“Perché non v’è punto qui/ che non ti veda. Devi cambiare la tua vita”. Fermo,
di fronte al torso arcaico di Apollo, Rilke formula un imperativo oracolo,
ascoltando ciò che muta come se parlasse. Non è la nebbia di una morale, bensì
l’esperienza di metamorfosi che ogni vivente, nel suo perire, impone allo
sguardo; un volto d’albero, un muro di spine, una foglia che cade, ogni cosa
diviene giudice muto e maestro metafisico.
È da questa soglia rilkeana, da questa “Schwere der Dinge”, che possiamo
avvicinarci a Christian Morgenstern e alla parte del suo animo nascosta tra le
fronde. Perché anche nel suo Blätterfall, in un quadro autunnale che raschia sul
bordo della meditazione morale, la natura non è sfondo, ma interlocutrice,
segno, terreno dove l’uomo impara la sua postura, la discrezione, il silenzio
assordante.
> “Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso
> le colossali figure del futuro e dell’antichità.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
Nato nel 1871 a Monaco di Baviera, Christian Morgenstern è solitamente ricordato
per le sue Galgenlieder, i suoi Fatti lunari (pubblicati in Italia da Guanda) e
per l’umorismo stralunato. Cresciuto fra pittori e febbri, fu poeta dalla salute
sempre inclinata, funambolo dell’assurdo prima che l’assurdo avesse una
capitale. Colpito da tubercolosi sin dalla giovinezza – malattia che lo portò
alla morte prematura nel 1914 – conobbe a lungo la stanza del malato; il luogo
in cui l’immaginazione impara a uscire prima del corpo. Da qui la doppia natura:
da un lato l’inventore di quei poemetti che sembrano nati in un teatro di
marionette composto da canneti metafisici; dall’altro, un autore capace di una
spiritualità calma, quasi orientale, nutrita di Steiner, di teosofie leggere e
antroposofia.
I frequenti spostamenti lo portarono a soggiornare alcuni mesi, tra il 1906 e il
1907, nel sanatorio per malattie polmonari di Birkenwerder. Qui lo studio del
Vangelo di Giovanni e degli scritti di Meister Eckhart gli procurò una sorta di
iniziazione spirituale che lo rese liminale. La poesia Blätterfall appartiene a
questa fase più meditativa e più “seria” della sua produzione; non trascende
l’ironia dei Galgenlieder, ma esplode una sorta di piccola filosofia in cui la
natura diventa maestra di saggezza tragica e di compostezza.
Caduta delle foglie
Il bosco autunnale fruscia intorno a me…
Un infinito mare di foglie
Si stacca dalla rete dei rami.
Ma tu, il cui cuore appesantito
Vuole condividere il grande dolore…
Sii forte, sii forte e taci!
Impara a sorridere quando le foglie,
Facili prede del vento leggero,
Ondeggiano e scompaiono.
Tu sai che proprio la caducità
È la spada con cui lo spirito del tempo
Supera se stesso.
Morgenstern dispone il “mare di foglie” come un teatro cosmico in cui l’uomo,
fragile spettatore, è chiamato a un’ascesi del silenzio: «Sii forte, sii forte e
taci!». Rilke avrebbe riconosciuto in questo comandamento la stessa disciplina
interiore che governa le Dinggedichte, dove il poeta non descrive la cosa, ma la
lascia farsi gesto, inclinazione, destino. Ciò che si perde si apre, ciò che
discende si libera. La poesia, nella sua apparente semplicità, si colloca così
accanto alla visione rilkeana del mondo che “stirbt und wird”, muore e diviene,
una visione che fa dell’effimero un’energia spirituale.
> “Cerchi che si tendono sempre più
> ampi sopra le cose è la mia vita.”
>
> Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore
Se Rilke ci insegna a far parlare le cose, Hölderlin ci mostra il gesto opposto
e complementare. La natura non è soltanto scena ma compagna di redenzione,
cornice in cui si misura il rapporto umano con il divino. La malinconia
dignitosa e la tensione verso una forma di abitare il mondo si incontrano in
Hölderlin in una poetica del mediamento. L’estasi del poeta è sempre una
mediazione che tenta di ricollegare la frammentazione moderna. In relazione a
Morgenstern, Hölderlin ci permette di leggere l’esortazione al silenzio come
forma di abitare il tempo. Il suo “sii forte e taci” risuona come regola
heideggerianamente prescientifica dell’abitare che Hölderlin, prima di tutti,
aveva posto come questione poetica.
Christian Morgenstern (1871-1914)
Lo studio critico moderno conferma questo aggancio; la natura come mezzo per
oltrepassare la contingenza e riconsegnare all’uomo una misura dell’entusiasmo
poetico. “Non coerceri maximo, / contineri minimo / divinum est.”,riporta il
lungo epitaffio sulla tomba di Ignazio di Loyola citato da Hölderlin
nell’apertura dell’Iperione: “Non essere limitato da cos’è più grande, essere
contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”. Così, quando Morgenstern invita
a “sorridere” davanti al fogliame che svanisce nel vento, chiede un atto di fede
nel ritmo dell’essere. Imparare dai cicli naturali a non opporsi alla perdita,
perché è proprio lì che l’anima comprende la misura del mondo.
