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“Più nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza”. Su un libro di Modiano
Ho letto La ballerina di Patrick Modiano, Einaudi, mentre sto leggendo Il ritorno del barone Wenckheim, Bompiani, di László Krasznahorkai (hai voglia a riascoltare online come andrebbe pronunciato, bisognerebbe allenarsi a lungo per pronunciarlo bene, occorrerebbe una disciplina da ballerini), e io non leggo mai due romanzi assieme, al massimo un romanzo e un saggio, ma due romanzi di due scrittori-scrittori assieme no, diventa un’esperienza schizofrenica, però Modiano – l’idea era dare un’occhiata alla prima pagina, sentirne giusto l’incipit – ha prevalso su Krasznahorkai.  Modiano sa che Krasznahorkai prevede una lettura lunga e avvolta come lo è il suo stile, suo di Krasznahorkai, mentre il suo di Modiano ha una fretta, una urgenza, cui tra l’altro non corrisponde nulla, contenutisticamente, Modiano racconta, inventa, storie sospese e sfrondate che resteranno lì nella debole eternità della mente che si spegnerà assieme a chi avrà brevemente immaginato che esista un’eternità possibile, un sempre-presente magari confermato in campo quantistico ma che in nulla modifica la nostra esperienza mortale e macromolecolare del tempo, dunque del mondo.  Di Modiano ammiro tutto ciò che inizialmente di Modiano detestavo: un annebbiamento diradato a sprazzi, la liceità sbruffona di deciderlo lui quale pezzetto raccontare e quale no, un minimalismo che definivo depressivo prima di riconoscerlo per una seria e asciutta malinconia assai sensata.  In La ballerina c’è una giovane donna che grazie alla disciplina dalla danza riesce dare un corso a una vita sbalestrata dall’età degli incontri, c’è un giovane uomo che non sa ancora cosa farsene di sé e che perciò ammira la disciplina a cui sa sottoporsi la giovane ballerina che ha un figlio, un padre del figlio che è dovuto scomparire, un molestatore che viene dal passato, come pure un protettore e una professoressa che le fece leggere le mistiche a suo tempo e una donna che la accoglie in casa e nel proprio letto, e per un periodo prevedibilmente precario una relazione con il compagno di danza che le fa finalmente sentire la mistica dell’incandescenza.  Ci sono bar, boulevard, le stazioni parigine, Repetto – il negozio – e appartamenti umili di salvataggio, sormontati dalla città indescrivibile se non per precisi indirizzi, per precisi tragitti, per arrivare a dire almeno qualcosa della Città che attira tutti col miraggio dell’anonimato possibile, dell’occasione data di poter fare “un po’ di ordine”.  Modiano racconta l’ordalia della gioventù, è la consapevolezza ultima di molti suoi romanzi. Scrive in La ballerina:  > “Che cos’è di preciso un errore di gioventù? si chiese. La maggior parte delle > volte, quasi nulla. A quell’età tutto si cicatrizza molto più in fretta, e > presto non rimane nemmeno traccia della cicatrice. Più nessun testimone. Più > nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza.”  Una menzogna, sia, non è dato a nessuno il sollievo dell’oblio totale, resta tutto del dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani, accompagnato però a una stanchezza, finanche a una noia di te stesso quando la ripercorri, smarrendoti ogni volta, abbinata a un segreto vergognoso: la nostalgia di quel tempo non perché ci fosse qualcosa di desiderabile, una bellezza percepita col senno di poi. Soltanto la nostalgia della giovinezza capace alle volte di vincere l’amarezza per averla dovuta vivere proprio così, per averla sprecata, perduta, neanche fossa mai possibile il viceversa, come se il modo migliore per mancare la gioventù non fosse il non smarrirvisi dentro, lasciando a te che le sopravvivi, se le sopravvivi, l’alibi per mettersi in cerca dello sconosciuto che siamo stati.  Chi non si è mai dato la necessità di cercarsi, lui sì che è perduto.     antonio coda *In copertina: opera di Edgar Degas (1834-1927) L'articolo “Più nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza”. Su un libro di Modiano proviene da Pangea.
November 22, 2025 / Pangea