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Cambiamento climatico, ovvero: una storia millenaria di armi, acciaio e malattie
Non starò qui a farvi la lezioncina sul cambiamento climatico. Però non possiamo nemmeno credere seriamente che non stia accadendo qualcosa o che non sia cambiato nulla rispetto al passato. E non penso nemmeno che abbia ragione la signora dell’est incontrata in cartoleria l’altro giorno che mentre era in fila diceva: “Prima hanno provato a ucciderci con i vaccini, ora ci mandano le ondate di calore. È tutto calcolato”.  Vorrei che le mie parole stimolassero una riflessione sul futuro che ci aspetta, in particolare qui in Europa. Per farlo, ho scelto di parlare di un libro molto interessante: Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni di Jared Diamond, insegnante di Geografia all’Università della California. Avviso i complottisti che questo è uno dei libri preferiti di Bill Gates, che in quarta di copertina scrive: “L’affascinante libro di Diamond è il primo saggio che affronta di petto il problema centrale della nostra storia: perché gli europei e gli asiatici hanno dominato quasi tutto il pianeta, e non gli africani, gli americani nativi o altri popoli ancora?”. Perché siamo diventati quello che siamo? Perché ci siamo sviluppati ed evoluti e molti dei progressi scientifici e tecnologi sono avvenuti proprio in certe zone del nostro pianeta e non in altre? È solo frutto del caso se siamo nati dove siamo nati, ma secondo Diamond, il benessere e lo sviluppo economico di certi popoli è dipeso in gran parte proprio dalle condizioni geografiche, ambientali e climatiche. Se nasci in un certo luogo, trovi una determinata morfologia del territorio, determinate correnti d’aria, determinati animali più utili di altri e una determinata vegetazione.  > “Sugli altipiani della nuova Guinea si sono coltivate piante locali per oltre > 9000 anni, ma non vi erano animali che si prestassero all’allevamento > (sterminati nel paleolitico), e la cacciagione locale è piccola e poco > nutriente. La mancanza di proteine ha stimolato il cannibalismo, durato fino a > oggi. La savana africana era ricca di meravigliosi mammiferi, ma nessuno di > loro è mai stato addomesticato, semplicemente perché non si lasciano > addomesticare. Già 27.000 anni fa si trovano figurine di terracotta e tessuti > in Cecoslovacchia, ma finché i gruppi umani non sono divenuti sedentari e non > hanno posseduto animali da trasporto, non hanno saputo che farsene di pentole > e telai, troppo pesanti da portare con sé negli spostamenti; la ceramica > compare in Giappone solo 13.000 anni più tardi, utilizzata da una popolazione > stanziale. Inventata nella steppa asiatica, la ruota raggiunge l’Atlantico > come il Pacifico. Inventata in Messico, viene usata solo come giocattolo, e > non raggiunge mai l’unico animale americano usato per il trasporto, il lama, > allevato nelle Ande centrali. Chi non ha mai avuto bisogno dell’agricoltura > non l’ha mai sviluppata; gli indiani della California, ad esempio, che > abitavano una delle zone più fertili del mondo, avevano troppa abbondanza di > pesce e di piante selvatiche per avere bisogno di produrre il proprio cibo”. È molto probabile che gli europei abbiano ricevuto parecchie malattie infettive come il vaiolo, il morbillo, il tifo, l’influenza, la tubercolosi, la peste bubbonica, il colera e via dicendo proprio dagli animali domestici con cui hanno convissuto, ma nel corso dei millenni si è sviluppata una sorta di immunità. Che cosa accadde, però, quando francesi, inglesi, portoghesi e spagnoli sbarcarono in America? I germi che portarono con sé fecero letteralmente una strage, sterminando fra i 50 e il 100% delle popolazioni locali. Non ebbero neanche bisogno