> “Costruisco una tomba per il mio cuore, affinchè possa riposare; mi imbozzolo
> perchè ovunque è inverno; mi avvolgo nei miei ricordi contro la tempesta.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
A sorreggere questa interpretazione giunge Nietzsche, il vero “formatore” della
giovinezza di Morgenstern e colui che offrì un primo fondamento filosofico al
suo rifiuto emotivo dell’arida incultura guglielmina. Il vento leggero che
rapisce il fogliame non è, per Nietschze, minaccia, ma forza dionisiaca che
smuove la forma, afferma la potenza del divenire e spezza le catene della
malinconia reattiva. “Tutto va, e tutto torna”, scrive nello Zarathustra,
ricordando che la vita è un eterno ritorcersi di forme e di energie.
Il Blättermeer di Morgenstern, osservato nella sua fluttuante impermanenza,
diventa così una figura nietzscheana: la danza minima di ciò che continua a
vibrare mentre scompare. Il comando “sii forte” non è una severità morale, ma
una pedagogia del divenire; accogliere il mondo nella sua continua evaporazione,
senza cedere all’illusione di un centro stabile.
> “Voglio imparare sempre di più a vedere come bello ciò che è necessario nelle
> cose; allora io sarò uno di quelli che fanno le cose belle. Amor fati:
> lasciate che sia il mio amore d’ora in poi!”
>
> Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
A fornirci l’ultimo nodo, però, è Bergson, che con la sua filosofia
della durée (durata) sembra quasi commentare direttamente i versi finali della
poesia: “Tu sai che proprio la caducità/ È la spada con cui lo spirito del
tempo/ Supera se stesso”. La temporalità bergsoniana non è una serie di istanti
che si consumano, ma un flusso qualitativo, una “élan vital” in cui vita e tempo
coincidono come movimento indivisibile.
Il testo di Morgenstern, nel suo insistere sulla caducità che «sovrasta» il
tempo, può essere letto come poesia della durata: il fogliame che cade non
interrompe l’esperienza, la intensifica; la caducità è l’atto che concentra la
memoria e l’anticipazione in un presente vivo. Bergson sostiene che il puro
presente è un inafferabile avanzare del passato che divora il futuro, e così, il
sorriso che l’io consiglia è gesto proprio, modalità del presente che incorpora
il passato e prepara il divenire. Nella sinergia di Bergson e Morgenstern il
tempo smette di essere nemico e diventa materia plastica dell’anima.
> “E tutto è unanime, nel silenzio su noi,
> metà vergogna, forse, e metà speranza ineffabile.”
>
> Rainer Maria Rilke, II Elegia Duinese
In questo modo, il bosco autunnale non è più soltanto un luogo della malinconia,
bensì il laboratorio dove Rilke vede la cosa dichiarare la propria anima, dove
Hölderlin riconosce la ferita sacra dell’esistenza, dove Nietzsche vi scorge il
gioco in cui l’essere si afferma contro la gravità della fine, e dove Bergson
ascolta il pulsare segreto del tempo che si rinnova.
Morgenstern, sotto questa luce, appare come un poeta che conosce la leggerezza
del pensiero profondo; parla alla quiete, ma soprattutto parla del mondo intero.
Nel suo invito a sorridere mentre tutto svanisce, si cela un gesto ontologico,
una teologia dell’imparare che la vita non ci appartiene per durare, ma per
trasformarsi, per transitare, per brillare un istante prima di dissolversi nel
respiro dell’universo. Morgenstern, con la sua voce più lieve e più
adulta, trasforma una visione in gesto etico, in assentire, e tacere. Un tacere
che non è resa, un tacere che non è condanna.
Il mondo vive nel suo cadere e l’uomo cresce nella misura in cui impara ad
accompagnarlo senza rumore.
Tommaso Filippucci
*In copertina: la “sfera dei colori” secondo Philipp Otto Runge (1777-1810)
L'articolo “Sii forte, sii forte e taci”. Christian Morgenstern o della legge
del mondo proviene da Pangea.
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“Ogni epoca si specchia nei suoi demoni e nei suoi profeti” (Enzo Bettiza). Così
si potrebbe introdurre Nietzsche e Marx si davano la mano. Vita, intrecci e
pensiero dei due profeti che sconvolsero il mondo (Marsilio, 2025), l’ultimo
libro di Marcello Veneziani, filosofo e narratore che da sempre intreccia
riflessione e racconto, pensiero e stile. In questo saggio-romanzo, l’autore
mette in scena un incontro, un confronto e uno scontro impossibile tra i due
giganti che più hanno scosso la modernità: il profeta del superuomo e l’ideologo
del proletariato, due solitudini titaniche unite dal comune culto di Prometeo e
dalla fede nella lotta come motore del mondo. Veneziani, con la sua prosa densa
e appassionata, evoca, rivela, racconta, ma soprattutto interroga: cosa
accadrebbe se le due vertigini del pensiero moderno si specchiassero l’una
nell’altra? Con lo sguardo lucido e insieme tragico del filosofo mediterraneo,
l’autore attraversa le loro eredità e deformazioni — dal marxismo woke al
nietzschianesimo accelerazionista — per misurare quanto dei loro fuochi arda
ancora nel nostro tempo disincantato. Mostrandone i miti, le storie, le visioni
e i furori con uno stile che è pensiero poetante in forma saggistica ed uno
sguardo aguzzo capace di rievocare le voci di questi maestri del sospetto
rivelando però le contraddizioni del Novecento sterminatore ideologico e del
nostro tempo. Per meglio comprendere le affinità e divergenze tra questi due
venerati maestri abbiamo raggiunto Veneziani nel suo studio romano.
