Il 9 luglio del 2025 Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, compie cento
anni. Un po’ Sfinge, un po’ menhir è lì, memoria stilita, memoria petroglifo, a
sigillare lo stigma del padre. Mary, col suo dire fermo, pieno di meli e di
vespe, pare un monito. Il padre, ‘Ez’, il poeta che si è fatto carico – come
profeta, maestro, pioniere, lottatore – del Novecento (e forse della ‘fine’
della letteratura per come l’abbiamo conosciuta, sfinendola), è nato
nell’ottobre del 1885; quarant’anni fa Mary pubblicava la ‘sua’ prima edizione
dei “Cantos” nei ‘Meridiani’ Mondadori. L’introduzione – in impeccabile
‘distanza’ – attaccava così: “The Cantos: poema scritto in pubblico, ma anche
poesia chiusa. Dai trovatori Pound ha imparato a coprire le proprie tracce. E
più i giri si volgono verso il centro di sé e della sua tribù, più si imbozzola.
Ma per chi riesce a rompere il guscio è un entrare nella ‘ghianda di luce’, un
reggere ‘la sfera di cristallo’”. Un poema che riassuma azione e divinazione,
tenacia e teurgia, storia e mito, assiduità e assurdo. Che impresa vertiginosa.
I giorni di Mary paiono consustanziali a quelli del padre: qualcosa che ha a che
vedere con il patto. Investita del compito di penetrare i “Cantos”, la ragazza
ha tremato, tumultuoso il sì, consapevole che ogni investitura è crocefissione.
Pound ha unito in sé Provenza e Giappone, Usa e Cina, eppure, di biblica essenza
è tale paternità.
Ad ogni modo. Qui si ricalca il reportage di un viaggio compiuto a Brunnenburg,
alla corte di Mary: fu stampato, in origine, tempo fa, sul “Giornale”. Mantiene
una sua stremata ‘autenticità’. L’ultima volta, ho sentito Mary lo scorso anno:
parlammo di Pound e del Giappone, del desiderio di tradurre i suoi drammi No;
lei, la ragazza, citava Aristotele – cento anni sono un soffio per chi levita
sui millenni.
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La fine è una luna enorme, davanti all’autostrada, simile al calcagno di Dio.
Rimini-Brunnenburg andata e ritorno. In un giorno. Agosto luciferino. Oltre
novecento chilometri. Abbiamo sorbito il tè con la Storia della letteratura.
Tanto basta.
Accompagno Walter Raffaelli nel forte dei principi de Rachewiltz, appena sotto
Castel Tirolo, dove abita Mary, la figlia di Ezra Pound. Dopo Vanni Schewiller,
Raffaelli è l’editore poundiano per antonomasia: ha pubblicato testi di Ezra, le
poesie di Mary e della figlia Patrizia, i libri del marito di Mary, l’egittologo
Boris. Il castello dei de Rachewiltz è arpionato alla roccia come un urlo. La
strada per arrivare è ripida, intitolata – vivaddio – a Pound. Pochi elementi,
però, entrando nella dimora, arcigna, ricordano il poeta. Un manifesto racconta
un ciclo estivo di concerti; l’ingresso è per il Museo agricolo. Da un’aiuola
sbuca la faccia di Pound scolpita da Gaudier-Brzeska. Al castello sono ospiti
dei musicisti: nastri sonori avvolgono chi entra. Mary sbuca all’improvviso da
una porta laterale. Minuta ed energica, classe 1925, un sorriso ampio come un
balcone di gerani e quegli occhi, azzurri e spogli, che pietrificano i ricordi.
Ci conduce per una scala a chiocciola. Sulle pareti, schizzi vorticisti tratti
da “Blast”, la rivista creata da Pound insieme a Wyndham Lewis. Più tardi
sorbiremo il tè su una teca di vetro. Sotto le tazze, piccolissimi monili egizi,
occhi, orecchini, pettini, divinità enigmatiche, che adornavano tombe di tremila
anni fa.
