Mai come negli ultimi decenni l’editoria italiana si è rivolta con tanta
solerzia alla ritraduzione dei ‘classici’. Il movimento non è una novità: se è
vero infatti che nessuna traduzione è mai quella definitiva, con la lingua
italiana l’urgenza si fa a volte pungente. Anche se non incappiamo quasi più in
episodi eclatanti da riportare a una forma filologicamente più corretta, come
nel caso dei nomi propri italianizzati per un decreto legge del 1926 (esilarante
un’antica traduzione di Duetto di Colette in cui Alain, il già non
brillantissimo protagonista, diventava Alano, con buona pace della moglie che
per fortuna si chiamava internazionalmente Alice), l’aggiornamento linguistico
di un idioma che più di altri si muove, si modifica, germoglia e invecchia
rapidamente, si accompagna spesso a esigenze commerciali, diritti editoriali
scaduti e un gusto squisitamente linguistico e culturale mutato. Il recente
lavoro di Silvia Pareschi, saggista, traduttrice e teorica della traduzione, va
in questa direzione. Dopo aver tradotto l’intera opera di Jonathan Franzen e
testi di Don DeLillo, Cormac McCarthy, Isaac B. Singer, Zadie Smith, Shirley
Jackson, Sylvia Plath, Annie Proulx, Jamaica Kincaid, John Le Carré, Julie
Otsuka, Nancy Mitford, e molti altri ancora, sta curando per Mondadori le nuove
traduzioni di Ernest Hemingway; finora sono usciti Il vecchio e il
mare (2021) e Addio alle armi (2025), mentre per il 2028 è prevista la
pubblicazione di Per chi suona la campana.
Lei ha spesso descritto la traduzione come un mestiere “artigianale”. Cosa
significa oggi, in un’epoca in cui le lingue cambiano in tempo reale, essere
un’artigiana della parola?
Ho appena partecipato a un laboratorio insieme ad altre dodici traduttrici: una
settimana in una splendida villa nel Canton Grigioni. Ciascuna di noi aveva tre
ore a disposizione per sottoporre alle altre un brano del testo che stava
traducendo – nel mio caso For Whom the Bell Tolls, che sto ritraducendo per
Mondadori –, brano che veniva collettivamente analizzato con un impegno e una
concentrazione assoluti, passando magari mezz’ora su una singola frase per
trovare la migliore traduzione possibile. Al “Laboratorio italiano traduce i
classici” partecipavano traduttrici – eravamo tutte donne – dall’inglese, dal
francese, dal polacco, dal russo, dall’islandese, dal tedesco, dallo spagnolo e
dal greco antico. Alla fine della giornata eravamo stanchissime ma soddisfatte,
con la rassicurante sensazione di essere circondate da spiriti affini. In quella
settimana di ritiro creativo ci siamo talvolta paragonate alle monache di
clausura che pregano per salvare il mondo: la nostra preghiera era il nostro
lavoro lento e invisibile, lo sforzo minuzioso per ricreare con tutta la cura
possibile nella nostra lingua l’opera di qualcun altro. Spesso ci siamo chieste
cosa avrebbe pensato chi ci avesse viste da fuori, intente a discutere per ore
della posizione dei pattinatori nel cielo in una poesia di Pasternak.
Un’esperienza così nutriente per lo spirito è un bene rarissimo in un mondo come
quello di oggi, dove tutto si consuma velocemente senza lasciare alcuna traccia.
Quando traduce un autore come Jonathan Franzen o Don DeLillo, la sua voce si
adatta all’autore o cerca un punto d’incontro tra la lingua originale e quella
che sente più sua? In un’altra intervista ha detto di sentirsi una “ventriloqua”
dell’autore: questa definizione vale anche oggi, o sente che la voce del
traduttore ha diritto a una propria autonomia espressiva?
Oltre a definirmi “ventriloqua”, mi piace dire che quando traduco adotto il
metodo Stanislavskij, cercando ogni mezzo possibile per immedesimarmi con la
voce dell’autore così come emerge dal testo. Mentre traducevo Ragtime, lo
splendido romanzo di E. L. Doctorow ambientato nella New York dei primi del
Novecento e scritto nel ritmo sincopato del ragtime, ascoltavo ragtime per
riprodurre nel mio italiano il ritmo del testo inglese. Se un romanzo è
ambientato in una città che non conosco, posso usare google maps – la tecnologia
ha lati positivi, peccato che oggi con il boom dell’intelligenza artificiale
venga spesso usata per cercare di portarci via il lavoro che amiamo – per
esplorarne le strade. Per immergermi nell’atmosfera di un altro luogo o di
un’altra epoca vedrò film e leggerò testi ambientati in quel luogo e in
quell’epoca. E naturalmente, se è possibile, cercherò di corrispondere con
l’autrice, per domandarle chiarimenti ma anche per creare un legame con la
persona oltre che con il testo.