Perché “Nietzsche e Marx si davano la mano”? Quali somiglianze esistono tra
questi “due profeti che sconvolsero il mondo”?
Marx e Nietzsche hanno una comune derivazione romantica, ebbero ambedue il culto
di Prometeo, il liberatore dell’umanità dal divino, si proiettarono nel futuro
liberandosi da Dio, patria e famiglia; furono pensatori del conflitto, la lotta
per loro è la regina di tutte le cose; ebbero comuni nemici come i filistei e i
borghesi, credettero al pensiero che agisce e trasforma…
Come nasce questo libro tra saggistica e prosa d’arte?
Nasce da un’antica passione per Nietzsche e da un altrettanto storica rivalità
nei confronti di Marx. All’università, nella facoltà di filosofia, era d’obbligo
studiare Marx ma io vi aggiungevo Nietzsche – e non solo lui. Da quel confronto
a lungo maturato, nasce questo libro.
Cosa sarebbe potuto emergere e cosa emerge nel suo libro da questo incontro
impossibile tra le due vertigini della modernità? È stato un bene o un male che
non si siano incontrati?
Difficile dirlo, ci saremmo risparmiati tragedie o forse ne avremmo vissuto
delle altre. Ma avremmo avuto il confronto tra due pensieri che si fecero mondo,
storia, rivoluzione o trasmutazione. Credo però che sia per noi posteri molto
proficuo metterli a confronto, paragonarli, e criticarli a vicenda.
Entriamo nel retroscena del pensiero. Che ruolo ha avuto il confronto con
Nietzsche nella sua formazione filosofica e quale importanza riveste oggi nella
sua visione del mondo?
Fu l’autore dei miei diciott’anni, la passione più grande di gioventù, a cui
dedicai il primo articolo. Zarathustra restò per me il genio di una religione
antica e inedita, profetica e ironica, danzante e ludica. Col tempo naturalmente
la sua influenza fu ridimensionata, ma restò sempre il mio modello più alto di
pensiero poetante.
Cosa accomuna e intreccia questi due profeti ispiratori del secolo
dell’incertezza e delle ideologie?
A parte il paradosso di ritenersi entrambi liberatori dell’umanità e poi
considerati entrambi ispiratori dei regimi liberticidi del Novecento, li
accomuna il desiderio di trasformare il mondo e non solo di conoscerlo, di
riversare il pensiero nell’azione e di sfidare l’establishment, che ciascuno
percepiva a suo modo. Erano due filosofi col martello, in lotta con il proprio
tempo.
Quanto hanno ancora da dire nell’epoca attuale questi “fratelli separati”?
Per Marx il nuovo proletariato sono i flussi migratori; al posto del movimento
operaio c’è il movimento femminista, la battaglia per l’uguaglianza si fa
battaglia per le diversità; al posto del capitalismo, il nemico è la tradizione;
al posto del padronato c’è il patriarcato. E sullo sfondo il marxismo cinese… E
Nietzsche – al di là del mito del superman e del suprematismo che viene
ricondotto al suo pensiero – quando afferma che l’uomo è qualcosa che va
superato, non apre forse la via al transumano, ai robot, all’intelligenza
artificiale, alle mutazioni genetiche?
Perché dice che il marxismo dopo essere morto in Oriente, ora è vivo e trionfa
in Occidente (in special modo a New York)?
Perché il marxismo, separato dal comunismo e fallito in Unione sovietica,
diventa oggi ideologia radical e global, e si compendia tra woke, political
correct e cancel culture, di derivazione americana. Persa la pars construens di
società comunista, resta la parte dissolutiva, di distruzione della civiltà.
Quando il marxismo da critica del capitalismo si fa critica della tradizione,
della natura e della storia, va a vivere a New York, magari col sindaco
Mamdani.
Che ne pensa delle evoluzioni del nietzschianesimo da riferimento della
rivoluzione conservatrice a totem di post strutturalisti e idolo dei
transumanisti? Sono appropriazioni indebite o sintonie di fondo?
Ognuno coglie di Nietzsche un aspetto, ma Nietzsche è prismatico, non c’è
citazione – avvertiva Giorgio Colli – che non possa essere contraddetta da
un’altra sua affermazione. Ci sono gradi di assimilazione e di fraintendimento,
ai tempi di d’Annunzio, di Spengler o di Hitler, come in seguito nella filosofia
francese e ai tempi dei sessantottini.
Dopo essersi combattuti negli anni dietro le insegne del rosso e del nero dei
propri ierofanti cosa resta di questi sospettati maestri e dei loro eredi?
