Appunti per una lettera a un giovane sul regno dei cieli

Pangea - Sunday, July 26, 2026

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».

Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». (Mt 13,44-52)

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«Il regno dei cieli, strettamente parlando, non è simile a un tesoro, tanto meno è simile a un mercante: ma è simile a quello che succede quando si scopre un tesoro, o quando un mercante trova una perla di grande valore».

(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Edizioni Qiqajon, 1995)

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Lo nasconde

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde».

Quando trovi un tesoro in un campo non ancora tuo, la prima cosa che succede è che lo nascondi per paura che qualcuno ti scopra. Forse, in quel momento, lo nascondi anche per il terrore di aver trovato qualcosa di molto più grande di te. Al di là delle solite dichiarazioni, noi uomini siamo molto più banali: ci accontentiamo di meno, di poco. Di qualcosa di meno ingombrante.

Se il tesoro del regno dei cieli non ti fa paura, se senti che quello che hai trovato (o che ti ha trovato) non ti inquieta, quello non è il regno dei cieli. Magari gli assomiglia, ma non è lui. Può essere una vita nella Chiesa, una vita per i poveri, una vita realizzata, ma non è immediatamente Vangelo.

Se non ti vien voglia di nascondere il tesoro e di scappare, di nasconderti come Adamo nel giardino, allora non sei ancora pronto per lasciarti ustionare dal regno. Lascialo lì. Se non riuscirai a dormire al pensiero del tesoro. Se, sentendoti in colpa, la vita che stai vivendo ti sembrerà invivibile e niente ti sembrerà all’altezza del tesoro. Se preferiresti morire pur di non perderlo, e bada bene: non sto usando toni enfatici e retorici, ho detto esattamente “morire”, se sarà così, allora il tuo unico obiettivo sarà comperare quel pezzo di terra. E dovrai farci seriamente i conti.

Il tesoro è nascosto nel terreno e non puoi entrare in possesso del solo tesoro. Lo so che Matteo sta parlando di tesori nascosti nel terreno misterioso della narrazione in parabole, ma io, per esperienza, ti dico che è impossibile entrare in possesso del tesoro del regno nella sua presunta purezza. Il tesoro è sporco di terra. Di quel terreno che, bene o male, l’ha custodito per te. È il terreno delle ambiguità, di testimoni non perfetti, di istituzioni tutt’altro che impeccabili, di storie passate fatte di santi e di traditori: devi comprare il campo intero. Senza quella terra, peccatrice e sporca di sangue, il tesoro nascosto sarebbe andato perduto. Riesci a capire questo passaggio?

Sarai terreno anche tu, non sarai mai tesoro. Vale per tutti. Siamo preziosi perché abitati.

Non puoi far altro che comperare tutto il campo. La terra assume valore inestimabile solo in virtù del tesoro e il tesoro è tesoro solo perché sceglie di nascondersi nella terra. Solo perché si sporca, si incarna. Un Dio disincarnato incenerirebbe la nostra miseria.

Se il tesoro non fosse nascosto, staremmo parlando d’altro: sarebbero valori espliciti. Il fatto che scelga di seppellirsi nell’ambiguità del mondo, nella carne peccatrice che siamo noi umani, rende un valore tesoro. La differenza è enorme: il Vangelo non è difendere norme e valori, ma cercare il tesoro sepolto nella carne degli uomini. Se te lo dimenticherai, ti ritroverai a difendere un’idea. E diventerai pericoloso, spietato, vuoto. Un terreno svuotato. Un corpo senza cuore.

Il regno dei cieli è tale solo perché si nasconde nella terra. Così diventa una supplica: un Dio che prega di farsi trovare dall’uomo.

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Vendere tutto

Succede che vendi tutto. Non molto, non tanto, non il giusto: tutto. Ma sappi che quello non conta molto. Può esserci molto orgoglio in questo. Sappi però che un giorno ci ripenserai. E saranno notti insonni. Tu ora non sai quello che stai lasciando. Moglie, figli, campi: non è adesso che costa lasciarli, non adesso che non li hai, ma dopo, quando ti accorgerai che si può essere salvi anche senza rinunce.

Quel tesoro vuole tutto, vuole te: li senti i suoi denti acuminati da belva? Non è un movimento eroico quello che stai per compiere; è quasi spontaneo, inevitabile. Sei in trappola. Sarà la vita a liberare il vero significato di questa scelta. Il regno dei cieli, il tesoro, starà al tuo fianco senza pietà, ogni giorno, a ricordarti quella scelta. A provocarti. Il regno è come una spina nel fianco.

