In effetti, aveva motivo di essere felice. Le avevano proposto di introdurre le
poesie di Kabir, il grande mistico indiano vissuto nel XV secolo, rese in
inglese da Tagore. Il libro, Songs of Kabir, fu stampato a New York, da
Macmillan, nel 1915: mistica primizia per il mondo anglofono, copertina rossa,
un menhir, senza lordura d’immagine; un libro da tenere sempre con sé, a
spiazzare il ‘mondano’, a incapsulare il sé in una formula d’amore.
Lei gli si rivolse con adorazione, chiamò Tagore “Maestro”: la barba bianca, i
capelli lunghi e la stola, monastica nonostante le molteplici ricchezze
familiari, rappresentavano con esattezza l’idea – della sostanza diranno altri –
del santo. Gli scrisse una lettera piena di affetto – “Questa è la prima volta
che ho il previlegio di lavorare con qualcuno che è Maestro in cose che mi
stanno così a cuore ma di cui so così poco… è come sentire una lingua di cui
conosco a malapena l’alfabeto parlata con perfezione” – a cui lui non diede
risposta. Aveva ottenuto il Nobel per la letteratura due anni prima, nel 1913,
“Per la profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei suoi versi”,
Tagore; viaggiava in lungo e in largo per l’Europa da anni.Alcune fotografie lo
fermano al fianco di Einstein; altre nella villa argentina di Victoria Ocampo,
che si onorava di averlo come amico; fu amico di Henri Bergson, di Thomas Mann,
di H.G. Wells. Saint-John Perse, poeta aristocratico quanto pochi altri, più
propenso alla sprezzatura che alla stretta di mano, lo inoltrò ad André Gide: al
grande scrittore – che prederà un Nobel molto più tardi, nel ’47 – si deve una
notevole traduzione della poesia di Tagore come L’Offrande lyrique,
costantemente ripubblicata. Nel 1961, in un Hommage, Saint-John Perse rievocò la
circostanza, l’opera e quel “poeta che ha tenuto alto il lignaggio del sogno
senza lasciarsi distrarre dall’uomo del suo tempo”. L’anno prima aveva avuto,
anche lui, il suo Nobel.
Ma di Tagore, il cui nome temprava, fino a poco tempo fa, labbra tumide di un
sentire ‘spirituale’, sappiamo tutto. Resta lei, Evelyn Underhill, a sfuggire ai
dogmi della fama. Quando scrisse la bella introduzione ai Songs of Kabir compiva
quarant’anni, era nata in dicembre; compita, tenue nel corpo, ottenebrata dalla
tenerezza, aveva sguardi maculati dall’ingenuità dei folli. Il padre, Arthur,
uscito dal Trinity College, era un importante giurista: non capì mai gli
svolazzi mistici della figlia, non si orientava a quel disorientamento. Lo
stesso tono – di critica quando non di ostilità – le fu riservato dal marito,
Hubert Stuart Moore; non ebbero figli, lei gli fu maniacalmente devota.
Visitata da visioni fin da ragazza, Evelyn Underhill aveva iniziato a
raccontarsi attraverso la cortina della letteratura; nei suoi romanzi, per lo
più convenzionali – The Lost Word, 1907; The Column of Dust, 1909, ad esempio –
comincia a narrare ‘l’anello che non tiene’, lo spazio ferino tra apparire ed
essere:
> “Aveva capito, brutalmente, d’improvviso, quanto siano fragili le difese che
> proteggono le nostre illusioni e ci allontanano dall’orrore del vero. Aveva
> scoperto un piccolo foro nel muro delle apparenze: sbirciando attraverso di
> esso, intravedeva il ribollente vulcano delle forze spirituali da cui, di
> tanto in tanto, un refolo di lava sale in superficie”.
Nel 1911 pubblicò il suo libro più noto: uno “Studio sulla natura e sullo
sviluppo della coscienza spirituale dell’uomo”. S’intitolava Mysticism, ebbe
successo, fu l’inizio di un percorso che la portò, da anglocattolica, ad
approfondire l’opera di Jan van Ruusbroec e il Mysticism of Plotinus (1919).
Delicatissima ma coriacea, amica dello scrittore Arthur Machen, Evelyn Underhill
fu la prima donna a essere invitata all’Università di Oxford per dare lezioni di
storia della liturgia e di mistica; guidò gli esercizi spirituali di alcuni alti
prelati anglicani.
