Qualche giorno fa, Gian Ruggero Manzoni mi ha inoltrato ai misteri del delta del
Po. Siamo giunti in luoghi di apostati e di apolidi, tra aironi, ibis, immensi
acquitrini. Un aldilà di strade sterrate – il sole a bulino incide strani
alfabeti sull’acqua. Acqua letale, si direbbe, ottima a fondere, da primo giorno
del mondo. Rarissimi gli umani – ville in abbandono – referti di archeologia
industriale. “Sono lo stalker del delta del Po”, ghigna GRM – un po’ Hannibal
Lecter un po’ Humpty Dumpty – potrebbe uccidermi (‘seccarmi’, come dice lui), e
mollarmi qui, a mollo, tra liquami fecondi di insetti e uccelli carnivori. Il
resto – tutto ciò che riguarda GRM è dantesco, nel senso che pertiene alla
redenzione, a un’assoluzione conferita ai fuggiaschi, ai paria pareggiati nel
sangue – non va detto, ora.
Sono pochi gli uomini che sanno dettagliare – con una gioia che è destino –
il genius loci; occorre un genio altrettanto sottile nel riferire il genio di un
uomo. A un certo punto, indicando quella distesa in cui la terra si deforma in
acqua e l’acqua divora il cielo, GRM mi fa, “Non senti il sussurro dell’En
Sof?”. Secondo la Cabala, En Sof è il nome remoto di Dio, che significa – si va
per riduzioni, a banalizzare l’assoluto – infinito, che è poi infinito tutto e
infinito nulla. GRM, sapiente e satiro, danza e balla ripetendo En Sof, come il
Giudice Holden di Meridiano di sangue.
L’allusione mi fa venire in mente un concetto espresso da Emil Cioran. Il
pensatore rumeno dice che scrivere “è come essere soli di fronte al Nulla”.
Cioran paragona la scrittura a una sfida a Dio – scrivere è un modo di
intrappolare Dio. Lo scrittore è un megalomane che vuole detronizzare Dio.
Questa è una storia che vale la pena raccontare.
Alina Diaconú, nata a Bucarest nel 1945, si è trasferita a Buenos Aires all’età
di quattordici anni: il papà era un accanito antistalinista. Ha scritto diversi
libri – tra cui: Los devorados, 1992; Avatar, 2009; Estrellas voladoras, 2022 –,
ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti; ha scritto del sistema coercitivo del
comunismo, è stata censurato dal regime militare argentino. Donna di flagrante
intelligenza e di immediata bellezza, ha il raro talento di penetrare il genio
di un uomo. Querido Cioran (2019), il resoconto della sua decennale amicizia con
Cioran, è stato tradotto in italiano da Criterion nel 2021. Il libro a cui mi
riferisco, però, s’intitola Preguntas con respuestas: pubblicato nel 1998 da
Editorial Vinciguerra, è il racconto – con interviste – degli incontri di Alina
con – tra gli altri – Borges, Ionesco, Cioran, “maestri di pensiero ma
soprattutto maestri di vita”. È ad Alina che Cioran dice che scrivere “Es como
estar solo delante de la Nada”. Soli di fronte al Nulla. En Sof. È a lei che
rivela il suo sogno, “el sueño de mi vida: no ser nada”.
Nada mi penetra in gola come bolo di fuoco. È il groviglio di linguaggi che mi
affascina. Alina e Cioran sono rumeni, probabilmente – per diktat cioraniano –
hanno in francese, il libro esce a Buenos Aires, la Parigi sudamericana, in
spagnolo.
Alina incontra Cioran durante un viaggio in Francia. Telefonò a Gallimard, le
dissero di lasciare un biglietto, sarebbe stato recapitato a Cioran. “Non ho mai
forzato un incontro, credo nella sapienza del caso, nella cospirazione del
destino”. Cioran, incuriosito dalla compaesana, le telefona in albergo. Lei non
c’è. “L’abisso e l’utopia continuavano a separarci. Un’ansia sottile si era
insinuata in me come un solletico, come una puntura di zanzara”. Il giorno dopo,
Cioran richiama. È esitante – voce poco salda, con troppe porte e troppe
maniglie. La invita a casa. Vecchia palazzina presso il Théâtre de l’Odéon,
sesto piano, il pensatore ha lasciato un cartello davanti al suo appartamento,
“Cioran”.
Lei è Alina Diaconú
Alina ci mostra, con arcana delicatezza, il Cioran “umano, amabile,
vulnerabile”. Cioran le dice di Susana Soca (“una donna bellissima, molto ricca,
che imparò il russo per andare in Russia e incontrare Boris Pasternak… morì in
un incidente aereo… Henri Michaux era innamorato di lei, voleva sposarla – lei
non voleva saperne”), dell’infanzia nei Carpazi: “l’unico periodo felice della
mia vita, perché vivevo in montagna”:
> “Indelebile è in me l’immagine del momento in cui, a dieci anni, ho dovuto
> lasciare il villaggio per andare a scuola. Era il 1920, non c’erano
> automobili. Prendemmo una carrozza trainata da cavalli; mio padre e il
> conducente, un contadino, stavano davanti. Nei dodici chilometri che mi
> separavano dalla città mi sentivo così male che avrei voluto urlare. Sapevo
> che qualcosa di definitivo stava accadendo nella mia vita, che qualcosa era
> interrotto per sempre. Si hanno tali premonizioni quando si è giovani. La
> felicità era finita”.
