È giusto che la ricorrenza del centenario passi inosservata, eclissata dal
brusio di mille altre news. Grazia Marchianò ci aveva preavvertiti in modo
obliquo, quando annotò:
> «pochi sanno che la luce che vide Elémire Zolla nascendo all’alba del 9 luglio
> 1926 era stata in parte oscurata da un’eclissi di sole verificatasi quel
> giorno nel cielo sopra Torino».
Se giornali, riviste, editori e i media nel loro complesso restano muti, è a
conferma di ciò di cui Zolla stesso, nella sua sorniona impassibilità, ebbe
presentimento sin dai tempi della pubblicazione in inglese del
suo Archetypes (Allen & Unwin, 1981) dove si legge:
> «l’esecuzione è conclusa, il silenzio che segue trabocca della sostanza
> musicale appena trascorsa, è gremito dei suoi significati. L’ultima armonica
> si è dileguata dell’aria, per un istante attonito non si sente più nulla, ma
> tutti i suoni dell’esecuzione sono compattamente presenti. L’applauso ancora
> esita; del pezzo musicale perdura l’essenza pura, il brivido. La composizione
> è ora concentrata in sintesi, in un punto, davanti a noi, dentro di noi, così
> come comparve in germe davanti al compositore, dentro di lui quando la mano
> gli corse febbrilmente ad annotarla. Nel silenzio che s’è spalancato, si libra
> l’anima della composizione; dopo le esitazioni, le insistenze, le tante
> invocazioni del suo svolgimento. Nell’attimo estatico della fine, l’insieme si
> staglia quale fu prima di assumere una veste sonora. L’ascoltatore non è in
> contatto con la musica stessa, che è stata eseguita, ma con la sua essenza
> generatrice, con la possibilità pura che l’ha fatta esistere».
Parole, queste, che si attaglierebbero anche alla descrizione dell’attimo di
pausa susseguente la morte di una persona al cui spirare siamo stati presenti, o
che tentano di dire l’istante attonito e orribile dopo una sciagura, un
disastro, un cataclisma.
Comunque, eclissi a parte: adesso che l’opera omnia zolliana è finalmente
disponibile nella sua interezza, in tredici volumi curati dalla vedova presso
Marsilio Editori, possiamo addentrarci tra i tomi corposi come nel labirinto di
un mandala o di un edificio abbandonato e leggere, tenendo in mano il filo del
caso che, con il suo gomitolo che si dipana, rappresenta sempre un’ottima guida.
Dono di Arianna a Teseo per scampare al Minotauro, il filo è rosso oppure d’oro,
a seconda: lo si srotoli nel buio rovente dell’ora presente. All’altro capo del
bandolo, arriveremmo a scoprire che Zolla non lascia dietro di sé un magistero
bensì un lascito intellettuale, che rifiuta di essere un’eredità quanto
piuttosto un percorso di liberazione. Nel panorama culturale italiano, in anni
recenti, le figure più simpatetiche a tale gioco del labirinto sono state Silvia
Ronchey, Emanuele Trevi, Giampiero Comolli. Punto. All’estero, si resero conto
di avere a che fare con dei libri straordinari troppo tempo fa: Bernard Wall,
scrivendo sul “Times Literary Supplement”, rilevò come «the deep, polymathic
probing of the terms of human existence makes it sensible to compare him with
Simone Weil, while some of his conclusions about ultimate mysteries – expressed
in signs, symbols and sacraments, the sense of which we have lost – will make us
think of the later T. S. Eliot». Altri scrisse che i libri di Zolla sono
tremendamente vasti negli scopi, miniere d’oro di informazioni. E dalle colonne
patinate della rivista “Esquire”, Malcolm Muggeridge affermò che «nessun altro
ha compreso così esattamente gli esiti del processo sul quale l’Occidente adesso
si è avviato».
