Che le cose possano ancora esplodere di significato, cioè che ci sia
un’ulteriorità dentro di esse e, aggiungiamo, nonostante esse, il loro limite, è
una delle tracce della poesia di Adriana Gloria Marigo, nell’ultima
raccolta Lambello d’azzurro in capo (peQuod, 2025). Un’altra traccia è quella
del wanderer, del poeta viandante/esiliato la cui patria, dice Blanchot, è
l’esilio stesso se è vero che la soglia in questa raccolta poetica assurge a
modo di stare nel mondo, ovvero di camminare, dettando perfino ritmicamente
l’andatura da tenere. E c’è una responsabilità, sancita con un vessillo di
primogenitura, proprio il lambello nel titolo, che Paolo Menon, nell’elzeviro a
chiusura, definisce ontologica leggendo l’opera di Marigo come vera e propria
resistenza metafisica, in cui la parola poetica non si limita a registrare una
crisi, ma oppone ad essa la memoria, la contemplazione, lo stare come
attraversamento. Se c’è qualcosa da salvare in parola – per questo si parlava di
ulteriorità delle cose – il poeta (ci si perdonerà, noi usiamo il maschile in
senso cvetaeviano, ci muoviamo cioè oltre le beghe di genere, per affermare con
lei il primato dell’universalità dell’opera poetica. Certo, allora erano i tempi
drammatici della persecuzione dei poeti. Quando li si voleva cancellare dalla
faccia della terra, perché i soli in grado di riscattare l’umanità. Oggi i tempi
sono ancora drammatici – come sa odiare sé stesso l’uomo, nessun’altra creatura
– ma si patisce l’ulteriore iattura della stupidità elevata a rango di obbligo
morale) è capace di indagare i segni celati nei fatti in sé con “verticale
pupilla”:
“Ottantuno roghi circondano Atene,
e a me pare di sentire atterrita
la concitazione dell’idioma
ellenico lungo le vie di fuga,
disperato l’abbandono delle case,
il terrore davanti al crepitio
infuocato che s’alza e scende
dal monte Parnitha, prima guardiano
delle abitate estremità della città
di Athena Parthénos, ora terrifico
arciere di fuoco fino al golfo che mesce
acqua di Ionio e d’Egeo.
Gli dèi sono in alto, sull’Olimpo
Avvolto in frigide nubi
O nembi tenebrosi.
La luccicanza negli occhi di Hermes
S’è brunita, forse incupisce
La gioia di essere immortale
E del resto mirto e alloro
Sono rinsecchiti lungo le pendici
Che gli uomini disertano,
mancano di offerte agli Olimpi”.
Così, un fatto – gli incendi che hanno devastato Atene nel 2021, o in un’altra
poesia, quello di Notre-Dame – viene liberato dalla cortina della mera cronaca,
e viene sottratto all’oblio riconducendolo alla natura di segno. In particolare,
segno del rapporto difficile, doloroso, dell’uomo con il sacro. Tutti sono
disertori quando una civiltà finisce. Gli uomini, che non offrono più al dio e
il dio, che se ne sta nella sua olimpica indifferenza.
I miti greci rammemorati nella poesia di Marigo (Saturno, Athena, Hermes, Flora
e le Pizie), sono salvi nel simbolo, inteso come artificio linguistico: non
presenze, ma significati sapientemente nascosti. Quanto basta a leggere i tempi,
non sub specie lucis, ma stando dentro le ombre, nelle “nicchie di buio”. Il
sacro, nella poesia di Marigo, non è in ciò che appare e che, inevitabilmente, è
destinato a scomparire, ma è sotterraneo e la sua manifestazione temporale è
quella del kairós. Per questo rivelazione, qui, è sempre mistero e poesia, dire,
significa fare attenzione al reale, quello negato dalla “stolida crosta
dell’ovvio”. Tra l’altro, anche linguisticamente c’è la scelta di togliersi
questa crosta di dosso, come se fosse una rete che avviluppa.
L’eleganza della scelta lessicale, da non fraintendere affatto come
atteggiamento snob, non è ornamento ma indica una posizione che non si limita
alla poesia, e ci mostra come Marigo sta nel mondo tout court. Considerazione
simile anche rispetto alla metafora, generosamente presente nella raccolta:
ambisce a procedimento conoscitivo, più che ad estetico esercizio di stile. C’è
un richiamo all’unità della stirpe, nel rivolgersi ai Grandi Padri (pag. 52), al
sogno degli antenati, custodi delle soglie, padrini e madrine di ogni inizio, di
ogni fine (pag.53), suggellato nell’orifiamma, vessillo di re che non sono più.
Ma c’è ancora la volontà di ricostruire una filiazione, con i padrini e le
madrine della e nella memoria, perché gli argini dell’epoca, sgretolandosi nel
Caos, rivelino l’antico lignaggio, ciò che rimane dopo la furia del tempo
cronologico e che consente ancora di ricostruire.
“Il tempo approda con vele nere
Saturno convoca alla pugna
L’aria danzante attorno al vuoto
Nell’esitazione della soglia
Ci chiederanno dell’omissione”.
Così si apre la raccolta di Adriana Gloria Marigo, inchiodandoci ad
un’omissione. Non un ossessivo fare, salva. Ma una memoria di gesti che seppero
farsi inizio. Il linguaggio di Marigo, non tollera parole inutili, né parole
inutilmente belle o colte. La resistenza, in ultima istanza ontologica come ha
detto Menon, si declina anche in altre sfaccettature. È culturale; è estetica
senza mai sfiorire nella sterilità della polemica fine a sé stessa. Il rifiuto
della stortura passa dalla proposta di recuperare il rito. Nel verbo “ripetere”,
molto presente in questa raccolta, si annida questa ritualità, certamente da non
intendersi come cascame di chiese smemorate che cadono proprio perché assorbite
dallo spirito dei tempi, ma nel senso di rintracciare il filo tra inizio e fine
apparente, che proprio nella soglia vede il suo senso mistico di esistere e che
rende possibile al mondo di fiorire oltre le sue brutture. È il richiamo alla
tradizione, dove memoria significa rinnovare ancora una volta l’origine. Solo
ciò che è invisibile è reale, ci avvisava Cristina Campo. Ci vediamo lì, dove
brilla la fiaccola del poeta.
Livia Di Vona
**
Tornare
ritrovare il senso,
il lignaggio antico
la scelta per sorprenderci
al rango della grazia,
lustro divino.
*
Ci riguarda la gioia:
l’istante perfetto in cui giunge
inattesa una voce.
Irrompe Kairós epifanico:
il presente di ieri si stende
oggi in frammento certo.
Ci riguarda la spirale corale:
senziente mostra al centro del vero
chi prossimo da altro sapere
dona in semplice veste
restituita parola.
*
Essi continuano, da luoghi invisibili
a inviarci la luce della visione.
Perduti alla parola, sono nei segni,
in un’aria improvvisa di musica,
nel bisbiglio di tenerezza
lontana che torna accesa.
Adriana Gloria Marigo
*In copertina: un’opera di John Flaxman (1755-1826)
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