di ucciderli più di tanto. Furono propri i batteri europei a sterminare gli aborigeni, le popolazioni delle isole del Pacifico, dall’Australia al Sudafrica, oltre, ovviamente, alle spade e ai cannoni. Certe popolazioni hanno avuto da sempre un immenso vantaggio grazie alla flora, alla fauna e al clima. Le civiltà mediorientali furono le prime a sviluppare un’organizzazione sociale, secondo dinamiche che si ritrovano in ogni parte del mondo in cui sia sorta l’agricoltura. > “Settori della popolazione si liberano della necessità di lavorare per vivere > (che è universale per ogni individuo fra i cacciatori/raccoglitori), e sorgono > gruppi di specialisti, re, burocrati, sacerdoti e guerrieri. Nasce la > «cleptocrazia»: un’élite si appropria di parte della ricchezza prodotta dalla > società e vive con maggiore agiatezza, variamente giustificando questa > appropriazione. Quando gli europei, nel Rinascimento, sviluppano la > navigazione oceanica e si dirigono verso ogni angolo del pianeta, le migliaia > di anni di vantaggio accumulate si sono tradotte in una formidabile > superiorità nelle dimensioni delle popolazioni, nella produzione di cibo su > vasta scala, nell’organizzazione sociale, nelle tecnologie, nei mezzi di > comunicazione”.  Queste citazioni sono tratte da un bellissimo articolo di Luca e Francesco Cavalli-Sforza uscito au “Repubblica” nel lontano 1997, usato come introduzione per il libro Armi, acciaio e malattie; ed è questa frase in particolare quella che mi interessa maggiormente e che si trova già nella quarta pagina del testo:  > “Gli imperi mediorientali dell’antichità e la civiltà greca escono di scena, > vittime di una sorta di inconsapevole suicidio collettivo, a seguito del > degrado ambientale indotto da irrigazione e deforestazione”.  E proseguendo nella lettura, arrivano le parole di Diamond:  > “Gli alberi sono stati abbattuti per far posto alle colture o per ottenere il > legno da usare per le costruzioni, come combustibile o per altri usi ancora. A > causa delle scarse precipitazioni e quindi della bassa fertilità naturale, la > ricrescita della vegetazione non riusciva a tenere il passo con le > distruzioni, specialmente in presenza di un grande numero di capre. Venuta > meno la copertura vegetale, l’erosione si accentuò, le valli pluviali si > coprirono di sedimenti, mentre l’irrigazione causò un accumulo di sali nel > terreno”.  Certe popolazioni compirono un suicidio ecologico. All’Europa dei secoli scorsi, questo fu risparmiato non per previdenza, ma perché l’ambiente era più resistente, e le maggiori precipitazioni permisero una rapida ricrescita della vegetazione. Ma oggi siamo ancora certi di poter vivere di questa rendita? “Le condizioni cambiano, e la supremazia nel passato non garantisce quella nel futuro”.  Ci ricordiamo dove si è sviluppata la civiltà? Ci ricordiamo cosa fu la Mesopotamia, cosa furono in grado di donare all’umanità il Tigri e l’Eufrate, per non parlare del Nilo? Ebbene, che cosa rimane di quei territori e di quelle civiltà? Che cosa vediamo, oggi, se ci guardiamo intorno? Sabbia, nient’altro che sabbia, per centinaia e centinaia di chilometri. E fu proprio quando i popoli iniziarono a vedere avanzare il deserto, che cominciarono a credere in maniera fanatica in Dio. I coloni europei emigrarono sempre verso terre dal clima temperato, come il Nordamerica, l’Australia, il Sudafrica o sui freschi altopiani del Kenya, dove ad agosto, in inverno, serve quasi il piumino. Quando i coloni andavano nelle zone tropicali, morivano come mosche a causa della malaria e non solo. Le differenze tra i popoli sono marcate, e quello che consentì a una zona come l’Europa di evolversi, furono l’allungamento dell’aspettativa di vita grazie alla medicina