«Vuole accomodarsi sulla sedia di William Butler Yeats o su quella di Ezra
Pound?». Un senso d’inferiorità rende le mie ossa acciaio. Per il momento resto
in piedi. Da una parte c’è il ritratto di Pound fatto da Rolando Monti: il
poeta, davanti al mare ligure, cammina in avanti, bruscamente, con la mano
sinistra in tasca, ma guarda, severo, indietro. Sotto, libri di Pound in tutte
le lingue del pianeta. Una parte della libreria è dedicata alle pubblicazioni di
Pound in italiano. Dalla stanza, un bunker in cui si è frenato il tempo, la
vista sulla valle di Tirolo è vertiginosa. «A mio padre non piacevano le case né
i nidi», mi dice la figlia, che alternativamente chiama Pound «Pound» o «mio
padre». «Secondo lui le case erano inutili. Un uomo, diceva, non ha bisogno di
case, ma di due valigie. Una per i vestiti. L’altra per i libri». La cassa dei
libri di Pound, in legno, c’è anche quella, griffata «Ezra Pound, Rapallo». Su
una parete, il calco dei visi del poeta e di Olga Rudge, l’amata, la madre di
Mary. Su un tavolo, la copia dell’Ulisse di James Joyce dedicata a Pound.
Insieme a Mary, ci accompagna nella discussione la figlia Patrizia. Più tardi,
all’uscita, incrocio l’altro figlio, Siegfried, che cavalca la bicicletta manco
fosse uno stallone. «Pound qui non stava bene», dice, sibilando, Mary.
Dopo dodici anni di reclusione nel manicomio criminale di St. Elizabeths,
Washington D.C., nell’estate del 1958, Pound attracca in Italia, a bordo della
“Cristoforo Colombo”. Va a stare da Mary e da Boris, nel castello tirolese,
vasta solitudine di campi verdi, rocce in picchiata, gelo. «Mio padre è e resta
un americano: aveva bisogno di spazio. Qui sentiva freddo. Questi luoghi gli
trasmettevano una certa angustia intellettuale. Cominciò a fare il processo a se
stesso, visto che non fu mai processato. Si accusava, si interrogava se avesse
sbagliato tutto… La gente non può immaginare, ma per sopravvivere nel campo di
prigionia a Pisa, prima, e poi al St. Elizabeths, Pound ha dovuto concentrarsi
totalmente sul suo lavoro. Altrimenti, sarebbe impazzito». Quelli del ritorno
sono anni durissimi per il poeta.
> «Non riconosce più l’Italia che ha lasciato anni prima. Gli crolla
> letteralmente il mondo addosso. La morte di Ernest Hemingway e di Hilda
> Doolittle nel 1961, quella di E.E. Cummings nel 1962, di William Carlos
> Williams nel 1963, di Thomas S. Eliot nel 1965… Pound vede morire tutti i suoi
> amici, vede disintegrarsi un’epoca».
Mentre Mary parla appaiono e scompaiono nella stanza i volti di quegli uomini
che hanno cambiato la letteratura occidentale. Di fianco a Mary si spalanca una
nicchia con la biblioteca consultata da Pound. Mi accompagna. I libri sono
coperti da una carta trasparente. Estrae alcuni volumi, una storia della Cina
antica, in francese. «Nel 1940 Pound pubblica i Cantos LII-LXXI, quelli relativi
all’epica cinese e agli scritti di John Adams. Vede, Pound a Rapallo, in quegli
anni, non faceva il fascista, studiava…». Che fine ha fatto quel mondo, gli
Eliot, i Joyce, gli Hemingway, quella energia? Oggi la cultura è mercanteggio di
sciocchezze. «Cosa la stupisce? Dopo l’epoca di Dante sono dovuti passare secoli
per avere un Leopardi!». Risposta rotonda. «E poi, io non voglio uscire da
questa stanza, sono nel pieno di quell’era, di quegli istanti, lo capisce?». Lo
capisco, certo. Anch’io vorrei annegare qui.
Ezra e Mary
Quest’anno, un ennesimo anniversario poundiano. Il rammarico di Mary si
percepisce, vivo come un fuoco, sotto pelle. «Spererei che Mondadori pubblicasse
un’edizione economica dei Cantos, per rendere più accessibile l’opera di Pound».
