Introduzione
La dislocazione del soggetto contemporaneo
La condizione contemporanea non mette in crisi soltanto le strutture economiche,
politiche o simboliche, ma investe in modo radicale la figura stessa del
soggetto. Non si tratta semplicemente di una crisi dell’identità, né di una
frammentazione psicologica dell’io. Ciò che viene meno è la possibilità di
pensare il soggetto come centro stabile dell’esperienza, come punto di sintesi
tra interiorità e mondo.
Il soggetto si trova oggi dislocato perché immerso in un campo di forze che lo
precede e lo eccede. Le coordinate che un tempo permettevano una relativa
stabilità – appartenenze, narrazioni storiche, orizzonti di senso condivisi –
non scompaiono del tutto, ma perdono la loro funzione ordinatrice. L’esperienza
non viene meno, è la sua ricomposizione a diventare problematica.
In questo senso, la dislocazione non va intesa come perdita assoluta, ma come
condizione strutturale. Il soggetto non è ovviamente espulso dal mondo, bensì vi
è incluso senza occupare una posizione di privilegio. Non guarda più la realtà
da una distanza critica garantita, ma ne è coinvolto in modo diretto, spesso
opaco. Mark Fisher, tra gli altri, ha mostrato come questa condizione produca un
senso diffuso di impotenza e di saturazione, in cui il disagio non è più
riconducibile a una dimensione individuale, ma si configura come fenomeno
sistemico, incorporato nelle forme stesse dell’esperienza quotidiana. La
dislocazione coincide dunque con una nuova forma di esposizione, in cui il
soggetto è continuamente sollecitato senza poter ricondurre tale sollecitazione
a un orizzonte di senso unificato.
*
Esistenza come soglia e attraversamento
Pensare l’esistenza a partire da questa dislocazione, si diceva, implica un
mutamento di prospettiva. L’esistenza non può più essere concepita come uno
stato o come un’identità definita, ma come processo, come movimento di
attraversamento continuo. Non essere, ma transitare.
In questa direzione, il lessico della soglia si rivela particolarmente
produttivo. La soglia non separa nettamente due spazi, ma li mette in relazione;
non è un luogo stabile, ma una zona di passaggio, appunto. Esistere, quindi,
significa trovarsi su questa soglia, in una condizione che non è mai del tutto
interna né esterna, mai completamente determinata né indeterminata.
L’attraversamento non implica necessariamente progresso o superamento, non
conduce a una forma più compiuta di presenza, al contrario, espone l’esistenza
alla continua rinegoziazione del senso. Ogni esperienza si dà come temporanea,
situata, priva di garanzie definitive. Ciò che conta non è l’approdo, ma il
movimento stesso.
Questa concezione dell’esistenza non annulla la storicità, ma la rende più
prossima, meno mediata. La storia, infatti, non appare più come sfondo ordinato
ma come insieme di forze che attraversano il soggetto e ne modellano
l’esperienza senza mai stabilizzarla. In questo modo l’esistenza si configura
come un campo di attraversamenti in cui il soggetto non si costituisce prima
dell’esperienza, ma dentro di essa.
*
Inclusione e prossimità al mondo
La dislocazione del soggetto e la concezione dell’esistenza come attraversamento
producono una trasformazione profonda nel rapporto con il mondo. Non si dà più
una separazione netta tra soggetto e oggetto, tra osservatore e realtà. Il
soggetto non si pone di fronte al mondo ma vi è incluso.
Timothy Morton, ad esempio, ha insistito su questa dimensione di inclusione,
mostrando come l’esperienza contemporanea sia segnata da forme di coinvolgimento
inevitabile. Il reale si presenta come qualcosa che avvolge, attraversa,
condiziona, rendendo impraticabile ogni distanza rassicurante. L’esperienza
diventa così una condizione di prossimità forzata, in cui il soggetto non può
sottrarsi a ciò che accade.
Questa inclusione non coincide con una fusione indistinta. Al contrario,
mantiene la differenza, ma la colloca in una relazione di prossimità. Il mondo
non è ciò che il soggetto si rappresenta dall’esterno, bensì ciò che lo
coinvolge e lo espone. Anche il linguaggio, in questo contesto, modifica la
propria funzione: non serve più a dominare o ordinare il reale, ma a tenere
aperta la relazione. Nomina senza chiudere, indica senza esaurire. Il senso
emerge nella tensione tra ciò che può essere detto e ciò che continua a
sottrarsi.
