Una sentenza del Manusmṛti, “Le leggi di Manu” (in Italia: Adelphi, 1996),
l’antico trattato legale indiano – una specie di Levitico – riassume il fulcro
della vita terrena: “Cibo e divoratori di cibo: così considera il mondo”. C’è
altro da dire? Ogni religione fonda la propria essenza etica sul cibo perché è
lì che si gioca il vero scandalo: per sopravvivere dobbiamo nutrirci di altri
esseri viventi. Di qui, gli dèi che pretendono odorose libagioni; gli dèi
inghirlandati di sangue. Per estraniarsi da questa dinamica di
morte-e-vita-e-morte, il pensiero umano giunge a vette paradossali: astenersi
dalle carni, ad esempio; il digiuno come pratica cardine (astenersi dal cibo per
preparare uno spazio buono, puro all’apparizione di dio); l’abbandono alla
provvidenza – nutrendosi di ciò che offre il caso; il dio che si offre in pasto,
il dio eucaristico.
Una pagina del Śatapatha Brāhmaṇa (undicesimo kāṇḍa, sesto adhyāya,
primo brāhmaṇa), l’antichissimo, enciclopedico repertorio di riti redatto
nell’VIII secolo a. C. in sanscrito vedico, prepara il dramma sancito dalla
sentenza del Manusmṛti. La pagina – stringata come una parabola di Kafka – narra
di Bhrigu, poeta-veggente (ṛṣi), illuminato, astrologo, inviato da Varuṇa, il
dio che presiede l’equilibrio del cielo e del mondo sotterraneo, a visitare
l’aldilà. Bhrigu, che crede di vedere, proteso ai cieli, è cieco alla legge
della terra. Ciò che scopre è agghiacciante: l’aldilà è composto da uomini che
fanno a pezzi altri uomini e li divorano. Il sapiente fa ritorno sulla terra
distrutto: studiare i libri sacri, investigare il mondo è inutile perché
“Intorno a noi è il nulla”. Nonostante la nobiltà con cui ammantiamo le epopee
della mente e le gesta del cuore, l’uomo, infine, è bocca, denti, apparato
digerente, interiora, feci. Questo “è il nulla”: ogni cosa si consuma, ogni cosa
ci consuma, esiste per essere consumata.
Quando Varuna spiega allo sbrigativo Bhrigu la norma che governa il mondo, la
legge, diremmo, del contrappasso, le cose non sono meno terribili. Gli “uomini”
che Bhrigu ha visto nell’aldilà sono alberi, bestie, prati, acque. Ciò che
abbiamo consumato in questa terra, ci consumerà nell’altra. Se abbiamo mangiato
maiali, polli, vacche e tacchini, saremo mangiati da maiali, polli, vacche e
tacchini. Se abbiamo bevuto acqua, saremo bevuti dalle acque. Se abbiamo
mangiato frutti, grano, riso, saremo divorati da frutti, grano, riso. Non c’è
alcun dio che presieda questo banale – e terribile – capovolgimento. In Massa e
potere – un libro che ne raccoglie migliaia, un libro-menhir – Elias Canetti
spiega questo Brāhmaṇa nel capitolo Il capovolgimento, appunto, così:
> “Quando il divoratore muore e giunge nell’aldilà, la situazione originaria si
> capovolge. La vittima trova il suo divoratore, lo afferra, lo fa a pezzi e lo
> divora… Nell’aldilà si fa, da sé, esattamente ciò che si è subito. È
> particolarmente significativo che il mutamento di forme non sia d’ostacolo al
> capovolgimento. Nell’aldilà chi afferra e fa a pezzi non è più il bue che
> venne divorato, ma un uomo con l’anima di quel bue”.
A questo sistema oltremondano così crudo e meccanico, una sorta di perpetuo
macello, si può scampare tramite i riti di espiazione. Varuna li elenca a
Bhrigu; tutti convergono intorno al rito centrale, l’Agnihotra, il “sacrificio
del fuoco”, celebrato due volte al giorno (“prima dell’alba e dopo il
tramonto”), che comprende, nella forma essenziale, un’offerta di latte o di
riso, confinata tra inni. Per effettuarlo è necessaria la presenza di sacerdoti.
Il Śatapatha Brāhmaṇa è un’amplissima raccolta di riti che segue l’epoca
originaria, ‘lirica’ dei Veda. Nei Brāhmaṇa il rito in sé soppianta l’importanza
degli dèi; il gesto supera la presenza; la spontaneità del canto è sostituita da
un rigido reggimento di norme, da esibire minutamente – un minimo errore basta
ad annientare l’efficacia del rito; il poeta è sostituito dal sacerdote,
‘l’esperto’, il solo che conosca il rito nei suoi infiniti rivoli, labirintici.
