Di Eugene Marten, in rete, c’è poco – non ama atteggiarsi; si direbbe, al
contrario, che aspiri a scomparire. In una conversazione con Elle Nash,
pubblicata su “The Creative Independent”, Marten ha fatto la lista delle cose
che gli piacciono. Spiccano “le Perseidi, lo sciame meteorico visto dal Very
Large Array, Nuovo Messico, nel mezzo del nulla” e “il deserto”. Il disastro
stellare – che ai nostri laceri occhi pare la stola di un dio diviso in rivoli –
e il nulla terrestre. È forse questa l’esatta condizione, la postura dello
scrittore. Trarre stelle dal deserto.
Nato a Winnipeg, Canada, nel 1959, da genitori europei (polacchi e tedeschi),
Eugene Marten non ha un blog, non scrive sui giornali, non è censito da una voce
su Wikipedia. Ha esordito alla letteratura venticinque anni fa con In the Blind,
sotto l’ala di Gordon Lish, il mitico editor di Raymond Carver e di Richard
Ford; l’intransigente e leggendario direttore di “Esquire”, di “The Quarterly” e
– per un po’ – della casa editrice Knopf. È stato lui a dichiarare al mondo dei
media che Marten è il vero erede di Cormac McCarthy e di Don DeLillo. Secondo
altri – ne troviamo testimonianza, ad esempio, su “Transatlantica. Revue
d’études américaines”, che nel 2024, per la cura di Brigitte Félix e Stéphane
Vanderhaeghe, ha realizzato An Interview with Eugene Marten – i libri di Marten
hanno fratellanza, per esuberanza di stile, con quelli di Chuck Palahniuk e di
Bret Easton Ellis. Quando si mettono sul tavolo troppi nomi – un po’ come il
gioco delle figurine e dei figuranti – significa che l’autore in questione è
sostanzialmente inclassificabile.
Eugene Marten non ama farsi fotografare – il volto, al contempo sfaccettato e
sfacciato, non incute tenerezze. In fondo, ha pubblicato poco: Layman’s Report,
uscito nel 2013, è il romanzo che ritiene migliore. Eppure, è l’ultimo, Pure
Life, pubblicato nel 2022, dopo quasi dieci anni di silenzio, ad aver fatto
sbalzare dalla sedia critici e lettori. La storia, in vitro, è semplice: si
racconta la vita, aureolata di premi e di tormenti, di Numero Diciannove,
talentuoso quarterback di una squadra della NFL, rifugiatosi nelle giungle del
Centroamerica per curare una cronica afasia mentale, dovuta agli eccessi
sportivi. Marten, di fatto, afferra le icone della cultura statunitense – il
culto della fama, dello sport, della felicità costi quel che costi, finanche il
Graal del Grande Romanzo Americano – e le calpesta, facendone suppurare veleni e
vermi in quantità. La quarta dell’edizione originale del romanzo dice di “un
confronto audace, radicale e brutale, con i miti della modernità, sbriciolati
nel più primordiale degli scenari”; qualche giornale – la “Chicago Review of
Books”, ad esempio – ha scritto di “uno straziante viaggio nel cuore delle
tenebre umane, scandito da un ritmo che tramortisce”. Pare che in Pure Life si
riveli – pur senza rilievi così evidenti – il vero debito di Marten nei
confronti di McCarthy. Come da copione, Marten ha fatto poco, quasi nulla, per
far parlare di sé.