Eppure nella traduzione si sente anche la mia, di voce, non potrebbe essere
altrimenti. È proprio questo il motivo per cui non esiste una sola possibile
traduzione di un testo, ma tante possibili traduzioni quante saranno le persone
che si cimenteranno a tradurlo: ciascuna di noi mette in gioco se stessa quando
traduce, fondendo la sua lingua personale – quella che nasce dalla propria
esperienza di vita – con la lingua dell’autore del testo. Dunque gli autori sono
due: l’autore dell’originale e l’autore della traduzione. Durante il nostro
laboratorio si è parlato tanto di “autorialità”, di quella dote – fatta di
sapienza e di intuito – che ci permette di interpretare il testo senza violarlo,
ma piuttosto arricchendolo delle vibrazioni di un’altra lingua.
Nei suoi saggi lei riflette spesso sul fatto che ogni traduzione è un atto
critico e creativo insieme. Quanto la pratica della traduzione — l’esperienza
quotidiana del testo — influenza le sue teorie, e quanto invece le sue teorie
cambiano il modo in cui traduce?
Con il passare del tempo mi sono resa conto che il modo in cui traduciamo
riflette il nostro carattere. Osservando le mie colleghe e poi leggendo le loro
traduzioni mi sono spesso trovata a riconoscerle (questo dimostra che chi
traduce non è una lastra trasparente, che c’è sempre qualcosa di noi nelle
nostre traduzioni). Io cambio il mio modo di lavorare a seconda del testo che ho
di fronte, a seconda del periodo della vita che sto attraversando e delle cose
che hanno importanza per me in quel momento. Non parto mai dalla teoria per
arrivare alla pratica, non è così che si lavora, tutte le persone che svolgono
la nostra professione lo sanno. La teoria ci conforta quando conferma che le
nostre intuizioni sono giuste, e fornisce una cornice di riferimento per capire
come la pratica della traduzione si adatti ai cambiamenti culturali in atto
nella società. Ma quando si lavora su un testo l’unica cosa da fare è lasciare
che il testo ci parli, che ci dica come vuole essere tradotto. Per esempio, una
domanda che mi sento sempre rivolgere è se leggo l’intero libro prima di
tradurlo. In genere no, rispondo, ma non perché sia contraria per principio: a
volte solo perché me ne manca il tempo, e comunque perché so che nelle tante
riletture che farò prima della consegna finirò per conoscere il testo così bene
che posso permettermi di non leggerlo tutto prima di cominciare. Un’altra cosa
che di solito non faccio è rileggere la traduzione ad alta voce, tranne che in
certi brani di dialogo. Eppure, quando mi arriva un complesso romanzo di Franzen
lo leggo tutto prima di cominciare a tradurlo; Addio alle armi l’ho riletto ad
alta voce prima di consegnarlo, perché in Hemingway il ritmo è importantissimo e
volevo essere sicura che ogni pagina funzionasse bene.
Nella traduzione ci sono poche regole fisse, ogni testo è diverso dall’altro e
noi dobbiamo essere flessibili per adattarci alle sue esigenze, alle sfide che
ci pone.
Lei è Silvia Pareschi
La ritraduzione dei classici comporta un gesto critico: ogni nuova versione
sembra voler “correggere” o “riattualizzare” la precedente. Come si decide
quando una nuova traduzione è necessaria? Penso alla sua recente ritraduzione di
“Addio alle armi” per gli Oscar Mondadori: lei ha parlato della necessità di
restituire “ciò che resta sommerso sotto la superficie dell’iceberg”. In che
modo questa metafora hemingwayana del “non detto” si è tradotta per lei in
scelte linguistiche concrete?