La figura di Kabir non poteva non affascinare Tagore: fautore di un pensiero
religioso che supera l’idolo della dottrina e il formalismo, fino a sfiorare
l’eresia, Kabir – venerato da induisti e da musulmani – percepisce l’Assoluto
ovunque, propone una pratica più che una sintesi intellettuale, predilige
l’amore alla ragione. Alla sua morte, capitata a Maghar, nell’Uttar Pradesh, nel
1518, pare, in molti vollero razziare il suo corpo per farne una sacra reliquia,
per erigervi un tempio: la leggenda racconta che le spoglie terrene di Kabir
svanirono sotto una coltre di fiori.
In quel mistico anticonformista si rivedeva anche Evelyn che
nell’introduzione affianca i versi di Kabir, “deliberatamente rivolti al popolo
più che ai religiosi, scritti in una lingua non letteraria” (alcuni ritengono
che Kabir fosse un analfabeta), a quelli di Jacopone da Todi e di Richard Rolle,
paragona la sua esperienza a quella di Francesco d’Assisi e di Giuliana di
Norwich. “Kabir appartiene al ristretto nucleo di supremi mistici – insieme a
Sant’Agostino, a Ruusbroec e al poeta sufi Rumi – che hanno realizzato quella
che possiamo chiamare visione sintetica di Dio, risolvendo la perpetua
opposizione tra personale e impersonale, trascendente e immanente, statico e
dinamico; tra l’Assoluto della filosofia e l’Amico della religione devozionale”.
Il fatto che fosse “un uomo semplice, un tessitore”, risponde a una tradizione
spirituale che supera i confini delle fedi: “come Paolo il fabbricante di tende,
il calzolaio Jacob Böhme, lo stagnino John Bunyan, il tessitore Gerhard
Tersteegen, Kabir sapeva combinare visione e laboriosità; il lavoro manuale
aiutava più che ostacolare la meditazione del cuore”.
Con pochi tratti, Evelyn Underhill dice del genio di Kabir:
> “Il suo destino è simile a quello di molti rivelatori della Realtà. Odiava
> l’esclusivismo religioso, desiderando iniziare gli uomini alla libertà degli
> autentici figli di Dio. I suoi seguaci ne onorano la memoria erigendo le
> stesse barriere che Kabir si è sforzato di abbattere: sopravvivono, però, i
> meravigliosi canti, espressione spontanea del suo amore. Nelle poesie di
> Kabir, viene messa in gioco una vasta gamma di emozioni mistiche: dalle
> astrazioni vertiginose all’intimo desiderio di confondersi in Dio, espresso
> con metafore quotidiane, con simboli religiosi tratti dalle tradizioni
> induiste e musulmane. Impossibile dire se questo poeta fosse un Sufi o un
> Brahmano, un discepolo del Vedanta, un devoto di Visnu. Egli stesso si dice
> ‘figlio di Allah e di Rama’. Lo Spirito Supremo che conosceva e adorava, alla
> cui amicizia tentava di introdurre le anime degli altri uomini, trascendeva,
> pur includendole, tutte le categorie metafisiche, tutte le definizioni;
> ciascuna di queste contribuisce a descrivere la Totalità semplice e infinita
> che si rivela, secondo misura, ai fedeli amanti di ogni fede”.
L’estro lirico di Kabir ricorda quello di ʿUmar Khayyām, poeta mitizzato dai
ranghi della cultura anglofona; il gusto per il paradosso ricorda quello del
micidiale Angelus Silesius e dei maestri taoisti. Il radicale sradicamento di
Kabir era accettato di buon grado dagli intellettuali europei del primo
Novecento, a loro agio con una spiritualità prêt-à-porter.