Se quest’ultima affermazione è almeno un poco vera, allora tragica è la nostra
condizione di ignari. Ma il tempo presente ha la natura inquietante dei tempi in
cui viene dato l’ordine di evacuazione perché l’edificio è in fiamme. Per
questo, a quanti vogliano intraprendere qui e ora il viaggio verso una
conoscenza imprevedibile e cangiante, consiglio di partire dal poderoso
volume Archetipi. Aure. Verità segrete. Dioniso errante – Tutto ciò che
conosciamo ignorandolo (Marsilio, 2016). Perché dentro le pagine in cui la prosa
diventa un arazzo, tra fitte citazioni di erudizione, le frasi srotolano idee
ancora oggi inaudite, che Elémire Zolla esponeva all’evidenza di tutti più di
quarant’anni fa: erano le sintesi di uno “sguardo” da dentro e dall’alto, da
vicino e da lontano sugli scenari della realtà; svelavano la cinghia degli
archetipi che regge il carro della storia; raffiguravano i “climi” tiepidi,
gelidi o infuocati del paesaggio esterno e interiore, ovvero i piccoli e grandi
misteri che la mente contemplativa riconosce come “verità” fino a quando la
mente calcolante non li falsifica. Percezioni di presenze. Sensazioni abissali.
Per fluttuare sul tappeto volante dei libri di Zolla, mondi sospesi come gli
scenari del film Metropolis, bisogna celebrare altre ricorrenze: il 2026 è anche
il centenario di coloro senza i quali non potremmo capire il XX secolo: George
Martin, Dario Fo, Ivan Illich. Il mainstream preferisce invece ricordare (poiché
l’impudicizia parla sempre a mezza bocca) i cento anni delle Marilyn Monroe, dei
Jimmy Savile, degli Alan Greenspan…
Però va ricordato che non è l’afa opprimente a rendere sprovveduti, bensì
l’ignoranza del cuore che non medita sull’abisso delle cause e degli effetti.
C’è ancora qualcuno che ama l’assoluto per dissolversi, già sin d’ora, sulla
graticola della canicola, nelle vampe dell’eterno? C’è nessuno? Gridano i
soccorritori in cerca dei superstiti sommersi da un crollo, da una valanga…
Uscite dal mondo, recitava il titolo di uno dei libri zoliani di maggior
successo.
Detto questo, si può ricordare Elémire Zolla in altra maniera.
Ricetta, rècipe: si vada sul sito “Polifonia zolliana”
[https://www.elemirezolla.org/index_zolla.html: ricco repertorio di spezzoni di
interviste, curato con grande acume da Alessandro Tinelli]. Cliccando sul
link https://vimeo.com/696783978?fl=pl&fe=sh apparirà lui di persona in video:
l’ultima intervista della sua vita. Lo si ascolti mentre parla mostrando un viso
ossuto, già scavato dalla malattia (che lo rende vagamente somigliante al
Cardinal Martini!): su uno sfondo nero funereo, poggiato su una sedia le cui
spallette cangiano forma tra un’allusione all’antico egizio e lo skyline di una
metropoli by night, lo scrittore giunto all’estremo promontorio dei suoi giorni
indossa un’inedita giacca nera, su camicia cravatta gilet e pochette giallo oro.
Se ne gusti l’accento inconfondibile, mix di torinese e romano, e sia il
soggetto del discorso a inquietare: “La sedicesima carta dei Tarocchi – 11
settembre 2001”.
Ad Antonello Colimberti che lo intervistava per RaiSat Extra, poco dopo
l’attentato e il crollo delle Torri Gemelle, Zolla in quell’occasione confessò:
> «è la prima volta che si vede una torre sferzata dalle folgori, che
> all’improvviso si squarcia e si annienta. E questa è la sedicesima carta dei
> tarocchi, la Torre appunto, che in francese si dice la maison Dieu. E io fui
> catturato da quest’immagine: e continuavo a tentare di sgranarla per tutta la
> giornata, non potevo pensavo ad altro perché di fatto c’era stata una strage
> ma non si era veduta. I corpi erano stati annientati, in senso stretto, come
> non avviene quasi mai. La prima volta che con un atto di dichiarato, curato
> nei particolari, si spezza un decorso storico: è una cosa da rimanere
> sgomenti. Dopodiché la vita non è più la stessa: tutto cambia, tutto, fino ai
> granelli, perché pochi hanno capito il carattere esauriente di questa
> manovra».
Elémire Zolla morirà otto mesi dopo, nella sua casa di Montepulciano, all’alba
di mercoledì 29 maggio 2002, assistito dalla moglie Grazia Marchianò: lo stesso
esatto giorno in cui il sindaco di New York dichiarava terminata la rimozione
delle macerie delle Twin Towers, essendo stata rimossa l’ultima trave, la
numero 1.001 B della Torre 2 del World Trade Center. Il peso totale delle
macerie nella voragine ammontava a circa due milioni di tonnellate, per
rimuovere le quali si erano resi necessarie più di tre milioni di ore di lavoro.