Restano cospicue eredità di pensiero, anche se l’esito prevalente è impolitico
in Nietzsche e utopico in Marx. Marx resta un rivoluzionario, un pensatore
sociale, rivolto alla storia, alle masse e alla politica; Nietzsche è a mio
parere un “biosofo”, cioè un pensatore della vita, rivolto al mito, all’arte,
allo spirito aristocratico, alla solitudine e all’esistenza. La concezione
marxista è materialistica, dialettica, storica; la visione di Nietzsche è
tragica, ludica, estetica.
Oggi a chi parlano, nella politica e cultura internazionale, Nietzsche e Marx? E
chi sono i più marxisti e nietzschiani esponenti della politica italiana e
internazionale?
Nietzsche oggi è più vitale di Marx perché ha descritto la condizione umana del
nostro tempo molto più di Marx, legato a un contesto socio-economico di un’epoca
industriale. Non è significativo oggi riconoscere gli eredi politici di Marx e
Nietzsche, si prestano a troppi equivoci, torsioni e spesso denotano una totale
inadeguatezza nel ruolo di continuatori. Non vedo continuatori ma se dovessimo
seguire le vulgate diremmo Xi Jinping ed Elon Musk.
L’ispirazione di Nietzsche generò grandi opere (da Mann a Benn passando per
d’Annunzio e Rebatet) mentre l’eredità del marxismo compone solo l’archivio
della cronaca politica (chi legge più i testi politici di Aragon o del realismo
sovietico). L’arte sta graziando Nietzsche rispetto a Marx?
L’impronta di Nietzsche generò più frutti nell’arte, soprattutto nelle
avanguardie, nella letteratura, nel pensiero, nella musica, nella vita; Marx
sconta l’impoverimento della dimensione politica, sociale e rivoluzionaria, nel
nostro tempo. Marx oggi è poco letto, a differenza di Nietzsche che domina nei
palchetti di filosofia delle librerie e perfino nei poster dedicati ai
filosofi.
Oggi la tecnodestra e Musk sono gli eredi di Nietzsche mentre il woke è l’ultimo
erede di Marx?
Si, a patto di separare la volontà di potenza dal pensiero nietzscheano, e
separando il marxismo dall’anticapitalismo e dall’avvento del comunismo. Ecco a
cosa assistiamo: ad un Nietzsche decapitato e ad un Marx senza gambe né braccia…
Quale sarà il suo prossimo lavoro?
Non ne ho ancora un’idea precisa. Vorrei portare a sintesi, riannodare i fili,
ripensare le opere, chiudere il cerchio.
Francesco Subiaco
L'articolo Marx vive in un attico, a New York. Dialogo con Marcello Veneziani
proviene da Pangea.
Idola theatri distrutti, metafisica abbattuta, morale «ritrovata» (che non si
muta né in stoica, né in cinica), grazie a un’accurata scepsi danzante, antidoto
al veleno di un pensare a livello del suolo: «a morte tutto ciò che non è vita»,
è il suono della lama del boia propagato pagina dopo pagina fra gli scritti di
Nietzsche, lettore di Ermerson: righe pensate per essere remote, inavvicinabili
come il sole, da guardare a distanza e con filtri potenti. Nulla ha resistito al
zoroastriano assassinio del falso teoretico, etico ed estetico («sono un genio
della verità»), e dell’insufficiente: neppure il dettato pessimistico dell’amato
maestro Schopenhauer, incendiato e ripopolato dalla gaia saggezza, superato
dalla più assoluta affermazione tragica. Si deve a Nietzsche persino la
liberatoria dichiarazione di guerra «all’arcigno e squallido paganesimo
germanico», così lontano da quello ricco e nobile antico.
Persino chi osserva rapidamente sa che esistono perlomeno tre Nietzsche: quello
che è, quello che si vorrebbe che fosse, quello che è diventato. L’opera sua è
la tipica immagine del banco di prova per intemerati adepti, a favore di troppi
giochi e manie di scoperta. Questo fatto rende ogni «pronuncia» su Nietzsche
(sommo divagatore e dispersore di tracce che voleva essere «sentito», come il
vento, e non capito, eternamente a caccia dei suoi consanguinei) a rischio
crollo. Se si prova a dire qualcosa bisogna fare i conti con montagne di
ostacoli tutti collegati all’inespugnabilità cui aspirava e al dolore
ghiacciato, colmo di generatività, che voleva infliggere al suo lettore.
Quali sono questi tremendi ostacoli? Non solo, per esempio, l’irreperibilità
avanguardista del metodo, ma la fatica di braccare la volontà originaria della
sua opera, una stanchezza moltiplicata da tutto il bagaglio di scontri,
contraddizioni, clamori aneddotici, e ovviamente con le dovute necessità
filologiche che nel suo caso vanno osservate con una sensibilità
maggiore. Perché Nietzsche è, infatti, soprattutto un «caso», sia per la
naturale inclinazione a disgregarsi incessantemente sia per la manipolazione
fluviale che ha subìto. La morte di Elisabeth Nietzsche è stata una liberazione
per gli studi, fatto epocale che ha consentito di osservare il materiale inedito
con occhio meno partigiano, e finalmente si è potuto trattarlo con metodo
critico-filologico invece che sindacale o elettorale. In questa attività si è
distinto Karl Schlechta, il primo a indicare e dimostrare le manomissioni della
sorella di Nietzsche, nel 1956. Schlechta ha chiarito definitivamente che non è
mai esistita, neppure in nuce, un’opera sistematica dell’ultimo Nietzsche, e che
la Volontà di potenza non è che una ovvia compilazione di frammenti tratti dai
quaderni di appunti, approntata con scelte arbitrarie da mani che non erano
quelle di Friedrich.