moderna, che permise agli inventori di accumulare conoscenze e d’intraprendere programmi di lunga scadenza. Ma è dipeso molto anche dalla scarsità di schiavi, che incoraggiò l’innovazione; dall’esistenza di leggi a protezione dei brevetti e delle proprietà intellettuali occidentali; dal fattore individualismo, che ancora oggi permette agli inventori di godere dei benefici del proprio lavoro, a differenza di popolazioni che vedono sparire i propri guadagni per dover mantenere famiglie numerose; dalla diffusione del metodo scientifico, caratteristica esclusiva del mondo moderno; dalla tolleranza di idee diverse che aiuta il cambiamento, a differenza dell’ortodossia, della tradizione e delle religioni che spesso impediscono il progresso. Basti pensare che le nazioni islamiche di oggi sono molto indietro a livello di innovazione tecnologica a causa del loro essere conservatrici, quando invece, nel Medioevo, le società di quelle zone avevano tassi di alfabetizzazione più alti di quelli europei, inventarono o perfezionarono il mulino a vento, la trigonometria, la vela triangolare; fecero progressi nel campo della metallurgia, nelle tecniche d’irrigazione e dell’ingegneria chimica meccanica; importarono la carta e la polvere da sparo dalla Cina.  E non dimentichiamoci le condizioni geografiche: l’Eurasia, compreso il Nordafrica, è la più vasta estensione terrestre del pianeta, e vanta il più alto numero di popoli. Non a caso sorsero qui i due centri principali in cui nacque l’agricoltura: la Mezzaluna Fertile (che era coperta di foreste) e la Cina. Fu proprio questo assetto a permettere a idee e a invenzioni di circolare più rapidamente tra terre che si trovavano alla stessa latitudine e con un clima simile. Tra il 9000 e il 4000 a.C. il Sahara era molto più umido, c’erano laghi e tantissimi animali. Oggi sembra impossibile pensare che fu proprio lì che s’iniziarono ad allevare buoi e poi pecore e capre, a produrre ceramica, a coltivare.  Sappiamo che i primi Stati nacquero in Mesopotamia attorno al 3700 a.C.; al 3000 a.C. in Mesoamerica; 2000 anni fa sulle Ande, in Cina e nel sud asiatico e 1000 anni fa nell’Africa occidentale. Fu proprio in Mesopotamia che nacque la scrittura. Non si diventa stati per scelta, ma principalmente per via di conquiste e di oppressioni esterne. La maggior parte dell’umanità se ne sarebbe restata volentieri all’interno delle proprie tribù. Furono le guerre e le minacce a formare le società complesse. Fu sempre la guerra ad accompagnare l’uomo nel corso di tutta la sua storia. E quindi inizia a diventare facile immaginare perché per esempio in Australia non ci fu lo sviluppo di società complesse: perché gli aborigeni rimasero cacciatori-raccoglitori, non diventarono mai agricoltori, ma soprattutto perché: > “L’aridità, la sterilità e l’incertezza climatica limitarono il numero degli > abitanti a poche centinaia di migliaia, in contrasto con le decine di milioni > presenti ad esempio in Cina. Una popolazione così scarsa significava anche > meno inventori potenziali, e meno società innovative”.  Eppure, quando arrivarono gli europei, furono in grado di colonizzare l’Australia – relegando gli aborigeni nelle riserve – perché quando sbarcarono con le loro scoperte già effettuate e il loro avanzamento sotto ogni punto di vista, scoprirono che in realtà l’agricoltura europea in certe zone più fertili poteva essere ospitata. La propria, non qualcosa di nuovo. Poi ci pensarono – come sempre – armi, acciaio e malattie a spazzare via la popolazione indigena. Gli europei riuscirono a trasferirsi in Australia portando le proprie colture, il proprio bestiame, le proprie conoscenze metallurgiche, il proprio alfabeto: “Gli aborigeni crearono davvero una società in Australia, ma per