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Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla trappola di una vita impossibile
I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci pone Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il Commissario”, un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi introvabile.  Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto, subì tutto e capì molto, se non tutto. È il destino di chi sa guardare e ascoltare, e che, non a caso, a volte sceglie di farla finita prima degli altri. Koesler si è suicidato nel 1983. Era malato. Non avrebbe potuto sopportare di non camminare, non scrivere, non scopare, non bere più. Sua moglie Cynthia si uccise qualche ora dopo. La ritrovarono lì, al suo fianco.  Koestler fu un uomo amato e odiato dalle donne, odiato a destra e a sinistra. Anticomunista tanto quanto antifascista. Perché lui, i totalitarismi, li visse entrambi sulla sua pelle. Già, la politica, la nuova vera religione intollerante. È lei che ha sostituito la fede. Doveva essere una buona idea, qualcosa che liberasse dall’ottusità della devozione, ma è andato tutto storto. I ricchi hanno vinto e sono diventati i nuovi dei e, proprio come i santi, per la maggior parte si ritirano in mezzo alla natura, nel silenzio, lontano da tutti, magari pure coltivando l’orto. Basti pensare alle star di Hollywood, che fanno film solo per raccogliere un altro po’ di soldi, per poi sparire in campagna e proteggere la propria privacy.  Il benessere avrebbe dovuto portare a questo: non vivere più in condizioni precarie e farsi bastare meno cose. Un tetto, il riscaldamento, la luce, il bagno in casa, tutto ciò che fino agli inizi del Novecento era un lusso. E invece ci hanno illuso di aver bisogno di oggetti, vestiti, macchine, telefonini, borse, occhiali, cose che costano migliaia di euro e che pure gli amati attori di Hollywood usano solo nelle occasioni speciali, mentre nella vita quotidiana indossano jeans e maglietta. Il vero lusso, oggi, è avere tempo, dedicarsi a qualcosa che si ama, svegliarsi la mattina e avere tempo per meditare anziché correre a fare un lavoro che permetterà di sopravvivere.  L’altro giorno ho chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni riguardo a una casa in montagna. L’agente mi ha detto: “Ma cosa sta succedendo a Milano? Tutti vogliono venire a vivere in campagna o in montagna, intorno ai laghi. Una volta eravamo noi quelli che invidiavano chi viveva a Milano, oggi siete voi che invidiate noi. State tutti scappando, ho appuntamenti tutti i giorni”. Cosa sta accadendo? Una sorta d’illuminazione collettiva?  Koestler ha immaginato il mondo come in preda a una diatriba tra gli Yogi e i Commissari: > “Il Commissario crede al mutamento dall’Esterno. Egli crede che tutti i > malanni dell’umanità – costipazione e complesso edipico compresi – possono > essere e saranno guariti dalla Rivoluzione, cioè da una radicale > riorganizzazione del sistema di produzione e di distribuzione dei beni; crede > che questo fine giustifichi l’uso di tutti i mezzi: violenza, inganno, > tradimento inclusi; crede che l’argomentazione logica sia un’infallibile > bussola e l’universo una sorta di enorme orologio, nel quale miriadi di > elettroni, una volta messi in movimento, si aggirino per sempre nelle loro > prevedibili orbite: e chiunque sia convinto del contrario è qualcuno che cerca > di sfuggire alla realtà”. Lo Yoghi, invece:  > “Non ha nessuna difficoltà a chiamare orologio l’universo, ma pensa che > potrebbe venir chiamato, con altrettanta verosimiglianza, scatola musicale o > vivaio di pesci. Crede che il fine non possa essere prevedibile e che contino > soltanto i mezzi, respinge in qualsiasi circostanza l’idea di violenza, crede > che l’argomentazione logica perda gradualmente il suo valore di bussola, a > mano a mano che la mente si accosta al polo magnetico della Verità o > dell’Assoluto, la sola cosa che conta. Egli crede che niente possa essere > migliorato da un’organizzazione esterna, ma