Da quando ho cominciato a ritradurre Hemingway ho tenuto molti incontri con i
lettori, e la prima domanda che ricevo è, immancabilmente: perché si ritraduce
Hemingway? Negli ultimi anni, a causa della scadenza dei diritti (in Italia
un’opera è protetta dal diritto d’autore fino a settant’anni dalla morte
dell’autore), molte opere sono entrate nel pubblico dominio e hanno avuto
diverse nuove traduzioni, per esempio i romanzi di Fitzgerald e di Orwell. I
diritti su Hemingway resteranno in mano a Mondadori fino al 1° gennaio 2032:
l’editore ha deciso di ritradurre le sue opere principali prima che arrivino
tante nuove traduzioni. Questo è il motivo “commerciale”.
Il motivo che più ci interessa, quello che ha a che vedere con la traduzione,
riguarda invece i cambiamenti che si sono verificati, negli ultimi decenni,
nella teoria e nella pratica della traduzione. Lo sviluppo dei translation
studies – e qui entra in gioco l’importanza della teoria, non tanto come insieme
di norme per la pratica quotidiana del tradurre, quanto come quadro di
riferimento culturale in cui inserire il nostro lavoro – ha portato, fra le
altre cose, al passaggio da un’idea di traduzione legata soprattutto alla resa
in un “bell’italiano”, che dunque permetteva interventi più pesanti da parte dei
traduttori per “avvicinare l’opera al lettore” (secondo la famosa definizione di
Schleiermacher), a un’idea di traduzione che invece cerca di “avvicinare il
lettore all’opera”, rispettando maggiormente l’intenzione dell’autore,
mantenendo eventuali asperità e irregolarità della lingua dell’originale, senza
addomesticare il testo per renderlo più digeribile al lettore.
Inoltre la lingua è un organismo vivente, che come tale cambia e si evolve;
mentre l’originale per forza di cose non cambia mai, le traduzioni si adattano
ai cambiamenti della lingua e ogni tanto devono essere rifatte, restaurate, come
un quadro che va ripulito dalle incrostazioni degli anni per riportarne alla
luce i colori originali. Questo non significa che il giovane amico di Santiago
di Il vecchio e il mare parlerà come un suo coetaneo di oggi, perché il libro è
ambientato nei primi anni Cinquanta a Cuba e lì deve restare, ma nei
settant’anni trascorsi dalla sua pubblicazione l’italiano è cambiato molto, e
una traduzione contemporanea dovrà tenere conto di questi cambiamenti. Non solo:
oggi l’enorme facilità nel reperimento delle informazioni fa sì che le
traduzioni siano molto più accurate anche da un punto di vista fattuale, visto
che con un clic possiamo eseguire ricerche che fino a pochi decenni fa
richiedevano ore o giorni, per poi magari non andare neppure a buon fine.
La mia risposta alla domanda “perché ritradurre i classici” si conclude sempre
con un invito a considerare ogni nuova traduzione di un libro che abbiamo amato
non come qualcosa che “spodesterà” la precedente traduzione, ma come un
arricchimento, una nuova versione dell’opera che affiancherà le precedenti, che
ci permetterà di conoscerla meglio.
Molti traduttori parlano di “fedeltà” e “tradimento”, ma lei tende a mettere in
discussione questa opposizione. Esistono, secondo lei, traduzioni fedeli che
tradiscono e traduzioni infedeli che rivelano meglio l’originale? Nel suo “Fra
le righe” (Laterza, 2024), scrive che la vera fedeltà è “ascoltare la voce
dell’altro senza cancellare la propria”: è questo il punto d’equilibrio a cui
tende ogni traduttore?
Nel mio libro parlo di quanto mi riescano insopportabili i vecchi luoghi comuni
come “traduttore traditore”, lost in translation, brutta fedele o bella
infedele, e intitolo un capitoletto “Gained in translation” per raccontare
alcuni casi in cui nella traduzione si verifica un guadagno, anziché una
perdita. Ci sono casi particolarmente fortunati in cui ci si imbatte in
soluzioni inattese che in qualche modo – a livello di corrispondenze lessicali o
di echi interni al testo – arricchiscono l’originale. Oppure può capitare che un
autore ci permetta di svolgere un ruolo più attivo, di partecipare in qualche
modo alla ri-creazione del testo nella lingua di arrivo. Lo si vede bene con i
giochi di parole: perché funzionino, occorre che il destinatario diventi
complice dell’autore e comprenda le regole del gioco, che si basano non solo
sulle parole, ma anche su referenze del mondo reale, su un sapere condiviso fra
scrittore e lettore. Dunque la difficoltà, per chi traduce, consiste non solo
nell’individuare il gioco e comprendere il modo in cui esso interagisce con gli
altri livelli del testo, ma anche nel trovare un equivalente di quel sapere
condiviso nella propria lingua d’arrivo, per ricreare lo stesso effetto
ingenerato dal testo originale nei suoi lettori. Come scriveva Eco nella
prefazione alla sua traduzione degli Esercizi di stile di Raymond Queneau,
> «Si trattava, in conclusione, di decidere cosa significasse, per un libro del
> genere, essere fedeli. Ciò che era chiaro era che non voleva dire essere
> letterali. (…) Fedeltà significava capire le regole del gioco, rispettarle, e
> poi giocare una nuova partita con lo stesso numero di mosse».
