La Cabala luriana – il complesso sistema elaborato nel XVI secolo da Isaac Luria
– ha tra i suoi pilastri la “rottura dei vasi”: le luci delle Sephirot, i dieci
attributi di Dio, sovrabbondano, frantumano i contenitori in cui sono raccolte,
i cocci crollano in questo mondo, il più infimo dei cinque postulati dal
misticismo ebraico. La divinità, così, è in esilio; allo stesso modo dei sistemi
gnostici – che raccontano il precipizio della luce, il suo assottigliarsi su
questa terra, il dispiegarsi dell’uno nei molti – “Luria riferisce sulla caduta
delle ‘scintille di luce’ dal regno divino nelle profondità… Questa rottura dei
vasi è l’evento decisivo del processo cosmico. In conseguenza di essa tutte le
cose in qualche misura portano in sé una frattura, e ogni cosa esistente ha una
certa manchevolezza” (così Gershom Scholem nel suo studio canonico, Le grandi
correnti della mistica ebraica, Einaudi, 1993, p.277).
A dire di Harold Bloom, che con genio a tratti sopraffino ha ‘confuso’ la
scienza letteraria con la pratica mistica, le opere dei grandi scrittori e dei
grandi poeti sono affini a quelle “scintille di luce”: sono elementi di
“redenzione”, intesi a “ristabilire il tutto originario” (movimento che nella
Cabala si chiama Tiqqun). Al di là dei vieti esoterismi – buoni a far
sfarfallare fumo su raro arrosto –, Bloom aveva un’idea della letteratura
sostanzialmente sapienziale (si legga, ad esempio, Rovinare le sacre verità,
Garzanti, 1992; Abscondita, 2022). Suona strano ripeterlo oggi quando la
letteratura è, per lo più, presa per materia vile, inadatta al processo
spirituale, a tramutare il cuore – tumulato dal grigiore intorno – in libellula
o lupo. Secondo Bloom, invece, i grandi libri – quelli che lui installava in
un canone per salvaguardarli dagli accademici giacobini della mediocrità –
permettono grandi scoperte: insegnano a vedere cose altrimenti invisibili, ad
ampliare i confini del nostro immaginario, a liberarci dalle imposture
dell’‘attualità’. Infine, i grandi libri avviano a scelte insolite, rendono
probabile l’impossibile, addestrano a vivere nell’imprevisto. Altrimenti, la
letteratura confina con il consueto, perimetra il noto: consola, intrattiene, ci
tiene legati a questa terra. È maceria infima. Su grandezze opposte, viaggia la
letteratura ‘demoniaca’, affine agli inferi – ma non è il tema di questo
articolo.
Oziosi esempi. I romanzi di Thomas Mann, i racconti di Franz Kafka e le poesie
di Georg Trakl dilatano i nostri sensi: dopo averli letti, il mondo ha un altro
sapore, la nostra mente levita, il cuore scalpita. Tutto sembra possibile:
l’invisibile è disteso sul comò. Al contrario, leggere tutti i libri odierni
giunti nella cinquina di un alto premio – dunque, pregiudizialmente, ‘roba
buona’ – non sposta di uno iota il nostro essere. Non levitiamo né precipitiamo.
Magari ci siamo divertiti; magari ci si è acceso il cervello, come quando si
fanno le parole crociate.
Esempi manigoldi, dirà qualcuno: è come paragonare la pantera al gatto
domestico. È vero, ritratto il ritratto. Esistono ancora oggi artisti che
dilatano il nostro immaginario e il nostro pensiero. Ne cito alcuni (ciascuno ha
i suoi): Alessandro Ceni, Gian Ruggero Manzoni, Filippo Tuena, Aurelio Picca,
Tiziana Cera Rosco.
Ma non è questo il tema di questo articolo.
Eccolo, il tema. Fino all’altro ieri si pensava che uno scrittore, rabdomante
del verbo, fosse un sapiente. Secondo Harold Bloom – un ‘matusalemme’ morto nel
2019 – Samuel Beckett era uno degli ultimi sapienti: lo apparentava, per visione
del mondo, agli gnostici. Insieme a lui – qualche grado mistico sotto – metteva
Cormac McCarthy e James Merrill, un grande poeta maldestramente ignorato in
Italia. Al suo livello, ma ad altra aspirazione gnostica, metteva Wallace
Stevens, che è forse il poeta statunitense più talentuoso, per energumena mente
lirica, del Novecento.
