Nell’ala del libro infine più noto di Dario Villa, Abiti insolubili, l’anonimo –
in realtà: Giovanni Raboni – scrive di un poeta dotato dell’“innocenza e la
grazia di un visitatore angelico”. Come si sa, il “visitatore angelico”, quando
fa visita, porta un messaggio di separazione. La sua bellezza atterrisce: il
gloria è marziale, attende al disastro, al dispaccio della lacerazione.
L’emblema dell’angelo non è il giglio ma la spada – la notizia offerta alla
madre bambina, Maria, è un grembo che sarà sepolcro, un ventre che sarà fiore e
buco nero, un figlio che per esplodere in luce verrà crocefisso.
Creatura indivisa, l’angelo divide.
In Abiti insolubili un angelo “quasi orgoglioso/ dell’opera quasi compiuta”
appare a pagina 87. È un angelo che tenta di fabbricare un umanoide – “ma in che
accozzo di membra avrò cacciato/ il cazzo l’anima la pelle il mastice/ la
scintilla vitale?” –; gli viene fuori un “golem mancato”, che caccia “giù, nel
mondo o agli inferi”. A dire – ancora, ancora… – che l’opera di Villa è
eminentemente sapienziale: edotto in Blake – di cui ha tradotto, per l’edizione
delle Opere curate da Roberto Sanesi per Guanda nel 1984, Vala or the Four Zoas,
brani da Jerusalem e i Poems from the Pickering Manuscript –, il poeta si muove
puntellando il mondo di gnostiche chiose; è un Messia irreparabile, una specie
di Sabbatai Zevi della poesia italiana – l’ironia vela il vero per farlo
rifulgere.
Abiti insolubili uscì nel febbraio del 1995; dieci anni prima, con Lupsus in
fabula (edito a Milano da Società di Poesia), Dario Villa aveva ottenuto il
Premio Mondello – sarebbe morto l’anno dopo, nel marzo del ’96. Giovanni Raboni
scrisse della sua morte il 10 marzo, sul “Corriere della sera”; nel titolo del
colonnino, Il poeta che credeva nelle ombre, la misura ctonia, da messaggero
oscuro, latore di fiamme negli inferi, di Villa. Così scrisse, tra l’altro,
Raboni:
> “Dario Villa è morto cinque giorni fa, dopo una malattia lunga e terribile
> vissuta con una consapevolezza, una dignità e un coraggio meravigliosi.
> All’infuori della piccola cerchia dei suoi amici, né la sua malattia né la sua
> morte hanno fatto notizia: e mi sembra giusto così. A ogni poeta, a ogni
> scrittore, a ogni artista che scompare sarebbe bello, in fondo, poter pensare
> come Dario ha pensato a se stesso riflettendo sul mistero e insieme sulla
> ‘normalità’, sulla quotidiana, famigliare imminenza della propria scomparsa:
> ‘è più simile a me/ l’ombra che resta in piedi quando cado/ di quanto non sia
> io’”.
È proprio del poeta angelico morire senza dar notizia di sé: natura d’elitra e
di foglia la sua, divino ectoplasma – a crollare, a frantumarsi, a rovinare sono
gli uomini. Quelli che l’angelo-poeta ammanta con parole piene di odori d’erba –
e denti al collo.
È strano – fino a un certo punto – che Giovanni Raboni, il doge della poesia e
della cultura del tempo, sentisse un’affinità così totale con un
totale outsider come Villa: in lui, forse, intuiva il genio della poesia in
purezza. Nella mitica, semicladestina edizione di Tutte le poesie di Dario Villa
– a cura di Katia Bagnoli, stampata da Seniorservice Books, dunque da Carlo
Feltrinelli, nel 2001 – Giovanni Raboni ritorna ancora sul tema della grazia.
Dario Villa, a suo dire, è stato uno dei “pochissimi poeti italiani, negli
ultimi decenni del secolo appena trascorso… costantemente, oserei dire
insistentemente frequentati dalla grazia”. Ritorniamo nell’ambito da cui siamo
partiti, nel portento del sacro, nel suo portamento, tra paramenti celestiali:
l’angelo si rivolge a Maria, la ragazza, come alla “piena di grazia” perché “Dio
è con te”. Dalla grazia (charis) discendono i carismi, i doni dello Spirito: non
c’è dono che non si sconti in sacrificio, che non si scontri. La pienezza di
Maria è anche pienezza nel dolore. Grazia che ingravida e che graffia.