Il rito, di per sé, è l’Oriente della vita: ogni rito è una corda e un nodo,
lega e scioglie l’uomo a ogni accadere, a ogni elemento dell’esistere. Il rito,
al contempo, è culla, alcova, tomba: scevra dal rito, una vita è appropriata al
niente, è nulla.
Ciò che colpisce di questo sistema retributivo portato all’eccesso, è la ricerca
ossessiva, anatomicadell’armonia. Il punto del rito – del sacrificio – è
pianificare l’equilibrio in un mondo altrimenti squilibrato. Se ti mangio devo,
in qualche modo, sfamarti, per non diventare il tuo cibo nell’aldilà.
Soddisfare, cioè: tentare un lato di quiete, rinsavire dall’ira, alimentare del
sé il fuoco. Le millimetriche, necessarie accortezze non fanno che rubricarci
nella colpa, nella mancanza, nella punizione. L’armonia, forse, è il vero
scandalo. Verrà il Buddha, poi, a disorientare la tratta del rito.
Quanto a noi: né rito né retribuzione ci toccano – tanto meno, pare, la ricerca
di un’armonia personale e collettiva. Siamo ciò che siamo – carne che mastica
carne – carne da macello.
> “L’interesse principale legato ai Brāhmaṇa, al netto dello ‘stile’ – prolisso,
> caratterizzato per lo più da espressioni dogmatiche chiuse e da un simbolismo
> esasperato simile, in parte, a quello che osserviamo nelle speculazioni degli
> Gnostici – riguarda senza dubbio la descrizione dettagliata del sistema
> sacrificale praticato nelle ultime epoche vediche. Le informazioni fornite
> dai Brāhmaṇa a questo riguardo sono fondamentali: di nessuna altra istituzione
> religiosa conosciamo un cerimoniale tanto dettagliato, fin nei più minuti
> elementi. Soltanto attraverso le speculazioni dei Brāhmaṇa – il significato
> mistico e la facondia simbolica che conferiscono ai singoli riti –
> comprendiamo appieno la natura e lo sviluppo di un culto straordinario”.
Chi scrive è Hans Julius Eggeling, redigendo l’amplissima nota “Brāhmaṇa” per
l’Encyclopædia Britannica. Max Müller, l’orientalista tedesco di stanza a
Oxford, nell’ambito della ‘mostruosa’ impresa “Sacred Books of the East”, affidò
proprio a Eggeling la prima traduzione in lingua occidentale – e finora l’unica
– dei Brāhmaṇa; Eggeling compì la traduzione, pionieristica, tra il 1885 e il
1900. Nato a Hecklingen, Germania, edotto in sanscrito, Eggeling fu segretario
della Royal Asiatic Society di Londra. Dal 1875 al 1914 fu professore di
sanscrito a Edimburgo: durante la Prima guerra si trovava in vacanza nel paese
natio, in Germania. Non gli permisero di tornare in Inghilterra, morì in
Vestfalia, accudito dalla sorella, nel 1918. Dalla sua versione è tratta la
traduzione in italiano del Brāhmaṇa in appendice.
***
Ora: Bhrigu figlio di Varuna si riteneva superiore al padre in sapienza. Varuna
lo capì: “Egli si pensa superiore a me in sapienza”, pensò. Allora disse: “Va’ a
Est, figlio e dopo aver visto ciò che avrai visto, vai a Sud e dopo aver visto
ciò che avrai visto vai a Ovest, e dopo aver visto ciò che avrai visto vai a
Nord. Dopo aver visto ciò che avrai visto, torna da me e dimmi cosa hai
compreso”.
Allora Bhrigu andò a Est e vide uomini che smembravano altri uomini, mozzando
gli arti, uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che
orrore! Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli
dissero: “Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”.
E Bhrigu disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero –
chiedi a tuo padre, lui sa”.
Da lì si diresse verso Sud: uomini smembravano altri uomini, mozzando gli arti,
uno per uno, urlando, “Questo a te, questo a me!”. Pensò Bhrigu: “Che orrore!
Qui gli uomini smembrano altri uomini e li divorano”. Quegli uomini gli dissero:
“Così ci hanno trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu
disse: “Non esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo
padre, lui sa”.