solo da uno sforzo individuale > interiore, e che chiunque la pensi diversamente sia qualcuno che voglia > sfuggire alla realtà”. Pensa anche che l’individuo sia unito all’universo da un invisibile cordone ombelicale, e che le sue forze creative, la bontà, la verità e l’utilità siano alimentate tramite questo cordone: l’unico suo compito, durante la vita terrena, è quello di evitare qualsiasi azione, impressione o pensiero che possano causare la rottura del cordone. Di contro, per il Commissario questo organo è totalmente superfluo. Ci sono due visioni del mondo, chi pensa che il mutamento possa avvenire dall’interno, e chi dall’esterno. Anche quando ci si occupa di politica ci si dimentica dell’importanza della relazione Uomo-Universo. Koestler ritiene che questa nostra civiltà non stia morendo, ma che stia solo dormendo. Bisogna solo giungere alla conclusione che il vero avversario non è l’intellettuale, ma il ricco. Koestler parlava già di decadenza del Terzo Stato:  > “Noi facciamo la guerra, andiamo in chiesa, onoriamo il re, seguiamo diete > assassine, ci conformiamo ai tabù sessuali, trasformiamo i nostri figli in > nevrotici e i nostri matrimoni in tormenti, opprimiamo e ci facciamo opprimere > – mentre nei testi di psicologia, nei romanzi e nei musei è condensata una > conoscenza oggettiva di un modo di vivere che potremmo forse mettere in > pratica tra decine o centinaia di anni. Nella vita di ogni giorno ci > comportiamo come creature datate, come caricature anacronistiche di noi > stessi. La distanza fra la biblioteca e la stanza da letto è astronomica. > Tuttavia, l’insieme della conoscenza teoretica e del libero pensiero è lì, e > aspetta soltanto di essere raccolto – come i giacobini raccolsero gli > Enciclopedisti”. Mancano gli agenti di collegamento tra il modo in cui viviamo e il modo in cui potremmo vivere, ma chi è comodamente installato nella gerarchia sociale, non sente nessuna spinta verso la libertà di pensiero. D’altronde, perché dovrebbe averla:  > “Non ha nessuna ragione di distruggere i valori che ha accettato, e nessun > desiderio di costruirne di nuovi. La sete di conoscenza è appannaggio > principale delle situazioni in cui l’ignoto è fonte di preoccupazione. Chi è > felice, raramente è curioso. D’altra parte, la grande maggioranza degli > oppressi, dei perdenti, manca di opportunità o di obiettività – o di entrambe > – necessarie a esercitare il libero pensiero”. Koestler ci spiega che c’è una sostanziale differenza tra la classe media e l’intellighenzia, perché la sensibilità e la voglia di conoscere, di cercare e di brancolare nell’ignoto, sono attitudini che presuppongono una certa dose di frustrazione: una specie di moderata infelicità, un armonico squilibrio. C’è un abisso tra lo strato superiore che accetta i valori tradizionali e non prova frustrazione e lo strato inferiore che ne prova fin troppa, al punto da essere paralizzato o di scaricarla in crisi convulsive:  > “Per chi è soddisfatto, pensare è un lusso; per chi è frustrato, una > necessità. Fintanto che esisterà l’abisso fra riflessione e tradizione, tra > intuizioni teoriche e pratica concreta, il pensiero sarà necessariamente > orientato dai due poli della distruzione e dell’Utopia”. Come scrive Koestler, nei prossimi anni non si tratterà più di scegliere tra capitalismo e rivoluzione, ma di salvare qualche valore democratico e umanitario, o di perderli tutti; per evitare che questo avvenga, bisogna aggrapparsi più che mai al libero pensiero. Proprio quello che diceva anche Max Stirner ne L’unico e la sua proprietà, dove il nemico mortale dello Stato era considerato proprio il volere dell’individuo, la valorizzazione di sé stessi. Cosa rimane se nulla è di nostra proprietà? Non rimane nient’altro che ciò che è in mio potere:  > “I miei pensieri, che non hanno bisogno di sanzione, bene placito o grazia > alcuna, costituiscono la mia vera proprietà, una proprietà di cui posso far > commercio. In quanto miei, infatti, e se sono mie creature io posso scambiarli > con altri pensieri: io li do via in cambio di altri, che diventano così la > nuova proprietà che io mi sono acquistato”.  