Torniamo a Beckett. La visione di Bloom è calcata pari-pari dagli autori – Tom
Bishop e Raymond Federman – che cinquant’anni fa, nel 1976, hanno curato per
L’Herne il “Cahier” dedicato a Beckett. Di fatto, in quella rabdomanzia di
interventi, incontri, “testimonianze” e testi, Samuel Beckett è trattato come un
veggente, come un Apollo delle oscurità. Il testo più sgargiante – manco a dirlo
– di quella ammucchiata è di Emil Cioran, che in Quelques rencontres sciorina
l’amnio della sua amicizia con Beckett. L’attacco è memorabile:
> “Per comprendere un uomo separato qual è Beckett, occorre soffermarsi sulla
> locuzione ‘tenere a distanza’, il tacito motto che regge ogni suo istante, e
> ciò che implica, in solitudine e sotterranea ostinazione, sull’essenza di
> essere estraneo e perseguire un lavoro implacabile, senza fine. Nel buddismo
> si dice che chi aspira all’illuminazione dev’essere implacabile come il topo
> che rosicchia una bara. Ogni scrittore degno di nota compie uno sforzo simile.
> È un distruttore che aggiusta l’esistenza, che l’arricchisce sabotandola”.
La porzione più curiosa del “Cahier”, tuttavia, va sotto il titolo Cent
cinquante citations. Per temi – da “La vita” a “Dio”, da “La verità” a “Il
pensiero” – i curatori del tomo hanno raccolto motti e sentenze dall’opera
difforme di Beckett, teatrale e poetica, ipnotica ed epistolare. Ne viene fuori
una specie di Tao di Beckett, una specie di nebuloso Vangelo nero beckettiano,
in cui l’autore espone – con gergo clownesco prima che misticheggiante – le
proprie investigazioni nel niente. A differenza del guru – chiamato a
‘difendere’ un ‘sistema’, a fare accoliti, a trovare fondi – lo scrittore resta
un anti-sistema, uno in preda all’estasi come all’isteria, in pieno
vagabondaggio nell’io e nel suo labirintico eco, un vero hidalgo nel
contraddirsi, un pioniere dell’indicibile.
Per questo – per il suo essere un assolutista di sussurri, un ussaro nel
perpetuo errare – ci è piaciuto tradurre alcune di queste epigrafi, motti incisi
su pietra filigranata da fragilissime elitre. In Beckett, l’esercizio di
spoliazione è marziale: alla fine, all’osso di sé, non c’è premio – ma il sibilo
delle sabbie, l’argomento del serpente.
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Samuel Beckett: motti, aforismi, citazioni
La vita
Ciò che conta è essere al mondo – poco importa la postura, un’impostura finché
siamo su questa terra.
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Ritagliati un regno nella merda universale e cagaci sopra…
*
Sì, credo alle cretinate sull’aldilà – mi riportano nell’aldiquà.
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La morte
No, non rimpiango nulla se non l’essere nato – morire dura a lungo, l’ho detto,
a lungo andare è una fatica.
*
Non mi sfugge nemmeno la possibilità, è ovvio, benché sia avvilente, che sia già
morto, che tutto continui grosso modo come prima.
*
A volte sorridevo – come fossi già morto.
*
…orrore della morte come rinascita…
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Dio
Cosa faceva Dio prima della creazione?
*
Dio: inservibile testimone.
*
Essenziale è piroettare fino al fondo dello sfintere, finché ci sono rive e aura
d’acque vive e un Dio sportivo che scatena i cieli per tacchinare la creatura
tramite intermediari.
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Curioso… non amo gli uomini e non amo bestie. Quanto a Dio, comincia a
disgustarmi.
*
L’Eterno sostiene chi cade. Rialza chi si inchina. Perché cada, ancora.
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La religione
È più facile erigere un tempio che erodere un culto.