Certo, Cioran resta inafferrabile – quando credi di aver instaurato un rapporto,
egli lo consuma. Il pensatore condivide con Alina le bozze dell’ultimo libro.
Non ha ancora un titolo. “Ho due proposte, mi dica quella che preferisce. Aveux
et Anathemes o Ce maudit moi”. Alina sceglie il secondo, “non ci sono paragoni”.
“Non è un po’ presuntuoso ostentare un ‘io’ alla mia età?”. Lei lo placca, “è un
ottimo titolo, è il titolo”. Brindano con il whisky. Il libro esce un anno e
mezzo dopo. Con il primo titolo, Confessioni e anatemi.
Di diversa intensità è il rapporto con Borges, tessuto sull’allusione, il non
detto, l’indicibile, i demoni della letteratura. Alina intervista Borges
nell’aprile del 1979. In ogni intervista, Alina tocca il tema della morte: quasi
che lo scrittore abbia le chiavi per disserrare l’aldilà. En Sof… La
letteratura: straordinaria preparazione alla morte – dunque: atto di
pura vitalità.
In un articolo pubblicato l’11 giugno scorso sul “Clarín”, Alina svela qualcosa
sulle últimas horas de Jorge Luis Borges. Come si sa, Borges muore il 14 giugno
del 1986. Quando scopre di avere un cancro al fegato, incurabile, sceglie di
spostarsi a Ginevra. Avrebbe voluto morire in Giappone, “ma non conosceva la
lingua”, avrebbe voluto morire nella casa ginevrina dei genitori, dove aveva
vissuto da ragazzo, “ma quella casa non esisteva più”. Nada. Niente. Esproprio
di sé. En Sof.
Un dettaglio degli ultimi giorni di Borges mi stupisce.
> “Due settimane prima di morire, in ospedale, gli fece visita Marguerite
> Yourcenar, la grande scrittrice belga che viveva nel Maine. Lei e Borges si
> conoscevano, stavano bene insieme. Trascorsero un intero pomeriggio in
> discussioni. Borges le diede le chiavi dell’appartamento che María Kodoma
> aveva trovato per loro a Ginevra. Le chiese di descriverlo, ‘Voglio vederlo
> con le tue parole, Marguerite’. Marguerite Yourcenar raccontò l’episodio a
> Héctor Bianciotti in questi termini: ‘L’appartamento era molto bello, con le
> pareti rivestite di legno. Lo descrissi a Borges. Fu molto felice di
> ascoltarmi. Non gli svelai un dettaglio piuttosto importante. All’ingresso
> c’era una parete ricoperta di specchi. Ricordo che Borges era terrorizzato
> dagli specchi’”.
Che dettaglio mirabile. Morire, forse, è vincere il proprio rispecchiamento.
L’anti-morte è una stanza piena di specchi. Bisogna spaccarli.
**
Da: Con Cioran, a Parigi
Essere nulla. “Sono un senza patria. Non ho voluto essere altro che questo: un
senza patria. Il sogno della mia vita: essere nulla. È una sensazione di libertà
straordinaria”.
Competere con Dio. “Scrivere è un atto di megalomania. Lo si fa come si scrive
un testamento. In senso assoluto, scrivere è assurdo – come respirare. Quando
scrivi, sei solo con te stesso, non valuti alle conseguenze né alle reazioni
degli altri. Sei solo di fronte al Nulla. Quando si è così soli, si è dio. Per
questo scrivere è così straordinario: si compete con Dio”.
Filosofo vs. pensatore. “Il filosofo è un asettico, un sistematico che
costruisce qualcosa, un mondo, alieno alla vita. Non è un combattente interiore:
impalca un sistema. Il pensatore, al contrario, si scontra contro l’esistenza,
dice la verità, non costruisce un tutto. Un poeta non deve leggere i filosofi –
dovrebbe leggere i pensatori. Pascal, ad esempio, è fondamentalmente un
pensatore perché tutto ciò che ha scritto scaturisce da esperienze concrete, da
tragedie personali. Shakespeare è il più grande pensatore di tutti i tempi…”.
La bomba atomica: un successo. “L’uomo non ha fatto altro che autodistruggersi:
ora ha trovato il modo esatto per farlo. La bomba atomica non è la conseguenza
logica della scienza ma del destino dell’uomo – è il suo più grande successo”.
Geloni monastici. “Ho letto così tanto sui primi cristiani e sulla vita nel
deserto… ma ho capito molto presto che non potrei mai vivere in un monastero: in
monastero non hanno il riscaldamento. In tutta la mia vita, ho trascorso tre
soli giorni in monastero. Poi sono scappato. Faceva molto, molto freddo…”.
