Siamo avanzi di miracolo

Pangea - Sunday, August 2, 2026

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».

E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.

Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. (Mt 14,13-21)

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Perché proprio questi «simboli» e non altri?

“Gli interpreti, però, si sono sempre affrettati a spiegare che questi miracoli «materiali» non sono che il simbolo di «beni spirituali». Ma perché la Bibbia, per riferirsi ai più alti beni spirituali, usa costantemente il concreto linguaggio della fame e della seta da placare, della gioia del banchettare, delle nozze da celebrare, della intimità fra gli sposi? Perché proprio questi «simboli» e non altri?”.

(Sergio Quinzio, I vangeli della domenica, Adelphi, 1998)

Forse perché la vita in Cristo è una parabola. Un racconto che prende corpo e interpella chi si lascia affascinare. Forse perché Cristo è lievito, e pastore buono, e campo e tesoro e colui che cerca e che è cercato. Forse perché non abbiamo altro che il corpo, in fondo, per dire di noi. Perfino l’invisibilità delle parole chiede carne per esistere. 

Certo il corpo può far paura, perché svela. Sfugge dall’illusione religiosa del puro. Provoca una domanda: come possiamo essere amabili? Perché la grande tentazione è quella di liberarcene, del corpo, essere puro spirito, finalmente senza ombre. Credo che, agli occhi di Cristo, questa sia una blasfema tentazione. Forse il corpo ci ricorda che siamo chiamati a farci salvare. E che siamo materia, e che materiale deve essere anche il miracolo.

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Miracolo è la morte

“In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte”.

Giovanni Battista muore. L’ultimo dei grandi profeti muore, male. Schiacciato dal potere, probabilmente invaso dai dubbi e dalla paura che Cristo non fosse colui per cui valesse la pena l’attesa nel deserto. Giovanni Battista muore e l’Onnipotente non ferma il taglio della lama. Una testa su un vassoio immolata nell’ennesima orgia dei potenti può essere miracolo? 

Miracolo forse è che la sua morte è stata udita da Cristo. Non da tutti, tutti l’hanno sentita. Miracolo è quando una morte provoca conversione. Quando l’apparente sconfitta genera un movimento profondo nella storia di qualcun altro. Può essere una guarigione fisica a cambiarci ma non è detto, si può miracolosamente guarire e rimanere malati dentro. Si può morire e miracolosamente essere raccolti dal Cristo che decide di innestarsi esattamente in quella morte. 

“Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati”.

E dalle città, le folle, ancora, attendono il divino richiamo. Quell’esodo salvifico. Ci si salva solo lasciandosi portare fuori da ciò che ci imprigiona. Inferno materiale è quello che costruiamo qui, quando intravediamo la felicità, o almeno il profilo di una vita che ci lasci respirare, ma non abbiamo il coraggio di sceglierla. Perché muoversi significa ammettere di non stare bene, di non essere riusciti a costruirsi una vita degna d’essere vissuta. Essere in ricerca, ricerca spirituale vera, non è stordimento dell’intelletto, ubriacatura di testi ma concretissimo movimento del corpo. Spostamento. Esodo. 

Miracolo è la compassione. E guarigione vera non è assenza di malattia ma trovare la forza di reggere un cuore concretissimo che si lascia trapassare dal dolore altrui. Gli amici del teatro la Ribalta di Bolzano hanno un cuore per simbolo, copia anatomica del reale, e un messaggio scritto proprio alla base dei ventricoli: “usalo”. Un ordine pericolosissimo. Così si muore. 

Compassione. Questo miracoloso rischio.

La donna compie riti
di fecondità e di morte, 
versa acqua nei vasi, immerge i fiori,
ravvia le lunge figlie, schianta
i seccumi, libera i buttoni
per il meglio della pioggia,
per il più caldo del sole.
o miei giovani e forti,
miei vecchi un po’ svaniti,
dico, prego: sia grazia essere qui,
grazia anche l’implorare a mani giunte,
stare a labbra serrate, ad occhi bassi
come chi aspetta la sentenza.
Sia grazia essere qui, 
nel giusto della vita,
nell’opera del mondo. Sia così.

(Mario Luzi, Augurio, da Dal fondo delle campagne)

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“Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui»”.

Miracolo è avere poco. Quasi niente. Se avessero avuto le possibilità, se avessero potuto sfamare, avrebbero sedotto. Inaugurato un pezzo di mondo funzionante. Miracolo è saper d’avere niente. Concreto miracolo è il coraggio dei discepoli, chiesa che riconosce la propria miseria. Come potrebbero essere miracolo la povertà, l’obbedienza e la castità se servissero a servire, se fossero riflesso d’illusione d’essere più puri, o più perfetti, o più autonomi? Scegliere di abitare la ferita. Starci. Inutilizzabili. Beati.

“Portatemeli qui”. I pochi pani, i pochi pesci. Ma forse anche la folla. Portare tutto. Miracolo è che i discepoli, smarriti, prendono per mano il poco che hanno e portano e si lasciano portare. Liturgia campestre.

“Svanisce la città 
Sfuma il traffico 
Sfuma 
S’impone la poesia 
S’alza la luna 
e sale 
Decolla” 

(Campestre, Per Grazia Ricevuta, “Montesole 29 giugno 2001”, 2003)

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Gesti

“E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla”.

Cristo è parabola fatta carne. Miracolosi i suoi gesti concreti e quindi eterni. Come immaginare di potersi ancora sedere sull’erba senza sentire che questo gesto d’abbandono risponde all’ordine dell’infinita compassione del Verbo fatto carne?

Miracolo sono mani che prendono la vita, così com’è, la smascherano e quindi la liberano dalle attese e dalle pretese e da tutto ciò che ci giura che è solo quello che si vede.

Miracolo è quando il cielo è così insistente da sradicarci gli occhi da noi stessi. Anche il cielo, materiale, è miracolosamente abitato. Ridurre a metafora il reale è peccato contro lo Spirito. 

Non credo nel paradiso come risposta invisibile, opposizione perfetta a ciò che vedo. Non credo nell’aldilà come fuga dall’aldiquà, credo perché esiste questa pietra che tengo tra le mani. Benedire il reale che mi preme sulle palpebre è declinare tutto in litania eucaristica. E avere il coraggio di benedire anche me, per ciò che sono. 

E poi spezzare il pane. Slogare l’apparente perfezione. Miracolo non è mai l’intatto ma la frammentazione che non ha mai fine, l’infinito si svela nella condivisione, procede dal concreto del pane e mai dall’astrazione di un concetto.

Poi sono mani che si lasciano contaminare dal pane. Il miracolo chiede di farsi toccare. Mani consacrate più che consacranti. 

Santi di Tito, Moltiplicazione dei pani e dei pesci, 1592 ante

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Concreto miracolo: noi

“Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”.

La folla non c’è più, hanno portato via i pezzi avanzati. Dodici ceste, come dodici i discepoli. È difficile non vederli in quelle ceste colme di pane avanzato. Noi siamo le ceste. Discepolo è chi si lascia portare. Pieno solo di pane avanzato, sovrabbondante, inutile. 

Siamo avanzi di miracolo. 

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

In copertina: Sandro Botticelli, “Cristo dei dolori”, 1500-1510 

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