*
Che dire del modo in cui giurano gli irlandesi: la mano destra su una reliquia e
la sinistra sulla minchia?
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L’umanità
La gente è gentaglia.
*
…è che girando intorno saremmo forse quattro milioni forse un milione – un
milione di gente che si ignora a vicenda, ciascuno che ignora se stesso…
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Natura
Dobbiamo risolutamente tornare alla natura.
*
La natura osserva il sabato – è un sabba?
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Accoppiarsi
…allora, a che pro… se è vero che si conosce il carnefice per il tempo
necessario a farsi sbranare, che si sa la vittima per il tempo utile a godere di
lei, e…
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Solitudine
Nella mia vita, se così si può dire, esistevano soltanto tre cose: impossibilità
di parlare, impossibilità di incontrare, solitudine – fisica, va da sé, con
quella, in fondo, me la cavavo…
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Abitudine
L’abitudinario si allontana dall’oggetto che non riesce a far corrispondere ai
propri pregiudizi intellettuali.
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Abitudine: la zavorra che incatena il cane al suo vomito.
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Follia
Nasciamo folli. Alcuni restano tali.
*
Siamo tutti temporaneamente sani di mente.
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Il tempo
Mostro bicefalo: una testa salva, l’altra uccide – il Tempo.
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La memoria
Stai uccidendo poltiglia di rimasugli ricordi.
*
Dov’è la mia testa? L’ho lasciata in Irlanda, in un’osteria.
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La verità
Non ricordo ciò che ho detto – ricordo soltanto che non era vero.
*
Dico sempre troppo – o troppo poco – il che mi addolora perché sono un
innamorato della verità.
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La famiglia
Con un brava moglie sarei qualcuno in questo momento: mi crogiolerei al sole
mordendo la pipa, darei qualche pacca sul sedere alla terza o alla quarta
generazione, rispettato e ammirato da tutti, domandandomi cosa c’è per cena,
invece di trascinarmi lungo le solite vecchie strade, senza alcun gusto per
l’avventura.
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La mente
Questo sedimento che chiamiamo mente.
*
Appena penso, la mente si scioglie. Non ho mai saputo pensare.
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Il pensiero
Dobbiamo ripensare, cioè pensare vecchi pensieri.
*
Tradizione, tradimento, il pensiero traditore.
*
Ma finisci pure di pensare prima di cagare tutto.
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La risata
Ridere, in fondo, è come piangere.
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Il profondo
Esistono profondità più profonde? Profondità a cui si può accedere grazie a
questo sprofondare? Stupida ossessione per la profondità.
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La creazione artistica
La tensione artistica non è espansiva: è una contrazione. L’arte: apoteosi della
solitudine.
*
Non so da dove iniziare – non so dove finire.
*
Ecco: l’orrore in cui mi sono cacciato.
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Scrivere
Da un angolo, fisso la mano che scrive, che brucia, offuscata dal contrario
dell’allontanarsi.
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Parlare
Devo parlare perché non ho nulla da dire se non le parole degli altri.
*
In nessun momento so di cosa parlo, né di chi né quando né dove né di cosa né
perché.
**
Silenzio
Ciò che dico si annulla, perché non ho detto nulla.
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Il linguaggio
Il linguaggio: scartare il linguaggio – devianza dagli ingaggi del linguaggio.
*
Che una voce sia mai potuta scaturire da gola umana, che sia mai stata udita, se
non dal delirio, durante un sacro sacrificio, una voce allo stesso tempo ripida
e rapida, è difficile da credere.
**
La fine, il fine
Non so dove finisco.
*
Se dovessimo menzionare tutto, non finiremmo mai e tutto sta per finire – è
finito.
Samuel Beckett
*In copertina: Samuel Beckett a Parigi, 1963; photo Lütfi Özkök
L'articolo “L’arte: apoteosi della solitudine”. Il Tao di Samuel Beckett
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Il Vangelo di Marco, come si sa, finisce con un colpo di ghigliottina, con una
immedicabile cesura. Giunte al sepolcro vuoto, le tre donne – “Maria di Màgdala,
Maria madre di Giacomo e Salome” – scappano, “fuggirono via dal sepolcro, perché
erano piene di spavento e di stupore”. Paura le ammutolisce, “e non dissero
niente a nessuno”.