Andrea Sciffo
L'articolo “Dopodiché la vita non è più la stessa”. 100 anni di Zolla proviene
da Pangea.
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“Ogni epoca si specchia nei suoi demoni e nei suoi profeti” (Enzo Bettiza). Così
si potrebbe introdurre Nietzsche e Marx si davano la mano. Vita, intrecci e
pensiero dei due profeti che sconvolsero il mondo (Marsilio, 2025), l’ultimo
libro di Marcello Veneziani, filosofo e narratore che da sempre intreccia
riflessione e racconto, pensiero e stile. In questo saggio-romanzo, l’autore
mette in scena un incontro, un confronto e uno scontro impossibile tra i due
giganti che più hanno scosso la modernità: il profeta del superuomo e l’ideologo
del proletariato, due solitudini titaniche unite dal comune culto di Prometeo e
dalla fede nella lotta come motore del mondo. Veneziani, con la sua prosa densa
e appassionata, evoca, rivela, racconta, ma soprattutto interroga: cosa
accadrebbe se le due vertigini del pensiero moderno si specchiassero l’una
nell’altra? Con lo sguardo lucido e insieme tragico del filosofo mediterraneo,
l’autore attraversa le loro eredità e deformazioni — dal marxismo woke al
nietzschianesimo accelerazionista — per misurare quanto dei loro fuochi arda
ancora nel nostro tempo disincantato. Mostrandone i miti, le storie, le visioni
e i furori con uno stile che è pensiero poetante in forma saggistica ed uno
sguardo aguzzo capace di rievocare le voci di questi maestri del sospetto
rivelando però le contraddizioni del Novecento sterminatore ideologico e del
nostro tempo. Per meglio comprendere le affinità e divergenze tra questi due
venerati maestri abbiamo raggiunto Veneziani nel suo studio romano.
Perché “Nietzsche e Marx si davano la mano”? Quali somiglianze esistono tra
questi “due profeti che sconvolsero il mondo”?
Marx e Nietzsche hanno una comune derivazione romantica, ebbero ambedue il culto
di Prometeo, il liberatore dell’umanità dal divino, si proiettarono nel futuro
liberandosi da Dio, patria e famiglia; furono pensatori del conflitto, la lotta
per loro è la regina di tutte le cose; ebbero comuni nemici come i filistei e i
borghesi, credettero al pensiero che agisce e trasforma…
Come nasce questo libro tra saggistica e prosa d’arte?
Nasce da un’antica passione per Nietzsche e da un altrettanto storica rivalità
nei confronti di Marx. All’università, nella facoltà di filosofia, era d’obbligo
studiare Marx ma io vi aggiungevo Nietzsche – e non solo lui. Da quel confronto
a lungo maturato, nasce questo libro.
Cosa sarebbe potuto emergere e cosa emerge nel suo libro da questo incontro
impossibile tra le due vertigini della modernità? È stato un bene o un male che
non si siano incontrati?
Difficile dirlo, ci saremmo risparmiati tragedie o forse ne avremmo vissuto
delle altre. Ma avremmo avuto il confronto tra due pensieri che si fecero mondo,
storia, rivoluzione o trasmutazione. Credo però che sia per noi posteri molto
proficuo metterli a confronto, paragonarli, e criticarli a vicenda.
Entriamo nel retroscena del pensiero. Che ruolo ha avuto il confronto con
Nietzsche nella sua formazione filosofica e quale importanza riveste oggi nella
sua visione del mondo?
Fu l’autore dei miei diciott’anni, la passione più grande di gioventù, a cui
dedicai il primo articolo. Zarathustra restò per me il genio di una religione
antica e inedita, profetica e ironica, danzante e ludica. Col tempo naturalmente
la sua influenza fu ridimensionata, ma restò sempre il mio modello più alto di
pensiero poetante.
Cosa accomuna e intreccia questi due profeti ispiratori del secolo
dell’incertezza e delle ideologie?
A parte il paradosso di ritenersi entrambi liberatori dell’umanità e poi
considerati entrambi ispiratori dei regimi liberticidi del Novecento, li
accomuna il desiderio di trasformare il mondo e non solo di conoscerlo, di
riversare il pensiero nell’azione e di sfidare l’establishment, che ciascuno
percepiva a suo modo. Erano due filosofi col martello, in lotta con il proprio
tempo.
Quanto hanno ancora da dire nell’epoca attuale questi “fratelli separati”?