Viva le contraddizioni. “Il buddismo ha influenzato la mia vita. Non perché sia
buddista, non sono niente, ma il buddismo mi ha segnato. Intanto, anch’io, nel
corso della vita, sono stato toccato dall’esperienza di vedere un vecchio che
muore. Ho condiviso con il Buddha il processo che porta alla liberazione. Ho
avuto la sua stessa esperienza: sono stato tentato dalla rinuncia – ma non ho
rinunciato. Vivo di contraddizioni”.
*
Da: Jorge Luis Borges. Maipú 994, 6to piso, ascensor…
Morte. “Sono pronto alla morte. Se mi dicessero che morirò tra mezz’ora, mi
direi, che sollievo, che gioia chiudere con tutto questo, soprattutto con
Borges, che ormai non sopporto più…”
Felicità. “Sì, sono stato felice, e lo sono stato molte volte. Ma questo capita
a molti esseri umani. Non esiste un giorno, o due o tre giorni, o una
circostanza specifica… ci sono momenti in cui si è felici – altri in cui non lo
si è. L’infelicità è fugace quanto la felicità. Sono entrambi stati d’animo
intensi, passeggeri – unici. Ho ormai settantadue anni e mi sono innamorato
sempre di donne uniche, insostituibili, passeggere…”
Religione. “Non sono religioso. Spero che la mia morte sia definitiva. Per
questo in una poesia, El suicida, scrivo: ‘Guardo l’ultimo tramonto/ spegnerò
tutte le stelle/ consumerò la notte’”.
Etica. “Credo nell’etica. Credo che si sappia sempre se ci si comporta bene o
male. Non credo nel sistema retributivo di premi e di punizioni. Non credo nel
meccanismo buddista del karma”.
Cecità. “A volte mi chiedono se sono cieco, allora rispondo ‘Sì, ma lo siete un
po’ anche voi…’. ‘Cieco’ è parola nobile e antica. Oscar Wilde aveva una sua
teoria sulla cecità di Omero. Diceva che i greci si erano immaginati che il
grande poeta fosse cieco per uno scopo esemplare. Volevano insegnarci che la
poesia è prima di tutto ‘musicale’, e poi, in secondo luogo, ‘visiva’. Può
esistere un verso molto bello che non contiene alcuna immagine – non esiste un
verso privo di musica, di tono. È curioso che questa intuizione sia venuta a
Wilde, un poeta estremamente visivo”.
Sogni. “Sogno fondamentalmente, sempre, due o tre cose. La prima ha i tratti
dell’incubo. Sogno il labirinto. Mi trovo sempre in un luogo preciso di Buenos
Aires, and esempio all’angolo tra Santiago del Estero e Chile. Oppure tra
Riobamba e Arenales. Ma questi luoghi, che conosco molto bene, sono
completamente alterati: ci sono paludi, montagne… a volte corridoi e gallerie.
Benché conosca quei luoghi, mi perdo”.
Stupore. “Tutto mi stupisce. In una poesia – perdonatemi se devo citarmi –, El
ingenuo, scrivo di un uomo che si stupisce che siamo arrivati sulla Luna e che
abbiamo inventato la bomba atomica, che razza di progresso… Quanto a me, mi
stupisco che una chiave possa aprire una porta. Mi stupisce – perché non lo
capisco – l’aeroplano; mi stupisce il telefono, lo uso ma non so cosa sia né
come funzioni…”.
Paradossi. “Quando scrivo, cerco di non scrivere come Borges – ce ne sono altri,
tanti, che lo fanno meglio di me, anche se non ricordo di avere discepoli”.
Cosmopolita. “Il nazionalismo è un errore perché esistono le differenze. Che
siamo argentini è importante – non è importante sottolinearlo. Se parlo con un
colombiano non gli dico: beh tu, in quanto colombiano, la pensi così e io, che
vengo dall’Argentina, la penso in quest’altro modo. Piuttosto, mi concentro sul
fatto che condividiamo la stessa lingua spagnola, che significa condividere una
comunità. Gli Stoici dicevano che l’uomo è un ‘cosmopolita’, un cittadino del
mondo, ma ormai questa parola si è corrotta. Di solito si pensa al turismo: ma
io credo, come Melville, nell’essere un ‘patriota del cielo’, patriot to heaven.
Essere patriota del cielo significa non essere leali a una patria ma al ‘cielo’,
cioè alla giustizia, all’altezza”.
Vendetta. “La più grande vendetta possibile è l’oblio. L’unico modo per
vendicarsi è dimenticare – l’unico modo per perdonare è dimenticare. Chi vuole
vendicarsi è costretto continuamente a pensare a ciò che è accaduto. È una
prospettiva sbagliata, infernale. Devo liberarmi dalla vendetta”.