Se investighiamo il greco le cose assumono un’altra sfumatura. Le donne scappano
perché tremano (tromos) colte da estasi (ekstasis). Sono come in trance, sono
fuori di sé, rapite da dionisiaca ebbrezza: anch’esse un sepolcro vuoto. Uno
degli epiteti del “Dio vivente” è il terrore: è “terribile (phoberos) cadere
nelle mani del Dio che vive”, scrive Paolo. Un terrore che impone riguardo,
devozione.
Alle estatiche donne un misterioso “giovane… vestito d’una veste bianca”, assiso
di fianco al sepolcro, dice che “Gesù Nazareno, il crocefisso, è risorto, non è
qui… Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete”. Il timore delle donne davanti
al giovane (“ed ebbero paura”) ricorda il turbamento di Maria di fronte
all’angelo: lì si annunciava una nascita miracolosa, qui una ancor più
miracolosa seconda nascita. È più facile credere all’invisibile che si annuncia
in nuce d’angelo che alla verità di un corpo disfatto, maciullato, sviscerato,
disossato di sé, grave di sangue.
Chissà se poi le donne sono andate, in Galilea.
La Sapienza di Gesù Cristo comincia da lì: dal dubbio, dal timore, dall’estasi.
Il testo gnostico, databile tra il II e il III secolo, è conservato nel Papiro
di Berlino (1896), tra i papiri di Ossirinco e nella vasta messe di testi
scoperti a Nag Hammadi. Era dunque testo noto, importante, fin nella
sovrabbondanza del titolo. In lingua inglese esiste la traduzione completa di
Douglas M. Parrott; Mauro Pesce ne ha inglobato alcune lasse in Le parole
dimenticate di Gesù (Fondazione Lorenzo Valla, 2004).
In questa Sophia, il Cristo appare trasfigurato, irriconoscibile (“non nella
forma che ricordavano”): il dialogo con i discepoli – la prima domanda, che
implica una gerarchia, è di Filippo; poi prendono la parola Matteo, Tommaso,
Maria e Bartolomeo – permette al Salvatore di spiegare la creazione del mondo e
del tempo, il fine del creato, il destino dei discepoli. Secondo la cosmogonia
gnostica, esiste un Padre originario, un pre-Padre, che inaugura la lenta opera
di autoconoscenza; Sophia è l’elemento femminile del divino. Alle origini, è un
proliferare di legioni angeliche, di celesti esseri, di abnormi creature in una
continua dinamica di azione e distruzione (d’altronde, “C’erano sulla terra i
giganti”, si dice in Gn 6, 4). Il Salvatore, per così dire, è eccedenza –
finanche, difetto, benefico veleno – nell’ordine delle cose: rompe lo schema di
vita-e-morte, si disgrega dall’immobilismo divino, porta la luce “vengo per
estirparvi dall’oblio”. Il Salvatore è una figura prometeica.
La Sophia Jesu Christi fonde la rivelazione evangelica ai misteri greci; ciò che
anima il testo è ossessione per la salvezza, per la purificazione; centrale è la
domanda sul senso del male, centrale è il corpo corrotto che tenta riparo,
ristoro. Il sistema gnostico prevede un’aristocrazia dell’intelletto: si ascende
tramite strenuo percorso conoscitivo. Ciò che svanisce, è la cuspide
dell’evangelo: il Crocefisso, l’Iddio dei corrotti, l’Iddio dal corpo rotto e in
rovina. Tale carnalità latra – incute terrore. Il non avere altro che quello –
sangue che stilla dalle stimmate – confonde, confina nel dubbio.