Per Marx il nuovo proletariato sono i flussi migratori; al posto del movimento
operaio c’è il movimento femminista, la battaglia per l’uguaglianza si fa
battaglia per le diversità; al posto del capitalismo, il nemico è la tradizione;
al posto del padronato c’è il patriarcato. E sullo sfondo il marxismo cinese… E
Nietzsche – al di là del mito del superman e del suprematismo che viene
ricondotto al suo pensiero – quando afferma che l’uomo è qualcosa che va
superato, non apre forse la via al transumano, ai robot, all’intelligenza
artificiale, alle mutazioni genetiche?
Perché dice che il marxismo dopo essere morto in Oriente, ora è vivo e trionfa
in Occidente (in special modo a New York)?
Perché il marxismo, separato dal comunismo e fallito in Unione sovietica,
diventa oggi ideologia radical e global, e si compendia tra woke, political
correct e cancel culture, di derivazione americana. Persa la pars construens di
società comunista, resta la parte dissolutiva, di distruzione della civiltà.
Quando il marxismo da critica del capitalismo si fa critica della tradizione,
della natura e della storia, va a vivere a New York, magari col sindaco
Mamdani.
Che ne pensa delle evoluzioni del nietzschianesimo da riferimento della
rivoluzione conservatrice a totem di post strutturalisti e idolo dei
transumanisti? Sono appropriazioni indebite o sintonie di fondo?
Ognuno coglie di Nietzsche un aspetto, ma Nietzsche è prismatico, non c’è
citazione – avvertiva Giorgio Colli – che non possa essere contraddetta da
un’altra sua affermazione. Ci sono gradi di assimilazione e di fraintendimento,
ai tempi di d’Annunzio, di Spengler o di Hitler, come in seguito nella filosofia
francese e ai tempi dei sessantottini.
Dopo essersi combattuti negli anni dietro le insegne del rosso e del nero dei
propri ierofanti cosa resta di questi sospettati maestri e dei loro eredi?
Restano cospicue eredità di pensiero, anche se l’esito prevalente è impolitico
in Nietzsche e utopico in Marx. Marx resta un rivoluzionario, un pensatore
sociale, rivolto alla storia, alle masse e alla politica; Nietzsche è a mio
parere un “biosofo”, cioè un pensatore della vita, rivolto al mito, all’arte,
allo spirito aristocratico, alla solitudine e all’esistenza. La concezione
marxista è materialistica, dialettica, storica; la visione di Nietzsche è
tragica, ludica, estetica.
Oggi a chi parlano, nella politica e cultura internazionale, Nietzsche e Marx? E
chi sono i più marxisti e nietzschiani esponenti della politica italiana e
internazionale?
Nietzsche oggi è più vitale di Marx perché ha descritto la condizione umana del
nostro tempo molto più di Marx, legato a un contesto socio-economico di un’epoca
industriale. Non è significativo oggi riconoscere gli eredi politici di Marx e
Nietzsche, si prestano a troppi equivoci, torsioni e spesso denotano una totale
inadeguatezza nel ruolo di continuatori. Non vedo continuatori ma se dovessimo
seguire le vulgate diremmo Xi Jinping ed Elon Musk.
L’ispirazione di Nietzsche generò grandi opere (da Mann a Benn passando per
d’Annunzio e Rebatet) mentre l’eredità del marxismo compone solo l’archivio
della cronaca politica (chi legge più i testi politici di Aragon o del realismo
sovietico). L’arte sta graziando Nietzsche rispetto a Marx?
L’impronta di Nietzsche generò più frutti nell’arte, soprattutto nelle
avanguardie, nella letteratura, nel pensiero, nella musica, nella vita; Marx
sconta l’impoverimento della dimensione politica, sociale e rivoluzionaria, nel
nostro tempo. Marx oggi è poco letto, a differenza di Nietzsche che domina nei
palchetti di filosofia delle librerie e perfino nei poster dedicati ai
filosofi.
Oggi la tecnodestra e Musk sono gli eredi di Nietzsche mentre il woke è l’ultimo
erede di Marx?
Si, a patto di separare la volontà di potenza dal pensiero nietzscheano, e
separando il marxismo dall’anticapitalismo e dall’avvento del comunismo. Ecco a
cosa assistiamo: ad un Nietzsche decapitato e ad un Marx senza gambe né braccia…
Quale sarà il suo prossimo lavoro?
Non ne ho ancora un’idea precisa. Vorrei portare a sintesi, riannodare i fili,
ripensare le opere, chiudere il cerchio.
Francesco Subiaco
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