora al Tempo
il tempo di sbagliare.
E alla Storia un’altra storia
da tornare a masticare.
Sacha Piersanti
*
Gli alberi non hanno mai dimenticato.
Io ho una memoria
breve. Ma come albero ho conosciuto
una lingua: vorrei imparare a scrivere
sopra le cortecce. Le foreste sono capaci
di parlare. Ci sono storie che hanno radici
dove si volta la paura: forse è la felicità
restare piantati sugli scaffali di una foresta.
Antonio Merola
*
Non essere Eco, non essere eco,
fiume del mondo, spazio.
Ferma la caduta nel fermare
il riflesso, orienta l’organon,
orienta l’organare degli ulivi,
delle querce secolari, non
parlare, non dire, nascondi
e fuggi, torna e fuggi, lotta.
Non essere cieco, non essere
il nulla che acclari. Combatti.
Mi dirai tu, Signore, la vanità
della lotta, la caduta nel superbo,
l’occhio di un cervo balbo.
Stai alla larga dalle fonti,
trasformale in canti.
Ilaria Palomba
*
I tuoi morti sono i miei morti.
Davvero spari ancora?
I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non
vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il
libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di
cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono
passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla
pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti
– dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di
bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono
belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti,
raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni,
di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali
troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è
rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi
faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che
crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di
carbone.
Davide Cortese
*
Mi viene incontro Milan Kundera
mentre Roma accende i soffitti delle stanze
e un passante perdendosi nella sua estraneità
lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre
in gola stilla una fontana di gloria, di colpo
gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica.
Alla fermata la vettura sosta e ti preleva
prima di sputarti al tuo destino di risalita
con in una mano ancora segni da decifrare
e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli.
Ogni cosa sta da prima dello sguardo.
Simone Di Biasio
*
4’33’’
E quindi il silenzio
non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto
da quei venti decibel scarsi
al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica.
Nessun prima né un dopo. Solo un range
entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma
di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione
– eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere
nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito:
nella camera anecoica, non sentì altro
che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva
come fosse possibile percepire
anche solo quei due suoni in una tale situazione.
Uno era il sistema
nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue
che seguiva la libera circolazione.
È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni
a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare
che sotto l’osso dello sterno non si fermino
i costanti processi delle strutture portanti.
Ho provato a cercarlo, il silenzio.
In quel tacet ordinato ai musicisti nella stanza;
nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco.
Non c’è modo però per dire quanto vile sia
il trattare ciò che manca
come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo.
Arianna Vartolo
*
Alcune iscrizioni mostrano un cerchio
all’estremità della terra. Altre
una mezzaluna e certe sagome di cervi
neri che passano e rivolgono
l’una contro l’altra le croci sul sentiero.
Hai sentito la pietra scricchiolare,
la pietra del tempo scollata dall’Origine,
i flutti limacciosi in cui si generano
creature senza nome, il loro nido
negli incubi dell’Occidente. Sono i segni
di folle di passaggio, carovane, segni
polverosi per gli Anni del Macello,
l’Orsa annerita agli angoli del Carro,
la polizia che lascia i cani
digiunare e lancia nelle cucce
le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi.
Mattia Tarantino
*
Sara ha paura dell’occhio.
La mia fortuna è di poterla osservare
da vicino. Sale lo sguardo dal letto
al giardino e nei sobborghi la notte
ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno
ostile di dire in tre lingue.
Di dire in tre lingue o di partire.
Al mattino la palpebra richiude ma
adesso distingue quattro serrande
fitte di luce: intanto la voce è incline
a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino.
Federico Savelli
*
Fermo immagine
C’è sempre il sole in questa città,
un sole che lacera e taglia in due,
il sole che addensa le ombre.
Dove si nasconde il tempo
da queste parti?
Tutto resta esposto.
Tutto resta sospeso.
Tutto resta addosso.
Fermo immagine.
Il colore stinge.
Roma scioglie ogni cosa.
Olivia Balzar
*
Esche vive gettate nel fiume
appese al galleggiante
ritorte sull’amo,
la rete del tempo
il suo disfacimento,
titoliamo Alla transitorietà dei corpi
la loro precarietà.
Attendo il mio invecchiare di tedio
le mie rinvigorite rughe
le ansie che non fan dormire,
eppure vorrei riderne
so far ridere
e sorriderne a mia volta,
a crepapelle, a squarciagola,
lungo le fratture del vivere
sotto i cipressi della vegliata morte,
l’orrore vacuo d’esser nato.
Ho i denti rotti
le unghie strappate
“c’è chi ha in mano la sorte
e chi un mare disperato”,
vago tra chiese ormai defunte,
oscilla postuma sull’altalena
la mia ombra appesa.
Claudio Zuccaro
*In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819
L'articolo Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo proviene da
Pangea.
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha
pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier
Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits.
Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto
a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e
Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante –
conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione,
Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti
del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai
tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che
si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila
l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante
per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo
in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e
inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.
L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come
veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le
avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti
raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per
amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution
surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il
carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in
scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da
intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi,
era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano
una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda.
Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta –
se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia
eredi, non fa prigionieri.
A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione
di vecchi mestieranti del verbo.
È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la
scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti
italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle
genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel
’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo
caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel
mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per
dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe
Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di
normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di
un’ascesa tra le aquile.
Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler
Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern
Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni
– I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in
fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico
di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea.
L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley
Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti
– da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a
idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa
ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita
Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady
Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta,
un genio in generosità, a prevalere.
Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più,
un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare
un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne
sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura
quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto.
L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio
è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori
antologizzati?
Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a
erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che
credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso,
il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più
celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie
giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla
paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia
giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie
di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la
poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta
vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo,
avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore
e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie
futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa
indole del poeta.
La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici
dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi
ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione
‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.
Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria
inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le
varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie
avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta
di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In
questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena
a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie
lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume
di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito
un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.
Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e
poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da
un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker
e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e
perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’,
‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot
pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy
Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno,
d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde,
Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.
Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare
intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.
Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano
Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e
giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un
libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra
i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell.
Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per
sagacia.
In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da
Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori
sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche
generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con
tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre
antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’,
questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di
un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’,
qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i
poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma
genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita,
attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il
muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di
circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista,
domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui,
si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.
Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.
Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.
*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936
L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito
all’eversione proviene da Pangea.