
“Vide uomini che divoravano altri uomini” – o della ricerca dell’armonia
Pangea - Friday, August 7, 2026Una sentenza del Manusmṛti, “Le leggi di Manu” (in Italia: Adelphi, 1996), l’antico trattato legale indiano – una specie di Levitico – riassume il fulcro della vita terrena: “Cibo e divoratori di cibo: così considera il mondo”. C’è altro da dire? Ogni religione fonda la propria essenza etica sul cibo perché è lì che si gioca il vero scandalo: per sopravvivere dobbiamo nutrirci di altri esseri viventi. Di qui, gli dèi che pretendono odorose libagioni; gli dèi inghirlandati di sangue. Per estraniarsi da questa dinamica di morte-e-vita-e-morte, il pensiero umano giunge a vette paradossali: astenersi dalle carni, ad esempio; il digiuno come pratica cardine (astenersi dal cibo per preparare uno spazio buono, puro all’apparizione di dio); l’abbandono alla provvidenza – nutrendosi di ciò che offre il caso; il dio che si offre in pasto, il dio eucaristico.
Una pagina del Śatapatha Brāhmaṇa (undicesimo kāṇḍa, sesto adhyāya, primo brāhmaṇa), l’antichissimo, enciclopedico repertorio di riti redatto nell’VIII secolo a. C. in sanscrito vedico, prepara il dramma sancito dalla sentenza del Manusmṛti. La pagina – stringata come una parabola di Kafka – narra di Bhrigu, poeta-veggente (ṛṣi), illuminato, astrologo, inviato da Varuṇa, il dio che presiede l’equilibrio del cielo e del mondo sotterraneo, a visitare l’aldilà. Bhrigu, che crede di vedere, proteso ai cieli, è cieco alla legge della terra. Ciò che scopre è agghiacciante: l’aldilà è composto da uomini che fanno a pezzi altri uomini e li divorano. Il sapiente fa ritorno sulla terra distrutto: studiare i libri sacri, investigare il mondo è inutile perché “Intorno a noi è il nulla”. Nonostante la nobiltà con cui ammantiamo le epopee della mente e le gesta del cuore, l’uomo, infine, è bocca, denti, apparato digerente, interiora, feci. Questo “è il nulla”: ogni cosa si consuma, ogni cosa ci consuma, esiste per essere consumata.
Quando Varuna spiega allo sbrigativo Bhrigu la norma che governa il mondo, la legge, diremmo, del contrappasso, le cose non sono meno terribili. Gli “uomini” che Bhrigu ha visto nell’aldilà sono alberi, bestie, prati, acque. Ciò che abbiamo consumato in questa terra, ci consumerà nell’altra. Se abbiamo mangiato maiali, polli, vacche e tacchini, saremo mangiati da maiali, polli, vacche e tacchini. Se abbiamo bevuto acqua, saremo bevuti dalle acque. Se abbiamo mangiato frutti, grano, riso, saremo divorati da frutti, grano, riso. Non c’è alcun dio che presieda questo banale – e terribile – capovolgimento. In Massa e potere – un libro che ne raccoglie migliaia, un libro-menhir – Elias Canetti spiega questo Brāhmaṇa nel capitolo Il capovolgimento, appunto, così:
“Quando il divoratore muore e giunge nell’aldilà, la situazione originaria si capovolge. La vittima trova il suo divoratore, lo afferra, lo fa a pezzi e lo divora… Nell’aldilà si fa, da sé, esattamente ciò che si è subito. È particolarmente significativo che il mutamento di forme non sia d’ostacolo al capovolgimento. Nell’aldilà chi afferra e fa a pezzi non è più il bue che venne divorato, ma un uomo con l’anima di quel bue”.
A questo sistema oltremondano così crudo e meccanico, una sorta di perpetuo macello, si può scampare tramite i riti di espiazione. Varuna li elenca a Bhrigu; tutti convergono intorno al rito centrale, l’Agnihotra, il “sacrificio del fuoco”, celebrato due volte al giorno (“prima dell’alba e dopo il tramonto”), che comprende, nella forma essenziale, un’offerta di latte o di riso, confinata tra inni. Per effettuarlo è necessaria la presenza di sacerdoti. Il Śatapatha Brāhmaṇa è un’amplissima raccolta di riti che segue l’epoca originaria, ‘lirica’ dei Veda. Nei Brāhmaṇa il rito in sé soppianta l’importanza degli dèi; il gesto supera la presenza; la spontaneità del canto è sostituita da un rigido reggimento di norme, da esibire minutamente – un minimo errore basta ad annientare l’efficacia del rito; il poeta è sostituito dal sacerdote, ‘l’esperto’, il solo che conosca il rito nei suoi infiniti rivoli, labirintici. Il rito, di per sé, è l’Oriente della vita: ogni rito è una corda e un nodo, lega e scioglie l’uomo a ogni accadere, a ogni elemento dell’esistere. Il rito, al contempo, è culla, alcova, tomba: scevra dal rito, una vita è appropriata al niente, è nulla.

Ciò che colpisce di questo sistema retributivo portato all’eccesso, è la ricerca ossessiva, anatomicadell’armonia. Il punto del rito – del sacrificio – è pianificare l’equilibrio in un mondo altrimenti squilibrato. Se ti mangio devo, in qualche modo, sfamarti, per non diventare il tuo cibo nell’aldilà. Soddisfare, cioè: tentare un lato di quiete, rinsavire dall’ira, alimentare del sé il fuoco. Le millimetriche, necessarie accortezze non fanno che rubricarci nella colpa, nella mancanza, nella punizione. L’armonia, forse, è il vero scandalo. Verrà il Buddha, poi, a disorientare la tratta del rito.