La messa a disposizione dell’intero lascito nietzscheano in versione
filologicamente accettabile, depurato da tutti i gravi teppismi successivi, si
deve a Montinari e Colli negli anni Sessanta, quindi davvero ‘tardi’: la loro
edizione del pensiero di Nietzsche è il riferimento d’elezione per tutti gli
studiosi che cercavano quel «Nietzsche dentro Nietzsche» a lungo nascosto. In
generale, la letteratura su Nietzsche è sterminata, spesso di poco valore, e
rappresenta più che altro una pubblicistica popolare affranta dal generalismo o
sovraeccitata da equivoci e fanatismi. Nietzsche era in competizione aperta con
la Storia, meritandosi la sua maledizione. E in alcuni momenti la Storia
permette che affiori la propria ironia rendendosi manifesta a tutti: Wilde
moribondo fra la più brutta carta da parati all’hotel Hôtel d’Alsace, Pascal
sepolto in Rue Descartes e Nietzsche, ricoverato in clinica psichiatrica a
Basilea, con la scheda anamnestica in cui si scrive che «è completamente
pazzo».
Tanti aneddoti e almanacchi su Nietzsche, e alambicchi grotteschi per «capirlo»
o estrarne temibili «contenuti». Tutti hanno avuto la sventura di avere lettori
abusivi e commentatori della domenica, nessuno si è salvato, ma Nietzsche in
particolare ha attirato la mancanza di pudore di tante «mosche del mercato»,
proprio lui che ha sempre volutamente «abitato le cime». Il paradosso della
popolarità è beffa ma non danno: forse è vantaggioso che sia finita così, se
mette in risalto «l’hypocrite lecteur». Chi, pur non avendo né arte né parte, si
è negato la vanità e l’esaltazione di vanagloriarsi su Genealogia della
morale, Zarathustra, Umano troppo umano? Come sempre, questo rimane un argomento
di poca importanza, se è vero che la grandezza di un autore è incorrotta dai
saccheggi. Ma fino allo stremo, va ribadito che Nietzsche, errante ed errato, è
più indisponibile di altri a farsi sgretolare, a farsi «lavorare». Errante entro
la sua stessa opera, ricercatore della Ricerca, un confine vivente e permanente
fra eremita e viandante, immagine mitica della carta numero nove dei tarocchi
marsigliesi. Errato per le confetture, per le rilegature, per farne attracco di
tutti, ma specialmente errato par excellence perché non può essere «giusto» fino
in fondo per nessuno, perché mai darà il risultato sperato. Non ci deve nulla,
eccetto la libertà di dimenticarlo e farne memorandum per il pensiero e la vita,
ma senza nostalgia e idolatria.
Che cos’è Nietzsche? Uno che ha lasciato le chiavi per tutti i malanni della
medietà troppo umana, per proteggersi dall’assedio nichilista e da ogni
intellettualità didattica. Una via per tutte le vie, la via dello spirito
libero. Via che non può percorrersi, che deve essere superata già nell’atto di
visualizzarla. Ma anche educatore senza pedagogia, maestro senza parole e
«perverso polimorfo», per usare un freudismo. Esperto cacciatore della qualità
dei sentimenti morali, spregiatore del moralismo quale scheda preordinata per
attraversare la vita e i suoi dilemmi. Incluso il dilemma della Storia, che lui
dissolve attraverso un antistoricismo elettrificato: si può essere contro la
concezione hegeliana della Storia come il divenire di un’Idea, un moto continuo
rettilineo uniforme, con una perenne sintesi dialettica degli opposti,
cospirante a un fine ultimo.
Per capire Nietzsche, o meglio per vederlo, occorre probabilmente un esercizio
maturo e flessibile del «confine», perché ogni suo intento e ogni suo pensiero,
ogni sua scrittura – anche quando «a razzi», o furiosamente aforistica – sono
una lunga meditazione che ha intrecciato la sua origine a quella di ogni
possibile confine. Le linee divisorie sono il suo cruccio e diletto, è lì che
può esistere ogni vera intuizione sulla realtà e sulla coscienza. Confine
nietzscheano, che distingue esterno ed interno, ma consente uno scambio.