ovvie ragioni questa non divenne una democrazia industriale avanzata. Tali ragioni derivano in modo diretto dalle caratteristiche dell’ambiente in cui vivevano”. E così avvenne in America, in Africa, soprattutto nel Sud, dove arrivarono i bianchi, che si mangiarono tutto. Oggi sopravvivono tribù come gli Himba e i Boscimani (san), cacciatori-raccoglitori, che per la maggior parte sono relegati in piccole aree, senza avere più nemmeno la possibilità di cacciare. Ebbi modo d’incontrare alcuni Boscimani in Namibia, al confine con il Botswana, durante i miei viaggi in Africa. Mi raccontarono delle loro imprese del passato a caccia di leoni, delle lunghe attese, della ricerca delle orme, delle notti trascorse sotto le stelle, racconti che ormai risuonano come leggende. Oggi, vengono “nutriti” dallo Stato, si vestono con i loro gonnellini e si mettono a danzare per far contenti i turisti, ma poi, dietro alla capanna, si rimettono pantaloncini e maglietta. E quando ti ritrovi a dormire in un campeggio da quelle parti, ti capita pure di sentir dire dalla proprietaria, ovviamente bianca: “Non buttare quel pezzo di focaccia dura, lo darò ai lavoratori”.  Quando invece chiesi al capo di un villaggio Himba in Namibia cosa lo rendesse felice, lui, senza esitare, mi rispose: “La pioggia, e tutto quello che ne deriva, perché con la pioggia il bestiame sta bene, e così la famiglia. Vedere tutti felici mi fa felice”. Una popolazione, quella degli Himba, che non può lavare per la scarsità d’acqua. Le donne, per sopperire al problema, per non puzzare troppo e proteggersi dal sole, si mettono sulla pelle due volte al giorno un impasto di burro e terra rossa. Poi prendono carbonella ed erbe, fanno un po’ di fumo, e ci passano sopra i capelli e la vagina, per profumarsi. Qual è stata la sfortuna di questi uomini e di queste donne? Essere meno intelligenti? No di certo. È stata nascere in territori aridi, difficili, dove era e resta impossibile coltivare:  > “In tutti i popoli esistono persone geniali; è solo che certi ambienti > forniscono più materiale con cui partire e condizioni più favorevoli per > continuare”. E se ora toccasse a noi? E se ora fosse l’uomo europeo a venire colonizzato? Un giorno, non tanto lontano, potremmo essere noi quelli scacciati e decimati perché incapaci di vivere in certe condizioni climatiche estreme. C’è chi lo sa fare meglio di noi. Se continuiamo di questo passo, le “nostre terre” bruceranno al sole, tutto cambierà e il deserto arriverà anche alle nostre porte, ma noi non avremo più nemmeno un Dio in cui credere, perché, nel frattempo, abbiamo ucciso anche quello.  Anche noi stiamo rischiando di compiere un suicidio ecologico, mentre stiamo qui a parlare se usare l’aria condizionata sia di destra o di sinistra, quando in Medio Oriente ho visto usare i condizionatori pure nei bar all’aperto, nei giardini. Perché chi saprà sopravvivere non penserà certo alle stupidaggini di certe élite. Terrà conto del fatto che l’aria condizionata, a certe temperature, è una questione di vita o di morte, soprattutto per bambini e anziani.  Città come Londra, Parigi o Milano non potranno mantenere i propri standard di produzione e di performance, dovranno imparare a fare la “siesta”, come i tanto criticati popoli del Sud. Perché non possiamo non tenere conto del fatto che nemmeno le prestazioni cognitive cui eravamo abituati sono sostenibili con queste temperature. Quando il caldo è eccessivo, si tende a rallentare, è fisiologico, diminuiscono la memoria, l’attenzione, la concentrazione, le capacità decisionali, e questo perché – come cita un articolo uscito recentemente sul “Corriere della Sera” di Cristina Ravanelli – gran parte delle nostre energie vengono riservate alla dispersione del calore