La prossimità al mondo comporta inoltre una responsabilità implicita. Essere
esposti significa non poter neutralizzare ciò che accade, l’esperienza, per
quanto singolare, non è qualcosa che si possiede univocamente ma qualcosa che si
attraversa insieme ad altri, in una dimensione inevitabilmente relazionale.
*
Abitare l’instabilità e i margini della percezione
Abitare l’instabilità non significa celebrarla né subirla passivamente.
Significa riconoscerla come condizione strutturale dell’esperienza contemporanea
e interrogare le forme attraverso cui essa può diventare abitabile. I margini,
in questo senso, non sono luoghi di esclusione, ma zone di intensità percettiva.
È nei margini che l’esperienza si mostra nella sua forma più esposta: dove il
senso non è garantito, dove le categorie vacillano, dove il linguaggio deve
misurarsi con ciò che non può essere pienamente catturato. I margini non offrono
soluzioni, ma possibilità, sono spazi in cui l’esperienza può essere
riformulata.
In questa prospettiva, anche le riflessioni di Valentina Tanni sulle culture
visive e digitali risultano particolarmente significative. Le sue analisi
mostrano come l’esperienza contemporanea sia attraversata da processi di
appropriazione, ripetizione e slittamento, in cui il senso non è mai fissato una
volta per tutte, ma continuamente rinegoziato. Anche qui, ciò che conta non è la
definizione stabile, ma la capacità di muoversi tra codici, immagini e contesti
in trasformazione.
Abitare i margini della percezione significa allora accettare una forma di
attenzione non risolutiva, capace di sostare nell’incertezza senza trasformarla
in sistema. È una postura che non rinuncia al senso, ma ne riconosce il
carattere fragile, situato, relazionale. Esistere ai margini significa stare in
una zona in cui l’esperienza resta aperta, attraversabile, condivisa ed è in
questa apertura che si prepara il terreno per interrogare le forme poetiche come
pratiche di attenzione, di relazione e di attraversamento dell’esperienza
contemporanea, e lo si farà partendo dai linguaggi di poeti italiani nati
attorno agli anni Cinquanta del Novecento, fino ad arrivare ad altri nati negli
anni Settanta dello stesso secolo, in modo da avere dei riferimenti, senza
pretesa di esaustività, che permettano di focalizzare alcuni momenti del
passaggio di cui abbiamo detto brevemente nell’introduzione e che spero possano
orientarci sulla transizione in corso. Per tale motivo, e solo per accostarci al
percorso, parleremo in merito ai testi presentati di poesia della
tra-esistenza.
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Poesia della tra-esistenza: forme e dispositivi
1.1 Il “tra” come categoria poetica: l’esperienza del limite in Milo De Angelis
L’opera di Milo De Angelis consente di osservare come il “tra” possa
configurarsi, in poesia, non come categoria dichiarata ma come condizione
operativa dell’esperienza. In alcuni testi di Tema dell’addio (2005), ad
esempio, il verso non tematizza il passaggio, ma lo mette in atto, collocando il
soggetto in una zona di instabilità in cui spazio, tempo e relazione perdono
consistenza definitoria.
> Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
> di un giardino avvenne la carezza, la penombra
> addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
> spazio assoluto di una lacrima. Un istante
> in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
> si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
> sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
> sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
> noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
> noi tra le ossa e l’essenza della terra.
Il testo che si apre con “Milano era asfalto, asfalto liquefatto” introduce
immediatamente uno spazio privo di solidità. La città non è un luogo
riconoscibile né una scena simbolica, ma una superficie che si scioglie,
incapace di offrire orientamento. A questa dissoluzione non si oppone un altrove
compensativo: il giardino, definito come deserto, non restituisce un ordine
naturale, ma introduce uno spazio residuale, attraversato da un evento minimo e
non risolutivo. La carezza che vi accade non assume valore rivelativo; si
colloca in una penombra che sospende ogni giudizio, indicando una forma di
esperienza che non si impone ma si deposita.