Fantastica. “Mi è piaciuto leggere I demoni di Dostoevskij, ho letto diverse
volte Delitto e castigo, mi annoia a morte I fratelli Karamazov. Ammetto di aver
letto pochissimi romanzi: non sono la mia passione – e i romanzi psicologici lo
sono ancor meno. Amo la letteratura fantastica. Quando ne parlai con un
professore americano, lui mi disse: ‘Il fantasy è un fenomeno di evasione tipico
del nostro tempo’. Gli piaceva molto la parola evasione, se la passava spesso in
bocca. Gli risposi che non era esattamente un fenomeno del nostro tempo. Gli
dissi de Le mille e una notte, mi fissò ribattendo che non conosceva l’arabo…”.
Dante. “Non ho una goccia di sangue italiano, ma se dovessi indicare il
capolavoro assoluto della letteratura direi la Divina Commedia di Dante. Non
sono cattolico e non condivido la teologia riassunta in quel libro, ma ne
apprezzo l’estetica e dunque la verità letteraria”.
L'articolo “Essere nulla: che libertà straordinaria!”. Cioran & Borges al
cospetto di Alina Diaconú proviene da Pangea.
Tag - Emil Cioran
Di Emil Cioran non si butta via nulla. Cioran è il vitello d’oro dell’editoria
odierna, un tempio diventato macello. Qualsiasi cosa abbia scritto – comprese le
cartoline, le epistole in sottofondo, i taccuini mutilati – è degno di stampa.
Merito di una scrittura lapidaria, veneficamente benefica, suprema per chi
confida nel genio della crudeltà. Le frasi di Cioran – indipendentemente da ciò
che significano – sono sempre ‘ad effetto’, mai affettate, perfette per il
proprio personale diario notturno, per la citazione sui social e per
galvanizzare una cena; ottime da tatuare in pieno corpo.
L’autore intransigente è diventato un’esigenza civica: Dio del Niente dacci oggi
il nostro Cioran quotidiano, in pillole concettuali, in supposte verbali, in
supposizioni postprandiali per il cattivo maestro in andropausa. A differenza di
quelli di Nietzsche – suo autentico padre-padrone, insieme a Pascal: altro che
lo stuolo di miseri moralisti del Settecento francese con cui ha scelto,
maliziosamente, di far gara – gli apoftegmi di Cioran sono, infine, tenui:
Cioran maneggia l’ascia del boia vestito da damigella di corte; oppure, al
contrario, volteggia a corte travestito da boia. Cioran non vuole ‘incidere’
nella storia del pensiero occidentale: preferisce far sfoggio di sé, dare
spettacolo, essere rivoltante per il gusto, senza cedere alle mode del tempo. In
questo, è un autentico trickster, il sommo impostore che spernacchia l’ordine
gerarchico, che sputtana il potere e ruba il Graal per farne il proprio pitale.
In questo, è autenticamente geniale. Basta non prenderlo sul serio: Cioran
potrebbe parlare di qualsiasi cosa – lo ha fatto: di Susana Soca come di
Saint-John Perse, della Russia e della Francia, di Teresa d’Avila e del
misconosciuto Mircea Vulcănescu (“il suo sapere prodigioso si sposava a una
purezza come non ne ho mai incontrata di simile”, scrive, nel gennaio del 1968)
– perché qualsiasi cosa, tra le sue mani, splende come l’oggetto più raro, il
primo-e-unico, il mai prima d’ora, il primevo, adorabile adoratore del Caos.
Nel groviglio dell’opera di Cioran, Esercizi negativi (Adelphi, 2025, a cura di
Ingrid Astier), in parte anticipati, tempo fa, su questo foglio, raduna le
frattaglie, gli scritti marginali abbozzati sul greto di Sommario di
decomposizione, libro-zenit uscito nel 1949, il primo in lingua francese. I
fogli – custoditi presso il Fondo Cioran alla Bibliothèque littéraire Jacques
Doucet, Parigi – sono noti ai cioraniani: Gallimard ha pubblicato Exercices
négatifs esattamente vent’anni fa. Chissà che effetto farebbe a Cioran vedere
quegli scarti – questo scaltro addestramento nella palestra del linguaggio –
minutamente annotati, chiosati, con tanto di “Varianti definitive”, stesure più
o meno rifinite, pre- e postfazioni, e la bordata di 339 note… Cioran, il
micidiale antiaccademico ridotto a cadavere anatomizzato dagli studiosi, su cui
compiere esperimenti di mesmerismo intellettuale.
Detto questo, il libro, in sé, è ovviamente straordinario. Risuonano tutti i
temi di Cioran; il ritmo imposto ai paragrafi ha qualcosa di selvatico, da
domatore di iene. Le frasi, come sempre, sono risolute, marziali, con adatta
quota d’abisso. Esempi sparsi.
> “Cos’è ciò che chiamiamo società, partito, ordine, religione se non un
> brulichio elevato a sistema in nome di una vaga e pericolosa divinità?”;
> “Ogni convinzione incrollabile deriva da un disturbo della mente. Così un uomo
> che abbia delle convinzioni è sempre un maniaco”;
> “In fondo, si vive solamente perché non vi è alcun motivo per vivere. La morte
> è troppo esatta, ha tutte le ragioni dalla sua”;
> “Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all’istante il suo terribile
> fascino”.
