Di Emil Cioran non si butta via nulla. Cioran è il vitello d’oro dell’editoria
odierna, un tempio diventato macello. Qualsiasi cosa abbia scritto – comprese le
cartoline, le epistole in sottofondo, i taccuini mutilati – è degno di stampa.
Merito di una scrittura lapidaria, veneficamente benefica, suprema per chi
confida nel genio della crudeltà. Le frasi di Cioran – indipendentemente da ciò
che significano – sono sempre ‘ad effetto’, mai affettate, perfette per il
proprio personale diario notturno, per la citazione sui social e per
galvanizzare una cena; ottime da tatuare in pieno corpo.
L’autore intransigente è diventato un’esigenza civica: Dio del Niente dacci oggi
il nostro Cioran quotidiano, in pillole concettuali, in supposte verbali, in
supposizioni postprandiali per il cattivo maestro in andropausa. A differenza di
quelli di Nietzsche – suo autentico padre-padrone, insieme a Pascal: altro che
lo stuolo di miseri moralisti del Settecento francese con cui ha scelto,
maliziosamente, di far gara – gli apoftegmi di Cioran sono, infine, tenui:
Cioran maneggia l’ascia del boia vestito da damigella di corte; oppure, al
contrario, volteggia a corte travestito da boia. Cioran non vuole ‘incidere’
nella storia del pensiero occidentale: preferisce far sfoggio di sé, dare
spettacolo, essere rivoltante per il gusto, senza cedere alle mode del tempo. In
questo, è un autentico trickster, il sommo impostore che spernacchia l’ordine
gerarchico, che sputtana il potere e ruba il Graal per farne il proprio pitale.
In questo, è autenticamente geniale. Basta non prenderlo sul serio: Cioran
potrebbe parlare di qualsiasi cosa – lo ha fatto: di Susana Soca come di
Saint-John Perse, della Russia e della Francia, di Teresa d’Avila e del
misconosciuto Mircea Vulcănescu (“il suo sapere prodigioso si sposava a una
purezza come non ne ho mai incontrata di simile”, scrive, nel gennaio del 1968)
– perché qualsiasi cosa, tra le sue mani, splende come l’oggetto più raro, il
primo-e-unico, il mai prima d’ora, il primevo, adorabile adoratore del Caos.
Nel groviglio dell’opera di Cioran, Esercizi negativi (Adelphi, 2025, a cura di
Ingrid Astier), in parte anticipati, tempo fa, su questo foglio, raduna le
frattaglie, gli scritti marginali abbozzati sul greto di Sommario di
decomposizione, libro-zenit uscito nel 1949, il primo in lingua francese. I
fogli – custoditi presso il Fondo Cioran alla Bibliothèque littéraire Jacques
Doucet, Parigi – sono noti ai cioraniani: Gallimard ha pubblicato Exercices
négatifs esattamente vent’anni fa. Chissà che effetto farebbe a Cioran vedere
quegli scarti – questo scaltro addestramento nella palestra del linguaggio –
minutamente annotati, chiosati, con tanto di “Varianti definitive”, stesure più
o meno rifinite, pre- e postfazioni, e la bordata di 339 note… Cioran, il
micidiale antiaccademico ridotto a cadavere anatomizzato dagli studiosi, su cui
compiere esperimenti di mesmerismo intellettuale.
Detto questo, il libro, in sé, è ovviamente straordinario. Risuonano tutti i
temi di Cioran; il ritmo imposto ai paragrafi ha qualcosa di selvatico, da
domatore di iene. Le frasi, come sempre, sono risolute, marziali, con adatta
quota d’abisso. Esempi sparsi.
> “Cos’è ciò che chiamiamo società, partito, ordine, religione se non un
> brulichio elevato a sistema in nome di una vaga e pericolosa divinità?”;
> “Ogni convinzione incrollabile deriva da un disturbo della mente. Così un uomo
> che abbia delle convinzioni è sempre un maniaco”;
> “In fondo, si vive solamente perché non vi è alcun motivo per vivere. La morte
> è troppo esatta, ha tutte le ragioni dalla sua”;
> “Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all’istante il suo terribile
> fascino”.
Concetti superficiali che sembrano supremi, pronunciati con barbarica
assolutezza. Cioran, in fondo, accontenta tutti; siamo sempre d’accordo con lui
perché ha il guizzo della battuta brillante, che spiazza senza mai ferire.
> “Solo Dio – e il verme – hanno una posizione chiara: Uno crea – e l’altro
> rosicchia la Creazione”.
Che frase meravigliosa – mi pare di averla già letta, in forma lirica, leggendo
Dylan Thomas. Ecco, i brandelli di Cioran – che, non a caso, eccelle nella forma
breve – danno l’idea di qualcosa di già letto & orecchiato altrove: in lui,
però, anche l’ovvietà diventa oro, si veste a festa (o a lutto, è uguale), con
l’abito impeccabile. È il talento del ladro, di un pensiero come razzia. Leggere
Cioran è pericoloso: ci fa credere di essere più intelligenti, di avere l’uomo e
il cosmo in pugno – purtroppo, restiamo la raganella verbosa che siamo. Tra le
frasi-menhir che ho sottolineato, preferisco questa:
> “Il mistico che ha rinunciato alla parola ha rinunciato a tutto: non è più
> creatura, è la fine di una razza. Svanita l’articolazione, è l’uomo totalmente
> solo”.
Cioran era ossessionato dai mistici; uno dei suoi libri più potenti, Lacrime e
santi, andrebbe riprodotto nell’originaria versione rumena, quasi il doppio
rispetto a quella edita in Francia (da cui dipende la versione Adelphi, stampata
nel 1990).
Piuttosto, la lettura di Esercizi negativi impone un avvertimento. Avvertiamo,
cioè, che il Cioran “francese” ha sacrificato qualcosa di sé, del suo sé rumeno.
Per diventare Cioran, Cioran ha dovuto tradirsi: il parigino Emil, esteta
esperto in idoli e catacombe, ha ucciso Mihai, il rumeno selvaggio, il pensatore
transilvano. Si percepisce – per morsi, per singolari fratture – una
contrazione, una contraddizione: l’acrobata che ha scelto di farsi cecchino –
così, la burla, la cupa vigliaccata, quello stare tra terror panico e pavone,
virato in grigio, in un linguaggio a denti stretti, si è fatto tragedia da
comodino.
In attesa di perfezionare il ragionamento, un consiglio. Affiancate a Cioran
altri pensatori “pericolosi”, che hanno messo in scacco le sorti progressive
della filosofia occidentale. Lev Šestov, Benjamin Fondane – che di Cioran è
stato intimo – e Malcolm de Chazal, l’aforista visionario che Wystan H. Auden
riteneva pari se non superiore a Cioran. Nessuno di questi fa breccia nel
mercato editoriale italiano: meno ‘facili’ di Cioran, restano autori autarchici,
esoterici, per pochissimi – mettono in crisi il sistema delle nostre
convinzioni, dei nostri convenzionali convenevoli.
In un brano di particolare bellezza, L’impossibile rinuncia – riprodotto in
quattro stesure… – Cioran scocca un motto dei suoi, da tenere sulla lingua come
una pallottola di zucchero:
> “Ho voluto essere un saggio come non ve ne furono mai, e sono soltanto un
> folle tra i folli”.
Magari fosse così, verrebbe da dire. “La follia è la matrice della sapienza”,
scriveva Giorgio Colli. Cioran non è riuscito a diventare folle – è rimasto un
saggio. Per questo, lo leggiamo con voluttuoso piacere – senza trasporto.
L'articolo “Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di
culto diventato di moda proviene da Pangea.