Dunque, traducendo letteralmente un gioco di parole, non si ottiene lo stesso
effetto che voleva ottenere l’autore dell’originale: per raggiungere quel
risultato occorre ricreare un nuovo gioco di parole, e dunque essere infedeli.
Nel suo lavoro emerge spesso un equilibrio tra rigore tecnico e intuizione. In
che modo l’intuizione linguistica guida le sue scelte quando il testo resiste,
quando “non vuole farsi tradurre”? Ci sono episodi concreti — magari proprio
durante il lavoro su Hemingway — in cui l’intuizione l’ha portata a una
soluzione “imperfetta ma giusta”, più vera dell’equivalente letterale?
Ripenso spesso al laboratorio sui classici, perché per me è stata un’esperienza
importante. Quello della traduttrice è un lavoro solitario; a volte si finisce
per lavorare in modo un po’ inconsapevole, senza troppo riflettere sui motivi
delle nostre scelte. L’insegnamento mi ha fornito un ottimo pretesto per
mettermi a riflettere sul mio mestiere, e queste riflessioni le ho poi
sistematizzate nel mio libro. Tuttavia, come dicevo, lavorare intensamente
insieme ad altre colleghe per un’intera settimana mi ha portato a vedere altri
aspetti della nostra professione, o se vogliamo della nostra arte. L’intuizione,
così come l’empatia, è una dote indispensabile per chi traduce, quell’elemento
ineffabile che spesso ci porta ad accorgerci che, dopo diverse revisioni, quella
frase lì andava bene proprio come l’avevi tradotta la prima volta. Perché eri
“nel flusso”, perché sentivi la voce del testo, perché eri in sintonia con
l’intenzione dell’autrice. Hemingway che in For Whom the Bell Tolls non può
scrivere le parolacce e, per farsi beffe dei censori, le sostituisce con la
parola unprintable (impubblicabile), va reso nell’intenzione più che nella
lettera: questo è stato uno dei problemi traduttivi che ho portato al
laboratorio per chiedere il parere e l’aiuto delle colleghe. Alla fine, grazie
all’intuizione collettiva, abbiamo deciso che scrivere “impubblicabile” in
italiano potrebbe creare fraintendimenti, e abbiamo optato per una soluzione che
rispetta l’intenzione dell’autore: la parola unprintable diventerà in
italiano autocensura.
C’è un libro — contemporaneo o classico — che non ha ancora tradotto e che le
piacerebbe affrontare, magari proprio perché la mette in difficoltà?
Sono affascinata dall’Irlanda, un paese da cui provengono molti degli autori e
delle autrici di lingua inglese più interessanti degli ultimi anni. Questa
affermazione della letteratura irlandese è una diretta conseguenza del fatto che
il governo di quella nazione dà molta importanza alla cultura – si veda il
reddito di base per gli artisti di cui si è molto parlato negli ultimi tempi – e
sostiene attivamente la diffusione della propria letteratura sia in patria che
all’estero. Un po’ il contrario di quello che, ahimè, sta succedendo negli Stati
Uniti, che già prima del brutto periodo che stanno vivendo faticavano a produrre
una letteratura particolarmente originale e innovativa. Insomma, più che un
nuovo autore mi piacerebbe tradurre un nuovo paese.
Cinzia Bigliosi
*In copertina: Ernest Hemingway nel 1920
L'articolo Il traduttore come ventriloquo. Dialogo con Silvia Pareschi sulla
necessità di ritradurre i classici proviene da Pangea.