Da lì mosse verso Ovest: uomini, seduti, immobili, erano divorati da altri
uomini, seduti, immobili. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini immobili
divorano altri uomini immobili”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno
trattato nel mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non
esiste dunque espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui
sa”.
Di lì mosse a Nord: uomini che urlavano venivano divorati da uomini che
urlavano. Pensò Bhrigu: “Che orrore! Qui gli uomini urlano e vengono divorati da
uomini che urlano”. Quegli uomini gli dissero: “Così ci hanno trattato nel
mondo, così li trattiamo in questo mondo”. E Bhrigu disse: “Non esiste dunque
espiazione?”. “Sì, esiste – risposero – chiedi a tuo padre, lui sa”.
Dunque Bhrigu mosse verso settentrione, in luoghi estremi: tra le vie
intermedie, una di fronte all’altra, vide due donne, una bella, l’altra di una
bellezza incomparabile; tra di loro era assiso un uomo, nero, occhi gialli, un
bastone nella mano. Fissandolo, Bhrigu fu invaso dalla paura, tornò a casa,
sedette. Il padre gli disse: “Studia la tua lezione – perché ti rifiuti di
studiare?”. Bhrigu rispose: “Che cosa ho da studiare? Intorno a noi è il nulla”.
Varuna capì e disse: “Allora hai visto!”.
E disse: “Quanto agli uomini che hai visto nella regione orientale, smembrati da
altri uomini, essi erano alberi: quando uno mette della legna da ardere, sul
fuoco, sottomette gli alberi, conquista il regno degli alberi.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione meridionale, smembrati da uomini
che li tagliavano, arto per arto, urlando ‘Questo a te, questo a me!’, essi sono
gli armenti: quando uno fa l’offerta con il latte, sottomette il bestiame e
conquista il mondo delle bestie.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione occidentale, immobili, divorati
da altri uomini immobili, sono i prati: quando il latte dell’Agnihotra [il
sacrificio del fuoco] si illumina sotto la canna, si sottomettono i prati, si
conquista il mondo delle erbe.
Quanto agli uomini che hai visto nella regione settentrionale, che urlano mentre
vengono divorati da uomini che urlano, sono le acque: quando si versa acqua sul
latte dell’Agnihotra si sottomettono le acque, si conquista il mondo delle
acque.
Quanto alle due donne che hai visto, una bella e l’altra di una bellezza
straordinaria, la prima è la Fede: quando si offre la prima libagione si
sottomette la Fede, la Fede si conquista. La più bella è l’Infedeltà. Quando si
offre la seconda libagione, si sottomette Infedeltà, Infedeltà si aggioga.
Quanto all’uomo nero dagli occhi gialli, con il bastone in mano: è l’Ira.
Quando, dopo aver rovesciato l’acqua nel catino si versa la libagione nel fuoco,
si sottomette Ira, Ira si vince – in verità, chiunque offre consapevolmente
questo Agnihotra ogni cosa sottomette, ogni cosa conquista”.
L'articolo “Vide uomini che divoravano altri uomini” – o della ricerca
dell’armonia proviene da Pangea.
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> Tu non ti distingui dagli altri uomini per il fatto d’essere uomo, ma per il
> fatto di essere un uomo unico.
>
> Da “L’unico e la sua proprietà”, Max Stirner
Preambolo
“Si crede di non poter essere più che uomini, piuttosto non si può essere meno”,
così Max Stirner quasi due secoli fa, e la questione Uomo resta voragine aperta.
Alla domanda del saggista La Porta “Chi dovremmo ammirare oggi nella vita?” in
un episodio radiofonico dedicato all’umanità ordinaria, segue questa riflessione
su chi siano gli eroi di un presente aggressivo-passivo, magniloquente-misero,
estremizzato a oltranza sull’idea di grandezza e sul recupero di una
spiritualità latente. Così mi è venuto alla mente un uomo dal nome che tanti dei
nostri padri davano al figlio maschio in omaggio all’ideale rivoluzionario. Si
chiama Ivan Fantini, classe 1971, da chef d’alto profilo negli anni 2000, oggi è
definito da poeti e artisti che l’hanno conosciuto un “cuoco dimissionario
eterodosso”; poco più che quarantenne lascia l’osteria del suo sogno esaudito e
comincia a disboscare e zappare un declivio di terra sotto una casa impennata
sulla collina di Gemmano, piccola frazione nel ventre della
Valconca. Boscost’orto è il nome s-composto che Ivan Fantini (da qui solo
Fantini) ha dato al perimetro verde da cui è ripartito, non per produrre, ma per
coltivare una vita dimissionaria, un altro stare al mondo. Siamo in una
provincia ricca della Romagna felix, Rimini, ma dovremo intenderci meglio su
cosa significhi la ricchezza oggi.