Nella Sophia, secondo lo schema della sapienza greca, il Padre forgia il creato
dopo essersi osservato in uno specchio (“Vide se stesso in uno specchio”). Ma lo
specchio è il demoniaco – la copia che divora l’origine, l’originario. A dire di
Proclo, fu Efesto a “fabbricare uno specchio per Dioniso” e “il dio guardando
dentro di esso e contemplando la propria immagine si slanciò alla fabbricazione
di tutta la pluralità”. Figura ambigua, lo specchio: fa dell’apparente
un’apparizione; chi cerca di riconoscersi in esso si trova disconosciuto,
contraffatto. Cosa deve vedere di sé il Padre in uno specchio – cosa che già non
sappia? Nella Sapienza di Gesù Cristo lo specchio è abisso, buco nero, vortice –
è la grande vulva, il dio per sempre gravido che crea copie di copie di copie di
sé. Dio-feto, dio-incesto.
Nel Vangelo, piuttosto, il Padre si rispecchia nel Figlio; Gesù si rispecchia
nei volti sbigottiti dei discepoli – fino a che punto il Risorto è diverso dal
Nazareno?
In questo gioco di specchi – che, contrapposti, sfoggiano l’infinito – cosa
resta, quale l’arenaria che possiamo dire ‘immagine’? Quale l’originale?
San Paolo – in 1 Cor 13, 12 – lega lo specchio all’enigma: lo specchio-Sfinge ci
fissa divinandoci, divorandoci. Lo specchio-Polifemo, lo specchio-Sauron: nostro
compito è sfuggire all’onnipotente fame dello specchio per ridiventare noi, per
ricondurci nel greto della vera forma.
Galilea – il luogo dell’appuntamento con il Risorto, che è il luogo dove tutto
ha avuto inizio (Mc 1, 14) – è il lemma di una geografia sapienziale, è nome al
di là del nome. Come fu Israele per gli ebrei, Galilea sia il nuovo nome dei
cristiani: Galilea è il luogo in cui tutto si sprigiona, in cui tutto si
sbriciola.
Il proliferare dei detti gnostici null’altro dice se non che la conoscenza è il
solo peccato, è l’ambone da cui professa il demone della separazione e della
confusione. Gesù non si apprende perché è lui il predatore, è lui che ti prende.
Gesù, il sommo analfabeta – secondo la spiazzante intuizione di José Bergamín –
non si installa in codici, in grammatiche, in enciclopedie. La sola sapienza,
qui, è l’insipienza, l’uscita da sé, la santa insania dei folli e degli
ispirati. Il regno di questo mondo – dei filosofi e degli esperti, degli scaltri
e dei letterati – mostra la sua indecente indegnità: tutto è disperso, ora –
chiamateci disperati, è sconveniente, ai vostri occhi, perfino questa gioia che
ha dote di lacrime.
**
Sapienza di Gesù Cristo
(II secolo)
Dopo essere risorto dai morti, i dodici e sette donne lo seguirono, si diressero
in Galilea nel monte detto ‘Divinazione e Gioia’. Uniti, erano, e dubbio li
avvelenava sulla realtà dell’universo, sui piani della santa provvidenza, sul
potere delle potenze e su tutto ciò che il Salvatore compiva nel segreto. Allora
apparve il Salvatore – non nella forma che ricordavano ma in invisibile spirito.
Somigliava al grande angelo della luce. Ma non mi è dato descrivere il suo
aspetto. Nessuna carne mortale può contenerlo, ma solo la carne pura e perfetto
che egli ci ha mostrato sul monte detto ‘Degli Ulivi’.
E disse: “Pace a voi, a voi do la mia pace”. Spavento li confuse. Rise il
Salvatore dicendo, “Cosa pensate? Che dubbio vi divina? Di cosa siete in
cerca?”.
*
Disse Matteo: “Signore, a verità nessuno può accedere se non tramite te.
Inoltraci alla verità”.
Disse il Salvatore: “Colui che È è ineffabile. Nessuno principio lo preda né
autorità né obbedienza a creatura alcuna dalla fondazione del mondo – proviene
dalla Prima Luce e soltanto a chi vuole si rivela. Da ora io sono il Grande
Salvatore. Immortale, eterno egli è. Non ha nascita perché ogni cosa che nasce
muore. Ingenerato, non ha inizio – chiunque ha inizio, infatti, finisce. Nessuno
lo governa e non ha nome – chiunque ha nome, è la creazione di un altro…
È infinito, dunque è incomprensibile. È imperituro e non somiglia a nulla. È
immutabile nel bene. È senza difetto. È eterno. È il benedetto. Da tutti
sconosciuto, è la conoscenza in sé. Incommensurabile – irraggiungibile –
perfetto – immortale. Ditelo: ‘Padre dell’Universo’”.
