Che le sale cinematografiche incassino sempre meno e che il pubblico non sia più
disposto a spendere decine di euro per andare al cinema è cosa nota. Meno note,
invece, sono le reali motivazioni alla base della scarsa frequentazione di
questi luoghi. Probabilmente, come spesso accade, le ragioni sono diverse e
osservabili da diverse angolazioni. Tuttavia, è comunque utile porre
l’attenzione su alcune argomenti su cui si è focalizzato, negli ultimi tempi, il
dibattito pubblico.
Per esempio, si è dibattuto molto sulla concorrenza della piattaforme di
streaming nei confronti delle sale cinematografiche. Il fatto che Netflix,
Amazon Prime Video, Disney + e via dicendo propongano abbonamenti talvolta più
economici rispetto all’acquisto di quattro biglietti per uno spettacolo in sala,
mettendo, tra l’altro, a disposizione un’offerta sterminata di film, serie tv e
documentari, è senz’altro una delle motivazioni più importanti alla base dello
spopolamento dei cinema e dello stravolgimento del mercato audiovisivo. Così
come lo è anche il dominio pressoché assoluto delle serie tv nel contesto della
settima arte da quindici anni a questa parte. Oggigiorno, grazie a schemi
narrativi collaudati e accattivanti, che hanno più a che fare con il marketing
che con il cinema, le serie tv permettono ai produttori di incatenare gli
spettatori ai divani di casa, fornendo, va detto, molto spesso, prodotti di
altissimo valore cinematografico, come nel caso di True Detective o Breaking
Bad, per citarne due, al punto da aver spinto registi famosi a mettere a
disposizione del piccolo schermo la propria creatività (come nel caso di Paolo
Sorrentino per The Young Pope o Martin Scorsese per Vinyl e Boardwalk Empire).
Sebbene queste motivazioni siano assolutamente rilevanti quando si parla della
crisi del cinema, è utile chiedersi se, in realtà, la depressione della settima
arte sia unicamente riconducibile a motivazioni di carattere socioeconomico o vi
siano altri elementi da valutare. Considerando le pellicole che, a chi scrive, è
capitato di vedere in sala negli ultimi cinque-dieci anni, è possibile ammettere
senza grandi sensi di colpa che dietro la crisi del cinema vi siano anche
motivazioni prettamente qualitative che hanno a che fare con l’incapacità di
metabolizzare narrazioni complesse. A questo proposito, giova soffermarsi su un
tema decisamente preponderante – e di cui si discute fin troppo poco –, vale a
dire la crisi della scrittura cinematografica.
“Il talento narrativo è primario, il talento letterario è secondario ma
essenziale.” Lo scriveva Robert McKee, drammaturgo e docente, padre putativo di
sceneggiatori professionisti capaci di vincere 60 Oscar e 200 Emmy Awards; una
frase che andrebbe affissa sulla scrivania di ogni narratore e che dice molto
sull’(in)capacità di raccontare storie. Parafrasando Robert McKee, raccontare
una storia è un percorso semplice, ma allo stesso tempo insidioso. La narrazione
è il cuore pulsante di una storia, è ciò che la rende viva; lo stile letterario
è la forma che la riveste, la struttura che la valorizza e la rende memorabile.
Solo quando contenuto e forma si incontrano, la scrittura raggiunge una piena
forza espressiva. Ed è proprio questo bilanciamento tra forma e contenuto che
oggi sembra mancare alla scrittura cinematografica e, quindi, più in generale,
alla settima arte. Più specificamente, i film contemporanei sembrano molto più
sbilanciati verso la forma piuttosto che il contenuto – in linea con lo spirito
dei tempi.
È come se, a fronte di uno sviluppo eccellente della tecnica, sia venuta meno la
capacità di mantenere alto il livello qualitativo della materia (nello
specifico, rimanendo alla scrittura cinematografica, la storia, i personaggi e
le tematiche affrontate dai film). Il che sembrerebbe essere una conseguenza
naturale degli enormi traguardi raggiunti in ambito digitale. Oggigiorno è
possibile girare scene con protagonisti mostri o animali facendo ricorso a
strumenti virtuali capaci di garantire un livello di realismo sbalorditivo,
senza doversi preoccupare di realizzare figure robotiche automatizzate (come nel
caso di E.T.) o di addestrare degli animali (come nel caso di tanti film
hollywoodiani con protagonisti dei cani, come Lessie o Beethoven, per citarne
due).