Definito “il migliore, il più sicuro talento della sua generazione” – ancora
Raboni, nell’articolo del “Corriere della sera” – eppure, pur sempre ai margini,
smangiato da una tragica leggiadria, da una leggenda che ha finito per
perseguitarlo, si disse che Villa era apparentato a “un Corbière, un Laforgue”
(poeti, tra l’altro, fondamentali per il primo tempo della poesia di Thomas S.
Eliot); nella nuova edizione che raccoglie l’Opera in versi di Villa (Crocetti,
2025) si dice che “Villa fu senz’altro il Rimbaud della Milano postmoderna”
(Alessandro Giammei). Di mio – nel gioco delle figurine – aggiungo che Villa mi
pare – per tono, per impeto, per imperiale genio linguistico – prossimo a David
Gascoyne – autore che pure ha tradotto. Giochi, maschere, burattini volanti. La
necessità di circoscrivere Villa entro la museruola di autori analoghi è data
dal fatto che Villa non appartiene a nessuno, pare non avere parenti tra i
tedofori della poesia italiana; insieme a rari altri, lari di una lingua
d’altrove – Lorenzo Calogero, Ivano Fermini, Gian Giacomo Menon, Claudia
Ruggieri – fa parte di un canone ‘avverso’, avversato, fallato dal frainteso,
dall’aporia esistenziale, fino a farsi afoni all’oggi.
Tornando alla figura primaria – l’angelo – pare che Villa, in certe folgoranti
lasse, abbia tentato le “lingue degli angeli”, quella lingua slinguata,
sdilinquito delinquere, paradisiaca barbarie, tra il latrato e il sussurro, di
cui dice Paolo nel capitolo tredici della Prima lettera ai Corinzi. Scrittura
‘pentecostale’ la sua? Figurarsi. Villa – trasfigurato sempre in altro da sé –
non assiste alle lingue di fuoco che calano dall’alto, dall’attico di Dio: il
cielo è plumbeo, piove a macerie e ciò che macera dà volto a bestie in fuga,
uomini col volto del capro e della locusta. Poeta apocalittico col papillon,
Villa, che giunge a disastro compiuto:
> (siamo un’ombra del caso
> procediamo da cause sconosciute
> precipitiamo come nebulose
> in un fuoco di rose)
Corroborante, Villa, proprio oggi, come avesse scritto per noi, ora, nell’era
del linguaggio al dileggio, della lingua vezzeggiata, dei poeti che proseguono,
senza atto di veggenza, una ‘tradizione’ di stantie stanze – meri lotofagi
dell’io – o che s’impennano in esperimenti altrettanto vetusti, inverati dal
vento, esametri della scemenza, semenzaio di nequizie. Dario Villa pareva,
appartato, partigiano dell’oltre, non appartenere neppure alla vasta serie di
poeti, più o meno coetanei, più o meno bravi, avvalorati, in quegli anni, da
pubblicazioni di successo: Valerio Magrelli, Milo De Angelis, Roberto Mussapi,
Cesare Viviani, Patrizia Valduga, per dire. Nella collana ‘Marsilio poesia’,
diretta da Raboni dal 1994 al 2000, uscirono, tra gli altri, Toti Scialoja,
Ferruccio Benzoni, Elio Pagliarani e Jolanda Insana. È interessante – per un
puro dato di storia del costume editoriale – assistere alla classifica dei
“Libri più venduti nella settimana” in cui è morto Villa. Spiccano gli italiani:
Baricco (Seta), Susanna Tamaro (Va’ dove ti porta il cuore, da cinquanta
settimane in classifica…), Stefano Benni (Elianto), Andrea De Carlo (Due di
due). Tra “I primi dieci”, tre sono libri di poesia: di Charles Bukowski
(dichiarato “poeta ‘maledetto’”), di Nazim Hikmet e Montale.