Koestler parlava già di un’Europa unificata, affratellata e socialista, ma era già ben consapevole di come chi la pensasse in questo modo cominciasse a sembrare un po’ stupido. Sapeva già che la fine della guerra avrebbe portato a una vittoria dei conservatori che non avrebbe risolto nessun problema delle minoranze, né trovato un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico. La fine della Seconda guerra mondiale portò un enorme sollievo temporaneo, assicurò un minimo di libertà, e la salvezza di milioni di persone, sicurezza e dignità:  > “Spero, credo, che questo sia un anacronistico rattoppo, se sarà fatto a > regola d’arte, lascerà respirare l’Europa almeno per una ventina d’anni, > dandole la possibilità di evitare il prossimo, fatale salto nel vuoto. In > altre parole, cominciamo a renderci conto che questa guerra non è il > cataclisma finale, né il combattimento ultimo fra le forze delle tenebre e > quelle della luce, ma forse soltanto il principio di una nuova serie di > compulsioni che si svilupperanno su un periodo di storia più lungo di quanto > non avessimo pensato in origine, fino alla nascita di un mondo nuovo. Il > nostro compito sarà quello di usare questo periodo di respiro nel miglior modo > possibile. E, incidentalmente, di ringraziare ogni mattina che ci svegliamo > senza una sentinella della Gestapo sotto la finestra”. La verità è che ci stiamo abituando a vivere in una sorta di Apocalisse perenne. Koestler ha detto che la disfatta, a dosi massicce, è una droga pericolosa che crea dipendenza. E noi stiamo vivendo in un periodo di caos con conseguente crollo dei valori tradizionali di una civiltà in attesa della fine dell’interregno. Nascerà un nuovo fermento globale, non un nuovo partito, forse una setta, “un irresistibile stato d’animo mondiale”. E tutto ciò segnerà la fine di questa epoca storica.  Koestler scriveva che forse potrebbero esserci ancora uno o due guerre mondiali, ma non una dozzina, e che il mondo nuovo non sarà quello di Huxley:  > “Hitler ha il merito storico di averci immunizzati contro le utopie > totalitarie, come una dose di vaccino anti-colerico rende immuni dal colera. > Non voglio dire che non ci saranno tentativi simili in altre parti del mondo > durante gli anni di interregno, ma saranno episodi isolati, sintomi > dell’agonia dell’era che muore”.  Questo nuovo mondo porterà anche a ristabilire un equilibrio tra valori razionali e valori spirituali. Ma prima, questo interregno “sarà un’epoca di angoscia e di stridore di denti”, dove i pessimisti si dovranno dedicare all’azione. Questo nuovo movimento non nascerà da una certa classe operaia o dai liberi professionisti, ma “arriverà certamente dalle file dei poveri, di coloro che più hanno sofferto nell’attesa. Il loro scopo principale sarà quello di creare delle oasi nel deserto dell’interregno”. D’altronde, di cosa si parla in giro? Di cosa parla il Quarto Stato? Non parla di Gaza e della Palestina, non parla nemmeno delle ciclabili. Di cosa si parla in giro? Di cosa parlano i quarantenni e i trentenni di oggi? Gli amici operai che ho rivisto quest’estate nelle Marche, non i fighetti milanesi, ma il cuore della (ormai ex) sinistra dell’Italia centrale, non i populisti. No, non parlano di fascismo, parlano del fatto che noi, la pensione, non la vedremo mai. Parlano del fatto che se ci ammaliamo e non possiamo andare a lavorare, non mangiamo. Parlano del fatto che gli stipendi sono ridicoli, che i figli hanno professori che non fanno più un tubo perché hanno (di nuovo) stipendi ridicoli e perché a ogni nota o richiamo si ritrovano gli avvocati pronti a fargli il culo. Parlano del fatto che la direttiva “case green” dell’Europa metterà in ginocchio tutti, ma proprio tutti. Parlano del fatto che di noi, gente senza figli anche per scelta, non si occuperà nessuno, che saremo soli, senza soldi, senza casa e senza pensione e magari pure con un’aspettativa