Quanto a noi: né rito né retribuzione ci toccano – tanto meno, pare, la ricerca di un’armonia personale e collettiva. Siamo ciò che siamo – carne che mastica carne – carne da macello.
“L’interesse principale legato ai Brāhmaṇa, al netto dello ‘stile’ – prolisso, caratterizzato per lo più da espressioni dogmatiche chiuse e da un simbolismo esasperato simile, in parte, a quello che osserviamo nelle speculazioni degli Gnostici – riguarda senza dubbio la descrizione dettagliata del sistema sacrificale praticato nelle ultime epoche vediche. Le informazioni fornite dai Brāhmaṇa a questo riguardo sono fondamentali: di nessuna altra istituzione religiosa conosciamo un cerimoniale tanto dettagliato, fin nei più minuti elementi. Soltanto attraverso le speculazioni dei Brāhmaṇa – il significato mistico e la facondia simbolica che conferiscono ai singoli riti – comprendiamo appieno la natura e lo sviluppo di un culto straordinario”.
Chi scrive è Hans Julius Eggeling, redigendo l’amplissima nota “Brāhmaṇa” per l’Encyclopædia Britannica. Max Müller, l’orientalista tedesco di stanza a Oxford, nell’ambito della ‘mostruosa’ impresa “Sacred Books of the East”, affidò proprio a Eggeling la prima traduzione in lingua occidentale – e finora l’unica – dei Brāhmaṇa; Eggeling compì la traduzione, pionieristica, tra il 1885 e il 1900. Nato a Hecklingen, Germania, edotto in sanscrito, Eggeling fu segretario della Royal Asiatic Society di Londra. Dal 1875 al 1914 fu professore di sanscrito a Edimburgo: durante la Prima guerra si trovava in vacanza nel paese natio, in Germania. Non gli permisero di tornare in Inghilterra, morì in Vestfalia, accudito dalla sorella, nel 1918. Dalla sua versione è tratta la traduzione in italiano del Brāhmaṇa in appendice.
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Ora: Bhrigu figlio di Varuna si riteneva superiore al padre in sapienza. Varuna lo capì: “Egli si pensa superiore a me in sapienza”, pensò. Allora disse: “Va’ a Est, figlio e dopo aver visto ciò che avrai visto, vai a Sud e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a Ovest, e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a Nord. Dopo aver visto ciò che avrai visto, torna da me e dimmi cosa hai compreso”.
Allora Bhrigu andò a Est e vide uomini che smembravano altri uomini, mozzando gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Da lì si diresse verso Sud: uomini smembravano altri uomini, mozzando gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Da lì mosse verso Ovest: uomini, seduti, immobili, erano divorati da altri uomini, seduti, immobili. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini immobili divorano altri uomini immobili”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Di lì mosse a Nord: uomini che urlavano venivano divorati da uomini che urlavano. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini urlano e vengono divorati da uomini che urlano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Dunque Bhrigu mosse verso settentrione, in luoghi estremi: tra le vie intermedie, una di fronte all’altra, vide due donne, una bella, l’altra di una bellezza incomparabile; tra di loro era assiso un uomo, nero, occhi gialli, un bastone nella mano. Fissandolo, Bhrigu fu invaso dalla paura, tornò a casa, sedette. Il padre gli disse: “Studia la tua lezione – perché ti rifiuti di studiare?”. Bhrigu rispose: “Che cosa ho da studiare? Intorno a noi è il nulla”. Varuna capì e disse: “Allora hai visto!”.
E disse: “Quanto agli uomini che hai visto nella regione orientale, smembrati da altri uomini, essi erano alberi: quando uno mette della legna da ardere, sul fuoco, sottomette gli alberi, conquista il regno degli alberi.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione meridionale, smembrati da uomini che li tagliavano, arto per arto, urlando ‘Questo a te, questo a me!’, essi sono gli armenti: quando uno fa l’offerta con il latte, sottomette il bestiame e conquista il mondo delle bestie.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione occidentale, immobili, divorati da altri uomini immobili, sono i prati: quando il latte dell’Agnihotra [il sacrificio del fuoco] si illumina sotto la canna, si sottomettono i prati, si conquista il mondo delle erbe.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione settentrionale, che urlano mentre vengono divorati da uomini che urlano, sono le acque: quando si versa acqua sul latte dell’Agnihotra si sottomettono le acque, si conquista il mondo delle acque.
Quanto alle due donne che hai visto, una bella e l’altra di una bellezza straordinaria, la prima è la Fede: quando si offre la prima libagione si sottomette la Fede, la Fede si conquista. La più bella è l’Infedeltà. Quando si offre la seconda libagione, si sottomette Infedeltà, Infedeltà si aggioga.
Quanto all’uomo nero dagli occhi gialli, con il bastone in mano: è l’Ira. Quando, dopo aver rovesciato l’acqua nel catino si versa la libagione nel fuoco, si sottomette Ira, Ira si vince – in verità, chiunque offre consapevolmente questo Agnihotra ogni cosa sottomette, ogni cosa conquista”.
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