
“Venite, arpie e sirene”. Roman Beat Generation cantiere aperto: Graziano Mazza
Pangea - Friday, July 17, 2026Graziano è arrivato con la pelliccia. Era una pelliccia nera, lui biondo, si notava ancora di più. Non ci va nessuno ai reading in pelliccia.
La voce squillante tipo la mia, la voce delle strade romane, zero affettazione, il giusto riguardo, il rispetto empirico. Ho pensato questo è un beat, forse non lo sa, probabilmente sì. Quando poi mi ha detto che andava a fare un rituale a Trastevere, un canto alla musa sghemba, alla parola apotropaica, ne ho avuto conferma. Respira follia come me, si è accomodato nel verso storto, comodamente scomodo, in movimento. La frequenza è quella del manifesto: busto del Pincio – busto del Gianicolo. L’agio sinaptico è una discoteca di proiezioni: visioni di platani e sampietrini.
La metrica dell’acmeismo russo e del simbolismo francese.
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Il cantiere è aperto: per dare il benvenuto nel circo di Roman Beat all’acrobata che porta il nome di Graziano, si è scelto il testo di una performance tenuta in Piazza Santa Maria in Trastevere, al crepuscolo, con gli addobbi rituali e il canto che segue nelle corde.
(Edoardo Piazza)
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Roma Città Apostata
Accade anche che si sfrutti espressamente un altro desiderio. Quel desiderio che è stato generato ma, in via della Lungaretta, ci siamo resi conto che non era stato esaurito: ce lo siamo preso con l’abbraccio ai sampietrini e ai muri. Accade anche che sia andato vestito da vescovo dei miei trisavoli, tracimando carbone e fiele dalla bocca per i penati. Regine e Reges Sacrorum proteggetemi da questo mondo, datemene uno nuovo. Donatemi la fine di questo e l’anticipazione della venuta: quell’altro mondo dimenticato che ritorna tra corpi tutti santi e spiriti danzanti. Un granello di carne di un sistema epistemologico binario, un grigio trasformativo transtiberino, un generatore di complicità tra unicità complesse.
Accade anche che si trasversi la città in processione performativa, che si svasi a Roma come un’apparizione: nascendo al tramonto, ci si trascina col sé una mitologia a venire. È un’iperstizione in movimento, un dispositivo che produce il reale attraverso i balbettii dello spirito. L’avvento, accompagnato da una favola di musica, percorre il tempo sconosciuto che collega l’ora al domani, ritmo come battito di una collettività che nasce. Un rito di anticipazione. Un miracolo parcheggiato in divieto di sosta.
Grazie Carro Amato, un progetto di Marie Hervé, Andrea Lo Giudice, Nunzia Picciallo, Šumma ālu e Flavia Tritto con la partecipazione di Spazio Supernova.
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Carro Amato
Intro
Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono appartenere.
Che si apra la via.
Che si apra la strada.
Che la città conosca il passaggio gentile del morbo.
Io benedico questo carro
con la polvere chiara di cometa
con il respiro degli alberi rimasti
con il sonno delle pietre antiche
con il canto degli animali invisibili
con le mani degli insetti
con le radici che tramano sotto l’asfalto
con l’acqua vendicativa dei tubi e delle nuvole
delle lacrime e degli abissi della terra.
Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.
Nessuna ruota schiacci il grillo
nessun organo allucinatorio dimentichi il vivente che ha memoria.
Venite spiriti della soglia custodi del muschio, del vento e della rugiada
venite senza clamore.
Sedete sugli assi
intrecciate nastri di luce per la rovina
donateci la leggerezza dei buchi neri
fate che il suo passaggio riabiliti il nascosto.
Affascina queste carni che hanno creduto alla vista, al pensiero, alla volontà.
Affascina queste carni che non appartengono a nulla e a nulla vogliono appartenere.
Attaccheremo al sangue la gioia.
Benedico la febbre degli uomini soli
Benedico il firmamento delle lucciole.
Io chiamo le madri del prima
le antenate del fuoco,
le nonne delle tempeste
le guaritrici del destino
le voci che tenevano insieme il mondo
Venite, presenze buone.
Venite, spiriti miti.
Venite, arpie e sirene.
Che il suo viaggio sciolga malocchi d’indifferenza
Che rompa incantesimi di consumo e solitudine
Che disarmi la mano che prende senza chiedere
Che renda sacro il limite.
Che renda dolce il confine.
Che renda udibile il mormorio del tutto.
Io benedico questo carro
Sia benedetta la carne che lo compone
Sia benedetto il ferro
Sia benedetto il legno
Sia benedetto lo scheletro
Sia benedetta la strada
Sia benedetta la città
che non dimentichi la terra sotto di sé
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Outro
Sia benedetta la città che non rende uguali.
Dall’ombra una crepa di luce di latte delle rovine.
Madonne bianche, velate di cenere e polline
Scrivete un nome che non si pronuncia
Scrivete di un grembo soltanto di pelle
Scrivete di legno femore, ferro gola, stoffa mano, respiro animale, radice ferita, d’acqua maramea
Da ogni ruota sale un canto
Al primo canto trema la pietra.
Al secondo parla il verme.
Al terzo si desta il cane dei confini.
Al quarto il corvo apre i libri del cielo.
Al quinto il seme ricorda il bosco futuro.
Al sesto canto l’uomo perde il trono.
È nato ciò che resta dopo la fine del dominio:
pelo, piuma, pelle, foglia, spora, squama, sale, saliva, rugiada e terra nera unite nel cerchio.
Da ogni ruota singhiozza un pianto
Dalla prima esce la memoria.
Dalla seconda la fame.
Dalla terza il lutto degli animali.
Dalla quarta la città che brucia.
Dalla quinta il fiume incatenato.
Dalla sesta ruota una mano vuota.
Siete nati con occhi d’apocalisse, con denti di fiore, con lingua di tamburo e di muschio.
Beate, siete venute al mondo come alleanza.
Sei volte è caduto il velo.
Venite, presenze buone.
Venite, spiriti miti.
Venite, arpie e sirene.
Graziano Mazza
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Bio: Graziano Mazza è scrittore, poeta e traduttore, ricercatore in teologia economica a Parigi. Dirige una collana di poesia internazionale, ‘Fatto Umano’. La sua ultima pubblicazione è Vacue Scuse (Ensemble, 2024). Ha fondato e dirige il collettivo d’arte trasversale Monx26 a Parigi. Spesso è negli stessi posti, ma gli stessi posti non sono con lui, quindi vagabonda chiamandoli a voce alta. Come un cretino, aspetta il giorno in cui il senso e la parola finalmente coincidano. Lo aspetta fumando, non conoscendo altro modo.
*In copertina: Fernand Khnopff (1858-1921), Donna mascherata
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