Concetti superficiali che sembrano supremi, pronunciati con barbarica
assolutezza. Cioran, in fondo, accontenta tutti; siamo sempre d’accordo con lui
perché ha il guizzo della battuta brillante, che spiazza senza mai ferire.
> “Solo Dio – e il verme – hanno una posizione chiara: Uno crea – e l’altro
> rosicchia la Creazione”.
Che frase meravigliosa – mi pare di averla già letta, in forma lirica, leggendo
Dylan Thomas. Ecco, i brandelli di Cioran – che, non a caso, eccelle nella forma
breve – danno l’idea di qualcosa di già letto & orecchiato altrove: in lui,
però, anche l’ovvietà diventa oro, si veste a festa (o a lutto, è uguale), con
l’abito impeccabile. È il talento del ladro, di un pensiero come razzia. Leggere
Cioran è pericoloso: ci fa credere di essere più intelligenti, di avere l’uomo e
il cosmo in pugno – purtroppo, restiamo la raganella verbosa che siamo. Tra le
frasi-menhir che ho sottolineato, preferisco questa:
> “Il mistico che ha rinunciato alla parola ha rinunciato a tutto: non è più
> creatura, è la fine di una razza. Svanita l’articolazione, è l’uomo totalmente
> solo”.
Cioran era ossessionato dai mistici; uno dei suoi libri più potenti, Lacrime e
santi, andrebbe riprodotto nell’originaria versione rumena, quasi il doppio
rispetto a quella edita in Francia (da cui dipende la versione Adelphi, stampata
nel 1990).
Piuttosto, la lettura di Esercizi negativi impone un avvertimento. Avvertiamo,
cioè, che il Cioran “francese” ha sacrificato qualcosa di sé, del suo sé rumeno.
Per diventare Cioran, Cioran ha dovuto tradirsi: il parigino Emil, esteta
esperto in idoli e catacombe, ha ucciso Mihai, il rumeno selvaggio, il pensatore
transilvano. Si percepisce – per morsi, per singolari fratture – una
contrazione, una contraddizione: l’acrobata che ha scelto di farsi cecchino –
così, la burla, la cupa vigliaccata, quello stare tra terror panico e pavone,
virato in grigio, in un linguaggio a denti stretti, si è fatto tragedia da
comodino.
In attesa di perfezionare il ragionamento, un consiglio. Affiancate a Cioran
altri pensatori “pericolosi”, che hanno messo in scacco le sorti progressive
della filosofia occidentale. Lev Šestov, Benjamin Fondane – che di Cioran è
stato intimo – e Malcolm de Chazal, l’aforista visionario che Wystan H. Auden
riteneva pari se non superiore a Cioran. Nessuno di questi fa breccia nel
mercato editoriale italiano: meno ‘facili’ di Cioran, restano autori autarchici,
esoterici, per pochissimi – mettono in crisi il sistema delle nostre
convinzioni, dei nostri convenzionali convenevoli.
In un brano di particolare bellezza, L’impossibile rinuncia – riprodotto in
quattro stesure… – Cioran scocca un motto dei suoi, da tenere sulla lingua come
una pallottola di zucchero:
> “Ho voluto essere un saggio come non ve ne furono mai, e sono soltanto un
> folle tra i folli”.
Magari fosse così, verrebbe da dire. “La follia è la matrice della sapienza”,
scriveva Giorgio Colli. Cioran non è riuscito a diventare folle – è rimasto un
saggio. Per questo, lo leggiamo con voluttuoso piacere – senza trasporto.
L'articolo “Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di
culto diventato di moda proviene da Pangea.
Alla guerra seguì la seduzione del deserto, la sedizione dal mondo.
Nel ’39, è rogo bellico, vuole arruolarsi nell’esercito – gli è impedito, a
causa di una frattura al bacino, lì dalla giovinezza. Nato a Morges, Svizzera,
nel 1911, Armel Guerne cresce con il padre, direttore di una azienda di pezzi di
ricambio affiliata alla Renault, a Parigi; rifiuta gli studi in economia, si
ribella al giogo familiare. Cacciato di casa, sedicenne, coltiverà la propria
preparazione grazie alla famiglia del migliore amico, Mounir Hafez, futuro
orientalista, esperto in mistica islamica, egiziano d’origine.
Fin da allora la vita di Guerne si svolge in direzione contraria. Studia in
Siria, lavora come insegnante di ginnastica, viaggia in nave prestando servizio
come mozzo. Ritornato in Francia, approfondisce le discipline psicologiche alla
Sorbona; intanto, comincia a tradurre Novalis, primo atto d’amore verso gli
amatissimi poeti tedeschi. L’incontro con Paul Éluard, Georges Bataille e Breton
lo lascia indifferente, “la frivolezza dell’intelletto” – così giudica il ménage
dei club parigini – non lo tocca.