Nell’incipit della sua introduzione, Evelyn Underhill avvisa che quella di Kabir
“è la prima traduzione per i lettori inglesi” – si tratta di una mezza
verità. Due anni prima l’infaticabile Ezra Pound aveva tradotto Certain Poems of
Kabir sulla “Modern Review” (n.6, January 1913), facendosi aiutare da Kali Mohan
Ghose; l’editore Scheiwiller avrebbe pubblicato le Poesie di Kabir nella
versione di Pound (e, in questo caso, di Ghanshyam Singh), nel 1966. ‘Ez’ aveva
conosciuto Tagore a Londra, nel 1912; gli piaceva quell’uomo che come lui –
diversamente da lui – tentava di fondere Oriente e Occidente, i Veda e
Shakespeare. Lo presentò a William Butler Yeats, il sommo poeta irlandese, il
quale, in effetti, preso da vigoria spirituale, introdusse la versione inglese
del Gitanjali di Tagore (stampata nel ’12 dalla India Society e nel 1913 da
Macmillan).
La storia di Evelyn Underhill e di Tagore fu intrecciata, fino alla fine.
Infaticabile pacifista, Evelyn morì nel giugno del 1941; i bombardamenti su
Londra avevano intaccato la sua già fragile salute. Tagore morì tre settimane
dopo, nella sua villa, nel Bengala, dopo un lungo periodo di malattia: le
fotografie lo ritraggono con gli occhiali da sole, per sempre giovane; prima di
morire dettò alcune poesie, preso da continuo incanto.
**
Poesie di Kabir
Servo, dove mi cerchi?
Eccomi, sono al tuo fianco.
Non mi troverai nel tempio
né nella moschea; non abito
nella Kaaba né in cima al Kailash;
non mi circoscrive cerimonia
né rito, lo Yoga o la rinuncia.
Se sei un vero cercatore mi troverai
subito, mi incontrerai all’improvviso.
Kabir dice: “Dio respira in ogni respiro”.
*
Come dire la parola indicibile?
Come dire che Lui non è così ma è così?
Se dico che è dentro di me, l’universo si vergogna;
se dico che è fuori di me, sono un vigliacco.
L’esteriore e l’interiore sono uno in lui;
ragione e irragionevole sono i suoi sgabelli
non è manifesto né nascosto
non è rivelato né rivelabile
non ci sono parole per dire chi è.
*
Le immagini sono senza vita, non parlano:
lo so, ho gridato loro e non mi hanno risposto.
Purāṇa e Corano: vuote parole
io ho sollevato la cortina – e ho visto.
*
Davanti all’Incondizionato
io e te siamo uno:
questo proclamo.
Ecco la meraviglia
più grande: il maestro
che si inchina al cospetto
del discepolo.
*
Ho il corpo ammalato, ammaccata la mente:
mi manchi, Amato, vieni a casa!
Quando la gente dice che sono la tua sposa
mi vergogno: il mio cuore non si è ancora
ingemmato nel Tuo. Allora, cos’è l’amore?
Non voglio mangiare e non ho sonno
il mio cuore è sempre inquieto.
Come l’acqua per l’assetato, così
è l’amante per la sposa. Chi porterà
notizie di me al mio Amato? Kabir
folleggia: muore dal desiderio di vedere Lui.
*
Suona senza sosta il flauto dell’Infinito
il suo suono è amore: quando l’amore
supera ogni limite, giunge al vero.
La sua fragranza, allora, sgorga selvaggia.
L’amore è infinito e nulla lo ostacola;
la melodia lampeggia come un milione di soli.
Il suono della vina non ha paragoni
perché intona le note della verità.
*
Sottile è il sentiero dell’amore:
non c’è domanda né risposta –
si è persi tra i Suoi piedi
nella gioia della frenetica ricerca – immersi
negli abissi d’amore come il pesce
nell’oceano. Non tentenna l’amante
se deve offrire la testa al suo Signore:
questo è il segreto dell’amare
che Kabir intende svelarvi.
*
Le nuvole si accalcano in cielo
la loro voce è profonda, è un ruggito.
La pioggia viene da est, è monotona
la sua marcia. Cura le siepi al confine
dei campi: che la pioggia non le travolga.
Prepara la terra alla liberazione: che i rampicanti
dell’amore e della rinuncia si arrendano alla pioggia.
L’agricoltore prudente protegge il raccolto:
riempirà i suoi vasi per nutrire i saggi e i santi.
*
Mio cuore, destati! Il Supremo Spirito, il Maestro assoluto
è vicino a te: destati! Corri ai piedi dell’Amato, il tuo Signore
ti è vicino. Hai dormito per innumerevoli ere
non vuoi svegliarti proprio questa mattina?