*
Mentre
Sento vagare nell’aria parole come dimissionario, anarchico, eterodosso,
riferimenti a una progressiva estinzione del rapporto tra l’individuo e l’ordine
sociale ed economico. Altre espressioni: anima cosmica, rivoluzionario, spirito
libero. Tutte queste espressioni, invocazioni portate ovunque dalla bocca di
tanti nell’ebrezza di affrancarsi da una vita imposta e sacrificata, da quando
ho coscienza dei disagi che la società vetero-capitalista aggiunge a quelli
naturali del vivere, tutte queste parole mi suonano vane, ricreative,
consolatorie. Parole simulacro che di rado conducono all’uscita reale (o anche
solo a una prova d’uscita) da un’esistenza agiata ma agitata, sempre più agita e
automatica, meno povera ma miserevole, prolungata oltre la vita media di un
secolo fa, ma nel dubbio – noi – di esser vivi, di aver dato corso anche a una
vita dopo la nascita.
Sono pochi – una minoranza significativa – quelli che rompono le ordinate
previste dal diagramma capitalistico e deviano a una personale diagonale
anarchica. Fantini è tra questi pochi, che vanno testimoniati, sostenuti come si
sosterrebbe un germe di nuova umanità.
Esiliato nel mio privato, inidoneo a definizioni identitarie, seguo questi
spiriti anarchici con la tensione di un discepolo infedele. Sono uomini e donne
che mi confortano e mi addolorano per quanto rivelano della mia possibile resa,
di una ripresa personale che richiede altra fatica; sono i cuori impavidi che
quelle parole sopra poi “le agiscono”, le onorano. Reagiscono al sopruso e alla
violenza del circo economico con uno spirito ritrovato scavandosi nella carne,
stanando nel sangue la linfa vitale, contro le paure sociali, i biasimi di una
coscienza ereditata e poi estromessa, ma dura a morire. Quei pochi che
riscrivono un compromesso con la storia corrente, da una terra che dona loro
alimento, e dalle botteghe degli sprechi cui dare valore. E riscrivono un
accordo ma a loro favore, proteso alla libertà e alla fede personali, a
nutrimento dello spirito, dei loro intimi bisogni; a detrimento di consumi
indotti, legami futili, compensi consolatori.
Sono quelli che Max Stirner richiama all’Unico, nel solo testo che scrisse nel
furore di un delirio anarchico dalle velleità universali. Persone esempi di un
umano possibile oltre il dettato dello sviluppo; sembianze di umano che si sono
fatte Uomini, evolute da individuo a coscienza viva; persone che si danno poi
alla comunità, alla pluralità, solo dopo aver riscritto il loro codice
d’anima. Vivono ai margini meno contaminati delle periferie, da lì risaltano a
noi, in serafica semplicità.
Li osserviamo da dentro un’esistenza assopita, ritmata da rituali di consumo e
di spreco, silenziosamente corrosa dal digitale, da quello che ormai chiamare
stress è un eufemismo, c’è chi dice burn-out, implosioni che affiorano in disagi
di ogni genere; combustioni che fanno di un giardino-vita terra arsa. Tanta
gente letteralmente scoppia, deflagra in bestialità e scompare in inferni
privati; pressurizzati dentro un oblio stordente, con lo scompenso che si
specchia e si deforma sullo schermo o nella chimica della sertralina coi
suoi effetti desiderati.
Assecondiamo lo scorrimento dei giorni, increduli della vita e delle sue
insipienze, accontentandoci di un’approssimativa identità civica, un ID una
SPID, dispensandoci dalla polis, credendo di fare politica con la carta di
credito o con lo slogan del momento, senza una fedeltà a nulla che non sia
d’immediata ricompensa. Ci votiamo però a resistere, e non sappiamo più nemmeno
a cosa e perché. Una resistenza passiva, impassibile. Ma sembra ancora meglio
così, perché lottare contro il presente è fatica vana, e una volta più liberi
cosa mai potremmo farcene di tutta questa libertà? Riempirla costerebbe troppo.