e a mantenere una temperatura corporea stabile. “Non diventiamo meno intelligenti, ma certamente meno brillanti”, come ha detto Maria Salsone, responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia e della Stroke Unit dell’Irccs Policlinico San Donato e professoressa all’Università Vita-Salute San Raffaele: “Il caldo intenso e prolungato modifica il metabolismo cerebrale. Lo stress termico attiva le cosiddette proteine da shock termico (HSP), che proteggono i neuroni dalle alte temperature ma che richiedono un notevole consumo di energia”. Se il cervello entra in modalità “risparmio energetico”, non possiamo pensare di avere le stesse funzioni cognitive che abbiamo di solito. E quindi addio creatività e addio ingegno. Il cervello lavora in maniera ottimale a temperature tra i 20 e i 25 gradi; dai 25-27 gradi inizia ad avere problemi; sopra i 30 gradi inizia il calo dell’attenzione vero e proprio, la velocità di elaborazione diminuisce e così la vigilanza. A 32-35 gradi, soprattutto se l’umidità è alta e la ventilazione è scarsa, la fatica mentale raggiunge livelli altissimi, rallentano i tempi di reazione e aumentano le difficoltà decisionali. E se il caldo prosegue anche di notte, la situazione peggiora ulteriormente, perché il sonno si fa frammentato, scarso, insufficiente, e tutto questo influenzerà ancora di più le nostre capacità cognitive durante il giorno.  Per non parlare degli articoli che stanno uscendo in questi giorni riguardo all’aumento dei ricoveri per disturbi psichiatrici causati proprio dal caldo estremo, che aumenta il rischio di irritabilità, scompensi, crisi d’ansia e accentua tutte le patologie di cui siamo già affetti.  Ricordiamoci anche, come scrive Diamond, che un paese che si trova in una zona tropicale è un paese svantaggiato. Il punto è che l’Europa non è lontana dal diventarlo. Ma perché svantaggiato? Ai tropici ci si ammala molto di più, ci sono gravi malattie infettive, e questo comporta pause dal lavoro molto più lunghe, giorni di malattia che si accumulano. L’aspettativa di vita è molto più breve. Per esempio, in Olanda è di 78 anni, in Zambia di 41; la produttività agricola è molto più bassa, i terreni sono molto meno fertili e ci sono molti più organismi patogeni capaci di infettare piante e animali. Sono stati proprio il benessere, l’agricoltura e la possibilità di mettere da parte il cibo in eccesso a permettere l’aumento demografico, lo sviluppo economico, il mantenimento di figure specializzate non produttive sul piano alimentare come i sovrani, i banchieri, gli scrittori, gli insegnanti.  Il mese di giugno 2026 è stato il mese più caldo mai registrato in Europa, con tre gradi sopra la media (Copernicus Climate Change Service C3S). Abbiamo a che fare con un sistema climatico che ormai accumula energia termica in maniera costante. Abbiamo assistito a scene mai viste prima in città come Parigi, Londra, Milano, Madrid.  Ma tanto, è già in arrivo un altro autunno. Finirà tutto nel dimenticatoio. Fino alla prossima estate, quando sarà troppo tardi. Nel frattempo, avremo fornito l’agricoltura e le tecnologie ai popoli che stanno arrivando dal Sud. Loro sapranno sfruttare tutto al meglio. Si adatteranno. Sapranno cosa fare, perché avranno un enorme vantaggio: si saranno già temprati per secoli sotto il sole dei deserti. Mentre noi, con le poche forze che ci rimarranno, staremo ancora provando a combattere il cambiamento climatico con gli amatissimi “tappi solidali” che non si staccano più dalle bottiglie di plastica.   Forse, in fondo, ce lo meritiamo. Dejanira Bada *In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth (1882-1945) L'articolo Cambiamento climatico, ovvero: una storia millenaria di armi, acciaio e malattie proviene da Pangea.