Si potrebbero fare decine di esempi a supporto di questa teoria. Per praticità
mi soffermerò su un caso specifico: Gli spiriti dell’isola. Si tratta di un film
del 2022 scritto e diretto da Martin McDonagh (già regista di Tre manifesti a
Ebbing, Missouri). È una tragicommedia ambientata nell’immaginaria isola di
Inisherin, al largo della costa occidentale dell’Irlanda, nel 1923, durante la
guerra civile irlandese. La storia ruota attorno a due amici di lunga data, il
pastore Pádraic Súilleabháin (interpretato da Colin Farrell) e il musicista Colm
Doherty (interpretato da Brendan Gleeson). Improvvisamente e senza apparente
motivo, quest’ultimo decide di porre fine alla loro amicizia. Pádraic, confuso e
sconvolto, tenta in ogni modo di capire le motivazioni di Colm e di riparare il
loro rapporto. La situazione degenera in modo assurdo e drammatico quando Colm
lancia a Pádraic un ultimatum scioccante: se Pádraic continuerà a disturbarlo,
lui si taglierà un dito per ogni volta in cui il pastore verrà a importunarlo.
Il film è stato acclamato dalla critica e ha ricevuto numerosi riconoscimenti e
candidature, tra cui quelle ai Premi Oscar e ai Golden Globe. In particolare, la
pellicola è stata applaudita quasi unanimemente per la sceneggiatura di Martin
McDonagh, considerata il vero punto di forza del film. La scrittura è stata
lodata per i dialoghi brillanti e surreali, che riescono a trattare temi
profondi (come la solitudine, la meschinità umana e la follia del conflitto) con
un umorismo nero sferzante, tanto da far guadagnare al regista irlandese la
Coppa Volpi per la Migliore Sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia del
2022. Ora, senza voler essere troppo categorici nei giudizi, a chi scrive la
sceneggiatura è parsa proprio il punto debole del film, spingendolo ad affermare
che, se non fosse stato per la bravura degli attori e per una fotografia capace
di esaltare i dolenti paesaggi irlandesi, la pellicola sarebbe potuta rimanere
tranquillamente nell’anonimato.
Senza grandi anticipazioni di trama, la prima impressione che si ha, una volta
partiti i titoli di coda, è che il film sia concettualmente fallace e mal
scritto. L’opera si presenta come una chiara metafora della guerra civile
irlandese (la storia, come detto, è incentrata su una coppia di amici che
improvvisamente inizia a litigare), un’idea di partenza potenzialmente forte.
Tuttavia, il regista commette un errore cruciale già nelle fasi iniziali.
McDonagh, infatti, decide di veicolare il tema attraverso una storia di amicizia
il cui conflitto scaturisce non da divergenze sociali, culturali o religiose –
ovvero le reali cause scatenanti della guerra – ma dalla mera noia e dalla crisi
di mezza età di uno dei protagonisti.
Questo approccio svuota la metafora di ogni autentico peso sociopolitico. Se
l’obiettivo è riproporre metaforicamente la guerra civile, l’assenza di un
conflitto ideologico o religioso nel diverbio mina il senso stesso
dell’analogia. Il motore narrativo, basato sulla presa di posizione di un
violinista annoiato, risulta riduttivo e non all’altezza dell’ambizione tematica
– svilendo, tra l’altro, il senso stesso della rivoluzione.
Paradossalmente, considerando la metafora scelta dal regista, l’attenzione
avrebbe dovuto focalizzarsi sulle conseguenze della vita in una comunità rurale
isolata; un tema latente, quest’ultimo, che il tono del film suggerisce a più
riprese. I momenti migliori del film sono proprio quelli in cui i personaggi
affrontano l’isolamento, rendendo di fatto superfluo e persino disturbante
l’elemento della guerra civile nel contesto narrativo generale.
La confusione tematica ha una ricaduta anche nel tono del film. Il regista
alterna una narrazione che a tratti vira verso il teatro dell’assurdo (alla
Beckett, per intenderci), salvo poi cercare in continuazione di giustificare la
surrealtà degli eventi – cosa che sovverte in maniera illogica gli assunti di
base del teatro dell’assurdo. L’assenza di una linea stilistica netta crea un
registro narrativo ibrido e caotico, che si riversa direttamente nella
sceneggiatura: il film non riesce né a essere pienamente comico né a costruire
una vera catarsi emotiva.