Delimita e consente il transito fra identità e differenza. La virtù del confine
è la porosità, è tale solo se è poroso: la sua capacità di rendere possibile
transizione e scambio. Nietzsche metta in guardia sul pericolo che esso possa
«ammalarsi», indurirsi, ingessarsi, diventare luogo di presidio militare, mutare
in cancerosa sclerosi: patologia del confine è perdita di porosità, che apre al
fantasma schizoide della contaminazione estranea. Ma se «ognuno è a sé stesso il
più lontano», dunque il primo estraneo che incontra, questi rischia la vita in
tale fraintendimento. Estraneo è in primo luogo il soggetto a sé medesimo se è
sordo al vero che lo abita, ipoacusia letale alla sua individuazione. Fare
massacro con l’ombra di sé, per conoscerla e superarla, rimanendo però fra gli
abissi: per essere finalmente non più arcaici, ma Antichi. Attrito sanguinario,
ma inevitabile ai passaggi ulteriori di liberazione, sensuale «maturazione»
(Nietzsche parla di «succosità, dolcezza, sapore pieno» di sé»), definizione. Si
descriveva così: «sono un vento del Settentrione per fichi maturi…». Un invito
ad abbandonare la «nave», inventandosi da zero e a spese proprie un mezzo di
navigazione inedito. Spacciato di certo chi non lo farà, «in nome di una
nobilitazione dell’obbedienza alla giustificazione dell’intera quotidianità, per
avere in cambio una pace del cuore rozza»: ecco gli «uomini del mercato» e il
loro ghigno, gonfaloni «dell’intera bassezza, dell’intera semibestiale miseria
della loro anima».
Forse inesistente un modo per comprendere Nietzsche se non quello di esserne
prescelti tramite divertita, misteriosa, congiuntura oltre lo spazio e il tempo.
Un indizio su «come fare», potrebbe averlo regalato quando ha nascosto il suo
ritratto nella frase «un sì, un no, una linea retta, una meta…».
Rubina Mendola
***
Zarathustra 25 | SULLE ISOLE FELICI
I fichi cadono dall’albero; essi sono buoni e dolci; e mentre cadono la lor
buccia rosea si fende. Io sono un vento del nord per i fichi maturi. Così, come
fichi, a voi giungano le mie dottrine, amici: ora gustatene il succo e la polpa
soave! È autunno d’intorno, e puro il cielo, e pomeriggio. Guardate quanta
abbondanza ne circonda! E in mezzo all’abbondanza è bello spingere lo sguardo
verso mari lontani. Ma le migliori parabole devono parlare del tempo e del
divenire: essere una lode e una giustificazione di tutto ciò che perisce! Creare
– ecco la grande redenzione dai dolori e il conforto della vita. Ma perché
esista il creatore occorrono molte sofferenze e molte trasformazioni. Sì, molto
amaro morire ci deve essere nella vita vostra, o creatori! Sareste così gli
assertori e i giustificatori di tutto ciò ch’è caduco […] In verità, feci la mia
strada attraverso cento anime e cento culle e cento dolori del parto. Mi son
congedato molte volte, e conosco le ultime ore che spezzano il cuore. Ma così
impone la mia volontà creatrice, la mia sorte. Oppure, perché più franco vi
parli: appunto questo destino vuole la mia volontà. Tutti i miei sentimenti
soffrono in me e son prigionieri: ma il mio volere giunge sempre liberatore e
messaggero di gioia. Il volere redime: ecco la vera dottrina della volontà e
della libertà – è così che Zarathustra v’insegna.
*In copertina: Max Klinger, Il filosofo, 1898-1910
L'articolo Dimenticare Nietzsche. Ovvero: sulla maledizione dei lettori abusivi
proviene da Pangea.
La riflessione filosofica sull’esperienza religiosa ha da sempre navigato
attraverso acque turbolente, tra le onde dell’impossibilità di rappresentare il
divino ed il desiderio umano di avvicinarsi ad esso. La tensione tra l’idolo e
la distanza, tra il desiderio di cogliere l’Essere assoluto e l’incapacità di
ridurre il divino ad una figura riconoscibile e domestica, è una delle
problematiche più acute della filosofia teologica e fenomenologica. Questa
distanza, non solo ontologica, ma anche etica ed esistenziale, solleva
interrogativi che attraversano secoli di pensiero.
La filosofia dell’idolo è, per così dire, una filosofia della rappresentazione,
ma non una rappresentazione che possa mai colmare l’abisso che separa il finito
dall’infinito. L’idolo, nel suo significato originario, rappresenta una
proiezione umana del divino, un tentativo di incarnare l’immensurabile in forme
finite. Questa rappresentazione, pur sembrando un accostamento possibile, è,
paradossalmente, la negazione stessa del divino: l’idolo è insieme la verità e
la sua distorsione, la vicinanza e la separazione. La fenomenologia dell’idolo
non può prescindere dalla consapevolezza di un abisso che lo separa dalla
divinità autentica. Da una parte, l’idolo si presenta come il tentativo di
incarnare il trascendente nel finito, dall’altra come il segno di un fallimento
incolmabile, come un simbolo che riduce l’infinito a un’immagine mortale.
La filosofia kantiana, nel suo rigore critico, aveva già messo in luce
l’impossibilità di una rappresentazione adeguata del divino: ciò che è veramente
divino sfugge inesorabilmente alle maglie della comprensione umana. La nozione
di “cosa in sé” esprime una realtà che, pur manifestandosi fenomenicamente,
rimane incognita ed inconoscibile. Non possiamo ridurre Dio ad una
rappresentazione sensibile, né interpretare la sua essenza con le categorie
dell’esperienza. L’idolo, in questo senso, si fa segno di una distanza
irrimediabile, di una separazione ontologica che fa del divino l’oggetto di una
contemplazione che è sempre, al contempo, una perdita di contatto con il divino
stesso. In Kierkegaard, questo abisso tra l’umano ed il divino si esprime
attraverso il concetto di “salto della fede”. La religiosità, per Kierkegaard,
non è una forma di conoscenza oggettiva, ma un atto di fede che sfida ogni forma
di rappresentazione, ponendo l’individuo di fronte ad una divinità che, pur
rivelandosi nella sua alterità, rimane sempre fuori dalla portata della
comprensione. La fede non è un atto di possesso del divino, ma un atto di
abbandono, di apertura ad un mistero che trascende ogni possibilità di idolo,
ogni tentativo di ridurre l’infinito ad una figura conoscibile. Nel momento in
cui il divino viene sottratto alle categorie ontologiche tradizionali, la
domanda su Dio si sposta dal piano dell’essere a quello dell’alterità assoluta.
