Introduzione
La dislocazione del soggetto contemporaneo
La condizione contemporanea non mette in crisi soltanto le strutture economiche,
politiche o simboliche, ma investe in modo radicale la figura stessa del
soggetto. Non si tratta semplicemente di una crisi dell’identità, né di una
frammentazione psicologica dell’io. Ciò che viene meno è la possibilità di
pensare il soggetto come centro stabile dell’esperienza, come punto di sintesi
tra interiorità e mondo.
Il soggetto si trova oggi dislocato perché immerso in un campo di forze che lo
precede e lo eccede. Le coordinate che un tempo permettevano una relativa
stabilità – appartenenze, narrazioni storiche, orizzonti di senso condivisi –
non scompaiono del tutto, ma perdono la loro funzione ordinatrice. L’esperienza
non viene meno, è la sua ricomposizione a diventare problematica.
In questo senso, la dislocazione non va intesa come perdita assoluta, ma come
condizione strutturale. Il soggetto non è ovviamente espulso dal mondo, bensì vi
è incluso senza occupare una posizione di privilegio. Non guarda più la realtà
da una distanza critica garantita, ma ne è coinvolto in modo diretto, spesso
opaco. Mark Fisher, tra gli altri, ha mostrato come questa condizione produca un
senso diffuso di impotenza e di saturazione, in cui il disagio non è più
riconducibile a una dimensione individuale, ma si configura come fenomeno
sistemico, incorporato nelle forme stesse dell’esperienza quotidiana. La
dislocazione coincide dunque con una nuova forma di esposizione, in cui il
soggetto è continuamente sollecitato senza poter ricondurre tale sollecitazione
a un orizzonte di senso unificato.
*
Esistenza come soglia e attraversamento
Pensare l’esistenza a partire da questa dislocazione, si diceva, implica un
mutamento di prospettiva. L’esistenza non può più essere concepita come uno
stato o come un’identità definita, ma come processo, come movimento di
attraversamento continuo. Non essere, ma transitare.
In questa direzione, il lessico della soglia si rivela particolarmente
produttivo. La soglia non separa nettamente due spazi, ma li mette in relazione;
non è un luogo stabile, ma una zona di passaggio, appunto. Esistere, quindi,
significa trovarsi su questa soglia, in una condizione che non è mai del tutto
interna né esterna, mai completamente determinata né indeterminata.
L’attraversamento non implica necessariamente progresso o superamento, non
conduce a una forma più compiuta di presenza, al contrario, espone l’esistenza
alla continua rinegoziazione del senso. Ogni esperienza si dà come temporanea,
situata, priva di garanzie definitive. Ciò che conta non è l’approdo, ma il
movimento stesso.
Questa concezione dell’esistenza non annulla la storicità, ma la rende più
prossima, meno mediata. La storia, infatti, non appare più come sfondo ordinato
ma come insieme di forze che attraversano il soggetto e ne modellano
l’esperienza senza mai stabilizzarla. In questo modo l’esistenza si configura
come un campo di attraversamenti in cui il soggetto non si costituisce prima
dell’esperienza, ma dentro di essa.
*
Inclusione e prossimità al mondo
La dislocazione del soggetto e la concezione dell’esistenza come attraversamento
producono una trasformazione profonda nel rapporto con il mondo. Non si dà più
una separazione netta tra soggetto e oggetto, tra osservatore e realtà. Il
soggetto non si pone di fronte al mondo ma vi è incluso.
Timothy Morton, ad esempio, ha insistito su questa dimensione di inclusione,
mostrando come l’esperienza contemporanea sia segnata da forme di coinvolgimento
inevitabile. Il reale si presenta come qualcosa che avvolge, attraversa,
condiziona, rendendo impraticabile ogni distanza rassicurante. L’esperienza
diventa così una condizione di prossimità forzata, in cui il soggetto non può
sottrarsi a ciò che accade.