La debolezza della scrittura è evidente anche, e forse soprattutto, nella
caratterizzazione dei personaggi secondari. A parte i protagonisti, gli altri
personaggi sono estremamente sacrificati: il coro, rappresentato dalla comunità
di Inisherin, risulta quasi inutile, poiché non rappresenta la voce della
comunità, i suoi valori, le sue paure e le sue prospettive morali, non fornisce
riflessioni etiche sul significato universale del dramma e non modula in maniera
virtuosa il ritmo della narrazione.
A titolo esemplificativo, l’arco narrativo di Dominic Kearney, il ragazzo
squinternato della comunità, interpretato da un sempre bravissimo Barry Keoghan,
potrebbe essere rimosso senza alterare in nessun modo la trama principale – egli
si innamora di Siobhán, la sorella di Pádraic, il personaggio interpretato da
Colin Farrell, trovando in lei un rifugio dalle molestie del padre alcolizzato,
senza però essere ricambiato; il che, se rispondesse a una precisa intenzione
registica, potrebbe anche andare bene. Tuttavia, il regista sembra assegnargli,
con un’insistenza ingiustificata, un ruolo di prima piano, motivando la
conclusione del suo arco narrativo come condizionato dai mali della società –
egli morirà suicida, in seguito al rifiuto di Siobhán.
Per come è caratterizzato, il personaggio di Dominic sembra una
reinterpretazione del fool shakesperiano, ovvero quel prototipo caratteriale
molto simile al giullare di corte, che popola tante delle opere del bardo di
Stratford-upon-Avon. Quella del fool è una figura complessa e molto più
sofisticata del semplice buffone. Contrariamente al coro, che rappresenta la
voce della comunità, il fool è un individuo isolato, che detiene una saggezza
unica, mascherata da presunta follia. Il suo ruolo è multifunzionale e va ben
oltre il semplice alleggerimento comico. Egli, infatti, è un truth-teller, un
dispensatore di verità. Grazie alla sua posizione sociale marginale e al
privilegio della licenza (la license storicamente concessa ai giullari di corte
a fini comico-satirici), il fool è l’unico personaggio a cui è permesso
criticare apertamente i vizi, gli errori e l’ottusità dei personaggi di alto
rango (re e nobili su tutti), spesso smascherando le loro ipocrisie, senza
essere punito per l’affronto. Ma il fool è anche colui che avverte ripetutamente
i personaggi al potere della pericolosità delle proprie azioni (un esempio su
tutti, l’omonimo personaggio presente in Re Lear).
Ma, più di ogni altra cosa, il fool è un wise fool, vale a dire un saggio
mascherato da folle. Usando indovinelli, giochi di parole, e mettendo in scena
comportamenti grotteschi ed esagerati, il fool dimostra che la vera saggezza si
trova nella simulazione di comportamenti folli e non nella dimostrazione
ostentata di sapere, in totale contrapposizione con quanto fatto dai saggi
uomini di corte che, spesso e volentieri, nonostante l’apparente sapienza, si
rivelano essere i veri stolti delle opere di Shakespeare. Nulla di tutto ciò
caratterizza, però, il personaggio squilibrato interpretato da Barry Keoghan.
Egli non dispensa consigli, non fornisce commenti sulla stoltezza dei personaggi
principali e non propone visioni profonde sulla società o sull’umanità. Forse,
l’unico elemento che lo avvicina al fool di shakespeariana memoria sembra essere
la capacità di offrire un sollievo dalla tensione drammatica – benché sempre in
maniera piuttosto dolorosa.
A conferma dell’approssimazione con la quale sono costituiti i personaggi
secondari, in soccorso dello spettatore viene il personaggio di Siobhán, la
sorella di Pádraic, interpretata da un’ottima Kerry Condon. Il suo personaggio –
una donna stanca, insofferente all’opprimente atmosfera che caratterizza
Inisherin e mossa da un profondo desiderio di emancipazione – è una figura
bidimensionale, costruita in modo tale da assegnarle, come unica funzione
narrativa, quella di rimarcare la mediocrità del fratello e dell’isola in cui
vivono. La sua scelta finale, vale a dire abbandonare Inisherin e trasferirsi
sulla terraferma per lavorare in una biblioteca, appare non come un atto di
coraggio autonomo, ma come un mero espediente narrativo volto a enfatizzare
l’insignificanza del protagonista, portando a compimento un’inutile citazione
del personaggio di Eveline, la protagonista dell’omonimo racconto di James
Joyce, costantemente in conflitto con sé stessa e attanagliata da
un’angosciosa incertezza riguardo alla possibilità di fuggire verso un destino
migliore. È evidente che sarebbe bastato rifarsi alla magistrale storia del
grande autore irlandese per ottenere un personaggio di tutt’altro spessore.