Invece niente. «Il problema è che per non incorrere nelle accuse di fascismo
bisogna sempre mascherare Pound con un involucro sufficientemente grande. Magari
parlarne con altri autori, in contesti più ampi». Quando Mary se ne esce,
«vorrei fondare una Repubblica poundiana!», ci zittiamo tutti. Parla piano, con
accuratezza. «Pretendo che qualcuno, il governo degli Stati Uniti d’America, un
gruppo di Università americane, restituisca a mio padre la personalità
giuridica. Dal 1945, quando, senza processo, fu internato al St. Elizabeths,
Pound non ha più riavuto i suoi diritti civili: e cos’è un uomo privo di
diritti?». Più che l’ira, la rassegnazione colora il viso di Mary, sulle cui
spalle grava un secolo di grande letteratura. Gli ultimi anni di Pound replicano
il silenzio – «che equivale a una dichiarazione di non-colpevolezza» – opposto
in quel 1945 alle autorità americane.
> «Negli ultimi anni mio padre non parlava con nessuno. Una fotografia lo
> ritrae, magrissimo, davanti a una rosa. Un articolo di Indro Montanelli, che
> in passato non era stato molto gentile con Pound, lo descrive a Venezia, in
> un’aula piena di persone, forse un’ambasciata, seduto, che gioca con un
> gatto».
L’articolo di Montanelli, Pound, uscì sul “Corriere della Sera” l’11 aprile del
1971. L’episodio ricordato da Mary è raccontato in questo modo dal grande
giornalista:
> «In salotto, si rimise sul divano al suo posto di esule e risprofondò nella
> sua lignea immobilità. Di vivo, c’erano solo le mani, che continuamente si
> cercano e auscultano, ma con dolcezza e senza orgasmo. Esse sembravano
> esercitare non so quale ipnotico potere su Crim, la gattina siamese di
> Liselotte che, accucciata ai suoi piedi, le fissava con le pupille dilatate da
> una folle stupefazione. Poi, scalato il sofà con un soffice balzo, cominciò a
> leccargliele. E infine vi si raccolse facendone la sua cuccia e reclamandone
> la carezza. Per un poco, Pound subì. Subì anche lo sguardo della bestiola che
> gli teneva gli occhi negli occhi, unica fra tutti noi a non sentirsene
> turbata. Poi la prese delicatamente per la collottola e la rimise accanto a
> sé. Ma Crim non si diede per vinta e ricominciò la sua morbida insinuante
> ascensione dal cuscino alle ginocchia di Pound e dalle ginocchia alle braccia,
> fra le quali si accoccolò. Tutti seguitavano a parlare, ma senza distogliere
> lo sguardo da quel muto dialogo – forse un idillio, forse un duello – fra Ezra
> e il gatto».
>
> (L’articolo è accolto in: E. Pound, È inutile che io parli. Interviste e
> incontri italiani 1925-1972, De Piante, 2021)
Alcuni taccuini mostrano la poesia estrema di Pound, quella dei Drafts and
Fragments. Scrittura minima, obliqua, confusa. Orfica. «Oggi finirei i Cantos in
un altro modo…».
Sono venuto fin quassù per capire questo. Dove finiscono davvero, in quella
turba di note dalla grafia oracolare, i Cantos? «Le ipotesi più veritiere sono
tre. I Cantos terminano con la frase “ma la bellezza esiste”, che non è
confluita nel poema. Oppure con “Un po’ di luce, come un barlume/ ci riconduca
allo splendore”. Infine, ed è la fine che preferisco, il capolavoro di Pound si
blocca su questo verso: let the wind speak, lascia che parli il vento». Il
poeta, a quel punto, non ha più verbo né voce: è realizzato.
*In copertina: Ezra e Homer Pound insieme a Mary
L'articolo “Ci riconduca allo splendore”. Alla ricerca di Ezra Pound. Ovvero, in
gita da Mary proviene da Pangea.