Questa inclusione non coincide con una fusione indistinta. Al contrario,
mantiene la differenza, ma la colloca in una relazione di prossimità. Il mondo
non è ciò che il soggetto si rappresenta dall’esterno, bensì ciò che lo
coinvolge e lo espone. Anche il linguaggio, in questo contesto, modifica la
propria funzione: non serve più a dominare o ordinare il reale, ma a tenere
aperta la relazione. Nomina senza chiudere, indica senza esaurire. Il senso
emerge nella tensione tra ciò che può essere detto e ciò che continua a
sottrarsi.
La prossimità al mondo comporta inoltre una responsabilità implicita. Essere
esposti significa non poter neutralizzare ciò che accade, l’esperienza, per
quanto singolare, non è qualcosa che si possiede univocamente ma qualcosa che si
attraversa insieme ad altri, in una dimensione inevitabilmente relazionale.
*
Abitare l’instabilità e i margini della percezione
Abitare l’instabilità non significa celebrarla né subirla passivamente.
Significa riconoscerla come condizione strutturale dell’esperienza contemporanea
e interrogare le forme attraverso cui essa può diventare abitabile. I margini,
in questo senso, non sono luoghi di esclusione, ma zone di intensità percettiva.
È nei margini che l’esperienza si mostra nella sua forma più esposta: dove il
senso non è garantito, dove le categorie vacillano, dove il linguaggio deve
misurarsi con ciò che non può essere pienamente catturato. I margini non offrono
soluzioni, ma possibilità, sono spazi in cui l’esperienza può essere
riformulata.
In questa prospettiva, anche le riflessioni di Valentina Tanni sulle culture
visive e digitali risultano particolarmente significative. Le sue analisi
mostrano come l’esperienza contemporanea sia attraversata da processi di
appropriazione, ripetizione e slittamento, in cui il senso non è mai fissato una
volta per tutte, ma continuamente rinegoziato. Anche qui, ciò che conta non è la
definizione stabile, ma la capacità di muoversi tra codici, immagini e contesti
in trasformazione.
Abitare i margini della percezione significa allora accettare una forma di
attenzione non risolutiva, capace di sostare nell’incertezza senza trasformarla
in sistema. È una postura che non rinuncia al senso, ma ne riconosce il
carattere fragile, situato, relazionale. Esistere ai margini significa stare in
una zona in cui l’esperienza resta aperta, attraversabile, condivisa ed è in
questa apertura che si prepara il terreno per interrogare le forme poetiche come
pratiche di attenzione, di relazione e di attraversamento dell’esperienza
contemporanea, e lo si farà partendo dai linguaggi di poeti italiani nati
attorno agli anni Cinquanta del Novecento, fino ad arrivare ad altri nati negli
anni Settanta dello stesso secolo, in modo da avere dei riferimenti, senza
pretesa di esaustività, che permettano di focalizzare alcuni momenti del
passaggio di cui abbiamo detto brevemente nell’introduzione e che spero possano
orientarci sulla transizione in corso. Per tale motivo, e solo per accostarci al
percorso, parleremo in merito ai testi presentati di poesia della
tra-esistenza.
**
Poesia della tra-esistenza: forme e dispositivi
1.1 Il “tra” come categoria poetica: l’esperienza del limite in Milo De Angelis
L’opera di Milo De Angelis consente di osservare come il “tra” possa
configurarsi, in poesia, non come categoria dichiarata ma come condizione
operativa dell’esperienza. In alcuni testi di Tema dell’addio (2005), ad
esempio, il verso non tematizza il passaggio, ma lo mette in atto, collocando il
soggetto in una zona di instabilità in cui spazio, tempo e relazione perdono
consistenza definitoria.
> Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
> di un giardino avvenne la carezza, la penombra
> addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
> spazio assoluto di una lacrima. Un istante
> in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
> si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
> sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
> sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
> noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
> noi tra le ossa e l’essenza della terra.
Il testo che si apre con “Milano era asfalto, asfalto liquefatto” introduce
immediatamente uno spazio privo di solidità. La città non è un luogo
riconoscibile né una scena simbolica, ma una superficie che si scioglie,
incapace di offrire orientamento. A questa dissoluzione non si oppone un altrove
compensativo: il giardino, definito come deserto, non restituisce un ordine
naturale, ma introduce uno spazio residuale, attraversato da un evento minimo e
non risolutivo. La carezza che vi accade non assume valore rivelativo; si
colloca in una penombra che sospende ogni giudizio, indicando una forma di
esperienza che non si impone ma si deposita.