Questa carenza nella caratterizzazione dei personaggi minori evidenzia un altro
problema della sceneggiatura. Se inizialmente il film sembra promettere un
affresco corale (sul modello di Amarcord di Fellini o Nashville di Altman),
questa chiave narrativa si esaurisce rapidamente nel giro di poche scene, visto
che il film, poi, vira rapidamente verso un registro più intimista, volto ad
analizzare la psicologia dei singoli personaggi (soprattutto quelli
principali).
Ma non finisce qui, perché a rendere ancora più debole e confusionaria la
sceneggiatura è l’aggiunta dell’elemento fantastico della Banshee, creatura
leggendaria del folklore irlandese e scozzese. La comparsa di questo spirito
femminile è l’emblema della disorganizzazione di una narrazione che procede per
accumulo e citazioni, risultando privo di scopo narrativo al di là di quello
meramente estetico.
L’impressione generale è, perciò, quella di un film talmente autoreferenziale da
sfociare nell’autocompiacimento. Infatti, nonostante i dialoghi siano a tratti
ben concepiti, la scrittura è complessivamente disordinata, frammentaria e priva
di unità narrativa, infarcita di elementi superflui, dotati di poca coerenza.
Gli unici elementi salvabili restano le interpretazioni del cast e la magnifica
scenografia naturale, i quali, però, non bastano a garantire la sufficienza al
film.
Tutti questi elementi confermano un assunto fondamentale: non bastano dei buoni
dialoghi per creare una buona sceneggiatura. Se però eliminassimo tutti i
dialoghi presenti nella pellicola e ci limitassimo a guardare il film come una
sequenza di immagini, Gli spiriti dell’isola sarebbe immediatamente rivalutabile
come una sorta di western muto in salsa gaelica. Infatti, le riprese dei
paesaggi irlandesi e la meticolosità con cui vengono impressi su pellicola tutti
quegli elementi che rendono riconoscibile l’Irlanda rurale – le verdi colline,
le pecore, i muretti a secco, i pub bui e fumosi – sono capaci di trasportare lo
spettatore in un contesto che, benché drammatico e, per certi versi, squallido,
suscita sensazioni di misticismo, meraviglia e consapevolezza dell’immensità di
una natura splendida e tormentata.
Se dunque Gli spiriti dell’isola funziona solo come sequenza di immagini –
sublime e tormentata, evocativa di un misticismo che trascende la trama – e
fallisce come racconto, la sua acclamazione universale non è un errore di
critica, ma un sintomo. Il successo di questa pellicola, così sbilanciata sulla
forma a discapito del contenuto, suggerisce una tendenza ben più insidiosa nel
mercato audiovisivo: non siamo più disposti a tollerare la complessità di una
narrazione coesa. Il pubblico, addestrato dalle piattaforme a consumare
contenuti che assomigliano a slogan visivi e non a storie complete, premia
l’estetica immediata, persino quando questa si regge su personaggi incompleti e
metafore zoppicanti – se non, addirittura, su reinterpretazioni errate e
approssimative di topoi letterari. La crisi della scrittura cinematografica è,
in definitiva, l’incapacità di tollerare l’attesa di un senso profondo. E il
cinema, oggi, risponde semplicemente assecondando lo spettatore.
Alessandro Lugli
*In copertina e nel testo: immagini di scena da “Gli spiriti dell’isola” (2022)
L'articolo La crisi della scrittura cinematografica: il caso de “Gli spiriti
dell’isola” proviene da Pangea.
Tag - Alessandro Lugli
Giù la testa è un film del 1971, il penultimo di Sergio Leone e il più ambiguo
di tutta la sua filmografia. È un western atipico, incentrato sulla Rivoluzione
Messicana, che ha per protagonisti due personaggi che apparentemente hanno ben
poco a che fare con quello specifico contesto rivoluzionario: un bandito
maldestro e straccione di nome Juan Miranda, e John H. “Sean” Mallory, un
dinamitardo irlandese colto e istruito, con un passato tra le file dell’IRA. È
un film sulla rivoluzione, girato in un periodo contraddistinto dal crollo degli
ideali rivoluzionari, quindi figlio del proprio tempo. Non è un caso, infatti,
che questo film sia stato pensato e girato da un regista italiano che, seppur
contraddistinto da un apparente distacco nei confronti della realtà
socio-politica in cui viveva, deve avere senz’altro colto l’aria che si
respirava in un Paese in cui, il 12 dicembre 1969, i movimenti studenteschi e
operai avevano visto drammaticamente crollare le proprie rivendicazioni in
seguito agli attacchi terroristici di piazza Fontana.