L’espressione “spazio assoluto di una lacrima” concentra in modo emblematico
questa tensione. L’assoluto non coincide con una pienezza o con una
trascendenza, ma con un punto di massima esposizione, ridotto a un gesto
fragile. Il senso non si espande, ma si contrae, restando legato a un’esperienza
singolare che non si lascia generalizzare.
Il centro del testo si struttura attorno alla figura dell’istante, definito come
“in equilibrio tra due nomi”. L’istante non appartiene a nessuna denominazione
stabile; è una sospensione che resiste alla nominazione definitiva. Il
“tra” emerge qui come configurazione temporale: non passaggio risolto, ma
equilibrio precario che avanza senza destinazione dichiarata. Quando l’istante
“si posò respirando sul petto, / sulla grande presenza sconosciuta”, il corpo
non diventa luogo di appropriazione, ma superficie di contatto. La presenza
resta tale, non viene assimilata, e il respiro segna una relazione provvisoria,
non pacificata.
La morte, evocata come “sbriciolarsi delle linee”, non introduce una frattura
conclusiva, ma una perdita di confini. Le separazioni che organizzano
l’esperienza – tra soggetto e mondo, tra gesto e corpo – si dissolvono,
producendo una condizione di esposizione radicale. In questo senso, la morte non
è un oltre, ma una modalità estrema dell’essere-nel-mondo, priva di trascendenza
risolutiva.
Il noi che attraversa i versi finali non costituisce un’identità compatta. “Noi
lì e il gesto ovunque” segnala una dispersione: il gesto si separa dal corpo, si
diffonde, perde il suo centro. L’immagine conclusiva – “noi tra le ossa e
l’essenza della terra” – colloca l’esperienza in una zona materiale e non
simbolica, tra il corpo e ciò che lo eccede, senza che uno dei due poli si
imponga come fondamento.
In questo testo, la poesia non costruisce una narrazione né una visione
sintetica, ma una condizione di attraversamento. Il senso non viene né negato né
stabilizzato; resta in tensione, esposto, mantenuto in una zona intermedia che
non offre risoluzioni. È in questa pratica del limite – non tematizzata ma agita
– che il “tra” si configura come categoria poetica: non come concetto, ma come
forma dell’esperienza.
Questa dinamica non nasce improvvisamente in Tema dell’addio, ma trova una prima
formulazione, ancora non pienamente sviluppata, in Cartina muta, testo incluso
in Biografia sommaria (1999), dove il “tra” si manifesta come tensione iniziale,
come apertura problematica destinata a trovare maggiore densità nei libri
successivi.
Cartina muta
Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre siamo per rinascere. (Franco Fortini)
Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
“Perché fai questo?”
“Perché io sono così”, risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. “Perché io…
… né prendere né lasciare.” Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.
“Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
… vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…”
Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. “Dove sei stata
per tutta la mia vita…” Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo,
ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
… ora che stiamo per rinascere.
In questo testo il “tra” non è ancora una categoria pienamente operativa, ma una
condizione liminare che si manifesta attraverso la sospensione dell’identità e
l’opacità del linguaggio. Il dialogo non chiarisce, non fonda: «Perché io sono
così» non afferma un’identità, la sottrae alla definizione. Il dolore, che
“assomiglia/ solamente a se stesso”, non viene simbolizzato né ricomposto, ma
resta aderente alla sua evidenza.
Il gesto di riportare “esattamente/ i fatti e le parole” non coincide con un
ritorno all’oggettività, ma segnala il limite del linguaggio come strumento di
fondazione del senso. Il luogo finale, che “scioglie anche il nome”, anticipa
una perdita di orientamento che diverrà centrale nell’opera successiva. Il noi
conclusivo non è identitario né pacificato, ma esposto a un divenire condiviso,
ancora privo di forma. Funge da “messaggero”, così come il linguaggio della
poesia che assume una postura “angelicata”, un tramite perché “le parole
avvengono” in questo mondo di materia – “nel sangue, occhi che urtano contro il
neon / gelati, intelligenti e inconsolabili” – ma lo trascendono verso direzioni
instabili, sono messaggere dell’alterità non delimitandone i confini: “mani che
disegnano sul vetro l’angelo custode/e l’angelo imparziale, cinque dita strette
a un filo,/ l’idea reggente del nulla”.