L’espressione “spazio assoluto di una lacrima” concentra in modo emblematico
questa tensione. L’assoluto non coincide con una pienezza o con una
trascendenza, ma con un punto di massima esposizione, ridotto a un gesto
fragile. Il senso non si espande, ma si contrae, restando legato a un’esperienza
singolare che non si lascia generalizzare.
Il centro del testo si struttura attorno alla figura dell’istante, definito come
“in equilibrio tra due nomi”. L’istante non appartiene a nessuna denominazione
stabile; è una sospensione che resiste alla nominazione definitiva. Il
“tra” emerge qui come configurazione temporale: non passaggio risolto, ma
equilibrio precario che avanza senza destinazione dichiarata. Quando l’istante
“si posò respirando sul petto, / sulla grande presenza sconosciuta”, il corpo
non diventa luogo di appropriazione, ma superficie di contatto. La presenza
resta tale, non viene assimilata, e il respiro segna una relazione provvisoria,
non pacificata.
La morte, evocata come “sbriciolarsi delle linee”, non introduce una frattura
conclusiva, ma una perdita di confini. Le separazioni che organizzano
l’esperienza – tra soggetto e mondo, tra gesto e corpo – si dissolvono,
producendo una condizione di esposizione radicale. In questo senso, la morte non
è un oltre, ma una modalità estrema dell’essere-nel-mondo, priva di trascendenza
risolutiva.
Il noi che attraversa i versi finali non costituisce un’identità compatta. “Noi
lì e il gesto ovunque” segnala una dispersione: il gesto si separa dal corpo, si
diffonde, perde il suo centro. L’immagine conclusiva – “noi tra le ossa e
l’essenza della terra” – colloca l’esperienza in una zona materiale e non
simbolica, tra il corpo e ciò che lo eccede, senza che uno dei due poli si
imponga come fondamento.
In questo testo, la poesia non costruisce una narrazione né una visione
sintetica, ma una condizione di attraversamento. Il senso non viene né negato né
stabilizzato; resta in tensione, esposto, mantenuto in una zona intermedia che
non offre risoluzioni. È in questa pratica del limite – non tematizzata ma agita
– che il “tra” si configura come categoria poetica: non come concetto, ma come
forma dell’esperienza.
Questa dinamica non nasce improvvisamente in Tema dell’addio, ma trova una prima
formulazione, ancora non pienamente sviluppata, in Cartina muta, testo incluso
in Biografia sommaria (1999), dove il “tra” si manifesta come tensione iniziale,
come apertura problematica destinata a trovare maggiore densità nei libri
successivi.
Cartina muta
Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre siamo per rinascere. (Franco Fortini)
Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
“Perché fai questo?”
“Perché io sono così”, risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. “Perché io…
… né prendere né lasciare.” Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.
“Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
… vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…”
Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. “Dove sei stata
per tutta la mia vita…” Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo,
ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
… ora che stiamo per rinascere.
In questo testo il “tra” non è ancora una categoria pienamente operativa, ma una
condizione liminare che si manifesta attraverso la sospensione dell’identità e
l’opacità del linguaggio. Il dialogo non chiarisce, non fonda: «Perché io sono
così» non afferma un’identità, la sottrae alla definizione. Il dolore, che
“assomiglia/ solamente a se stesso”, non viene simbolizzato né ricomposto, ma
resta aderente alla sua evidenza.