Nell’anno in cui anela alle armi, sceglie l’amore: sposa ‘Pérégrine’ – cioè
Jeanne-Gabrielle Berruet – con cui vive da anni. Armel Guerne è un uomo
‘elementare’, è un uomo che modella l’elemento: che dall’argilla sa trarre il
fuoco, che legge le pietre. È un uomo nudo – concretezza è il sale del suo
carisma. Lo si vede dai testi – Oraux, l’esordio, è del 1934; seguiranno libri
disancorati alle leggi dell’oggi, di dissacrante libertà: Mythologie de
l’homme (1945), Testament de la perdition (1961), Les Jours de
l’Apocalypse (1967), Le Jardin colérique(1977), ad esempio – primevi nel dire,
di primordiale avventatezza, una ventata di nevi.
Si schierò contro Pétain, contro Vichy. A Parigi, con inguaribile spirito
avventuriero – una specie di didattica dell’innocenza –, compie alcuni atti di
sabotaggio contro i tedeschi; l’anno dopo viene ingaggiato da Francis Suttill,
agente segreto britannico, tra i ranghi della resistenza. Armel prende il nome
di “Gaspard”, dedicandosi completamente alla lotta. La rete, tuttavia, viene
smobilitata già nel giugno del ’43: Armel e la moglie vengono arrestati dalla
Gestapo e internati, per quattro mesi, in una cella di massima sicurezza, a
Fresnes. Deportato a Royallieu, Guerne è destinato a Buchenwald in quanto
“affiliato agli inglesi”. Nelle Ardenne francesi, presso la stazione di Amagne,
il poeta riesce rocambolescamente a scappare. Forza con le pinze il filo spinato
che serra i finestrini del convoglio; i tedeschi lo vedono, fanno fuoco. “Mi
gettai nel Sulces, un ruscello poco profondo, blindato dal ghiaccio. L’acqua,
gelida, non superava i trenta centimetri. Mi sdraiai sul greto – gli fui grato –
restai lì quasi un’ora – le SS sparavano, di tanto in tanto – il treno ripartì,
infine”. Il poeta rientra a Parigi travestito da ferroviere, da lì va a Pamplona
poi a Londra. Anche gli inglesi lo tengono in arresto: credono sia una spia –
subisce l’ignominia di essere considerato, per eccesso di candore, un traditore.
L’ambasciata svizzera gli presterà soccorso. “Ho vissuto tutti gli orrori
dell’occupazione: la prigione, la minaccia, il tradimento – infine, è stato
Novalis a salvarmi”, dirà.
Seguiranno, a Parigi, anni di lavoro incessante come traduttore. Guerne
traduce Moby Dick e Shakespeare, Stevenson e Virginia Woolf; traduce – con
l’aiuto di uno iamatologo – Kawabata e alcuni racconti giapponesi d’era
medioevale. Soprattutto, volge in francese i tedeschi: Rilke (Elegie duinesi e
i Sonetti a Orfeo), Hölderlin – per Mercure de France e Flammarion –, Kleist e
Dürrenmatt, Martin Buber e von Balthasar. Traduce per necessità, estraniandosi
dal tempo, operando una sorta di romitorio interiore. Fa poco per divulgare
la propriaopera, lasciata brada. La sua versione del Daodejing, uscita nel 1963,
sorprende Emil Cioran:
> “Credo davvero nell’effetto benefico di questo libro su di te, nella misura in
> cui è contrario ai tuoi più profondi istinti. Tu sei più prossimo alla
> preghiera e alla blasfemia, che all’indifferenza e all’annientamento. Per
> questo è così ammirevole lo spettacolo della tua lotta sul Non-agire!”.
Armel Guerne e Cioran si conoscono nei primi anni Cinquanta. A Cioran piacque
quell’uomo privo di orpelli intellettuali, che durante la Seconda guerra non era
stato viziato dagli obbrobri né dagli onori. Pareva uno spettro sano – un santo
spurio.
L’amicizia si consolidò dal 1960: Guerne acquista un mulino a vento a Tourtrès,
in Lot-et-Garonne; un centinaio di abitanti, tanto vento, solitudine acerrima,
d’acciaio. Invita alcuni amici, rielabora, con incessante amore, per Gallimard,
le Œuvres complètes di Novalis, da estraneo ai culti della cultura francese.
Cioran apprezzava l’ascetismo di quel suo singolare amico. Nei Quaderni – che
sono poi la cartina di tornasole della sua vita; in Italia li stampa Adelphi –
Cioran torna spesso al poeta, con augustea angoscia e falcate di ironia:
> “Armel Guerne mi ha mandato la sua traduzione delle novelle di Stevenson. Ieri
> sera, verso mezzanotte, mentre mi cambiavo d’abito per la passeggiata
> notturna, ho avuto la sensazione di essere il dottor Jekyll che si travestiva
> per andare a fare qualche nefandezza…”
A volte, appunta alcune frasi dall’epistolario con Guerne. Come questo frammento
da una lettera di Guerne del 28 maggio 1969: “L’umanità contemporanea al di
sotto dei trent’anni appartenente alle nazioni cosiddette civilizzate non sa che
cosa sia il sorriso o il riso e ha l’occhio senza sguardo…”.