di vita di cento anni (speriamo di no!). Parlano del fatto che magari la erediterai pure la casa della nonna o del papino, ma poi, come mangi? Parlano del fatto che i borghi sono vuoti, che non esce più nessuno, che i ragazzi stanno chiusi in casa a giocare ai videogiochi o a stare sui social. Parlano del fatto che per le donne è sempre più difficile trovare un uomo, perché non c’è più in giro nessuno, perché son tutti divorziati o scoppiati, perché si cerca solo il sesso, perché stanno tutti sulle App, e chi c’ha voglia di usare le App, a quarant’anni, dai. Parlano del fatto che se fai un figlio (uno, per carità!) ti chiudi in casa e basta, perché tanto non c’hai soldi, perché ti passa la voglia di fare tutto, perché sei stanco. Parlano del fatto che quasi quasi se muori è pure meglio, basta che sia fulminante, sia mai che poi c’è da pagare il mutuo per chissà quanto altro tempo. Parlano del fatto che se sei single e ti devi pagare l’affitto da solo, è meglio che muori, come sopra. Sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra la passionalità e la spiritualità, perché anche la politica non diventi più cieca della fede. Koestler ci racconta che in passato i movimenti rivoluzionari avevano sempre avuto una base religiosa o quantomeno legami con essa. Fu durante la Rivoluzione francese che cambiò tutto; fu lei a porre un attacco frontale non solo contro il clero ma contro Dio, ma gli ideali e i principi possono colmare il vuoto solo per un breve periodo.  Il socialismo di Marx nacque proprio sulle basi di questa illusione: che la totale razionalità potesse sostituire l’oppio dei popoli, la religione:  > “Così, mentre nella sfera materiale gli effetti cumulativi dei tentativi della > sinistra portarono a un lento e costante miglioramento delle condizioni > sociali, gli effetti cumulativi nella sfera psicologica furono frustrazione di > deduzione crescenti. Nulla rimpiazzava la fede totale perduta, il credere in > una realtà superiore, in un sistema fisso di valori etici. Il progresso è un > mito superficiale, perché le sue radici non sono nel passato, ma nel futuro. > La sinistra perdeva sempre di più le proprie radici emotive. La linfa vitale > si inaridiva. […] Siamo stati amputati della fede nella sopravvivenza > individuale, nell’immortalità di un Io che amiamo e odiamo più profondamente > di ogni altra cosa, e la ferita di questa amputazione non si è mai > cicatrizzata. Essere ucciso sulle barricate o morire martire della scienza ci > dà un certo compenso; ma l’uomo travolto dal tram o il bambino annegato? > L’uomo medioevale aveva una risposta a questa domanda. Quello che appare come > un accidente fa parte di un disegno superiore. Il destino non è cieco; > tempeste, eruzioni, alluvioni e pestilenze, tutto obbedisce a un piano > misterioso; lassù ci si occupa di voi. Cannibali, eschimesi, e cristiani: > tutti hanno una risposta a questa domanda tra le domande che, seppur repressa, > derisa, nascosta con imbarazzo, rimane ancora, in fin dei conti, la regola > ultima e decisiva delle nostre azioni”.  Quello che sembra rispondere la sinistra riguardo a un uomo investito da un tram? “In un sistema dei trasporti perfettamente socialista, non ci saranno incidenti”. Ed ecco la politica diventare settaria, chiudersi in piccoli circoli, dove l’importante è mantenere ben salda la propria opinione, anche se sbagliata. Una resa incondizionata delle facoltà critiche, sintomo della perdita totale del ragionamento. L’importante è non avere dubbi, perché creano nevrosi:  > “In queste circostanze, quasi tutte le discussioni pubbliche o private con i > drogati del mito sono votate al fallimento”.  