Ivan Fantini photo Elisabetta Tura
*
L’incontro
Dissidente culinario, rivoltoso della buona tavola e della buona vita,
antagonista del surrogato industriale e culturale, da oltre dodici anni Fantini
vive un’esistenza povera che fonde la pratica della terra alla dedizione a una
cucina spartana, selvatica, ma curata sotto ogni aspetto: cibo solo dai cicli di
natura, che viene condiviso senza che si metta mano ai soldi, cibo che si
spartisce con l’ospite, con lo sconosciuto e con gli animali.
Sono andato al Boscost’orto, a osservare il coraggio di essere interi e con la
lucida intenzione di far germogliare un orto in pendenza, tra lastre di calcare,
infestanti di bosco e parassiti. Pochi giorni prima, ho riletto un articolo di
Goffredo Parise sulla povertà, un pezzo rimesso in circolo sul web fa tra gli
anticorpi alla desertificazione mentale che la rete prevede e allo stesso tempo
scongiura. Lo scrittore de Il padrone e de Il sapore del sangue – in questo
articolo del 1974 – parla di povertà come qualità e misura, opportunità di
salvezza; povertà come risveglio, come ideologia positiva, antidoto al
superfluo, conoscenza di necessità. “La povertà è un segno distintivo
infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza”, così conclude Parise il suo
scritto. Povertà come filosofia esistenziale, retrocessione da consumi indotti,
abiti usa&getta assemblati in Pakistan o Bangladesh, dalle stesse ideologie e
dai frasari confezionati dai media; dalla ristorazione di massa, dai
supermercati onnipresenti, dall’ossessione del food in tutte le declinazioni
(street food, junk food, take away, food delivery) oltre alle app per mangiare
ovunque e di continuo, sempre, per sedare uno scompenso chimico-emotivo, per
stabilizzare la serotonina e poi dover ripiegare su diete fantasiose, a caro
prezzo.
Siamo masticatori ossessivi, feticisti del cibo, lo pensiamo, lo fotografiamo,
lo stocchiamo dappertutto nelle nostre dispense piene di chimica e di plastica
nonostante l’ossessione della green economy; lo adoriamo e non possiamo far
altro che scegliere il vegetarianismo o il percorso alimentare biocalibrato per
dar sollievo morale all’astinenza da endorfine. Questo fenomeno bulimico assieme
all’iperofferta di cibo ovunque, Parise lo aveva già notato mezzo secolo fa e da
allora ad oggi l’ossessione del food si è articolata in intrattenimento, moda,
broadcasting. Parlo di un articolo del 1974, scritto per un giornale reazionario
da un letterato a sua volta dimissionario, che ha vissuto gli ultimi anni di
vita solo, in una casa di campagna, scrivendo i Sillabari a congedo
dall’umanità. Con questo idillio pauperistico nella testa e i segni del
bracciante sui palmi, sono andato verso la Valconca, al Boscost’orto di
Fantini.
Un ampio sorriso mi ha accolto mentre ero ancora dentro l’abitacolo in pendenza
di parcheggio; il sorriso di un uomo che riconosce un altro uomo, che dà fiducia
e dispone più alla fratellanza che al contegno.
Seduti di fronte al bosco in quiete estiva, una bottiglia di Trebbiano da far
scorrere, i gatti intorno a sacralizzare, un ulivo secolare folgorato da una
bomba bellica o da un fulmine, Fantini si racconta tra ciò che è stato e ciò che
è diventato. Nessuna concessione al futuro, nessuna parola rivolta oltre il
respiro del momento. Mentre parla vedo l’uomo e l’animale, inselvatichiti
entrambi, rinsaviti entrambi all’esistenza; passano nel racconto il bambino
caparbio e il giovane ribelle ma solerte lavoratore, l’uomo e le sue spoglie del
prima, i lampi di un daimon irriducibile, riconosciuto e poi domato a nuova
vita. La sua storia è nota, il racconto biografico è già negli archivi del web,
basta un accenno. Come tanti – si potrebbe dire – Fantini ha incontrato una
crisi nel mezzo della vita, un rivolgimento esistenziale, ma diversamente da
tanti, anziché lasciarsi disidratare dal suo intestino, lascia alle spalle la
vita da chef blasonato della Rimini bene, trova per se una casa e un pezzo di
bosco pendente e ricomincia da lì, disboscando e dissodando, riponendo in se
stesso nuovi semi di vita: la scrittura, un orto ostico, la raccolta di scarti
dalla campagna e dalla macelleria, la loro trasformazione in cibi da consumare e
preparati da barattare.