Il gesto di riportare “esattamente/ i fatti e le parole” non coincide con un
ritorno all’oggettività, ma segnala il limite del linguaggio come strumento di
fondazione del senso. Il luogo finale, che “scioglie anche il nome”, anticipa
una perdita di orientamento che diverrà centrale nell’opera successiva. Il noi
conclusivo non è identitario né pacificato, ma esposto a un divenire condiviso,
ancora privo di forma. Funge da “messaggero”, così come il linguaggio della
poesia che assume una postura “angelicata”, un tramite perché “le parole
avvengono” in questo mondo di materia – “nel sangue, occhi che urtano contro il
neon / gelati, intelligenti e inconsolabili” – ma lo trascendono verso direzioni
instabili, sono messaggere dell’alterità non delimitandone i confini: “mani che
disegnano sul vetro l’angelo custode/e l’angelo imparziale, cinque dita strette
a un filo,/ l’idea reggente del nulla”.
Così, tra Biografia sommaria e Tema dell’addio, la poesia di De Angelis mostra
come il “tra” non si dia come concetto, ma come esperienza del limite,
progressivamente affinata: una condizione in cui il soggetto, il linguaggio e il
mondo entrano in relazione senza garanzie, mantenendo il senso in uno stato di
tensione non risolta.
Questa linea di tensione trova una formulazione ulteriormente radicale nel testo
di apertura di Linea intera, linea spezzata(2021), significativamente
intitolato Nemini. Qui il “tra” non riguarda più soltanto il rapporto tra
soggetto, spazio e linguaggio, ma si estende a una dimensione ulteriore: quella
della co-presenza dei vivi e dei morti, non come tema elegiaco, ma come
condizione percettiva ordinaria.
> Nemini
>
> Sali sul tram numero quattordici e sei destinato a scendere
> in un tempo che hai misurato mille volte
> ma non conosci veramente,
> osservi in alto lo scorrere dei fili e in basso l’asfalto bagnato,
> l’asfalto che riceve la pioggia e chiama dal profondo,
> ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra, e tu allora
> guardi l’orologio, saluti il guidatore. Tutto è come sempre
> ma non è di questa terra e con il palmo della mano
> pulisci il vetro dal vapore, scruti gli spettri che corrono
> sulle rotaie e quando sorridi a lei vestita di amaranto
> che scende in fretta i due scalini, fai con la mano un gesto
> che sembrava un saluto ma è un addio.
La scena è quotidiana, quasi neutra: un tragitto urbano, un orario, un gesto
abituale. Eppure, sin dall’inizio, il tempo viene descritto come qualcosa che
“hai misurato mille volte/ ma non conosci veramente”. Il tempo non è più una
coordinata oggettiva, ma una soglia: qualcosa che si attraversa senza
possederlo. Il movimento del tram non conduce verso una destinazione chiara, ma
verso un tempo imprecisabile, che sfugge alla conoscenza pur essendo ripetuto.
Lo spazio stesso si dispone verticalmente come campo di attraversamento: in alto
i fili, in basso l’asfalto che “chiama dal profondo”. L’asfalto non è semplice
superficie urbana, ma luogo di raccolta, di chiamata, di respirazione comune. Il
noi che affiora – “ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra” – non
definisce una comunità storica o sociale, ma una prossimità che eccede il mondo
dei vivi senza separarsene.
La presenza degli “spettri che corrono/ sulle rotaie” non introduce un elemento
fantastico: non interrompe la realtà, la accompagna. Gli spettri non appaiono,
scorrono; non parlano, transitano. Sono parte del movimento, come il tram, come
il tempo misurato e sconosciuto. Il gesto finale – “un gesto/ che sembrava un
saluto ma è un addio” – non chiarisce la distinzione tra incontro e separazione:
la sospende. Il saluto e l’addio coincidono, come se ogni relazione fosse già
attraversata da una perdita che non ha bisogno di essere nominata.
In Nemini, il “tra” diventa così una condizione ontologica diffusa: tra il
visibile e l’invisibile, tra il ripetersi del quotidiano e l’irruzione di ciò
che non appartiene più interamente a questa terra. I morti non sono evocati come
assenza, ma come presenza laterale, come parte del movimento stesso
dell’esperienza. Non c’è consolazione né separazione netta: il passaggio è
continuo, condiviso, silenzioso.
Con questo testo, la poesia di De Angelis mostra come il “tra” non sia soltanto
una categoria relazionale o temporale, ma una forma dell’esistenza esposta, in
cui anche il confine tra vita e morte perde consistenza definitoria. Il “tra”
non conduce oltre: resta. E nel restare, apre lo spazio in cui il linguaggio,
nel capitolo successivo, potrà essere interrogato come vero e proprio luogo di
passaggio.