Il dibattito è rimosso, l’obiettività sotterrata, gli argomenti accettati solo se si adattano al sistema. Perché l’esperienza della libertà richiede troppo sforzo e attenzione, una presa e un uso di coscienza. Come scriveva anche Max Stirner ne L’unico:  > “Un partito, di qualunque natura esso sia, non può non pretendere una > professione di fede. Il principio del partito, infatti, deve essere creduto da > parte dei suoi membri, che non devono porlo in dubbio o metterlo in questione: > esso deve valere per loro come cosa certa e indubitabile. Questo significa che > bisogna darsi a un partito anima e corpo, se no non si è veramente uomini di > partito, ma invece più o meno egoisti”. Non ci si auspica un ritorno a un Cristianesimo cieco come quello delle Crociate, che infatti cristianesimo non era, ma di tornare a comprendere che solo il mistero è la Spiegazione di tutte le cose, una Spiegazione, come ricordano i mistici, che non può essere formulata e capita in questo nostro piano umano. Illudersi che possa farlo la politica è il danno più grande che si possa fare all’umanità. Dio non è un Dio matematico ma al massimo è un Dio mistico.  Prima di Cristo, gli schiavi non erano solo schiavi, i poveri solo poveri e le puttane solo puttane? Non è stato Cristo, se ci pensiamo, ad aver inventato l’amore? Dopo di lui, tutti hanno potuto essere uguali, per la prima volta, e avere gli stessi diritti e lo stesso valore, qualcosa d’inconcepibile e inaccettabile.  C’è un libro che ho amato molto di Steven Pinker, Il declino della violenza, un saggio che passa in rassegna i secoli della nostra storia, il racconto di come era lecito uccidere, torturare violentare, fare qualunque cosa andasse contro il diritto e la dignità umana. Pinker dà il merito di questo alla scienza, alla scolarizzazione, alla cultura, all’agglomerato urbano che divenne il fulcro della civiltà, ma si dimentica il messaggio di Cristo. Tutti tendiamo a confondere la chiesa con il cristianesimo, i cattolici con i cristiani. I danni fatti dai cattolici nessuno li ha perdonati e probabilmente non li perdonerà mai. A causa di questo, però, si è perso e dimenticato il messaggio dei Vangeli: l’amore. Qualcosa che prima non esisteva. Cristo insegnava ad amare anche il proprio nemico. Questo messaggio d’amore non può essere sostituito da nessun dogma politico, nemmeno i dogmi religiosi, che nulla c’entrano con il cristianesimo. La politica propone un amore all’acqua di rose, non un amore travolgente, di quelli che ti porta a lasciare tutto in nome di quell’amore. Nemmeno il buddhismo si avvicina al concetto di amore, perché la vita non è considerata gioia ma sofferenza, qualcosa di cui liberarsi, non di cui godere nel rispetto di tutti. A un certo punto il buddhismo Mahāyāna si presentò come una sorta di Vangelo, a differenza del buddhismo Theravāda, che rimase più “biblico”, nel senso di rigoroso ed “egoistico”. Ma, al posto dell’amore, il Mahāyāna inserì la compassione, qualcosa di diverso e di lontano dall’empatia, e, soprattutto, distante anni luce dal concetto di amore. La Spiegazione, come la chiama Koestler, oggi ha perso il suo carattere rassicurante, si cerca solo di trasformare lo sconosciuto in conosciuto e l’estraneo in familiare, eppure, la stessa fisica non è di questo mondo, non può essere spiegata e capita totalmente con le forme che conosciamo della fisica classica, perché essa “esiste a un livello differente di organizzazione, i cui rapporti e le cui relazioni non possono ridursi, né essere previsti sul piano del macrocosmo”.  Quindi, arrivare a una Spiegazione completa del mondo non è possibile col metodo della misurazione quantitativa, così come non funzionano le spiegazioni teologiche del passato:  > “In altre parole, la libertà del tutto è il destino della parte; il solo modo > per comprendere il destino è quello di comprendere che si è parte di un tutto. > È precisamente ciò che dice il mistico. Questo non significa che il misticismo > abbia vinto sulla scienza, ma soltanto riconoscere i limiti della scienza > all’interno dei suoi propri termini di riferimento”. Ridurre tutto soltanto a un’ossessione verso i valori etici, rischia di farci crollare nel nichilismo. La soluzione è applicare i valori della contemplazione passiva all’azione pratica. Una sintesi tra il santo e il rivoluzionario. Una contemplazione che liberi dagli ostacoli dei condizionamenti, che non si riduca in quietismo ma nemmeno in entusiasmo fanatico.  