Del libro mi ha parlato, con spiritata enfasi, Andrea Bergamini, dacché le
edizioni Playground lo hanno tradotto come La pura vita (la traduzione è di
Antonio Bravati). Parte che Marten abiti, ora, ad Albuquerque; viene definito
“gentilissimo”. Bergamini mi chiede di leggere, per farmi un’idea, le “prime
trenta pagine” del romanzo, un “montaggio”, dice lui, che sembra “la
trasposizione su carta delle strategie narrative di Terrence Malick”. Gli do
credito, mi incuriosisce lo sconosciuto, il retrattile all’oggi. Il romanzo va
limpido per quattrocento pagine: le prime trenta sono belle; preferisco le
ultime cento. Le pagine sulla catabasi nelle giungle dell’Honduras, tra i
Miskito, gli indigeni di laggiù; lo scrittore non lesina in efferatezze – a un
certo punto, compare per bagliori la sagoma di Fassbinder. In una scena,
emblematica, l’incontro rettilineo con il rettile:
> “Sotto, il fiume era piatto e incolore, ma c’era del movimento. Diciannove si
> soffermò con lo sguardo. Quando il cielo si accese di nuovo lo vide… rosso,
> galleggiante, appena sopra la superficie piatta e immobile del fiume.
> Impassibile, impenetrabile, senza bisogno di traduzione. Lo vide che lo
> fissava attraverso ottanta milioni di anni di implacabile fame rettile,
> indifferente al numero che portavi e tantomeno ai coriandoli che ti erano
> stati lanciati. Tu eri perfetto.
>
> Si accorse che ce n’erano diversi, ma lui avrebbe finito quel che aveva
> cominciato.
>
> Proprio davanti ai loro occhi”.
I grandi scrittori americani, per alcuni tratti, pare scrivano all’unisono:
allineano la voce come una fuga di Bach. Si rincorrono, ricorrono uno
nell’altro. Allo stesso tempo, è la forza della tradizione, è l’avventatezza del
cercatore d’oro.
Indipendente dalla mondanità, dalle modanature ostentate dalla cronaca recente,
Eugene Marten continua a inseguire “il Grande Libro”. La sua cauta ingenuità mi
coinvolge – Eugene Marten scrive come si arma un arco e come si apre una porta –
e prendiamo a parlare.
Come è nato “Pure Life”: qual è stata, intendo, la folgore che ha dato inizio
alla narrazione, l’idea dominante, la natura incontrovertibile
dell’ispirazione?
Ho trascorso un periodo di tempo in America Centrale; volevo ambientare in
quelle terre un libro, ma non avevo tra le mani un soggetto interessante. Dopo
un po’, mi sono giunte notizie di un’ex stella del football, un giocatore che un
tempo ammiravo, la cui vita, una volta terminata la carriera, si era trasformata
in un incubo. Poi un giorno mia moglie mi ha mostrato un articolo di giornale
che suggeriva come i due elementi potessero collegarsi. Quella è stata la
scintilla.
C’è, nel romanzo, a tratti, mi sembra, un ritmo sciamanico. Forse la scrittura è
anche teurgia, un gesto di benedizione, un anatema… Che rapporto hai con le
ombre, con l’invisibile, con il regno del sogno?
Considero le frasi come delle formule magiche capaci di evocare il mondo
raccontato nel libro, quasi una transustanziazione. Da bambino ero molto
religioso. Non lo sono più, ma nutro grande rispetto per tutto ciò che è rito.
In fondo, credo di essere un realista che cerca di trasmettere in ogni opera il
senso di un’altra realtà possibile, nel bene e nel male. La scienza ci parla
dell’esistenza di altre dimensioni, di possibili universi alternativi, ma che
esistono solo nella matematica superiore. Non credo ci sia nulla oltre a noi e
al nostro mondo materiale, ma una parte di me vorrebbe che ci fosse. Credo di
essere impegnato in un utile conflitto con quella parte. Parafrasando Wallace
Stevens, la realtà è la fonte, ma solo quello.
Gordon Lish ti ha paragonato a Cormac McCarthy e a Don DeLillo: questo legame di
parentela narrativa ti inorgoglisce o ti infastidisce?
Ho letto molte opere di entrambi, e ne sono stato influenzato – è difficile
trovare romanzieri americani che sappiano costruire frasi migliori delle loro –
ma personalmente non mi ritengo al loro livello. Né sono un loro imitatore.
Naturalmente nessuno scrive nel vuoto, e mi piacerebbe pensare di aver assorbito
ed elaborato la loro influenza, tra le altre, per poi andare oltre, sviluppando
così una mia opera.