July 21, 2026 / Pangea
“Non si può fare a meno di Dio”. Invettiva contro i rincretiniti dal progresso
Nella mia vita, col passare del tempo e degli anni, ho imparato ad evitare le discussioni e di credere nel dialogo: il tempo di noi tutti è limitato, quindi prezioso. La scrittura, quando l’apatia si prende una pausa, è la mia unica arma e oggi non potevo farne a meno di usarla come spada e carezza assieme. L’antefatto: mi ritrovo seduto su un bus cittadino, sfoglio un libro di Malaparte quando, di fronte a me, si seggono due bizzarri individui. Comincia un dialogo surreale quanto stupido, sull’inesistenza di Dio, sull’inutilità della fede, in un mondo dove è la tecnologia a farci felici. Perché pregare quando hai le risposte dell’assistente vocale? Mi è venuto in mente Flaiano: > “La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare > fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si > nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, > spande il terrore intorno a sé”.  Ma, una volta tornato a casa, ho pensato che Flaiano non era abbastanza come risposta, la risposta non data ai due buffi e ingenui viaggiatori.  A colmare l’abbastanza e andare oltre mi serviva qualcosa di più ed eccolo lì. tra i miei libri più preziosi, lo splendido tomo di Giovanni Papini, Lettere agli uomini di Papa Celestino VI. Libro che valeva allora, vale oggi e varrà sempre per le illuminanti, profonde e dolenti parole, che lo scrittore verga immedesimandosi in un immaginario Papa in un epistolario verso tutte le categorie degli uomini. Giovanni Papini, mai amato e pubblicato come merita, nella sua virata verso la fede e il cristianesimo ha regalato meraviglie come Il Diavolo, Giudizio Universale, Storia di Cristo, che andrebbero mandati a memoria per la fulgida bellezza che emanano in ogni pagina. Così come dovrebbero giacere in ogni libreria Un uomo finito, Dante vivo e tutto quel che il nostro ha scritto.  Ma ritorniamo a noi, io e i due dei peggio rappresentanti dei senza Dio e devoti al feticcio della materia e della tecnica. Lascio parlare lo scriba: > “La causa più profonda della negazione di Dio è un’altra: l’invidia e la > gelosia. L’uomo, ubriacato dalle conquiste innegabili della sua conoscenza e > dominazione della materia, ha sempre avuto il segreto desiderio d’inalzarsi al > di sopra della sua umanità, di uguagliarsi a Dio, di sostituirsi a Dio. Nei > tempi più remoti con la magia, nei tempi più recenti con la filosofia, con la > scienza, con la tecnica ha sognato di poter strappare a Dio gli attributi che > più lo fanno invidioso: l’onnisapienza e l’onnipotenza. L’aver decifrato > qualche legge dell’universo, l’aver assoggettato qualche forza della natura > gli ha fatto credere d’esser capace di spodestare Dio e di ascendere al suo > trono”. L’eco di Nietzsche s’ode in queste parole, ma Papini ci mette l’anima, ci mette la sua profondità abissale: > “L’uomo vuole fare a meno di Dio, vuol uccidere Dio, non già perché ritenga > impossibile l’esistenza di un Dio, ma perché vuol succedere a Dio, vuol > sostituirsi a Dio, vuol essere lui stesso un Dio. Una delle radici occulte > dell’ateismo è l’ossessione della rivalità, l’astio dell’inferiore verso il > superiore”. Sorrido pensando che cosa potrebbero trarre da queste parole, i due viandanti, e tutti i viandanti del mondo che pensano di vivere in un mondo dove l’intelligenza è un manufatto e la panacea di tutti i mali si celi dietro schemi e schermi.  Sicuri di saper tutto, inconsapevoli di non saper niente: > “nessuna ipotesi matematica e nessuna macchina, per quanto prodigiose, > potranno redimere la radicale ignoranza e impotenza dell’uomo”. Viandanti e i loro maestri, che cianciano di prodigi da televendita, in grado di farli vivere (non mi ci metto in mezzo) in salute, in eterno e senza alcun bisogno. Perché tutto deve essere calcolato e il resto è solo superstizione. > “Farneticare di espellere Dio e di prenderne il posto è infatuazione > demoniale, risibile delirio di grandezza, arrogante demenza”. Devo confessare, a voi e a me stesso, che son stato anche io un senza Dio e mi crogiolavo goffamente nella convinzione che l’ateismo fosse l’unica religione praticabile. Poi son cresciuto, poi ho capito che: > “Non si può fare a meno di Dio. E poiché Dio esiste, di là d’ogni umana > invidia e dubbiezza, altro non è dato a noi, per attingerlo, che amarlo > nell’obbedienza e obbedirlo nell’amore”. Cosimo Mongelli *In copertina: Gian Lorenzo Bernini, Angeli in volo, disegno, post 1663 L'articolo “Non si può fare a meno di Dio”. Invettiva contro i rincretiniti dal progresso proviene da Pangea.