La filosofia contemporanea, a partire da Heidegger, si è confrontata con la
necessità di pensare Dio non come un essere, ma come un’alterità che sfida ogni
definizione ontologica. Per Heidegger, l’essere stesso non è Dio, ma la sua
“abbandonata” manifestazione; eppure, proprio questa lontananza dell’essere
diventa il terreno di un’interrogazione che resta sempre aperta e
inassoluta. Dio, in questo quadro, non è un essere, ma un oltre, un’apertura che
non può essere colta se non come un’assenza. L’essere stesso è “vuoto” rispetto
alla presenza del divino, e in questa “assenza” risiede la possibilità del
divino di farsi presente, ma sempre sfuggendo alla piena conoscenza.
La fenomenologia dell’eccesso, che pervade la riflessione sul divino, trova una
delle sue espressioni più potenti in Emmanuel Levinas. Per Levinas, Dio è
l’alterità per eccellenza, l’ineffabile che si manifesta nel volto
dell’altro. L’incontro con l’altro, per Levinas, non è mai un semplice incontro
con una realtà finita, ma l’esperienza di un’infinità che sfida ogni pretesa di
riduzione a concetti finiti. Dio, dunque, non è mai un essere tra gli esseri, ma
l’appello che giunge dall’alterità assoluta, dalla distanza che non può mai
essere colmata. In questa prospettiva, la filosofia di Levinas non solo sottrae
Dio alla rappresentazione, ma lo colloca al di là dell’essere, in un ordine che
non può essere messo a sistema, ma che è continuamente esperito come un eccesso
che infrange ogni tentativo di ridurre la realtà ad un oggetto conoscibile. Se
Dio non è riducibile all’essere, se l’idolo ne distorce l’immagine, e se la sua
manifestazione sfugge alle maglie della rappresentazione, allora la
fenomenologia del divino diventa una fenomenologia dell’eccesso. Il divino si dà
non come un concetto, ma come un oltre che irrompe nell’esistenza in una forma
che non può essere afferrata, ma solo vissuta come una tensione, un’aspirazione
che resta sempre inappagata. L’esperienza del divino, in questa luce, non è una
conoscenza, bensì un incontro con l’inconoscibile che ci sfida ad abbandonare
ogni pretesa di dominio. Così come il volto dell’altro ci sollecita a una
responsabilità che non può essere risolta in una semplice rappresentazione, Dio
si fa esperienza di un’infinità che ci solleva e ci sospende.
Anche Nietzsche, nel suo pensiero sulla morte di Dio, non intende un
annientamento del divino, ma un superamento delle metafisiche che hanno ridotto
il divino ad un’entità da comprendere e dominare. La morte di Dio, per
Nietzsche, non è la fine del divino, ma la fine di un concetto di divinità che
poteva essere compreso e ordinato. Dio, nell’ordine della volontà di potenza, è
il segno di un oltre che non può essere trattenuto da alcuna rappresentazione,
un’espressione di una forza che travalica ogni limitazione. La fenomenologia del
divino si presenta come un’esperienza di tensione e distanza, in cui l’idolo,
pur avvicinando l’uomo al divino, ne tradisce l’essenza. L’idolo è la forma che
il divino assume nel tentativo di essere afferrato dal finito, ma è anche il
segno di una separazione che lo rende irriducibile a ogni figura e
rappresentazione. Il divino, nell’alternativa proposta dalla fenomenologia
dell’eccesso, non è un essere, ma un’alterità che si fa presente solo
nell’inaccessibilità, solo nella distanza che resta. Non c’è concetto che possa
contenere Dio, non c’è rappresentazione che possa esaurirlo. Solo l’esperienza
di un incontro con l’infinito ci permette di avvicinarci al mistero, senza mai
riuscire a comprenderlo appieno. Eppure, proprio in questa impossibilità di
possederlo, il divino si rende manifestamente presente come l’oltre che ci
interpella senza risposte definitive, come un’eccedenza che sfida ogni tentativo
di riduzione all’essere.
Jean-Luc Marion, nel suo Dio senza l’essere (Dieu sans l’être, 1982), si propone
di superare la tradizione ontoteologica che ha caratterizzato il pensiero
occidentale, in particolare a partire dalla scolastica e dalla sintesi
heideggeriana della metafisica. La tesi fondamentale dell’opera è che Dio non
possa essere costretto entro le maglie del concetto di essere, poiché
quest’ultimo è un determinante filosofico che riduce la trascendenza alla misura
del pensiero umano. In questo senso, Marion si inserisce in un solco di critica
radicale alla metafisica occidentale, riprendendo e rielaborando le intuizioni
di pensatori quali Heidegger, Derrida e, ancor più, la tradizione teologica
negativa che da Pseudo-Dionigi l’Areopagita arriva fino a Meister Eckhart.
