Una sentenza del Manusmṛti, “Le leggi di Manu” (in Italia: Adelphi, 1996),
l’antico trattato legale indiano – una specie di Levitico – riassume il fulcro
della vita terrena: “Cibo e divoratori di cibo: così considera il mondo”. C’è
altro da dire? Ogni religione fonda la propria essenza etica sul cibo perché è
lì che si gioca il vero scandalo: per sopravvivere dobbiamo nutrirci di altri
esseri viventi. Di qui, gli dèi che pretendono odorose libagioni; gli dèi
inghirlandati di sangue. Per estraniarsi da questa dinamica di
morte-e-vita-e-morte, il pensiero umano giunge a vette paradossali: astenersi
dalle carni, ad esempio; il digiuno come pratica cardine (astenersi dal cibo per
preparare uno spazio buono, puro all’apparizione di dio); l’abbandono alla
provvidenza – nutrendosi di ciò che offre il caso; il dio che si offre in pasto,
il dio eucaristico.
Una pagina del Śatapatha Brāhmaṇa (undicesimo kāṇḍa, sesto adhyāya,
primo brāhmaṇa), l’antichissimo, enciclopedico repertorio di riti redatto
nell’VIII secolo a. C. in sanscrito vedico, prepara il dramma sancito dalla
sentenza del Manusmṛti. La pagina – stringata come una parabola di Kafka – narra
di Bhrigu, poeta-veggente (ṛṣi), illuminato, astrologo, inviato da Varuṇa, il
dio che presiede l’equilibrio del cielo e del mondo sotterraneo, a visitare
l’aldilà. Bhrigu, che crede di vedere, proteso ai cieli, è cieco alla legge
della terra. Ciò che scopre è agghiacciante: l’aldilà è composto da uomini che
fanno a pezzi altri uomini e li divorano. Il sapiente fa ritorno sulla terra
distrutto: studiare i libri sacri, investigare il mondo è inutile perché
“Intorno a noi è il nulla”. Nonostante la nobiltà con cui ammantiamo le epopee
della mente e le gesta del cuore, l’uomo, infine, è bocca, denti, apparato
digerente, interiora, feci. Questo “è il nulla”: ogni cosa si consuma, ogni cosa
ci consuma, esiste per essere consumata.
Quando Varuna spiega allo sbrigativo Bhrigu la norma che governa il mondo, la
legge, diremmo, del contrappasso, le cose non sono meno terribili. Gli “uomini”
che Bhrigu ha visto nell’aldilà sono alberi, bestie, prati, acque. Ciò che
abbiamo consumato in questa terra, ci consumerà nell’altra. Se abbiamo mangiato
maiali, polli, vacche e tacchini, saremo mangiati da maiali, polli, vacche e
tacchini. Se abbiamo bevuto acqua, saremo bevuti dalle acque. Se abbiamo
mangiato frutti, grano, riso, saremo divorati da frutti, grano, riso. Non c’è
alcun dio che presieda questo banale – e terribile – capovolgimento. In Massa e
potere – un libro che ne raccoglie migliaia, un libro-menhir – Elias Canetti
spiega questo Brāhmaṇa nel capitolo Il capovolgimento, appunto, così:
> “Quando il divoratore muore e giunge nell’aldilà, la situazione originaria si
> capovolge. La vittima trova il suo divoratore, lo afferra, lo fa a pezzi e lo
> divora… Nell’aldilà si fa, da sé, esattamente ciò che si è subito. È
> particolarmente significativo che il mutamento di forme non sia d’ostacolo al
> capovolgimento. Nell’aldilà chi afferra e fa a pezzi non è più il bue che
> venne divorato, ma un uomo con l’anima di quel bue”.
A questo sistema oltremondano così crudo e meccanico, una sorta di perpetuo
macello, si può scampare tramite i riti di espiazione. Varuna li elenca a
Bhrigu; tutti convergono intorno al rito centrale, l’Agnihotra, il “sacrificio
del fuoco”, celebrato due volte al giorno (“prima dell’alba e dopo il
tramonto”), che comprende, nella forma essenziale, un’offerta di latte o di
riso, confinata tra inni. Per effettuarlo è necessaria la presenza di sacerdoti.
Il Śatapatha Brāhmaṇa è un’amplissima raccolta di riti che segue l’epoca
originaria, ‘lirica’ dei Veda. Nei Brāhmaṇa il rito in sé soppianta l’importanza
degli dèi; il gesto supera la presenza; la spontaneità del canto è sostituita da
un rigido reggimento di norme, da esibire minutamente – un minimo errore basta
ad annientare l’efficacia del rito; il poeta è sostituito dal sacerdote,
‘l’esperto’, il solo che conosca il rito nei suoi infiniti rivoli, labirintici.
Il rito, di per sé, è l’Oriente della vita: ogni rito è una corda e un nodo,
lega e scioglie l’uomo a ogni accadere, a ogni elemento dell’esistere. Il rito,
al contempo, è culla, alcova, tomba: scevra dal rito, una vita è appropriata al
niente, è nulla.
Ciò che colpisce di questo sistema retributivo portato all’eccesso, è la ricerca
ossessiva, anatomicadell’armonia. Il punto del rito – del sacrificio – è
pianificare l’equilibrio in un mondo altrimenti squilibrato. Se ti mangio devo,
in qualche modo, sfamarti, per non diventare il tuo cibo nell’aldilà.
Soddisfare, cioè: tentare un lato di quiete, rinsavire dall’ira, alimentare del
sé il fuoco. Le millimetriche, necessarie accortezze non fanno che rubricarci
nella colpa, nella mancanza, nella punizione. L’armonia, forse, è il vero
scandalo. Verrà il Buddha, poi, a disorientare la tratta del rito.