Dopo le prime parole, sono usciti a parlare due occhi lupeschi, capaci di
attraversare le stesse contraddizioni della vita che comunque la rivolgi è una
condanna a soffrire, ad amare; le incrinature necessarie che ogni posizione
eterodossa porta in sé in lui paiono motivo di un superamento continuo del
conflitto interiore. A un certo punto ho capito che qualcosa di muto e potente
mi avrebbe interrogato nei giorni. Oggi, a distanza di due mesi, chiamo quella
cosa “tensione umana”, fede dell’uomo di superare sé stesso, di convertire un
destino assegnato in un nuovo corso; di oltrepassare un confine di paure,
spingersi al di là del tempo e lì trovare una luce somigliante alla gioia.
Quella forza vitale che passa dal dolore e dal buio gelato di tante solitudini,
è quella che mi ha chiamato (ci chiama in molti) al Boscost’orto nonostante ogni
riserva razionale e qualunque facile obiezione da benpensanti. Quella tensione
umana che oggi attrae molte persone la vogliamo vedere, sentire e assorbire, ne
vogliamo far parte, anche da inetti, anche fradici di web e di timori
borghesi: vogliamo tenderci un po’ più in alto del tubo digerente, a una forza
che insidia la caducità e la morte stessa.
Fantini racconta che le persone arrivano da lui e portano viveri da condividere,
portano arte, poesia, musica, stanno a Boscost’orto qualche tempo e ripartono –
come è capitato a me – con la voglia di raccontare l’incontro. Cura rapporti di
scambio e di sostegno con alcuni produttori locali e assieme organizzano
cenacoli, convivi, momenti sociali di confronto ma anche di dibattito serrato
sui temi del contemporaneo. Lo chiamano a raccontare la sua vita diverse
rassegne di cultura eterodossa, così come associazioni culturali e sociali
sparse in tutto il paese. Lui va, parla, legge passi dai suoi testi, mostra ai
giovani come si può ricavare un pranzo con quello che si trova nei campi e nei
boschi intorno, e i suoi compensi li chiede in natura: frutta, verdura, olio,
vino, caffè, tabacco.
Sono davanti a qualcuno che posso riuscire ad ammirare, mi sono detto; un uomo
che l’ironia più caustica non riesce a svilire. Continuando a parlare assieme ho
pensato che lo stesso Parise – che allora denunciava lo spreco, le mode ottuse
del consumo- oggi condannerebbe anche gli stessi poveri, colpevoli di essersi
abbandonati a una miseria interiore, al lamento passivo, alla elemosina di
stato. Non sono più i “poveri che hanno sempre ragione” che sollevarono sullo
scrittore orde infamanti da parte dei media: sono sempre più i poveri d’animo, i
poveri di spirito, i “poveri ricchi” che sognano il denaro come sognano d’esser
felici. Una massa di frustrati che agognano il denaro e che vorrebbero eliminare
anche gli stessi anarchici, simboli viventi di libertà, vessilli di rinuncia e
di rivolta. Il paradosso del lusso della povertà è lo stesso che induce
l’opulenza della società capitalista verso il disagio psichico e un’infelicità
impotente.
Ivan Fantini a Crisalide22
*
Digressione
La famigerata decrescita felice di Latouche e il fiorire di tendenze ecologiste
sempre più esaltate si sono fermate prima di convincere di una reale decrescita
delle logiche di produzione e consumo, trasformando piuttosto la fede green in
una nuova ondata di prodotti sempre più green ma non evergreen, da sostituire ai
grigi (ma più resistenti) prodotti degli anni ’80 e ’90. Ricordo momenti di
esaltazione collettiva sia in senso ecologico, sia in senso strettamente
politico, intervalli della recente storia sociale che hanno illuso molti
rispetto a cosiddetti modelli alternativi di stato democratico a guida popolare.
Illusioni, demagogie, infantilismi della politica, da cui siamo tornati alle
briglie di una destra riabilitata al governo, reazionaria e nazionalista quanto
basta per avere ampio consenso di massa. Ripenso all’uomo dimissionario di
Montaigne che La Porta cita nel suo libro “Elogio della vita ordinaria”: l’uomo
dalla vita elementare, esiliato dalla storia; l’uomo di sola sussistenza, che
non partecipa alla dialettica temporale, che si esclude dal corso del progresso,
si estromette dai gironi umani che hanno scritto conquiste e immani scoperte ma
anche infamie e disastri ammantati da utopie; quest’uomo indifferente ai dogmi
sociali, alla ricerca di se stesso, è sempre esistito ed è stato sempre
osteggiato sia dal potere che dalla massa, indispettita dal doversi confrontare
con una simile – insostenibile – libertà. Biasimato, combattuto e perseguitato
per l’indecenza di obbligare gli altri a sentirsi dei rinunciatari davanti a
lui, l’uomo dimissionario continua a sottrarsi, cammina avanti, anche a costo
della propria vita.