March 17, 2026 / Pangea
Aspirare al miracolo. Un articolo per “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti”
Nel 1991, per Adelphi, esce un libro sconvolgente. Un libro-boato, un libro-baratro. S’intitola Sulla bilancia di Giobbe, l’autore si chiama Lev Šestov. In pochi conoscevano Lev Šestov: in Italia, alcuni suoi testi erano stati pubblicati negli anni Quaranta da Bocca, grazie ad Augusto Del Noce, un pioniere. Anche oggi il nome di Lev Šestov – a dispetto di pensatori meno radicali come Husserl e Heidegger, su cui impalcano cattedre accademiche, per non dire di altri, i filosofi proni all’attualità, pronti all’uso, prêt-à-porter – è susurrato nei sottoscala; se lo nomini ti tacciano di eresia, ti tacitano con un dito a cucire le labbra. Perché? Perché Lev Šestov denuncia le subdole manovre della filosofia, le menzogne della ragione, il disastro scientista, sporgendosi sulla soglia dell’assoluto. Perché Šestov scommette sul mistero, smantellando il calcolo. Dopo aver devastato sistematicamente ogni idolo e ogni “sistema”, Šestov ci getta tra le fauci del Dio vivente – col rischio che non esista altro che il Suo latrato, il deserto, il mirabile miraggio.  Insomma: Šestov non si può addomesticare. Intorno all’assurdo e all’esistenzialismo hanno edificato università, cattedrali catafalchi del niente; perfino Emil Cioran è diventato di moda, lo pubblicano a spron battuto come se i suoi spietati aforismi fossero le veline dei Baci Perugina. Lev Šestov no, rimane insondabile, inattingibile, reca il marchio del maniaco, del pazzo. Così, viene stampato alla macchia, qua e là: appena Bompiani lo ha introdotto, di diritto, nella nobile collana del “Pensiero occidentale”, con alcuni dei suoi libri più importanti – Atene e Gerusalemme, Speculazione e rivelazione, Potestas Clavium –, quasi subito è stato espulso. Il suo, in effetti, è un pensiero dell’inappartenenza e della latitanza. Lev Šestov, nato a Kiev l’ultimo giorno di gennaio del 1866, non ha affinità con i filosofi: è della stirpe degli Isaia e dei Geremia, porta la parola fiammante di San Paolo, alterna anatema e grazia. Fa coincidere gli opposti e parteggia per gli impossibili, si schiera contro gli araldi del bene comune e i retori del nichilismo d’accatto; Lev Šestov è l’autentico nemico del “progresso”, è l’avversario dell’oggi. Come considerare uno che dichiara a chiare lettere che “non vi è nulla in comune fra la scienza e la filosofia: non solo non si aiutano né si completano a vicenda, come si è soliti pensare, ma lottano sempre fra loro”? Come trattare questo infallibile terrorista del pensiero, ostile all’acquiescenza, al benessere, alle glorie della tecnica, quando scrive che “una esistenza pacifica, gradevole, equilibrata sopprime l’umano nell’uomo, lo riduce a pura vita vegetativa, lo immerge di nuovo nel grembo di quel nulla da cui una forza enigmatica lo ha estratto”?  Proprio ora, più che allora – Lev Šestov muore nel 1938, nell’esilio parigino, circondato da un generico timore reverenziale – questo pensatore integerrimo va silenziato: è il solo a mettere in scacco il “mondo delle evidenze”, a disintegrare i falsi dèi della scienza, della morale corrente, delle istituzioni vigenti, dei “principi” ipocriti necessari a sancire la nostra beata sottomissione. Nella sua strenua Lotta contro le evidenze – così il titolo di uno dei testi più clamorosi, del 1922 – Lev Šestov, tramite una cruenta catabasi nell’opera di Dostoevskij, marginalizza “la ragione, che uccide il mistero e la verità”, insegna che “Dio non è dimostrabile. Non si può cercare Dio nella storia. Egli è il ‘capriccio’ incarnato, che respinge ogni garanzia” e che  > “le verità sono per natura inutili: ogni tentativo di renderle utili, buone a > tutti per sempre, ossia universali e necessarie, le trasforma immediatamente > in errori”.  