Quanto a noi: né rito né retribuzione ci toccano – tanto meno, pare, la ricerca
di un’armonia personale e collettiva. Siamo ciò che siamo – carne che mastica
carne – carne da macello.
> “L’interesse principale legato ai Brāhmaṇa, al netto dello ‘stile’ – prolisso,
> caratterizzato per lo più da espressioni dogmatiche chiuse e da un simbolismo
> esasperato simile, in parte, a quello che osserviamo nelle speculazioni degli
> Gnostici – riguarda senza dubbio la descrizione dettagliata del sistema
> sacrificale praticato nelle ultime epoche vediche. Le informazioni fornite
> dai Brāhmaṇa a questo riguardo sono fondamentali: di nessuna altra istituzione
> religiosa conosciamo un cerimoniale tanto dettagliato, fin nei più minuti
> elementi. Soltanto attraverso le speculazioni dei Brāhmaṇa – il significato
> mistico e la facondia simbolica che conferiscono ai singoli riti –
> comprendiamo appieno la natura e lo sviluppo di un culto straordinario”.
Chi scrive è Hans Julius Eggeling, redigendo l’amplissima nota “Brāhmaṇa” per
l’Encyclopædia Britannica. Max Müller, l’orientalista tedesco di stanza a
Oxford, nell’ambito della ‘mostruosa’ impresa “Sacred Books of the East”, affidò
proprio a Eggeling la prima traduzione in lingua occidentale – e finora l’unica
– dei Brāhmaṇa; Eggeling compì la traduzione, pionieristica, tra il 1885 e il
1900. Nato a Hecklingen, Germania, edotto in sanscrito, Eggeling fu segretario
della Royal Asiatic Society di Londra. Dal 1875 al 1914 fu professore di
sanscrito a Edimburgo: durante la Prima guerra si trovava in vacanza nel paese
natio, in Germania. Non gli permisero di tornare in Inghilterra, morì in
Vestfalia, accudito dalla sorella, nel 1918. Dalla sua versione è tratta la
traduzione in italiano del Brāhmaṇa in appendice.
***
Ora: Bhrigu figlio di Varuna si riteneva superiore al padre in sapienza. Varuna
lo capì: “Egli si pensa superiore a me in sapienza”, pensò. Allora disse: “Va’ a
Est, figlio e dopo aver visto ciò che avrai visto, vai a Sud e dopo aver visto
ciò che avrai visto vai a Ovest, e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a
Nord. Dopo aver visto ciò che avrai visto, torna da me e dimmi cosa hai
compreso”.
Allora Bhrigu andò a Est e vide uomini che smembravano altri uomini, mozzando
gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che
orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli
dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”.
E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero –
chiedi a tuo padre, lui sa”.
Da lì si diresse verso Sud: uomini smembravano altri uomini, mozzando gli arti,
uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore!
Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero:
“Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu
disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo
padre, lui sa”.
Da lì mosse verso Ovest: uomini, seduti, immobili, erano divorati da altri
uomini, seduti, immobili. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini immobili
divorano altri uomini immobili”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno
trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non
esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui
sa”.
Di lì mosse a Nord: uomini che urlavano venivano divorati da uomini che
urlavano. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini urlano e vengono divorati da
uomini che urlano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel
mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque
espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Dunque Bhrigu mosse verso settentrione, in luoghi estremi: tra le vie
intermedie, una di fronte all’altra, vide due donne, una bella, l’altra di una
bellezza incomparabile; tra di loro era assiso un uomo, nero, occhi gialli, un
bastone nella mano. Fissandolo, Bhrigu fu invaso dalla paura, tornò a casa,
sedette. Il padre gli disse: “Studia la tua lezione – perché ti rifiuti di
studiare?”. Bhrigu rispose: “Che cosa ho da studiare? Intorno a noi è il nulla”.
Varuna capì e disse: “Allora hai visto!”.
E disse: “Quanto agli uomini che hai visto nella regione orientale, smembrati da
altri uomini, essi erano alberi: quando uno mette della legna da ardere, sul
fuoco, sottomette gli alberi, conquista il regno degli alberi.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione meridionale, smembrati da uomini
che li tagliavano, arto per arto, urlando ‘Questo a te, questo a me!’, essi sono
gli armenti: quando uno fa l’offerta con il latte, sottomette il bestiame e
conquista il mondo delle bestie.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione occidentale, immobili, divorati
da altri uomini immobili, sono i prati: quando il latte dell’Agnihotra [il
sacrificio del fuoco] si illumina sotto la canna, si sottomettono i prati, si
conquista il mondo delle erbe.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione settentrionale, che urlano mentre
vengono divorati da uomini che urlano, sono le acque: quando si versa acqua sul
latte dell’Agnihotra si sottomettono le acque, si conquista il mondo delle
acque.
Quanto alle due donne che hai visto, una bella e l’altra di una bellezza
straordinaria, la prima è la Fede: quando si offre la prima libagione si
sottomette la Fede, la Fede si conquista. La più bella è l’Infedeltà. Quando si
offre la seconda libagione, si sottomette Infedeltà, Infedeltà si aggioga.
Quanto all’uomo nero dagli occhi gialli, con il bastone in mano: è l’Ira.
Quando, dopo aver rovesciato l’acqua nel catino si versa la libagione nel fuoco,
si sottomette Ira, Ira si vince – in verità, chiunque offre consapevolmente
questo Agnihotra ogni cosa sottomette, ogni cosa conquista”.
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dell’armonia proviene da Pangea.