Molti si riducono, riparano a margine dei conflitti della società civile, e da
quel confine osservano chi riesce maggiormente a divincolarsi dal determinismo
economico-digitale. I marginali, a cui si orienta il mio stoicismo rudimentale,
hanno dignità di renitenti, di disertori, ma restano ostaggio del rammarico di
non aver vissuto a pieno la propria natura. Si sono dimessi, ma restano passivi,
nei casi più brillanti dei sognatori, dei lunari ispirati.
Accordata ai ritmi della propria biologia, al ciclo delle stagioni, alla
terra, la vita dei dimissionari anarchici è una vita eroica, che avvicina l’uomo
al mito, spostando un po’ più in alto la “questione umana”. Sono Unici e sono
umani, sono pochi ma possono muovere tanti. Ci insegnano il coraggio di
sottrarsi e rinunciare al conforto della materia e lo fanno senza nessuna
ostentazione, senza far altro che vivere come vivono. Siamo lontani dai
contemporanei influencer del web, dai guru della spiritualità post-cristiana,
maestri confezionati dai social per mitigare il disagio diffuso dello
smarrimento spirituale con le pratiche on line.
Portiamo i nostri mali esistenziali in terapia per potergli dare un nome. Così
diamo anche ai disturbi una loro economia: l’economia del disagio, che provvede
a fornire pillole della felicità e surrogati di umano in forma di pixel. Bisogna
resistere, starci dentro a tutti i costi, perché se ti allontani dall’ordine
devi essere straordinario e pronto, o rischi di soccombere.
Così tanti svaporano mentalmente quando non fisicamente, scompaiono
all’improvviso attraverso misteriose rotte asiatiche o africane, finendo in
pasto alla cronaca locale e al broadcasting psicho-noir. L’over-digitalizzazione
intanto vende, uniforma cervelli e ottunde; crea una dipendenza consolatoria e
annichilente. Mentre avanziamo verso la robotica dell’essere dopo quella
dell’avere in una vertigine disperata e afona, internet è diventato in vent’anni
l’onnipresenza di noi stessi dentro un mondo che indifferenziandoci ci
esalta. Intanto al Boscost’orto osservo da vicino qualcuno che è trasceso a sé
stesso, è uscito dalle guide prestabilite, ha disertato il proprio passato e
annientato l’ansia del futuro. Qualcuno che davanti al bivio tra il morire dove
la vita lo aveva portato e uscirne a rischio sì di cadere ma anche di tornare
vivo, sceglie di uscire, ricominciare dalla terra, dalle proprie mani.
Si è unita poi al tavolo anche Paola Bianchi, silfide in nera eleganza,
danzatrice e performer attivista emersa da tempo alla scena contemporanea e
compagna di vita di Fantini; abbiamo cenato assieme, sentendomi così accolto non
più da una ma da due anime affini. “Ecco il lusso della povertà” dice il cuoco
sparecchiando verdure e cibi cotti che non saranno buttati perché così si
manterranno a lungo. La povertà – torno di nuovo alle lontane parole di Parise –
“è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. […] è una
ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono convinto,
salverà il nostro paese”. C’è qualcosa di utopico in tutto questo, di folle e di
illusorio, profondamente umano? Forse. Forse all’utopia occorre la povertà, la
voglia estrema di cambiare il mondo – diceva Emil Cioran – viene solo al
disperato. Ma esiste ancora, questo sì, una disperazione brillante, facoltosa.
Una disperazione in rivolta.
Anonimo fra gli anonimi (Edizioni Barricate) è il titolo del primo libro di
Fantini quindi il suo primo manifesto, a riconferma di un’idea dell’uomo che si
fonde e si confonde nello scorrere dei cicli e delle stagioni; l’uomo senza nome
e senza più un passato, che onora una vita semplice, separata dai rumori e dalle
lusinghe del presente. Mi racconta di una comunità di persone, amici,
estimatori, artisti che negli anni più duri gli è andata incontro, lo ha
sostenuto e ancora lo sostiene. Oggi quella comunità si è allargata a tanta
gente comune e lo accompagna nel suo cammino verso una forma di autarchia da
baratto, da saccheggio di beni esposti al cielo, tra i boschi, ai confini di aie
agricole o sui campi a fine raccolto. Quella di Fantini è un’anarchia
autarchica, pacifica, ispirata – con riserva e forte senso critico – all’Unico
di Max Stirner, all’uomo che trova in sé stesso il governo del proprio mondo,
senza propaganda, senza intenzioni politiche né pedagogiche. Se si farà mito,
maestro, sarà per interposta azione di un destino inviolabile o della storia,
madre ignara dei suoi eroi negletti.