Marion accoglie la diagnosi di Heidegger sull’ontoteologia, secondo cui la
metafisica occidentale ha sempre pensato Dio a partire dall’essere,
trasformandolo in summum ens, cioè in un ente supremo, anziché lasciarlo nella
sua irriducibile alterità. In tal senso, il Deus ens della tradizione tomista e
scolastica è per Marion una forma di idolatria concettuale, poiché costringe Dio
entro categorie umane. Tuttavia, mentre Heidegger suggeriva un Gelassenheit, un
lasciar-essere che aprisse all’evento della verità dell’essere, Marion sposta il
centro dell’attenzione su un altro concetto: il dono. Come scrive:
> «L’essere non ha titolo sufficiente per pensare Dio, e dunque deve essere
> decostruito a favore di un pensiero dell’eccedenza».
Questo lo pone in contrasto con l’ermeneutica heideggeriana, che pur
individuando la problematica dell’ontoteologia, non riesce a liberarsi del
primato dell’essere. Dio non si definisce in base all’essere, bensì in base al
dono assoluto, un’eccedenza che non può essere ricondotta ad una logica
ontologica. Qui, Marion introduce il concetto chiave del fenomeno saturo, cioè
un fenomeno che si manifesta in eccesso rispetto alla capacità del soggetto di
accoglierlo e comprenderlo. L’evento rivelativo divino è esattamente questo:
qualcosa che si dona senza misura, oltrepassando la possibilità di essere
oggettivato. Egli scrive:
> «Dio non è, bensì dona se stesso senza riserve, e nel donarsi eccede ogni
> concettualizzazione».
Questo concetto richiama la surabondance di Henri de Lubac e il pensiero di
Emmanuel Levinas, il quale afferma che «l’Altro si presenta come ciò che non può
essere ridotto a un concetto» (Levinas, 1961). Tuttavia, mentre per Levinas il
volto dell’Altro è l’accesso etico alla trascendenza, per Marion il dono divino
è un’eccessività che si manifesta senza condizioni.
Uno dei momenti più densi del testo riguarda la distinzione tra idolo e icona,
già centrale in L’idole et la distance (1977). L’idolo è l’immagine che chiude
lo sguardo su di sé, che permette all’uomo di contenere il divino nel proprio
orizzonte. L’icona, al contrario, è ciò che si sottrae allo sguardo, che invita
lo sguardo umano a oltrepassarsi, a non esaurirsi nella rappresentazione. Dio,
nel suo rivelarsi, non è un idolo concettuale, ma un’icona che lascia
intravedere un’eccessività irriducibile:
> «L’icona non è ciò che noi vediamo, ma ciò che ci guarda».
Questa distinzione si rivela decisiva nel contesto della teologia negativa,
poiché sposta l’accento dalla definizione di Dio alla sua fenomenalità come
rivelazione eccedente. Se l’idolo è un riflesso che il soggetto controlla,
l’icona è il punto in cui il soggetto si scopre guardato:
> «Nell’icona, non siamo noi a vedere, ma siamo visti».
Questo si ricollega alla mistica cristiana, dove la contemplazione non è il
raggiungimento di Dio, ma il lasciarsi invadere dalla sua presenza. Non
sorprende che il pensiero marioniano trovi assonanze profonde con la tradizione
mistica cristiana. La sua critica all’essere è, in un certo senso, un recupero
della via negativa che attraversa Pseudo-Dionigi, Maestro Eckhart e persino la
mistica carmelitana di Giovanni della Croce. Dio non è colto nell’essere, ma
nell’esperienza del suo donarsi, un’esperienza che rimane sempre sovrabbondante
rispetto alle nostre categorie. Come scrive Pseudo-Dionigi:
> «Dio è più alto di ogni affermazione e più nascosto di ogni negazione».
>
> (De Mystica Theologia)
Questo si sposa perfettamente con la nozione di fenomeno saturo di Marion, che
indica una rivelazione che eccede ogni presa concettuale.
In Dio senza l’essere, Marion ci offre un pensiero radicale e vertiginoso, che
tenta di liberare la riflessione su Dio da ogni compromissione con la
metafisica. L’uscita dall’ontoteologia non è solo un gesto decostruttivo, ma
l’apertura a una nuova possibilità di pensare la trascendenza: non come essere
supremo, ma come dono infinito. Questa prospettiva lo distingue da altri
pensatori della decostruzione del divino come Derrida, per il quale il concetto
di différance lascia Dio in una sospensione incessante. Marion, invece, va oltre
la sospensione e si inoltra nell’esperienza di una rivelazione che si dona in
sovrabbondanza. In questo, il pensiero di Marion rappresenta una delle sfide più
affascinanti e audaci della filosofia contemporanea, tracciando un percorso che
collega fenomenologia, teologia negativa e mistica in un dialogo fecondo.
Giusy Capone
*In copertina: Jan van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426-1432,
particolare
L'articolo “Dio non è, bensì dona se stesso senza riserve”. Per una
fenomenologia dell’eccedenza proviene da Pangea.