Già, ma come è possibile vivere senza appigli, nella protervia dell’urlo, autenticamente liberi, cioè scevri dalla “conoscenza, l’autorità incontestabile, infallibile, ai cui piedi tutti insieme possiamo prosternarci”? Come vivere consapevoli che “verità e conoscenza scientifica sono inconciliabili”? Verità vuol dire sapere che “Dio esige sempre l’impossibile”, vuol dire “vivere ore, giorni, anni in un’atmosfera di evidenze contraddittorie che si escludono a vicenda”, compiere gesti che al prossimo appaiono irrazionali e apocrifi, proprio come fanno gli uomini del sottosuolo raccontati da Dostoevskij, riconoscere  > “che quaggiù tutto comincia ma nulla finisce; che il capriccio ha diritto a > garanzie, che il fantastico è più reale del naturale; che la vita è la morte e > la morte è la vita”.  Figlio di un commerciante di tessuti dal piglio autoritario, Šestov studiò Diritto a Mosca; scoprì tardi la vocazione al pensiero randagio, dedicando i primi lavori a Shakespeare e a Tolstoj. Vide nella letteratura lo spiraglio alle angustie della filosofia sistematica. Fece di tutto per sobillare se stesso, per spogliarsi di ogni attributo intellettuale. Da bambino, era stato rapito per sei mesi da un gruppo di anarchici; di stirpe ebraica, sposò clandestinamente una giovane ortodossa: per anni, tennero nascosta la loro relazione, vagando di città in città. Intruppato nella flotta dell’Armata rossa, perse il figlio, Sergej, al fronte; nel 1921, disgustato dagli esiti della Rivoluzione, Šestov approdò a Parigi, in un minuscolo appartamento. I suoi soli discepoli, pensatori dalla singolarità disarmante, morirono entrambi in circostanze terribili: Benjamin Fondane ad Auschwitz, nel ’44, nelle camere a gas; Rachel Bespaloff per scelta, con il gas, nell’esilio americano, a South Hadley, Massachusetts.  A Genova, nel 1900, Lev Šestov mise a punto la sua Filosofia della tragedia, dopo un geniale attraversamento nell’opera di Nietzsche e di Dostoevskij (edito nel 1903, il libro è edito, per la cura di Luca Orlandini, dall’editore De Piante). Cronachista della notte oscura dell’anima, temerario nel sondare il lato oscuro di ogni idea, Šestov si appoggia ai soli, disperati autori che hanno osato scarcerarci dai canoni del pensare comune, dichiarando che ciò che per tutti è vero è menzogna, che l’idea del bene è altro dal Bene, che la giustizia terrena è una truffa.  > “Dostoevskij e Nietzsche non tengono più conto dei bisogni dei buoni e dei > giusti (Mill e Kant). Poiché hanno capito che il futuro dell’umanità, ammesso > che l’umanità abbia ancora un futuro, non è nelle mani di coloro che oggi > trionfano nella convinzione di possedere il bene e la giustizia, ma, al > contrario, è nelle mani di coloro che, non conoscendo sonno, riposo o gioie, > lottano e cercano e, abbandonando i vecchi ideali, vanno incontro a una nuova > realtà, per quanto terribile e ripugnante possa sembrare loro”. Questa “nuova realtà” passa dalla violenza dell’individuo sovrano – che non accetta di farsi gregge, al trogolo del “buon senso”, e volta le spalle al proprio tempo – alla voracità insaziabile del Dio vivente, il terribile, non quello di cui si fa mercimonio nelle cattedrali, di cui si avverte l’eco da ambigui amboni.  Šestov sapeva che lui e i suoi lettori sarebbero stati additati come “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti”. Si sentiva in sintonia con Pascal e con Spinoza, amava Plotino, quello che insegna che “la verità ultima… ci viene dall’esterno, all’improvviso, grazie a un’illuminazione istantanea”, che occorre “aspirare al miracolo”.  Albert Camus scrisse di lui nel Mito di Sisifo: quel pensatore che “esalta la rivolta dell’uomo contro l’irrimediabile” lo aveva superato. Assiso sulla sua poltrona, Šestov, uomo di scarsa ironia, dallo sguardo triste come l’eroe di un poema di Puškin e dalla barbetta a machete, aveva sferrato l’attacco più prodigioso mai tentato contro il nostro tempo.  *In copertina: una immagine da “Stalker”, il film di Andrej Tarkovskij del 1979 L'articolo Aspirare al miracolo. Un articolo per “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti” proviene da Pangea.
November 17, 2025 / Pangea