*
La serratura dell’errore si vince con la chiave d’amore.
Aprendo la porta, risveglierai l’Amato.
Kabir dice: “Non farti sfuggire una tale fortuna!”
*
Chi ha addestrato la vedova a incenerirsi
sulla pira del marito? Chi ha insegnato
che l’amore trova ristoro nella rinuncia?
*
Da chi devo andare per conoscere l’Amato?
Così dice Kabir: “Se ignori l’albero, non puoi
trovare la foresta, così, non cercarLo tra le astrazioni”.
*
Perché scalpita impaziente il cuore?
Egli veglia sugli uccelli, sulle bestie e sugli insetti
si è preso cura di te quando eri nel grembo di tua madre:
ti dimenticherà proprio ora che sei al mondo?
Mio cuore, perché hai distolto lo sguardo
e ti sei allontanato da Lui? Hai lasciato
l’Amato e pensi ad altri: non lamentarti
se l’addestramento è vano.
*
È un’altalena l’amore: aggioga
il corpo e la mente alle braccia
dell’Amato, all’estasi d’amore.
Nei tuoi occhi, le lacrime della pioggia:
il cuore è adombrato dall’oscurità.
Avvicina il viso al Suo orecchio
svelagli indicibili desideri.
Dice Kabir: “La visione dell’Amato
trafigga il tuo cuore!”
*In copertina: Rabindranath Tagore (1861-1941); nel 1915 realizza insieme a
Evelyn Underhill una celebrata traduzione delle poesie del mistico indiano Kabir
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Iniziamo segnalando un articolo da Logic che ci aiuta a riconoscere il sistema
di caste indiano nella struttura di alcune delle applicazioni di "gig economy"
destinate a quel mercato.
Con una compagna in studio facciamo delle riflessioni su un testo pubblicato sul
sito di hackmeeting. A proposito, il prossimo hackmeeting è 12-14 Giugno al Csa
Next Emerson a Firenze.
Notiziole:
* Il treno a idrogeno non lo vuole neppure la Francia. Alstom chiude la sua
unità di sviluppo su questa tecnologia, e l'Italia è rimasta l'unico
acquirente di questo treno
* No, il ChatControl non è ancora stato approvato
* Sì, Elon Musk è più forte di Gesù, almeno secondo Grok
Ascolta il podcast sul sito di Radio Onda Rossa
Di solito, la storia delle religioni da’ su un bivio implacabile. Da un lato, la
via della Legge – il viatico dell’obbedire – dall’altro quella del cuore –
l’ammutinamento a sé, la più sublime obbedienza. Da una parte, un radicare il
dio in questo mondo, nel mondano; dall’altra, sradicarsi dal mondano, tornare
mondi, rientrare nel feto del tempo, in un perpetuo primo giorno del mondo. La
via ‘legalista’ – che è poi: riflessione nei meandri dei sacri precetti – ha la
sua ancella nella vita ‘attiva’: il fedele partecipa alla Storia, si fa carico
delle storie di tutti, è presente nel ‘sociale’. La sua vita è moralmente
integra: mira a creare una città celeste nelle nostre metropoli. Al contrario,
c’è chi smaterializza la Legge fino al simbolo, fino al suo superamento; si fa
estraneo alla Storia perché partecipe dell’Eterno, non contempla il ‘sociale’ –
pur amando l’uomo come amerebbe un insetto o una pietra – perché tutto è già
salvo: la ‘non azione’, o meglio, la contemplazione – questa è la sua via – lo
porta a estraniarsi dal mondo, a preferire la solitudine. Per gli uni, è da
attendere il Giudizio, che separerà i retti dagli irredenti, per quest’altro il
Giudice ha i contorni sconfinati dell’Amato. All’agorà, all’assemblea, costui
preferisce il deserto – perché soltanto lì potrà rinfocolare un eden, un
giardino –; alla politica predilige i sentieri dell’apolide, alla teologia la
fame, ai paramenti sacri la nudità, al rito la preghiera incessante. Il suo
spazio non è il tempio – angusto chiavistello di Dio – ma il vento, l’incavo tra
le rocce e il roveto, il fuoco e la nube: i luoghi dove agli esordi Dio parlava,
muggiva, fischiava.