Gianluca D’Andrea, con il supporto di un modello di linguaggio basato su
intelligenza artificiale (ChatGPT, OpenAI)
*In copertina: Joseph Beuys (1921-1986)
L'articolo Abitare l’instabilità. La poesia ai margini della percezione:
l’esempio di Milo De Angelis proviene da Pangea.
Tag - Milo De Angelis
Conte è una prosa lirica di Rimbaud che fa parte del gruppo delle Illuminations.
Secondo ciò che dice Paul Verlaine, quelle prose “illuminate”, scritte “durante
viaggi in Belgio, in Inghilterra e in tutta la Germania” – quasi vi fosse
una destinazione tra la topografia e la grafia – sono state completate nel 1875,
centocinquanta anni fa. Quei fogli, in disordinata armonia, portano il caos, una
coerenza aurorale li ancora – il primigenio ci sboccia addosso: leggi e gli
occhi sfarfallano, prendono il volo, si fanno libellule – fiere primizie in
piumaggio blu.
Conte, in particolare, è una sorta di efferata fiaba. Si parla di un principe,
sfiancato dalla propria generosità, che trova fervida giovinezza
nell’assassinio, nella perfezione in ferocia. Ciò che uccide, tuttavia, rivive,
lo insegue. La rapina è rapimento dei sensi; razzia è razzolare nel fondaco del
sé. L’incontro con il Genio – l’altro, ineffabile, se stesso – è il trauma della
“felicità indicibile, insopportabile”. Anche il principe, che tanto ha ucciso
per scoprire la verità dell’amore, muore – del desiderio intravide l’ombra,
l’effimera effusione.
Olivier Bivort – che ha curato l’edizione delle Opere di Rimbaud per Marsilio –
scrive che Conte è il punto di contatto tra Rimbaud e il “genere della fiaba”,
che è una prosa “alla maniera delle Mille e una notte”.
Il Principe a me pare Minotauro: il palazzo – il mondo – è la sua prigione. È un
Minotauro sapiente, però: uccide senza innocenza. Poiché è – ed è unico al mondo
– Minotauro (Asterione dovremmo chiamarlo), non desidera – vive nel desiderio.
Se il Genio, in questo gioco di specchi, è Teseo – l’altro volto di Minotauro,
il vero mostro, l’eroe che, per attitudine mitica, vive senza coordinata di
condivisione, solo per sempre – chi è Arianna? Di una fiaba conta ciò che non si
chiude, non si sovrappone: preveggenza che qualcosa possa davvero sanguinare.
Non si sguainano sguaiate risa, al cospetto della fiaba – la fiaba atterrisce
perché è inesplicabile.
Il testo – tradotto, ma, per effluvi del caso, restato lì quando ho costruito
una antologia di testi rimbaudiani– è questo:
“Un Principe, esperto in perfezione di generiche generosità, era sfiancato.
Ipotizzava catastrofiche rivoluzioni d’amore, pensava che le sue donne fossero
superiori a quella compiacenza lordata di cielo e di lusso. Voleva violare le
verità, l’istante del desiderio, del piacere originario. Che fosse aberrazione
del bene – voleva.
Per lo meno, possedeva il cuore dell’umano potere.
Le donne che lo avevano conosciuto furono assassinate. Che saccheggio nel
giardino della bellezza! Al lume della spada, lo benedissero. Non ne volle altre
– e quelle riapparvero.
Uccise i seguaci, dopo la caccia e la libagione – e lo inseguirono.
Godeva nello sgozzare le più superbe belve. Fece in fiamme i palazzi. Soggiogò i
popoli per spezzarli. Le folle, i tetti d’oro e le mirabili belve esistevano
ancora.
La distruzione eccita, la crudeltà ringiovanisce. I popoli non mormorarono.
Nessuno offrì il suo parere.