Con questo film Sergio Leone inserisce un tassello fondamentale nel processo di
crescita creativa che ha caratterizzato tutta la sua produzione, realizzando un
collegamento tra il Mito (il Far West) e la Storia (la Rivoluzione), e donando
al pubblico il suo film più smaccatamente politico. Questo scarto è
riscontrabile anche dal punto di vista prettamente tecnico. Pur rimanendo fedele
ai suoi famosi primi piani, rispetto ai film precedenti Leone utilizza molti
più campi lunghi, dando l’impressione di voler creare un film corale e, dunque,
restituire un affresco storico carico di implicazioni sociali e politiche. Da
questo punto di vista, l’ultima scena del film è emblematica. Purtroppo, è
necessario rivelare il finale per chiarire il concetto, quindi, si suggerisce a
chi non ha visto il film e non ha intenzione di rovinarsi la sorpresa di non
leggere i paragrafi successivi.
Dopo aver tentato di rapinare la banca di Mesa Verde, e aver sottratto non soldi
ma prigionieri politici, Juan e Sean si lasciano coinvolgere più profondamente
nella rivoluzione e si ritrovano a combattere contro le truppe del colonnello
Günther Reza, un brutale ufficiale governativo. Durante la battaglia finale,
Sean viene ferito dal capo delle truppe governative e decide di sacrificarsi per
salvare Juan. Nell’ultimo fotogramma prima dei titoli di coda, mentre viene
inquadrato mediante un primo piano di grande intensità, la voce fuori campo di
Juan pronuncia le parole chiave del film: “e adesso io?”
Benché ermetiche, le ultime battute del bandito messicano nascondono la chiave
interpretativa di tutto il film. L’epilogo di Sean sembra infatti essere la
scintilla che accende la coscienza politica del rozzo brigante messicano
interpretato da Rod Steiger. Gli eventi a cui ha preso parte e il rapporto
instaurato con l’intellettuale irlandese gli hanno permesso di maturare e di
passare dallo stato di bandito individualista e opportunista a quello di
rivoluzionario che ha sposato una causa collettiva di alto valore morale. In
questo senso, Leone sembra comunicare allo spettatore un messaggio di stampo
prettamente marxista: la Rivoluzione è il motore della storia e, con la sua
forza trasformativa, può cambiare le società. Tale chiave di lettura è
confermata dalla citazione di Mao Tse Tung in apertura del film:
> “la Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un
> disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e
> delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di
> violenza.”
Ad avvalorare tale interpretazione, però, è anche il rapporto che si instaura
tra i due protagonisti del film. Sean, interpretato da un azzeccatissimo James
Coburn, è un rivoluzionario deluso, un intellettuale che ha dedicato la propria
vita alla lotta collettiva e che non ne può più di quelli che “leggono i libri
[che] vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: qui ci
vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento.” Sean ha sperimentato
sulla sua pelle la violenza che la rivoluzione inevitabilmente comporta e che
investe principalmente i “poveracci”, quelli che, fomentati dagli intellettuali,
pagano col sangue la lotta armata. La sua, quindi, è una visione della
rivoluzione decisamente pessimista. Così come lo è, evidentemente, quella di
Sergio Leone, il quale, probabilmente, dopo aver assistito con grande
disillusione alla fine degli ideali che avevano animato i primi settant’anni del
Novecento, ha deciso di mettere in scena un dramma crepuscolare carico di
riflessioni politiche.
Tuttavia, le dinamiche relazionali che Juan e Sean instaurano, ad un’analisi più
approfondita, lasciano trasparire un velato ottimismo da parte del regista:
Leone, infatti, sembra dire che gli intellettuali (rappresentati da Sean)
possono svolgere un ruolo cruciale nella formazione della coscienza di classe
del popolo (rappresentato da Juan), ma per farlo devono mantenere un rapporto
diretto con le masse, devono avventurarsi con e in esse, onde evitare di
diventare una classe privilegiata distante dalla realtà concreta. Ed è
esattamente ciò che fa Sean, immergendosi nel mondo straccione e degradato di
Juan Miranda, e accompagnandolo, però, tramite un percorso di emancipazione sia
fisico che morale, verso la rivoluzione.