Koestler riconobbe i limiti della scienza, che dovrà lasciare spazio all’altra via di conoscenza. Il metodo quantitativo ha già raggiunto lo stato di saturazione, l’unica via ancora percorribile è quella dell’approccio verticale:  > “Raggiungere l’una senza perdere l’altra è forse il compito più difficile e > necessario che la nostra specie abbia mai affrontato. Ma le pie esortazioni > non bastano. Per ritrovare la metà perduta della nostra personalità, la > totalità e la santità dell’uomo, bisogna apprendere l’arte e la scienza della > meditazione; ma per apprenderla bisogna che ci sia chi l’insegni”.  Queste le parole profetiche di Koestler, che sembra aver previsto l’arrivo e la diffusione virale della pratica della meditazione in Occidente in questi tempi moderni:  > “Ma non si può lasciare questo compito alla ciarlataneria dello Yogi da > giornali, e neppure a filosofi illuminati che dispensano un minimo di > informazioni sulla tecnica del respiro, con un massimo di enfasi oscurantista. > […] La contemplazione sopravvive soltanto in Oriente e all’Oriente dobbiamo > rivolgerci per impararla; ma abbiamo bisogno di interpreti qualificati e > soprattutto di una reinterpretazione che usi il linguaggio e i simboli del > pensiero occidentale. Le sole traduzioni sono inutili. Salvo per chi possa > dedicarvi tutta la propria vita, e per gli snob. I Veda mi annoiano a morte e > il Tao per me non ha alcun senso”.  Addirittura, Koestler si augura che si possa cominciare a insegnare la meditazione nelle scuole, cosa che sta realmente avvenendo grazie alla mindfulness:  > “Non per produrre degli eccentrici, ma per restituire all’uomo la sua > integrità. E abbiamo tutte le ragioni di desiderarlo seriamente. La crisi > della Spiegazione ha trovato la sua più violenta espressione nella crisi > dell’etica nella sua proiezione politica”.  La salvezza della civiltà europea per via (forse) di un’altra guerra totale, dipende proprio da questa sintesi tra il santo e il rivoluzionario:  > “Non c’è bisogno di un grande acume per rendersene conto, e soltanto l’inerzia > della nostra immaginazione ci impedisce di crederci – così come in tempo di > pace non crediamo che possa mai scoppiare una guerra, e durante la guerra non > crediamo che ci sarà di nuovo la pace. Dietro la voce di Cassandra della > ragione, c’è in noi un’altra voce soddisfatta e sorridente, che ci sussurra > all’orecchio la dolce bugia che non moriremo mai, e che domani sarà come ieri. > È tempo di imparare a non credere più a questa voce”. Dejanira Bada L'articolo Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla trappola di una vita impossibile proviene da Pangea.
February 10, 2026 / Pangea
Cinema, marxismo e dinamite: Sergio Leone, il regista rivoluzionario
Giù la testa è un film del 1971, il penultimo di Sergio Leone e il più ambiguo di tutta la sua filmografia. È un western atipico, incentrato sulla Rivoluzione Messicana, che ha per protagonisti due personaggi che apparentemente hanno ben poco a che fare con quello specifico contesto rivoluzionario: un bandito maldestro e straccione di nome Juan Miranda, e John H. “Sean” Mallory, un dinamitardo irlandese colto e istruito, con un passato tra le file dell’IRA. È un film sulla rivoluzione, girato in un periodo contraddistinto dal crollo degli ideali rivoluzionari, quindi figlio del proprio tempo. Non è un caso, infatti, che questo film sia stato pensato e girato da un regista italiano che, seppur contraddistinto da un apparente distacco nei confronti della realtà socio-politica in cui viveva, deve avere senz’altro colto l’aria che si respirava in un Paese in cui, il 12 dicembre 1969, i movimenti studenteschi e operai avevano visto drammaticamente crollare le proprie rivendicazioni in seguito agli attacchi terroristici di piazza Fontana.  