Queste due dimensioni – la prima alla luce degli eventi storici, l’altra nelle
tenebre del nascondimento: ma lo spettro di tale lucore è illusorio – presiedono
ogni sentiero spirituale; a volte sono in contrasto, di certo non sono
sovrapponibili. Se il rischio del primo livello è la retorica fine a stessa, il
formalismo, l’Iddio bigiotteria, l’Iddio orpello; quello del secondo è l’afasia,
l’abulia, la confusione tra miracolo e miraggio, fino a fare del deserto un
idolo, della solitudine una regola, una reggia. Al contrario, la via ‘negativa’
incendia ogni norma, ogni ‘normalizzazione’: la regola è l’irregolare, a lambire
il fuorilegge, dacché, per natura, nulla è fuori dalla legge di Dio.
Nato nel gennaio del 1630 in Punjab, all’epoca dell’India Moghul, di Sultan Bahu
sappiamo poco, oltre i veli dell’agiografia, Manaqib-i Sultani, scritta molti
anni dopo la sua morte, accaduta nel 1691. Da ragazzo, amava vagare nelle
foreste; fu la madre, Ravi, nel tentativo di avviare a un destino a temperatura
spirituale quel figlio indocile, ad affidarlo a un maestro sufi. Bahu studiò a
Delhi, si affratellò alla Qadiryya, l’ordine fondato da Abdul Qadir Gilani,
diffuso in India, Pakistan e Afghanistan. Visse scrivendo, insegnando una rude
compassione; fondò una confraternita, “Sarwari”, che predicava l’annientamento
in Dio, l’inutilità dei precetti esteriori, la folgore di un contatto diretto
con il divino. Esprimeva i suoi insegnamenti in poesie di glaciale nitidezza,
sagaci nel paradosso, nell’esasperare i modi della poesia persiana: l’estro
erotico (tipico in Hafez, ad esempio) si esaurisce nella meditazione, in quel
rogo azzurro; il cuore non è più un incendio ma un oceano. A volte, Sultan Bahu
procede per terzine polemiche, che stigmatizzano chi crede di poter ingabbiare
Dio in un luogo, un lemma, un codice:
> “Dio non giace sui troni, Dio non è imprigionato alla Kaʿba
> non troverai Dio nei libri, Dio non è nel mihrab, nel mirare alla Mecca.
> Egli non si sprigiona se nuoti nel Gange o se intraprendi un pellegrinaggio”
La purezza non proviene dal fiume, la fede non si basa sui ‘pilastri’
dell’islam. “Le poesie mistiche di Sultan Bahu esprimo una critica alle forme,
alla cristallizzazione legalista, alle istituzioni del religioso; egli crede
nella possibilità di una relazione individuale con Dio. Bahu enfatizza il punto
centrale del Sufismo: l’assoluto amore, la profonda dedizione a Dio sono il
risultato di uno smarrirsi nel divino. Per ‘annegare in Dio’ è necessario
eliminare tutti gli ostacoli, i desideri, gli umani affetti, l’attaccamento al
mondo carnale, transeunte. Attraverso un sistematico distacco dal mondo e la
pratica dell’ascetismo sotto la guida di un maestro – cioè: meditando
incessantemente il nome di Dio – il Sufi avrà successo e domerà l’anima” (così
Jamal J. Elias in Death Before Dying. The Sufi Poems of Sultan Bahu, University
of California, 1998).
A dire di Sultan Bahu, l’intelligenza serve a sbriciolare l’intelletto, la
cultura distoglie dalla ricerca del vero, la cui lampante evidenza è avvelenata
dai chiosatori. Come tutti i mistici, i poeti-profeti, Bahu ama guerreggiare con
il linguaggio attraverso l’arma del paradosso:
> “Per rintracciare l’Amato ti basti la prima lettera, alif
> non hai bisogno di aprire il Corano”.
Nel suo vagabondaggio nelle tane dell’eterno, Bahu sembra oscillare tra la
“preghiera del cuore” – l’insondabile mantra, auspicio di una perdizione che
orienta, lanterna degli esicasti e del ‘pellegrino russo’ – e i “doveri del
cuore” (Chovot ha-Levavot, il trattato di Bahya ibn Paquda, rabbino vissuto
nella Spagna islamica un millennio fa). Eppure, gli è necessaria la poesia,
garrulo dire da fedele in disgrazia, il cui alimento è l’amore:
> “Come il falcone è impedito al volo se gli legano le zampe
> così, senza amore, Bahu smarrisce ogni parola”.