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Oggi sarebbe assurdo compilare una storia della letteratura francese senza
considerare Irène Némirovsky, scrittrice che, pur sorvolandone superficialmente
la biografia, porta in sé i traumi di sempre, di un allucinato oggi. Nata a
Kiev, educata in Russia, cresciuta in Francia, morì troppo giovane, troppo
brava, a trentanove anni, ad Auschwitz, nell’agosto del 1942. Ebrea accusata di
essere antisemita, amata da Paul Morand e da Robert Brasillach, pur notissima ai
suoi tempi è stata murata nell’oblio: oggi è notissima, soprattutto, per il
romanzo postumo, Suite francese, pubblicato da Denoël nel 2004, tradotto l’anno
dopo da Adelphi. Insomma: la sua storia – contraddizione topografica, salvezza e
dannazione, amore e morte, successo postumo – sembra assembrare anche la nostra.
Attaccando un pezzo pubblicato su “Avvenire” nell’aprile del 2014 (La folgorante
vendetta di Irène Némirovsky), Cesare Cavalleri – da sempre, lettore affascinato
e partecipe di I.N. – scrisse: “Non si finisce di domandarsi come mai una
scrittrice come Irène Némirovsky (1903-1942) notissima in Francia e conosciuta
anche in Italia negli anni ’20-’30 sia stata riscoperta solo nel 2004”.
Aveva, come sempre, ragione.
Per puro gioco, ho sfogliato i quattro tomi de “I contemporanei. Letteratura
francese” editi da Lucarini nel 1981. L’impresa – straordinariamente completa –
registra autori necessari, ma ormai pressoché scomparsi dal panorama editoriale
come Alain e Barrès, Paul Fort e René Ghil (il suo profilo è firmato da Daria
Galateria), Jules Romains e Francis Carco, Jean Giraudoux e Marcel Pagnol. Il
consesso è quasi integralmente di maschi, tranne le solite note (Colette, Duras,
Yourcenar, de Beauvoir…).
Oggi, appunto, sarebbe tutto diverso: Irène – assieme alle donne citate sopra –
sarebbe al centro del canone francese, in compagnia di Céline, Malraux, Camus &
Co. “Ristampata in tutto il mondo, il lettore rimane incantato dalla qualità pur
disomogenea, ma sempre alta, dei molti romanzi” (Cavalleri). Merito – questo è
ancora Cavalleri, in una aurorale recensione del 2010 – della “ossidianica
penetrazione psicologica” dell’autrice. Da tempo, i suoi libri sono trasmutati
in film. C’è dunque, in fondo all’oblio subito dalla Némirovsky – durato decenni
– non soltanto il torbido gioco della torre del fato (grandi di ieri sono oggi
misconosciuti; autori allora fraintesi sono finalmente celebrati), bensì il
sortilegio della malignità, qualcosa di pervicacemente enigmatico, come di
bicchieri spaccati in faccia al padrone di casa. Per questo, leggere la
biografia Irène Némirovsky. La scrittrice che visse due volte (Edizioni Ares,
2025, nell’ormai efficacissima collana ‘Profili’) è un esercizio di onestà: la
vita – votata agli incantesimi dell’arte, agli approdi di una solitudine
incessante – di Némirovsky è, infine, lo specchio rovesciato dei suoi romanzi,
ha i carati della tragedia europea. La biografia, poi, si legge come un romanzo
(anche le note riservano sorprese), in virtù della penna, felice, audace (che
bello, da pagina 108, scoprire analogie tra Philip Roth e Némirovsky in merito
alla ‘morale’ dello scrittore, a un’etica che coincide con l’estetica) di Cinzia
Bigliosi, francesista di spiccato talento – ha tradotto Stendhal, Maupassant,
Laclos – che ha lavorato a lungo nell’opera di Némirovsky (traducendo, per
Feltrinelli, Suite francese e per Ares, nel 2021, come Re di un’ora, alcuni
“testi inediti” e il “capitolo ritrovato di Suite francese”).
Tutto comincia dall’incontro di Cinzia Bigliosi con la figlia di Iréne, Denise
Epstein; non credo un caso, dunque, la dedica, in esergo alla biografia, ai
“miei genitori”. La storia della letteratura è anche un lavoro di scavo tra gli
scritti degli avi; è la suprema pubertà della reticenza e dell’inganno; l’uscita
dalla cerchia felice dei primi affetti; la febbre del verbo – comunque, una
questione di parentele, il ritorno al padre – o alla madre –, e così sia.