L’amicizia epistolare tra Cioran e Guerne è testimoniata dalle Lettres de Guerne
à Cioran, 1955-1978 (Éditions Le Capucin, 2001) e da E.M. Cioran-A.
Guerne, Lettres 1961-1978, ed. Vincent Piednoir, L’Herne, 2011 (da cui abbiamo
estratto un paio di lettere di Cioran). Erano nati nello stesso mese, nello
stesso anno, a una settimana di distanza; Armel Guerne morirà nel 1980, era la
fine di settembre, è sepolto a pochi passi dal suo mulino. L’ultima lettera di
Cioran è di due anni prima: il pensatore selvatico parla di febbri, di mali,
dell’incubo di essere in balia dei medici.
> “Sai bene il dramma di avere un corpo, ma ciò che di te ammiro sono i momenti
> in cui non ti tocca alcun problema: il mirabile distacco che annienta la
> morte, ridotta a fare la parte di un insulso intruso. Tuttavia, una frase
> della tua lettera mi ha davvero sbriciolato il cuore: ‘Il tempo si stende
> intorno a me e assume proporzioni inimmaginabili, con tutti quei frammenti
> infiniti’. So cosa intendi e non ho nessun consiglio da darti, nessuna bugia
> per aiutarti. È puro orrore. Per tutta la vita sono stato afflitto da momenti
> di noia e di inedia, impossibili da superare, che mi hanno impedito di
> compiere qualcosa di concreto e di coerente. Devo loro il privilegio di aver
> saputo catturare il delirio degli altri, immaginandoli nel dettaglio,
> soprattutto quando si tratta della percezione del tempo, il più grande nemico
> che l’uomo deve affrontare”.
In pochi scrissero della sua morte; aveva scritto che “i poeti si sporgono dove
gli uomini non vogliono andare”. Sulla rivista “Sud-Ovest”, J.-F. Mézergues
ricordò che il poeta del mulino gli aveva descritto la sua morte: “è un’isola
persa nel mare; su di lei il mattino leva la sua bandiera bianca; in lontananza,
un orlo di fulmini neri”. Disse che “le parole chiave della poesia sono:
profezia, annuncio, presentimento, promessa… termini vuoti nella vita spettrale
che ci è imposta oggi, dove non c’è posto per l’individuo ma soltanto per il
denaro, un falso”.
Qualcuno ha registrato la sua ultima parola, prima di spirare. “No”. Che è poi
un sì alla vita nuova, che è poi uno sparo. Inutile parlare di memoria quando è
stato un cenacolo, di ricordo quando ce ne siamo abbeverati.
***
Lettere di Emil Cioran ad Armel Guerne
Mio caro Guerne,
se l’insoddisfazione fosse un carisma della santità, sarei santo da tempo. La
mia è davvero una forma di santità! Passo la vita al telefono, altrimenti nelle
biblioteche, alla ricerca di un libro che mi riconcili con me stesso e con le
cose del mondo. Quando non spreco tempo in conversazioni, lo perdo leggendo:
leggo, leggo, inutilmente, per non pensare, per non vedere fino a che punto sono
infossato nel nonsenso.
L’altro giorno mi è stato chiesto di scrivere un articolo per una rivista. Ho
risposto: più avanti. Mi è stato chiesto un titolo per annunciare la futura
collaborazione. Non riesco a trovare nulla di cui scrivere, ho risposto. Nel
frattempo, continuerò a scrivere un testo sulla rabbia.
Il mio dramma è semplice: tutti i miei antenati hanno vissuto nelle montagne, a
contatto con l’elemento, io vivo da trent’anni in una metropoli. Mi fermo, per
paura di compatirmi (cosa che in effetti non smetto di fare).
I miei migliori auguri,
E.M. Cioran
Parigi, 30 novembre 1963
*
Mio caro Guerne…
La questione del lavoro ha messo da parte quella del freddo – che mi
intimidisce. Sulle alture dove abiti l’aria non deve essere docile. Come potrei
affrontarla quando spendo i miei giorni in una stanza surriscaldata, dove
prospera la mia anemia?
Confesso di non saper immaginare la vita che conduci lì, ora, in questo periodo
dell’anno. Come trascorri le lunghe sere che cominciano tanto presto?
Questa mattina, contemplando gli alberi del Luxembourg (mi arrangio con ciò che
ho sottomano), mi dicevo che la sola stagione assolutamente poetica è l’inverno,
perché non c’è traccia di concessione all’umano. Sogno che il paesaggio intorno
al Moulin sia meravigliosamente desolato come lo immagino. L’idea che da qualche
parte rintocchi una risata mi fa venire voglia di vomitare. Per rassicurarmi che
la serenità regna nei tuoi campi, raccontami di raffiche di vento, terre cupe e
cieli tersi… Ti ho mai detto che il solo paesaggio a cui non ho nulla da
obiettare è quello delle brughiere descritte dalle sorelle Brontë? È senza
dubbio per uno strano fenomeno di contaminazione che vedo in questo istante il
tuo mulino nel bel mezzo dello Yorkshire.
A voi la mia amicizia e i miei migliori auguri
E.M.
