“Al rango della grazia”. Sulla poesia di Adriana Gloria Marigo

Pangea - Monday, August 10, 2026

Che le cose possano ancora esplodere di significato, cioè che ci sia un’ulteriorità dentro di esse e, aggiungiamo, nonostante esse, il loro limite, è una delle tracce della poesia di Adriana Gloria Marigo, nell’ultima raccolta Lambello d’azzurro in capo (peQuod, 2025). Un’altra traccia è quella del wanderer, del poeta viandante/esiliato la cui patria, dice Blanchot, è l’esilio stesso se è vero che la soglia in questa raccolta poetica assurge a modo di stare nel mondo, ovvero di camminare, dettando perfino ritmicamente l’andatura da tenere. E c’è una responsabilità, sancita con un vessillo di primogenitura, proprio il lambello nel titolo, che Paolo Menon, nell’elzeviro a chiusura, definisce ontologica leggendo l’opera di Marigo come vera e propria resistenza metafisica, in cui la parola poetica non si limita a registrare una crisi, ma oppone ad essa la memoria, la contemplazione, lo stare come attraversamento. Se c’è qualcosa da salvare in parola – per questo si parlava di ulteriorità delle cose – il poeta (ci si perdonerà, noi usiamo il maschile in senso cvetaeviano, ci muoviamo cioè oltre le beghe di genere, per affermare con lei il primato dell’universalità dell’opera poetica. Certo, allora erano i tempi drammatici della persecuzione dei poeti. Quando li si voleva cancellare dalla faccia della terra, perché i soli in grado di riscattare l’umanità. Oggi i tempi sono ancora drammatici – come sa odiare sé stesso l’uomo, nessun’altra creatura – ma si patisce l’ulteriore iattura della stupidità elevata a rango di obbligo morale) è capace di indagare i segni celati nei fatti in sé con “verticale pupilla”:

“Ottantuno roghi circondano Atene,
e a me pare di sentire atterrita
la concitazione dell’idioma
ellenico lungo le vie di fuga,
disperato l’abbandono delle case,
il terrore davanti al crepitio
infuocato che s’alza e scende
dal monte Parnitha, prima guardiano
delle abitate estremità della città
di Athena Parthénos, ora terrifico
arciere di fuoco fino al golfo che mesce
acqua di Ionio e d’Egeo.

Gli dèi sono in alto, sull’Olimpo
Avvolto in frigide nubi
O nembi tenebrosi.

La luccicanza negli occhi di Hermes 
S’è brunita, forse incupisce 
La gioia di essere immortale
E del resto mirto e alloro
Sono rinsecchiti lungo le pendici
Che gli uomini disertano,
mancano di offerte agli Olimpi”.

Così, un fatto – gli incendi che hanno devastato Atene nel 2021, o in un’altra poesia, quello di Notre-Dame – viene liberato dalla cortina della mera cronaca, e viene sottratto all’oblio riconducendolo alla natura di segno. In particolare, segno del rapporto difficile, doloroso, dell’uomo con il sacro. Tutti sono disertori quando una civiltà finisce. Gli uomini, che non offrono più al dio e il dio, che se ne sta nella sua olimpica indifferenza. 

I miti greci rammemorati nella poesia di Marigo (Saturno, Athena, Hermes, Flora e le Pizie), sono salvi nel simbolo, inteso come artificio linguistico: non presenze, ma significati sapientemente nascosti. Quanto basta a leggere i tempi, non sub specie lucis, ma stando dentro le ombre, nelle “nicchie di buio”. Il sacro, nella poesia di Marigo, non è in ciò che appare e che, inevitabilmente, è destinato a scomparire, ma è sotterraneo e la sua manifestazione temporale è quella del kairós. Per questo rivelazione, qui, è sempre mistero e poesia, dire, significa fare attenzione al reale, quello negato dalla “stolida crosta dell’ovvio”. Tra l’altro, anche linguisticamente c’è la scelta di togliersi questa crosta di dosso, come se fosse una rete che avviluppa. 

L’eleganza della scelta lessicale, da non fraintendere affatto come atteggiamento snob, non è ornamento ma indica una posizione che non si limita alla poesia, e ci mostra come Marigo sta nel mondo tout court. Considerazione simile anche rispetto alla metafora, generosamente presente nella raccolta: ambisce a procedimento conoscitivo, più che ad estetico esercizio di stile. C’è un richiamo all’unità della stirpe, nel rivolgersi ai Grandi Padri (pag. 52), al sogno degli antenati, custodi delle soglie, padrini e madrine di ogni inizio, di ogni fine (pag.53), suggellato nell’orifiamma, vessillo di re che non sono più. Ma c’è ancora la volontà di ricostruire una filiazione, con i padrini e le madrine della e nella memoria, perché gli argini dell’epoca, sgretolandosi nel Caos, rivelino l’antico lignaggio, ciò che rimane dopo la furia del tempo cronologico e che consente ancora di ricostruire.

“Il tempo approda con vele nere

Saturno convoca alla pugna
L’aria danzante attorno al vuoto

Nell’esitazione della soglia
Ci chiederanno dell’omissione”.

Così si apre la raccolta di Adriana Gloria Marigo, inchiodandoci ad un’omissione. Non un ossessivo fare, salva. Ma una memoria di gesti che seppero farsi inizio. Il linguaggio di Marigo, non tollera parole inutili, né parole inutilmente belle o colte. La resistenza, in ultima istanza ontologica come ha detto Menon, si declina anche in altre sfaccettature. È culturale; è estetica senza mai sfiorire nella sterilità della polemica fine a sé stessa. Il rifiuto della stortura passa dalla proposta di recuperare il rito. Nel verbo “ripetere”, molto presente in questa raccolta, si annida questa ritualità, certamente da non intendersi come cascame di chiese smemorate che cadono proprio perché assorbite dallo spirito dei tempi, ma nel senso di rintracciare il filo tra inizio e fine apparente, che proprio nella soglia vede il suo senso mistico di esistere e che rende possibile al mondo di fiorire oltre le sue brutture. È il richiamo alla tradizione, dove memoria significa rinnovare ancora una volta l’origine. Solo ciò che è invisibile è reale, ci avvisava Cristina Campo. Ci vediamo lì, dove brilla la fiaccola del poeta.

Livia Di Vona

**

Tornare
ritrovare il senso,
il lignaggio antico
la scelta per sorprenderci
al rango della grazia,
lustro divino.

*

Ci riguarda la gioia:
l’istante perfetto in cui giunge 
inattesa una voce.

Irrompe Kairós epifanico:
il presente di ieri si stende
oggi in frammento certo.

Ci riguarda la spirale corale:
senziente mostra al centro del vero
chi prossimo da altro sapere
dona in semplice veste
restituita parola. 

*

Essi continuano, da luoghi invisibili
a inviarci la luce della visione.

Perduti alla parola, sono nei segni,
in un’aria improvvisa di musica,
nel bisbiglio di tenerezza
lontana che torna accesa.

Adriana Gloria Marigo

*In copertina: un’opera di John Flaxman (1755-1826)

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