Qual è il romanzo della svolta della Némirovsky? Quale il romanzo tramite il
quale penetrare nel mondo della Némirovsky?
Penso che nella vita di scrittrice di Irène Némirovsky si possa parlare di due
romanzi, di conseguenza, di due svolte in momenti capitali precisi. Riprendendo
il sottotitolo del mio saggio, Irène visse almeno due vite editoriali ben
distinte: David Golder è il romanzo che determinò la prima svolta e che, nel
1929, le diede immediata notorietà tra pubblico e critica. Quello che in
assoluto resta il suo best seller non era la sua prima pubblicazione, ma ne
segnò la carriera con un successo fulminante. L’editore Bernard Grasset, che sei
anni prima aveva pubblicato il clamoroso Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet
e che il “New York Times” aveva battezzato come “il più grande tra gli editori”,
se ne innamorò e organizzò un eccezionale lancio pubblicitario. Da quel momento,
fino alla deportazione ad Auschwitz nel luglio 1942, Irène fu una prolifica
scrittrice. Corteggiata dalla stampa, dalla radio e dal cinema, non restò a
lungo estranea a polemiche che riguardarono, ad esempio, le accuse di
antisemitismo mossele dagli stessi ambienti ebraici. Oltre a David Golder, il
romanzo che permette di immergersi nel mondo némirovskyano è anche quello che ha
determinato la seconda vita di Irène, vale a dire Suite francese.Pubblicato nel
2004, esplose in un successo mondiale che tuttora perdura e che l’ha
definitivamente disseppellita dall’oblio in cui il suo nome era colpevolmente
finito. È un testo unico, non solo in quanto incompiuto e postumo, ma anche
perché le sole due parti che Irène ebbe tempo di concludere raccolgono in una
certa misura la summa della sua poetica più matura, in primis il tema
dell’esilio, rappresentato per esempio dalla polverosa confusione che avvolge
l’esodo di milioni di parigini, la gerarchia sociale che si scardina sotto
l’istintivo peso del più forte, il tutto governato con uno stile severo e un
tono lirico.
Come entra la ‘russità’ nei romanzi francesi di Irène?
Vi entra in modo molto naturale, prima di tutto perché, nonostante parlasse,
scrivesse e, come ricordava lei stessa, addirittura sognasse in francese, Irène
Némirovsky, nata a Kiev nel 1903, vissuta a Mosca e Pietroburgo, era russa a
tutti gli effetti, così come lo era la sua cultura di formazione (che crebbe
insieme a lei parallelamente a quella francese incarnata dalla tata che la
affiancò fin dai primi giorni di vita). Nella sua opera il mondo russo, anche se
forse sarebbe più opportuno parlare di un mondo cosmopolita, è rappresentato da
personaggi molto affini alla famiglia d’appartenenza della scrittrice, legati
all’ambiente della finanza ebraica. Inoltre, Irène non dimenticò i poveri esuli,
gli spodestati, gli ultimi della terra e per rappresentarli si rifece per
cominciare alla figura della njanja, la vecchia balia russa, simbolo dell’esilio
direttamente mutuato dall’opera dell’amato Aleksandr Puškin e alla quale
dedicherà un omonimo racconto agli albori della carriera.
Quali sono i suoi scrittori prediletti, i suoi lari nella ricerca letteraria?
Le passioni letterarie di Irène si fondavano su un immenso repertorio
soprattutto classico di testi russi e francesi. Normalmente leggeva la domenica
pomeriggio, il solo momento della settimana in cui servitù e genitori la
lasciavano sola a casa. Gli autori più amati erano Stendhal, Balzac, Huysmans,
Maupassant, Jean e Jérôme Tharaud, Dostoevskij, Puškin – al quale aveva
intenzione di dedicare uno studio se non fosse stata uccisa prima, così come
avrebbe voluto lavorare intorno alla vecchiaia di Rimbaud. Altri amati erano
Byron, Wilde e Čechov al quale dedicò una biografia e all’origine di una grande
influenza soprattutto nello stile dei racconti. Da adulta restò una lettrice
famelica, scrisse anche recensioni di autori a lei contemporanei, con una
predilezione per gli americani, come James M. Cain. Gli scrittori che tornano
più di frequente negli ultimi mesi di vita, nella sua “nona ora”, quando era
ormai divorata da depressione e angoscia, furono Tolstoj, al quale si rifaceva
mentre scriveva Suite francese in un ipotetico parallelo con Guerra e pace, e
Baudelaire di cui per esempio poteva citare a memoria i drammatici versi
dedicati a Sisifo della poesia La scarogna.