23 dicembre 1963
*
Mio caro Guerne,
le “sacrosante” vacanze, come giustamente le chiami, sono infine arrivate. È un
rito o una prova che non si può eludere. Tentare di fuggire e scansarle è
un’impresa di tale originalità che pochi ne sarebbero capaci. Presto arriveremo
a dire che l’uomo più che un animale mortale è una bestia da vacanza.
Quindi: tra un’ora parto per la Loira Atlantica, per far visita ad alcuni amici
che hanno una bella casa con giardino. Ci resterò per circa dieci giorni, poi
andrò con Simone a Dieppe, dove ci hanno prestato un appartamento. Insomma,
vacanze da parassita. Invidio il fatto che dovrai tradurre Novalis. Vieni pagato
cifre irrisorie, ma questo è il regime incredibile in cui siamo costretti. Cosa
aspetti? Unisciti a una falange anarchica del movimento studentesco! Una
bandiera nera affissa in cima al tuo Moulin mi farebbe felice, per non parlare
del boom turistico che tale spettacolo comporterebbe…
Nella tua ultima lettera mi scrivi che in fondo pensiamo sempre di essere più
giovani di quanto siamo. Questo è vero come regola generale: non lo è per me,
che continuo a vedere da venti o trent’anni le stesse persone. Dico vedere e
non rivedere perché a malapena le riconosco. Questa macabra sfilata mi ha
provocato un vero e proprio “complesso” da invecchiamento: anche se a tratti mi
sento ancora giovane, non lo sono, non lo sarò più, e non posso dimenticare la
mia età perché i fantasmi che mi fanno visita mi costringono a ricordarmela, a
pensarci di continuo. A volte mi sembro come una vecchia civetta che non osa
guardarsi allo specchio. Come è deplorevole tutto questo!
Tutta la mia amicizia,
E.M. Cioran
Parigi, 5 agosto 1968
***
Freddo
La luce è troppo dura per questo tempo,
ha gli aculei ed è dolce la sua crudeltà:
troppo scaltro il lucore, troppo nudo
troppo sottile nel filo e liscio nella grana
e il cielo è troppo blu, di un azzurro grezzo
per un sole tanto alto, radioso e felice.
Nuda come l’acciaio, bianca come un’arma
illuminata e illuminante, non sappiamo
se il suo invisibile canto trapassi le ombre
se monta o se cala, se è avanguardia o resa;
ma quando il vero novembre crolla su di noi
questa musica ci rende radiosi e leggeri
lascia una magia, un lento profumo d’estate
che ci ripara dai venti umidi, dai giorni grigi.
*
Il vivo peso della parola
Puoi scrivere – e scrivi;
puoi tacere – e taci.
Ma è sapere il silenzio
l’unica, la grande chiave:
devi perforare i simboli
e divorare le immagini
udire per non intendere
soffrire fino alla morte –
lascia che il vivo peso
della parola ti frantumi.
*
L’albero e il muro
Un albero non è mai dritto:
è al debutto. S’impenna
potente, fin dal fondo delle radici
verso quel punto nel cielo che lo attende,
quell’ambone nel cielo che esiste solo per lui.
Il muro è dritto, eretto dalla base
non nasce che da se stesso. È pur sempre
l’erede diretto di Babele.
L’albero tace: quando muore
la sua preghiera resta impressa
in noi e il suo nome è la luce.
*
Ouverture
Sotto il velo di un aprile che impreca e ride
più verde che vivo, turbato dall’insonnia dei sognatori
il giorno minaccia il giorno che viene: non reca
annunci perché le sentinelle hanno munto la notte.
Un uccello piange. Per paura o per istinto d’amore?
L’erba si piega. È l’angoscia o il peso della pioggia?
Un rischio si apre in ogni istante che passa
e il pericolo è come una corona altera
che mostra il cranio, si inebria di gioielli
ed è quasi un miracolo perché illumina il giorno.
*
Il temporale
Drago che governi su nebbia e nibbi
monarca oscuro e onnipossente
dei frantumi che ti offriamo:
principe del torpore e dell’ira crestata
salute! Ti eleggiamo maestro dei nostri
istanti perché vogliamo essere come te.
Ciò che temiamo è il momento che si biforca
che lascia essudare tutto, il momento
in cui ci alziamo nudi, senza vesti né maschere
in piedi, nella nostra singolarità.
*
Il giardino in collera
Nel crudo oscuro giardino in collera
della carne e del sangue, sui neri meridiani
di questa anatomia strappata dalla mente
e rubata all’anima a cui è annodata
grazie a cui spirava la vita
prima di spirare, come sappiamo:
cosa fa il viandante? cosa può il giardiniere?
La lettera è morta: ci resta il grido
l’urlo dell’essere, un’onomatopea
e l’appello scheggiato di un gesto senza
speranza. Gli uomini delle grotte, rispetto a noi
possedevano il genio della grazia e della conversazione.
Armel Guerne
L'articolo “Ci resta il grido”. Armel Guerne: il poeta dei mulini a vento,
l’amico di Cioran proviene da Pangea.