Tra le poesie di Villa, Raboni preferiva questa, che è poi un angelo che
annuncia se stesso, il suo eccesso:
non saprei dire
quando con precisione
imparai a nuotare ma non a volare
credevo nelle ombre
credevo alla perfezione
non ero labile come la storia
né fui mondo da scoria
finché non mi calai nel tempo quando
vidi la luce: la inondai
con una strana colla
diceva cose molto sporche e belle
credo che fosse vestita di nero
certo un dettaglio – ma tant’è – che importa –
ero ormai uomo fatto…
anche se poi, per qualche tempo,
continuai a osservare un gioco d’ombre
mi ci studiavo – ci vedevo poco –
davo il polmone al gatto
mi muovevo ogni anno di venti
venticinque centimetri almeno
“ah” pensavo giocando alle parole
“gli altri sono le nubi io sono il sole”
Indifferente ai clamori dell’epoca – perché ne sentiva l’odore, la portata di
bestia al macello – Villa, angelico flâneur del verso, perseguiva una sua via
autarchica. Amava dissiparsi – come i poeti abitati da un talento all’eccesso,
esondante, incapace dunque di ‘sistemarsi’ e di sistemare i propri versi in
libri, opere, propaganda editoriale varia. Così, l’altro giorno, a Milano, mi si
fa di fronte un ragazzo – fronte larga, ispirati e lunghi i capelli, ispido
cappotto, insipida la sera, polverizzata in pioggia. Amico di Giampiero Neri, il
poeta, mi fa – si chiama Alessandro Pancotti, e con rigore pari alla grazia mi
porge due fogli. Due poesie di Dario Villa. Inedite. O meglio. Dimenticate.
Nell’Opera in versi – oceanica opera, necessaria, salutare: finalmente Villa
ritorna tra noi! – non ci sono. Sono state pubblicate sul numero 4
(Ottobre-Dicembre 1985) de “lo Spazio Umano”, Rivista internazionale di scienze
umane arte e letteratura, diretta da Enrico R. Comi. Tra i tantissimi, sulla
rivista collaboravano, in quegli anni, Jannis Kounellis e Roberto Sanesi, Georg
Baselitz, Keith Haring, Lou Reed, Sebastiano Vassalli e David Maria Turoldo. In
quel numero, spiccano un testo di Gillo Dorfles, le poesie di Maurizio Cucchi e
Kenneth Koch.
Le poesie di Villa, qui riproposte, recano una data: 1980. Come sempre,
alternano calembour a sentenze epigrammatiche, il gioco all’oracolo. Un
deambulare tra previsioni ed eversioni. In fondo, paiono i cartoni preparatori
di un’opera – lo studio del cranio di un angelo.
**
la luce bacia le bucce
dei pensieri mondati:
lucida sulla credenza riluce
la polpa nuda dell’idea – che agrume,
che succo acido agli orli
rasenta sguardi travolti, le bocche
aperte, sedie rovesciate?
inchiodata al suo senso,
fissa per sempre la scena (il tempo
il luogo) del ribaltamento,
e la penombra che perdura, macchia
il centro della tavola? qui sembra
il mondo, acciottolii di finepasto,
fragore incerto, l’occhio di qualcuno
rapito in sogni anatomici, le gambe
intraviste che intessono sotto la tavola
quel gioco puro, supporto
di successivi svolgimenti: istinto
ed evento che vibrano, muovono, filano
in un solo volere: negare
tanta immobilità, darsi alla luce.
*
per poi tornare a ripetere
passi, figure, il muschio
cresciuto tardi
sul pasto della natura:
rovine riconquistate dall’edera,
riconvertite in foresta,
cocci dispersi, emblemi in cui s’inciampa
e nelle circonvoluzioni
del labirinto, l’etere ripermea
freddo l’orecchio: musiche, rumori,
voci già sillabanti e la spirale
vacilla di una memoria che torna
nei suoi residui a sgomentare l’ora
che s’infutura e ricade, altro intreccio
in qualche comodo fodero
arabescato starà sognando la lama
rosa da molte ruggini
dello spirito insonne: cosa faremo,
sciabole di mucillagine stampate
su ciò che resta di un muro, riflessi
senza pretesto, ombre di gesto vegetalizzato.
Dario Villa
*In copertina: Dario Villa (1957-1996) in un ritratto fotografico di Antonio Ria
L'articolo “Io sono il sole”. Due poesie ritrovate di Dario Villa, o
dell’Apocalisse col papillon proviene da Pangea.