…e i suoi amici? Intendo, di quale considerazione godeva Irène ai suoi tempi?
Avere amici veri nel mondo editoriale credo che fosse cosa rara allora come lo è
oggi. La considerazione di cui godeva Irène era sicuramente molto alta. Con il
successo di David Golder Irène Némirovsky mise piede in un ambiente culturale
che, tolta l’ingombrante presenza di Colette, era a impronta strettamente
maschile. L’Académie française, così come l’Académie Goncourt, riviste
importanti come “Toute l’édition” o “La NRF” erano tutte guidate da uomini.
L’editore Grasset, che aveva per vocazione dichiarata quella di scoprire nuovi
talenti (a spese dello stesso Proust fu il solo a raccogliere la sfida di
pubblicare per primo Dalla parte di Swann), permise a Irène di occupare uno
spazio inusuale per una giovane scrittrice fino a quel momento pressoché
sconosciuta. Cresciuta nel lusso e in un mondo lontano da quello culturale,
Irène coltivava l’ambizione di essere riconosciuta come scrittrice e quando, nel
gennaio 1930, Frédéric Lefèvre, redattore capo di “Les Nouvelles littéraires”,
le chiese di partecipare alla sua rubrica “Une heure avec… (Un’ora con…)”, ne
ebbe un’importante conferma. L’intervista aveva toni condiscendenti e a tratti
suonava piuttosto sospetta. Lefèvre vi definisce Irène “un bel tipo di
israelita”, presentandola come “un accordo raro e perfetto, l’intellettuale
slava, nota ai frequentatori della Sorbona, e donna di mondo”. Henri de Reigner
firmò un’importante recensione di David Golder per le pagine di “Le Figaro”, ma
la vera e propria consacrazione avvenne pochi anni dopo, nel 1936, quando
l’importante “Revue des Deux Mondes” pubblicò un approfondimento della sua
opera. Da quel momento Irène ne divenne collaboratrice, pubblicandovi racconti e
romanzi a puntate. In quegli anni si tenne lontana dagli ambienti
dell’avanguardia di sinistra dei surrealisti, così come dai circoli
internazionali con sede a Parigi ai quali afferivano personalità come James
Joyce, Gertrude Stein o Anaïs Nin, mentre i suoi libri venivano costantemente
recensiti da critici come Robert Brasillach che nutriva per l’opera di Irène una
passione costante anche se di intensità altalenante. Per concludere vorrei però
ricordare soprattutto quello che fu senz’altro un amico fedele e fidato di Irène
e che le restò vicino anche nei momenti più bui: l’editore Albin Michel che la
aiutò finanziandola regolarmente, anche nei difficili anni della guerra, e che
dopo la morte della scrittrice non abbandonò mai le due figlie.
Irène Némirovsky (1903-1942)
Qual è l’aspetto della vita di Irène a suo dire esemplare, un monito a designare
un destino?
L’essersi illusa fiduciosamente. Dopo essersi salvata dalla rivoluzione
bolscevica, Irène si convinse di aver trovato nella Francia una seconda patria,
una vera terra-madre. Fin da piccola parlò solo francese, conosceva a memoria
il Cyrano de Bergerac, le poesie di Baudelaire, passava le vacanze in Costa
Azzurra, si orientava per le vie di Parigi meglio che in quelle di Kiev o di
Mosca, aveva frequentato i salotti più chic, era stata corteggiata e celebrata
dal mondo culturale. Le figlie erano nate a Parigi, frequentavano le scuole
della capitale. Io credo che ad un certo punto, presa nelle maglie
dell’illusione di una perfetta integrazione, Irène smise di ricordarsi di essere
ebrea e di non essere francese. Pensava di essere semplicemente una scrittrice
di successo con una vita sufficientemente felice. Sconcerta lo sgomento che
traspare dalla lettera che indirizzò al generale Pétain il 13 settembre 1940,
incredula di fronte all’applicazione indistinta delle leggi razziali a tutti gli
stranieri, una cittadina seria e riguardosa, residente da tanti anni in Francia
come lei si sarebbe aspettata la presunzione di innocenza, con la distinzione
tra gli stranieri integrati – gente per bene, in regola con le tasse e dedita a
rispettare e a onorare lo Stato ospite – e quelli indesiderati, dei bassifondi,
malfamati e disonesti truffatori. Forse Irène ancora non aveva capito che per il
governo collaborazionista lei non era che una ebrea e perdipiù straniera.