Così, tra Biografia sommaria e Tema dell’addio, la poesia di De Angelis mostra
come il “tra” non si dia come concetto, ma come esperienza del limite,
progressivamente affinata: una condizione in cui il soggetto, il linguaggio e il
mondo entrano in relazione senza garanzie, mantenendo il senso in uno stato di
tensione non risolta.
Questa linea di tensione trova una formulazione ulteriormente radicale nel testo
di apertura di Linea intera, linea spezzata(2021), significativamente
intitolato Nemini. Qui il “tra” non riguarda più soltanto il rapporto tra
soggetto, spazio e linguaggio, ma si estende a una dimensione ulteriore: quella
della co-presenza dei vivi e dei morti, non come tema elegiaco, ma come
condizione percettiva ordinaria.
> Nemini
>
> Sali sul tram numero quattordici e sei destinato a scendere
> in un tempo che hai misurato mille volte
> ma non conosci veramente,
> osservi in alto lo scorrere dei fili e in basso l’asfalto bagnato,
> l’asfalto che riceve la pioggia e chiama dal profondo,
> ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra, e tu allora
> guardi l’orologio, saluti il guidatore. Tutto è come sempre
> ma non è di questa terra e con il palmo della mano
> pulisci il vetro dal vapore, scruti gli spettri che corrono
> sulle rotaie e quando sorridi a lei vestita di amaranto
> che scende in fretta i due scalini, fai con la mano un gesto
> che sembrava un saluto ma è un addio.
La scena è quotidiana, quasi neutra: un tragitto urbano, un orario, un gesto
abituale. Eppure, sin dall’inizio, il tempo viene descritto come qualcosa che
“hai misurato mille volte/ ma non conosci veramente”. Il tempo non è più una
coordinata oggettiva, ma una soglia: qualcosa che si attraversa senza
possederlo. Il movimento del tram non conduce verso una destinazione chiara, ma
verso un tempo imprecisabile, che sfugge alla conoscenza pur essendo ripetuto.
Lo spazio stesso si dispone verticalmente come campo di attraversamento: in alto
i fili, in basso l’asfalto che “chiama dal profondo”. L’asfalto non è semplice
superficie urbana, ma luogo di raccolta, di chiamata, di respirazione comune. Il
noi che affiora – “ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra” – non
definisce una comunità storica o sociale, ma una prossimità che eccede il mondo
dei vivi senza separarsene.
La presenza degli “spettri che corrono/ sulle rotaie” non introduce un elemento
fantastico: non interrompe la realtà, la accompagna. Gli spettri non appaiono,
scorrono; non parlano, transitano. Sono parte del movimento, come il tram, come
il tempo misurato e sconosciuto. Il gesto finale – “un gesto/ che sembrava un
saluto ma è un addio” – non chiarisce la distinzione tra incontro e separazione:
la sospende. Il saluto e l’addio coincidono, come se ogni relazione fosse già
attraversata da una perdita che non ha bisogno di essere nominata.
In Nemini, il “tra” diventa così una condizione ontologica diffusa: tra il
visibile e l’invisibile, tra il ripetersi del quotidiano e l’irruzione di ciò
che non appartiene più interamente a questa terra. I morti non sono evocati come
assenza, ma come presenza laterale, come parte del movimento stesso
dell’esperienza. Non c’è consolazione né separazione netta: il passaggio è
continuo, condiviso, silenzioso.
Con questo testo, la poesia di De Angelis mostra come il “tra” non sia soltanto
una categoria relazionale o temporale, ma una forma dell’esistenza esposta, in
cui anche il confine tra vita e morte perde consistenza definitoria. Il “tra”
non conduce oltre: resta. E nel restare, apre lo spazio in cui il linguaggio,
nel capitolo successivo, potrà essere interrogato come vero e proprio luogo di
passaggio.
Gianluca D’Andrea, con il supporto di un modello di linguaggio basato su
intelligenza artificiale (ChatGPT, OpenAI)
*In copertina: Joseph Beuys (1921-1986)
L'articolo Abitare l’instabilità. La poesia ai margini della percezione:
l’esempio di Milo De Angelis proviene da Pangea.