Che rapporto hai con la cultura statunitense contemporanea? Insomma, come vivi
oggi nel tuo Paese?
I miei genitori sono originari dell’Europa (Polonia, Germania) e hanno sempre
avuto un atteggiamento ambivalente verso la prospettiva di una completa
assimilazione. Credo che questo possa aver generato in me un senso di
estraneità, quel genere di distacco che è tipico di uno scrittore. (Del resto,
mi sento estraneo anche alla cultura letteraria di cui dovrei far parte). La
questione è complicata anche dall’attuale situazione politica del Paese. Un
tempo pensavo, forse ingenuamente, che la cultura avesse una sua vita a
prescindere dalla politica, e che potesse persino redimerla (per altri scrittori
è sempre stato vero il contrario). Credo di essere ancora legato a questa idea,
ma data la catastrofe delle ultime elezioni (agevolata da circa 80 milioni di
americani, una fetta considerevole di “cultura”) e dato l’incubo dell’attuale
amministrazione, dai tratti fumettistici, a volte ci si sente così contagiati
dalla palese assurdità di tutto ciò che ci circonda che reagire in modo creativo
sembra superfluo, e a tratti persino impossibile. Sottigliezze, sfumature e
immaginazione non hanno più spazio, venendo meno il buonsenso e il decoro. In
fondo, la merda è merda, cos’altro c’è da dire o da aggiungere? Ci troviamo in
un territorio inesplorato, dove l’unica risposta potrebbe essere quella di
scendere in piazza per protestare. Nel frattempo, continuo a sgobbare sulla
pagina.
Credi che, nell’era dell’IA, il romanzo sia ancora la macchina fondamentale, la
più adatta a dire l’uomo e il suo dramma, la vita, il mondo e ciò che ci sta
attorno?
Sono un po’ titubante a parlare di Intelligenza Artificiale perché non ne so
molto, a parte le allarmanti notizie che tutti leggiamo (e la possibilità che
possa essere utile per la ricerca). Non sono nemmeno sicuro che il romanzo sia
mai stato il mezzo ideale per affrontare quella che chiamiamo la condizione
umana: forse il concetto di “pertinenza” è qualcosa di cui dovremmo liberarci.
Se davvero il romanzo è stata questa macchina fondamentale, per cui si debba
considerarlo un riflesso, da una posizione separata, di ciò che accade nel
mondo, un punto sulla riva del fiume in cui contemplare il flusso della vita,
allora non vedo perché non possa continuare a esserlo, nonostante l’IA e TikTok.
La letteratura, in definitiva, esiste al di fuori della tecnologia, e quindi
potrebbe essere nella posizione ideale per comprenderla. Potrebbe persino essere
l’antidoto. Forse è più in discussione la qualità della scrittura e lo spirito
critico dei lettori.
Perché, in fondo, scrivi?
Per dare vita a qualcosa. Da giovanissimo ero ossessionato dai vecchi film di
Frankenstein (quelli interpretati da Boris Karloff, e anche altri) e alla fine
ho scoperto che il romanzo era il mio laboratorio dove dedicarmi a questa
scienza pazza. Un corpo costruito con pezzi di ricambio, alcuni riesumati, altri
trovati per caso, altri strappati con crudeltà. Un corpo animato
dall’elettricità del linguaggio, nel bene e nel male.
Come fa a tuo avviso uno scrittore a trovare una “voce” più che imporsi in uno
“stile”? Come può una futile storia, costruita con ingannevoli parole, diventare
viva, vera?
Trovo che i termini “voce” e “stile” (non in senso decorativo) siano
intercambiabili. Per me è tutta una questione di parole e di come vengono messe
insieme. Una buona scrittura ha un suono, e non c’è canzone se non sai cantare.