*
Maria gli chiese: “Signore, come possiamo conoscerlo allora?”
Il Salvatore, il perfetto, disse: “Giungi alle cose invisibili, oltrepassa la
soglia del visibile. Il Pensiero ti rivelerà che la fede nell’invisibile si
trova setacciando le cose visibili, investigandole. Chi ha orecchie per udire,
ascolti!
Non ‘Padre’ si chiama il Signore dell’Universo, ma ‘Pre-Padre’, principio di chi
apparirà, antenato che non ha inizio. Vide se stesso in uno specchio – si vide
somigliante a se stesso – apparizione pari al Divino Padre di Sé, confronto di
ogni confronto, il Primo Esistente Ingenerato Padre. Pari in antichità della
Luce che lo precede ma non lo eguaglia in potenza.
In seguito apparve moltitudine di esseri autogenerati, eguali in età e potenza,
in gloria, innumeri, la cui stirpe è detta ‘Generazione Senza Regno’. Quella
moltitudine non soggetta a regno è detta ‘Figli del Padre Ingenerato, Dio,
Salvatore, Figlio di Dio’, e con voi ha somiglianza. Ma ora lui è lo
Sconosciuto, l’inconoscibile grave di inalterabile gloria, di ineffabile gioia.
Tutti riposano in lui, esultano in lui, giubilo che non ha misura; questo non è
mai stato udito finora negli eoni e nei mondi”.
Matteo gli chiese: “Signore, Salvatore, come si è rivelato l’Uomo?”
Il perfetto Salvatore disse. “Voglio che tu sappia che colui che apparve
all’universo nella sua infinità, l’Auto-eletto, l’Innato, il gravido di luce, al
principio, quando decise di dare la sua immagine a una potenza, quella Luce
apparve come l’Immortale Uomo Androgino, affinché attraverso di lui potessero
giungere a salvezza e risvegliarsi dall’oblio, attraverso l’inviato, il solo
interprete che è con voi fino alla fine della povertà e della razzia.
Sua consorte è Sophia, fin dal principio destinata a unirsi a lui tramite il
Padre Auto-generato e l’Uomo Immortale, che apparve come Primo in divinità e
regno, come concesso dal Padre. E creò un grande eone, ‘Ogdoade’ è il suo nome,
in onore alla sua maestà. Autorità gli fu data e nel suo governo creò povertà.
Creò dèi e angeli, arcangeli a miriadi, da quella Luce e tripartito Spirito che
è Sophia, sua consorte. Da questo, Dio originò divinità e regno. Da allora è
‘Dio degli dèi’, è detto ‘Re dei re’.
Da ciò che fu creato apparve ciò che fu plasmato; da ciò che fu plasmato ciò che
fu formato; da ciò che fu formato ciò che fu nome. Così nasce la differenza tra
gli ingenerati, dal principio al termine”.
*
“Chi viene al mondo è una goccia di Luce: viene al mondo per ricondursi nella
Sua custodia. Vincolo di dimenticanza volle Sophia, perché attraverso di lei
l’Onnipotente possa rivelarsi in questo modo povero nonostante la cecità
l’arroganza l’ignoranza con cui lo riempiono di nomi. Ma io sono giunto dai
luoghi superiori per volontà della Luce, io sono slegato da ogni vincolo; ho
spezzato l’opera dei ladri e dei bugiardi; ho trafugato la goccia di luce di
Sophia perché portasse frutto attraverso di me, perché la gloria si diffonda e i
suoi figli, non più imperfetti, possano ritornare al Padre. Io vengo per
estirparvi dall’oblio, perché l’impuro non si manifesti più: calpesto ogni
malvagio intento”.
*In copertina: William Blake, The Angel Michael Binding Satan, 1805 ca.
L'articolo “Oltrepassa la soglia del visibile”. Sulla Sapienza di Gesù Cristo
proviene da Pangea.