Sapienza degli insipienti, vocabolario di analfabeti, gloria degli ignoti e
degli ignavi, vita da lebbrosi d’amore: ogni contrasto è varcato da chi percorre
la via negativa. Il frainteso è ovunque, le trappole degli artificieri
d’accademia pure: la vera fede è tacciata di infedeltà, l’innocenza presa per
abominio – ma è proprio quello il segno. Della vita di un uomo, a ben dire, non
resta che il sussurro, il flebile fiorire di una leggenda – un’esasperazione di
oasi. Chiameremmo colibrì quel Corano colabrodo – di lui diranno: si è fatto in
briciole per attirare Dio, perché se ne nutrisse, a piene mani.
*
Sultan Bahu
(Shorkot, Pakistan, 1630 – Jhang, Pakistan, 1691)
Sei infimo se infine
all’essenza divina
non ti affratelli
Fa’ razzia del tuo io
fai a pezzi quella iena
Se i desideri ti sovrastano
resterai uno svergognato
Uno che vive già nella tomba
*
Non sopporto la padronia
del cuore – i desideri
mi logorano
Gli amici non sanno
acquietare il cuore
l’amore è un incendio
Nell’arena dell’amore
tutto arde e tutto muore
Mi sacrifico perché Bahu
persiste nell’impazienza
*
Pietà inondi Shorkot
la città di Bahu
Pietà ammanti
cercatori e pionieri
con la stessa cura
con cui il giardiniere
accudisce i fiori
La divina visione della Pietà
si appropria di te all’istante
Bahu, l’uomo nobile,
accoglie l’amato nella sua casa
*
Vivi nel canto:
sei un discepolo
diventa cercatore
Aggrappati al manto
del maestro – un maestro
diventa
Immergiti nel credo:
se pronunci
continuamente
il nome di Allah
Allah ti purificherà
*
Chi pratica lo spirito
senza la sapienza
è un infedele e morirà
demente
Lo adorano da secoli
ma nessuno conosce Allah
L’ignoranza erige templi
in cui dimora un idolo
analfabeta – c’è
Chi attenta all’Unità
dell’Uno: a lui io
mi attengo
*
Non ha luogo l’intelletto
non ha casa il pensiero
nelle segrete del Glorioso
Non esistono mullah
né astrologhi né chi strologa
in teologia – tutto
Ha annientato il Divino
Io, Bahu, ho avuto accesso
ai misteri della sapienza
senza aprire alcun libro
*
L’amore arde e mi chiama
alla preghiera – le orecchie
rispondono alla chiamata
Eseguo l’abluzione nel sangue
Allah mi chiama, vuole
che io mi annienti:
Nessun ritorno è possibile
Chi accoglie la chiamata
realizza il sapere
*
Soltanto un vero
amante può eseguire
la preghiera d’amore
che non ha parole.
Nessun altro può cantare
l’inno d’amore: egli
Esegue l’abluzione con il sangue
del cuore e le lacrime degli occhi
La lingua non si muove
le labbra non tremano:
questa è la vera preghiera
*
Se ami sei nel rogo
e il tuo cuore è una montagna
Nemici a frotte
fiottano insulti: per te
non sono che prati in fiore
Come Al-Hallaj crocefiggi
il tuo segreto: non
Desistere dall’umiliazione
che continuino a dirti infedele
*
Chi ama vaga
nell’incendio
Vive in due mondi
chi ha donato l’anima
all’Amato
Perché accendere una lampada
quando il cuore è già luce?
Oltre i regni dell’intelletto
Bahu annienta ogni
forma di intelletto
*
Il cuore è un abisso
più profondo dei fiumi
e degli oceani: chi può
dire di conoscerlo?
Nei suoi meandri:
velieri e zattere
alberi e mozzi – come
una vela si dispiegano
i quattordici regni
tra gli spiragli del cuore
chi ha confidenza con il cuore
detto Bahu sarà amato
dal Salvatore
L'articolo “Fa’ razzia dell’io, fai a pezzi quella iena”. Le poesie mistiche di
Sultan Bahu proviene da Pangea.