L’epilogo del film sottolinea con grande enfasi questo messaggio: il sacrificio
di Sean, per quanto inutile ai fini della battaglia contro le truppe
governative, permette a Juan, e di conseguenza al popolo, di prendere coscienza
della propria condizione e di sviluppare una coscienza rivoluzionaria. La
domanda retorica di Juan con cui il film si chiude ha, quindi, una duplice
valenza: da un lato lascia trasparire lo spaesamento del popolo di fronte alla
perdita della guida intellettuale, dall’altro, invece, sottintende la volontà di
proseguire la lotta con maggiore consapevolezza, seppur con quella paura di
affrontare il mondo che tipicamente contraddistingue gli orfani.
In questo senso, il messaggio di Leone sembrerebbe ancora più esplicito:
l’emancipazione delle masse può essere possibile solo mediante il sacrificio, in
senso sociale, degli intellettuali, e la rivoluzione potrà realizzarsi solo se
le classi dominanti saranno disposte a sacrificarsi in nome dell’indottrinamento
del popolo. Da questo punto di vista, Giù la testa può essere interpretato come
il testamento politico di Leone. Il regista romano sembra dirci che il marxismo
ha fallito perché le classi dirigenti, decidendo di non rinunciare ai propri
privilegi, non sono state in grado di comprendere la complessità della realtà
delle masse. Viene inevitabilmente in mente il pensiero di Antonio Gramsci, il
quale aveva individuato negli intellettuali “l’anello mancante del materialismo
storico”, perché è la loro attività a determinare i rapporti tra le classi e i
gruppi sociali.
Di certo, fa un certo effetto sapere che un messaggio di questo tipo provenga da
un regista che ha fatto dell’individualismo il tema centrale della propria
produzione cinematografica. I suoi eroi sono fondamentalmente dei solitari, dei
pistoleri malinconici che riescono a trovare un rifugio dalla durezza del mondo
solamente nell’amicizia virile e nel denaro. E, da questo punto di vista, lo
sono anche i due protagonisti di Giù la testa. Ciononostante, con questo film
Leone sembra aver voluto lanciare un messaggio a quelli che, secondo lui, sono i
veri responsabili del fallimento di ogni sogno rivoluzionario: i membri delle
classi dirigenti e, più nello specifico, gli intellettuali. D’altronde, fu lui
stesso a dire
> “quando ero giovane credevo in tre cose: il Marxismo, il potere redentore del
> cinema e la dinamite. Oggi credo solo nella dinamite”.
Un epilogo, questo, che spiega perfettamente la cupezza del suo ultimo
capolavoro, C’era una volta in America, in cui, invece, l’unico strumento di
emancipazione delle masse sembra essere l’acquisizione, con ogni mezzo
possibile, di denaro, anche a costo di sacrificare l’unico rapporto capace di
dare senso alle vite dei suoi personaggi, vale a dire l’amore, in senso sia
romantico che amicale.
In definitiva, Giù la testa si configura come un’opera complessa e stratificata,
ben lontana dalla semplice etichetta di “western atipico” che nel tempo gli è
stata affibbiata. Attraverso la lente della Rivoluzione Messicana e la dinamica
tra un rozzo bandito e un intellettuale disilluso, Sergio Leone offre una
riflessione amara e disincantata sul fallimento degli ideali rivoluzionari, pur
lasciando intravedere una flebile speranza nel potenziale trasformativo della
coscienza popolare, innescata dal sacrificio delle élite intellettuali. Il film
si erge così a testamento politico di un regista che, pur provenendo da un
universo cinematografico apparentemente distante da tali tematiche, dimostra una
lucida consapevolezza delle dinamiche socio-politiche del proprio tempo,
consegnando al pubblico un’opera potente e ancora oggi attuale, capace di
stimolare una profonda riflessione sul significato di rivoluzione, sul ruolo
degli intellettuali e sul destino delle masse. Un film estremamente attuale che,
oggi più che mai, potrebbe essere utile trasmettere nelle sezioni di più
partiti.
Alessandro Lugli
L'articolo Cinema, marxismo e dinamite: Sergio Leone, il regista rivoluzionario
proviene da Pangea.