Con questo film Sergio Leone inserisce un tassello fondamentale nel processo di crescita creativa che ha caratterizzato tutta la sua produzione, realizzando un collegamento tra il Mito (il Far West) e la Storia (la Rivoluzione), e donando al pubblico il suo film più smaccatamente politico. Questo scarto è riscontrabile anche dal punto di vista prettamente tecnico. Pur rimanendo fedele ai suoi famosi primi piani, rispetto ai film precedenti Leone utilizza molti più campi lunghi, dando l’impressione di voler creare un film corale e, dunque, restituire un affresco storico carico di implicazioni sociali e politiche. Da questo punto di vista, l’ultima scena del film è emblematica. Purtroppo, è necessario rivelare il finale per chiarire il concetto, quindi, si suggerisce a chi non ha visto il film e non ha intenzione di rovinarsi la sorpresa di non leggere i paragrafi successivi.  Dopo aver tentato di rapinare la banca di Mesa Verde, e aver sottratto non soldi ma prigionieri politici, Juan e Sean si lasciano coinvolgere più profondamente nella rivoluzione e si ritrovano a combattere contro le truppe del colonnello Günther Reza, un brutale ufficiale governativo. Durante la battaglia finale, Sean viene ferito dal capo delle truppe governative e decide di sacrificarsi per salvare Juan. Nell’ultimo fotogramma prima dei titoli di coda, mentre viene inquadrato mediante un primo piano di grande intensità, la voce fuori campo di Juan pronuncia le parole chiave del film: “e adesso io?” Benché ermetiche, le ultime battute del bandito messicano nascondono la chiave interpretativa di tutto il film. L’epilogo di Sean sembra infatti essere la scintilla che accende la coscienza politica del rozzo brigante messicano interpretato da Rod Steiger. Gli eventi a cui ha preso parte e il rapporto instaurato con l’intellettuale irlandese gli hanno permesso di maturare e di passare dallo stato di bandito individualista e opportunista a quello di rivoluzionario che ha sposato una causa collettiva di alto valore morale. In questo senso, Leone sembra comunicare allo spettatore un messaggio di stampo prettamente marxista: la Rivoluzione è il motore della storia e, con la sua forza trasformativa, può cambiare le società. Tale chiave di lettura è confermata dalla citazione di Mao Tse Tung in apertura del film:   > “la Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un > disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e > delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di > violenza.” Ad avvalorare tale interpretazione, però, è anche il rapporto che si instaura tra i due protagonisti del film. Sean, interpretato da un azzeccatissimo James Coburn, è un rivoluzionario deluso, un intellettuale che ha dedicato la propria vita alla lotta collettiva e che non ne può più di quelli che “leggono i libri [che] vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento.” Sean ha sperimentato sulla sua pelle la violenza che la rivoluzione inevitabilmente comporta e che investe principalmente i “poveracci”, quelli che, fomentati dagli intellettuali, pagano col sangue la lotta armata. La sua, quindi, è una visione della rivoluzione decisamente pessimista. Così come lo è, evidentemente, quella di Sergio Leone, il quale, probabilmente, dopo aver assistito con grande disillusione alla fine degli ideali che avevano animato i primi settant’anni del Novecento, ha deciso di mettere in scena un dramma crepuscolare carico di riflessioni politiche.  Tuttavia, le dinamiche relazionali che Juan e Sean instaurano, ad un’analisi più approfondita, lasciano trasparire un velato ottimismo da parte del regista: Leone, infatti, sembra dire che gli intellettuali (rappresentati da Sean) possono svolgere un ruolo cruciale nella formazione della coscienza di classe del popolo (rappresentato da Juan), ma per farlo devono mantenere un rapporto diretto con le masse, devono avventurarsi con e in esse, onde evitare di diventare una classe privilegiata distante dalla realtà concreta. Ed è esattamente ciò che fa Sean, immergendosi nel mondo straccione e degradato di Juan Miranda, e accompagnandolo, però, tramite un percorso di emancipazione sia fisico che morale, verso la rivoluzione.  