Una sera galoppava con fierezza. Giunse un Genio, ineffabile in bellezza,
inviolato a dirsi. Dai tratti e dalla postura, era la promessa di un amore
molteplice e complesso, di una felicità indicibile, insopportabile! Il Principe
e il Genio si annientarono, probabilmente, nella salvezza assoluta. Come
avrebbero potuto non morirne? Morirono, dunque, insieme.
Ma il Principe si consumò nel palazzo, a un’età ordinaria. Il Principe era il
Genio. Il Genio era il Principe. – Di sapiente armonia è privo il nostro
desiderio”.
Il caso, tuttavia, ha la sua piena e la sua risacca.
In una libreria genovese, “Bookowski”, qualche giorno fa, sepolto tra piramidi
di tomi, trovo un numero di “niebo”, la “rivista di poesia” ideata da Milo De
Angelis: il numero 6 del settembre 1978. Il numero – in azzurro acquerello,
presto sbiadito – è dedicato alla fiaba. Tra i testi, leggende polacche e
indiane – ridotte da Swami Vivekananda –, Una fiaba rumena e due fiabe di
Giovambattista Basile, il genio de Lo cunto de li cunti, tradotte e commentate
da Roberto Mussapi. Il centro della rivista è proprio il Conte, il Racconto di
Rimbaud, proposto in doppia traduzione, di Vincenzo Guarracino e di Valeria
Drovandi. In un commento – o meglio, evasione, diversione – al Racconto,
nell’ultima pagina di “niebo”, Milo De Angelis scrive così:
> “Solo ciò che è stato annientato è meraviglioso in un altro, dice Rimbaud: ma
> non ce ne accorgeremo mai per un confronto, non ce ne accorgeremo sputando sul
> suo viso di oggi, su quello che ne resta, facendo l’elogio del tradimento. È
> idiota credere nell’infedeltà, così vicina alla vita letteraria, al cartone
> animato della vita quotidiana, della vita scambiabile. E chi è ‘fedele’
> (fedele come un gatto, una fedeltà a bagliori, di legami dimenticati e vivi)
> sa che davvero c’è stato un solo amore e che lì la poesia non deve tornare
> mai”.
Benché Cristina Campo abbia scritto, e magnificamente, di Fiaba e mistero, anni
prima, credo che quel numero di “niebo” – un numero costruito da fanciulli
selvatici – tocchi il significato lancinante della fiaba. La fiaba respinge chi
cerca “pedissequamente di trovarne le cause”; la fiaba – mito in sconquasso,
verifica di una infanzia con l’arco a tracolla – non accetta chi “manca di un
trasalimento che lo porti via”. In quell’antico testo, Le fiabe e il secondo
bambino, De Angelis – sradicando i vari Propp, Bettelheim, Fromm e Dario Fo –
scrive che
> “le immagini di una fiaba cominciano a essere viste quando non sono più
> applicabili, quando i colori dei tarocchi sgorgano dal punto in cui non
> possono più essere adoperati, così come un gesto che credeva di essere d’amore
> diventa splendido quando l’amore non è più il suo scopo”.
Nell’evanescenza, nell’assenza di scopo – nell’assenza di una morale, la moria
della lettera – è l’essere all’assalto, l’essere assassino della fiaba. Di un
corpo ci affascina la scia; la perenne possibilità – non la perizia di ciò che è
perituro, quella perfezione dei troppi letterati anatomisti di oggi, affetti da
necrofilia, da necrosi dell’immaginare.
Il mito del labirinto – forse perché il labirinto è il mito della scrittura
stessa: ci si perde per ritrovare il bandolo, e nella perdizione qualcosa,
sempre, muore – è al fondamento della fiaba. Secondo il repertorio inanellato da
Robert Graves, è Arianna, innamoratasi di Teseo “a prima vista”, ad aiutare il
condottiero a uccidere “il mio fratellastro”, nel sonno, grazie al gomitolo
ordito da Dedalo. Il costruttore del labirinto è anche colui che conosce come
dissigillare la sua creatura (il labirinto è vivo ed è figura di Pitone, il
sacro serpe) – ma non può dissigillarlo: ne morirebbe. L’amore passionale vira
sempre nel sacrificio, ambisce al soffocamento: Minotauro ha opzione di potenza
sulla verginità di Arianna, per questo deve essere eliminato. Verrebbe da
chiedersi: chissà cosa sogna Minotauro.