Che idea di donna, del femminile proviene dai romanzi della Némirovsky?
Un’idea di donna molto complessa e conflittuale, spesso scissa tra due
tentazioni il più delle volte fallimentari: il vecchio modello borghese di madre
e moglie e la spinta delle più giovani a rovesciare tale paradigma, cadendo il
più delle volte sotto il peso della stessa atavica condanna. Le figure femminili
nell’opera di Irène Némirovsky si muovono a coppia, come le madri (o le balie) e
le figlie – dove il tema del tempo e dell’invecchiamento è preponderante,
insieme alla mancanza di amore materno così come di riconoscenza filiale. Le
donne descritte da Irène sono, con rare eccezioni, personaggi drammatici, ma di
grande soddisfazione per la scrittrice che quando riusciva finalmente a
inventarsi ad esempio una madre cattiva provava pura gioia.
La ‘morale’ dell’arte. Irène pare badare a una propria estetica più che a una
sorta di cautela ‘politica’. I romanzi devono essere belli, non ‘buoni’. È così?
Che conseguenze ha questa coerente sprezzatura nella vita di Irène?
Quando fin dalle prime pubblicazioni fu accusata di antisemitismo, Irène spiegò
che non si trattava di una posizione politica ma estetica e necessaria, e
continuò a descrivere gli ebrei così come li aveva conosciuti, fino a quando
poté farlo almeno. Si dichiarò antipolitica e si mosse senza troppo far caso al
mondo che le stava bruciando intorno, agli ebrei che sparivano né alle
recensioni nelle quali ci si riferiva a lei sempre più spesso dandole della
slava. Vivere per la propria arte è pericoloso. Irène restò assorta e immersa
nella scrittura fino alla fine. Anche quando era ormai certo che non avesse più
tempo, scelse di correggere e di riscrivere lunghe pagine di Suite francese,
investì le ultime ore di vita in quello che sarebbe rimasto il suo libro
incompiuto e postumo. Era incauto, così come lo era stato scrivere di ebrei con
nasi adunchi e un’inestinguibile brama di denaro, ma era ormai necessario morire
per e nell’opera, un’immagine quanto mai proustiana. Tra il salvarsi e lo
scrivere, Irène non ebbe dubbi e scrisse fino a poche ore prima di essere
deportata.
Perché i romanzi di Némirovsky continuano ad affascinare, secondo lei? Cosa c’è
in quella scrittura di allora che ci comprende, che ci prende, ora?
È la stessa Irène che può rispondere a questa domanda con l’ultimo appunto che
scrisse sul quaderno di lavoro l’11 luglio 1942, due giorni prima dell’arresto.
Riflettendo sul senso della scrittura e, in generale, sul rapporto tra destino
collettivo e destino individuale, annotò che la cosa più importante per lei era
quella di ricordarsi che
> “i fatti storici, rivoluzionari, ecc. devono essere solo sfiorati, mentre
> quella che viene approfondita è la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto
> la commedia che è specchio della realtà di tutti i giorni”.
Solo questo resiste nel corso dei secoli: la commedia di tutti i giorni, uguale
ed eterna per l’individuo, come per noi e come per il lettore di Apuleio o di
Rabelais. Un secolo prima di Irène Némirovsky Charles Baudelaire si rivolgeva al
lettore chiamandolo mon semblable, mon frère. Io credo che l’irresistibile senso
di familiarità che si prova leggendo Suite francese o Il ballo o Jezabel dipenda
dall’eco inconfondibile che risuona nell’animo di ogni lettore di emozioni e
sentimenti eterni, come la solitudine, l’estraneità, il tradimento, l’arrivismo,
le promesse mancate, l’opportunismo, il terrore del tempo che fugge. È in fondo
lo stesso motivo per il quale l’orrore di Amleto di fronte al letto paterno
spodestato è anche un po’ il nostro, così come tutti ci troviamo quotidianamente
posti di fronte a scelte etiche, dolorose e punitive, tra giusto e ingiusto,
interrogandoci su se sia meglio essere o non essere.
L'articolo Vivere per l’arte. Irène Némirovsky, la scrittrice infinita. Dialogo
con Cinzia Bigliosi proviene da Pangea.