L’epilogo del film sottolinea con grande enfasi questo messaggio: il sacrificio di Sean, per quanto inutile ai fini della battaglia contro le truppe governative, permette a Juan, e di conseguenza al popolo, di prendere coscienza della propria condizione e di sviluppare una coscienza rivoluzionaria. La domanda retorica di Juan con cui il film si chiude ha, quindi, una duplice valenza: da un lato lascia trasparire lo spaesamento del popolo di fronte alla perdita della guida intellettuale, dall’altro, invece, sottintende la volontà di proseguire la lotta con maggiore consapevolezza, seppur con quella paura di affrontare il mondo che tipicamente contraddistingue gli orfani.  In questo senso, il messaggio di Leone sembrerebbe ancora più esplicito: l’emancipazione delle masse può essere possibile solo mediante il sacrificio, in senso sociale, degli intellettuali, e la rivoluzione potrà realizzarsi solo se le classi dominanti saranno disposte a sacrificarsi in nome dell’indottrinamento del popolo. Da questo punto di vista, Giù la testa può essere interpretato come il testamento politico di Leone. Il regista romano sembra dirci che il marxismo ha fallito perché le classi dirigenti, decidendo di non rinunciare ai propri privilegi, non sono state in grado di comprendere la complessità della realtà delle masse. Viene inevitabilmente in mente il pensiero di Antonio Gramsci, il quale aveva individuato negli intellettuali “l’anello mancante del materialismo storico”, perché è la loro attività a determinare i rapporti tra le classi e i gruppi sociali.  Di certo, fa un certo effetto sapere che un messaggio di questo tipo provenga da un regista che ha fatto dell’individualismo il tema centrale della propria produzione cinematografica. I suoi eroi sono fondamentalmente dei solitari, dei pistoleri malinconici che riescono a trovare un rifugio dalla durezza del mondo solamente nell’amicizia virile e nel denaro. E, da questo punto di vista, lo sono anche i due protagonisti di Giù la testa. Ciononostante, con questo film Leone sembra aver voluto lanciare un messaggio a quelli che, secondo lui, sono i veri responsabili del fallimento di ogni sogno rivoluzionario: i membri delle classi dirigenti e, più nello specifico, gli intellettuali. D’altronde, fu lui stesso a dire > “quando ero giovane credevo in tre cose: il Marxismo, il potere redentore del > cinema e la dinamite. Oggi credo solo nella dinamite”.  Un epilogo, questo, che spiega perfettamente la cupezza del suo ultimo capolavoro, C’era una volta in America, in cui, invece, l’unico strumento di emancipazione delle masse sembra essere l’acquisizione, con ogni mezzo possibile, di denaro, anche a costo di sacrificare l’unico rapporto capace di dare senso alle vite dei suoi personaggi, vale a dire l’amore, in senso sia romantico che amicale.  In definitiva, Giù la testa si configura come un’opera complessa e stratificata, ben lontana dalla semplice etichetta di “western atipico” che nel tempo gli è stata affibbiata. Attraverso la lente della Rivoluzione Messicana e la dinamica tra un rozzo bandito e un intellettuale disilluso, Sergio Leone offre una riflessione amara e disincantata sul fallimento degli ideali rivoluzionari, pur lasciando intravedere una flebile speranza nel potenziale trasformativo della coscienza popolare, innescata dal sacrificio delle élite intellettuali. Il film si erge così a testamento politico di un regista che, pur provenendo da un universo cinematografico apparentemente distante da tali tematiche, dimostra una lucida consapevolezza delle dinamiche socio-politiche del proprio tempo, consegnando al pubblico un’opera potente e ancora oggi attuale, capace di stimolare una profonda riflessione sul significato di rivoluzione, sul ruolo degli intellettuali e sul destino delle masse. Un film estremamente attuale che, oggi più che mai, potrebbe essere utile trasmettere nelle sezioni di più partiti.   Alessandro Lugli L'articolo Cinema, marxismo e dinamite: Sergio Leone, il regista rivoluzionario proviene da Pangea.
May 13, 2025 / Pangea