Ma se non vendi tutto per il regno, non puoi capire il regno. E non possono capirlo nemmeno quelli che vorranno spiegartelo senza aver rinunciato al mondo.

«…poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo».

Sarà la gioia a dire la verità di quella scelta. Quel sentimento che adesso ti sembra così inevitabile, così evidente, un giorno ti darà fastidio. Perché non c’è nulla di eroico nell’essere gioiosi. Si sta nella complessità del mondo macerandosi: questo fanno i dotti. 

Un giorno ti accorgerai di aver sostituito la gioia con altro. Magari con il sacrificio, che è cosa più accettabile. O con la coerenza. O con la sicurezza di avere una ricompensa in paradiso. Ma se non sarai intimamente beato, qui e ora, la tua resistenza sarà vuota. Sarai un campo senza tesoro, un uomo con una fossa scavata al posto del cuore.

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Cercare ed essere cercati

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Lo so che credi di essere il mercante. L’abbiamo creduto tutti. Chi di noi non si è riempito d’orgoglio dichiarando di “essere in ricerca”? C’è gente che muore e sta ancora cercando. O crede di cercare. 

Cerca fino al punto di rischiare di non capire più che cosa stia cercando davvero: la felicità? La giustizia? La tranquillità? La verità? Dio?

Si inizia sempre cercando qualcosa. Qualcuno finisce per trovare qualcuno. Questo è il regno dei cieli.

Meglio ancora: si inizia sempre cercando qualcosa e poi si capisce che non siamo noi a cercare; noi siamo stati cercati. Noi non siamo il mercante, ma la perla preziosa. È lui ad aver venduto tutto, ad aver svuotato se stesso, per venire a comprare la nostra salvezza.

Lasciati trovare. Questo ti consiglio. Ma prima impara a perderti davvero. Non fingere di smarrirti, non riempirti di teorie, di dubbi intellettualistici: quelli ci rendono interessanti agli occhi del mondo. Invece, disadattati; vivi da disadattato, riconosci di esserlo. Se hai scoperto il tesoro, questo è un sintomo evidente. Buttati nel mondo implorando di essere braccato.

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Rete gettata nel mare

«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo».

Una rete gettata nel mare. Pesca a strascico. Pesci buoni e pesci cattivi. Non avere fretta di apparire un pesce commestibile. Essere rigettati in acqua e poi pescati ancora, e poi ancora, e ancora. Questo tempo è il tempo della pesca. Non è un tempo senza appello. Non lo è per le persone che ti verrà voglia di condannare. Sì, spesso chi ha trovato il tesoro diventa insopportabile, spietato, si autoproclama angelo. Brandisce la spada. Non può sopporta che qualcuno non veda la preziosità della proposta.

Sono stato giovane anche io, e ho provato a imporre il tesoro. Lo disseppellivo per altri, glielo lanciavo addosso. Che sacrilegio!

Cerca di non diventare terribile con te stesso. Tenterai di sbarazzarti del male, tenterai di farlo da solo, ti farai male. Poi un giorno, e sarà liberante, allargherai le braccia e ti lascerai trascinare a riva. “Sono quel che sono”, dirai. “Ma mi fido solo di te, mio pescatore”.

«Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».

E invece non avevano ancora compreso. Il tesoro si sarebbe nascosto nel terreno del Calvario. Trovarlo lì, o farsi trovare lì, sarebbe stata la vera sfida. E poi sarebbero dovuti passare tutti da un tesoro sperperato, trenta denari vomitati, il campo del vasaio e un cappio. Tesori appesi a un ramo in attesa di misericordia.

Tu non credere mai di aver compreso; tu lasciati comprendere.

Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Cose antiche e cose nuove. L’antico diventa nuovo. Questo è il potere del regno. Io, tu, il nostro uomo vecchio, tutto ciò che ci ha portato a essere quello che siamo: anche gli errori, i peccati e tutto ciò di cui ci vergogniamo. Anche le persone che ci hanno fatto male, anche loro: tutto trasfigurato in nuovo. 

Non negato, non risolto, non dimenticato: trasfigurato. Ma questo può farlo solo chi si lascia estrarre dallo scriba che è Cristo. Un padrone di casa che ci reputa suo tesoro, che prende tra le mani quello che siamo e ci rende nuove creature.

Se sei innamorato del regno, vendi tutto. Sappi che sarà difficile reggere l’urto del tempo, ma fallo. 

Oppure fermati, sei ancora in tempo, amico mio, fermati se non sei disposto a cambiare. A lasciarti rinnovare.  

Fermati se non hai ancora capito quanto sia pericoloso lasciarsi afferrare da Cristo.

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

In copertina: Hieronymus Bosch, Ascesa all’Empireo, 1500-1503

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