Dalle sue parole comprendo che questo cuoco dimissionario oggi cercato da
svariati soggetti della ristorazione, non cede al successo e alla celebrazione
della sua figura; respinge ogni proposta a rischio di ricaduta nell’economia di
mercato, si astiene dai social, diffida di qualunque incensamento che lo ascriva
al ruolo di “mental coach” o di “leader”. Semplicemente si espone, si dà corpo e
anima alla gente, si lascia raccontare dagli altri, a rischio di parzialità e
fraintendimenti.
Poco si può aggiungere a ciò che Fantini va dicendo da anni rispetto alle sue
scelte con una coerenza e un’onestà spietate, intransigenti. Bisogna guardarlo
in faccia, negli occhi, per capire che si è davanti a un uomo in rivolta
costante, a un tronco d’albero radicato nel sottosuolo dostoevskiano; che non si
può razionalizzare su nulla di quanto dica, senza sporcare di volgarità anche le
più consapevoli ingenuità di un anarchico di questo tipo, che per giunta vive in
Italia, in questi anni consegnati al “Vuoto”, “all’Abisso” dai residui filosofi
contemporanei. Si è davanti a un corpo e una mente che portano le stimmate della
fatica, dell’impegno, del dolore. Finché lo sguardo si fa bambino e sorride al
mio stupore davanti alla piccola cucina esterna, cabina in legno affollata di
pentole e utensili d’arte culinaria, con dentro ogni arnese per trasformare il
fortuito del giorno in un pasto. “Quella l’ho fatta io assieme agli amici Under
Mungo e Nico”, mi dice con lo sguardo rivolto a quello che sembra un laboratorio
d’artista più che una cucina. Lui prepara dentro quei pochi metri di terra
battuta le cene e i pranzi che condivide con chi lo va a trovare, portandogli
sempre qualcosa da spartire assieme, soprattutto portando umanità, smarrimento,
a volte solo ascolto. C’è un furore giocoso nelle parole di quest’uomo che ha
l’occhio mannaro e il sorriso dell’infanzia, e c’è anche un cristo inverecondo e
disobbediente al padre, a qualunque vangelo imposto; un cristo irriverente,
abdicato a sé stesso, fiero delle sue croci che sono le assi e le mensole della
sua stiva. Nel gesto e nella cura del dettaglio che fa di un vero cuoco un
officiante del rito, un alchimista del sapore, con un’attenzione e una cura
proprie dell’animale che nutre e sa, senza saperlo, anche pregare.
*
Conclusione inconclusa
Oggi la povertà di massa invia più il senso di un minor accesso al superfluo che
della vera mancanza di un sostentamento minimo.
Vorrei ascrivere Fantini, tutti i Fantini che seguono la via autarchica e
dimissionaria, all’espressione di “poveri privilegiati” nel senso più alto del
termine: persone rinsavite all’essenzialità e all’umanità che ancora pochi si
possono permettere: per il timore di “fallire peggio” e precipitare oltre, per
la mancanza di fede nell’Uomo e i suoi Angeli, e per non avere sofferto fino in
fondo e con piena coscienza le oppressioni del presente; di averle in qualche
maniera integrate, digerite, assieme a tutto quello che si ingurgita di
continuo.
Ivan Fantini assieme a Paola Bianchi – simbolo di unione virtuosa e resistente –
mi hanno mostrato e continuano a rivelare che il vero lusso è liberarsi del
superfluo e non rimpiangerlo più: non avere cancelli e porte blindate per
difendersi dai propri simili, non doversi soprattutto proteggere dalle proprie
scelte, accoglierle e dar loro nutrimento e forza, radicarle sotto i passi di
danza e di vita.
Michele Montanari
*In copertina: Ivan Fantini ritratto da Giancarlo Tonti
L'articolo L’Unico e la sua immanenza: viaggio verso Ivan Fantini, cuoco
dimissionario & anarchico proviene da Pangea.