È una sorta di codice, il modo in cui certe molecole e proteine disposte in un
certo ordine danno origine a un organismo che si auto replica (a pensarci mette
un po’ di paura, vero?). Il soggetto/la storia/la situazione mi vengono sempre
in mente per primi, ma il processo, come un sogno, ha una sua cronologia. Credo
che tutto si riduca alla vecchia dialettica forma/contenuto,
contenitore/contenuto. Raggiungere la sintesi perfetta dei due elementi, rendere
il vino indistinguibile dalla bottiglia, è ancora il Santo Graal.
Che cosa leggi, oggi? Quali sono i libri o gli autori che hanno forgiato la tua
scrittura, che sono stati il tuo campo di addestramento?
Ho iniziato leggendo libri di genere come chiunque (in certa misura, l’horror è
ancora presente nelle mie pagine), pensavo che diventare uno scrittore di
successo sarebbe stato il mio obiettivo. Avevo una vaga idea di che cosa fosse
l’arte (ancora oggi non mi fido di questa parola), ma ho iniziato ad accorgermi
che alcuni libri erano scritti meglio di altri. Fiesta è stato il punto di
svolta, l’unico libro che ho letto tutto d’un fiato. Non proverò a elencare
tutti gli scrittori che considero fonte di ispirazione (alcuni preferisco
tenerli per me), anche se non mi considero particolarmente colto; ho una piccola
biblioteca e cerco di sfruttarla al meglio. Un paio di opere a cui torno
continuamente e che amo moltissimo (ad esempio, DeLillo/McCarthy) sono il
racconto The Pedersen Kiddi William H. Gass e The Life and Times of Captain
N. di Douglas Glover, una sorta di Meridiano di sangue canadese ma a mio parere
migliore. I guerrieri dell’inferno di Robert Stone è una specie di Grande
romanzo americano. Sono debitore verso tutti i racconti di Grace Paley e di Joy
Williams (meno verso i romanzi di Williams, anche se comunque sono di valore, e
lo stesso vale per Flannery O’Connor). Spesso ho letto un solo racconto o una
sola poesia di un autore, ma per me possono avere lo stesso peso di un’opera
completa. L’ineguagliabile rivista letteraria di Gordon Lish, “The Quarterly”, è
stata per me, a lungo, una Bibbia. Il genio di Lish nell’imporre la sua
sensibilità a una così ampia gamma di opere è stato unico (e oggetto di
polemiche) nella storia della letteratura. Forse non è stato gradito da tutti
gli autori di cui si è occupato così brillantemente (vedi Raymond Carver), ma
per me è stata una lezione magistrale sul primato della frase. Potrei elencare
altre influenze, non tutte in prosa, non tutte in narrativa, non tutte
americane, nemmeno tutte letterarie, ma cito alcune delle cose che sto leggendo
ora: La tempesta di Shakespeare; Il barone rampante di Calvino; Float, una
raccolta di opere di vario genere della poetessa/traduttrice/saggista Anne
Carson, stampate in piccoli libriccini contenuti in una custodia di plastica
trasparente e che possono essere letti in qualsiasi ordine; vari testi di
saggistica correlati al libro a cui sto lavorando attualmente.
Che rapporto hai con i libri che hai pubblicato: li guardi come figli o come
corpi ormai a te estranei?
Entrambe le cose, e anche qualcosa di più. Credo di avere un legame particolare
con ogni libro, a volte oggettivo e soggettivo allo stesso tempo. Ad
esempio, Layman’s Report non è il mio romanzo preferito, ma credo sia il più
riuscito. È anche il più ignorato.
…e ora, cosa stai scrivendo?
Senza addentrarmi troppo, il romanzo a cui sto lavorando è, per me, un libro
importante. Se ogni scrittore deve avere il suo Grande Libro, allora questo è il
mio tentativo di portarlo a termine, per quanto maldestro. A volte mi sembra il
mio Grande Errore, il che magari è la prova che ho imboccato la strada
giusta. Sono troppo avanti per non portarlo a termine comunque. Concludo sempre
quello che comincio.
L'articolo “La letteratura è ancora il Santo Graal”. Dialogo con Eugene Marten,
un outsider proviene da Pangea.