Secondo una variante del mito riportata da Graves, Teseo avrebbe imprigionato e
condotto Minotauro ad Atene, “legato e portato in trionfo”, come un grizzly o
come l’abominevole uomo delle nevi – come un freak da cui trarre congrui
guadagni. Non si sa – secondo la nota versione del mito – se Teseo abbia ucciso
Minotauro “con la spada donatagli da Arianna o con le nude mani o con la sua
famosa clava”: le varianti conferiscono al racconto diverse accezioni, ai
personaggi diverse entità simboliche. Ma la fiaba, si sa, non accetta simboli:
azzanna.
A dire degli abitanti di Creta, per altro, Minotauro non è mai esistito; Arianna
si è innamorata di Teseo dopo che costui ha vinto le gare di lotta ideate dal
re, Minosse; Labirinto è il nome di una prigione, più letale di Alcatraz –
prigione venefica, prigione piena di serpentine, prigione-serpente.
Ardire ai penetrali del mito significa morire; infine, i protagonisti diventano
frange di carta, eventi in fumo. Torniamo a “niebo”. Così, ancora, De Angelis,
in idillio oracolare:
> “Non appena si spezza il filo che doveva condurlo fuori, Teseo vede che il
> labirinto si cancella, invaso dal vento radioso del Mar Egeo, e capisce che il
> labirinto era solo il progetto di uscire, guidato dal filo di Arianna. In
> mille fiabe, dalle saghe islandesi ai miti di Osiride, regna la grande scena
> dell’uccisione di Arianna, colei che crea la più buia prigione con l’offerta
> di una salvezza firmata. Arianna verrà ferocemente uccisa per aver scelto di
> farsi ringraziare”.
Che il labirinto sia un parto di Arianna – il luogo primigenio in cui
imprigionare l’amato, per poi farlo venire alla luce, contraffatto dalla prova –
lo pensava anche Friedrich Nietzsche. Ne scrisse, all’acme del delirio, quasi
che Arianna fosse l’esatto nome della sua follia:
> “Chi, all’infuori di me, sa cos’è Arianna! Mai finora qualcuno ha conosciuto
> la soluzione di tutti questi enigmi, e dubito che qualcuno abbia mai anche
> solo visto degli enigmi in tutte queste cose… Oh Arianna, tu stessa sei il
> labirinto: da te non si esce più fuori”.
Ringraziare: essere grati, affibbiare il colpo di grazia.
Nel suo ultimo libro – a tensione di testamento – La solitudine del
Minotauro (Aragno, 2023), Franco Rella sposta ancora l’asse del ragionare:
> “Teseo entra nel labirinto, entra nell’enigma partorito dalla gola del
> Minotauro. Un enigma senza fondo che certamente era sfuggito a Teseo: Abgrund,
> abissale, come suggeriscono i mistici tedeschi o addirittura più che
> abissale, Ungrund, senza fondo. Arianna aveva capito? Lo aveva almeno
> percepito? Lei ha spinto l’ignaro, ottuso Teseo perché con la spada o, come
> dicono, con la clava, chiudesse l’abisso, mettesse un fondo a ciò che non ha
> fondo, e suturasse la ferita che si era aperta nel mondo con la nascita di
> Minotauro. Forse per questo Teseo l’aveva abbandonata, sgomento per qualcosa
> che lo sovrastava e che sentiva muoversi oscuramente come un’aura funesta che
> avvolgeva Arianna. Per questa operazione che potremmo definire di igiene
> cosmica, lei ha avuto le nozze con Dioniso e, come alcuni narrano, è stata
> assunta tra le costellazioni”.
Chissà se è davvero Minotauro l’ispiratore di Labirinto, se è davvero Arianna
“la Signora del Labirinto”, creato dalla laboriosa intelligenza del filo,
un’intelligenza-vipera – la trama. Di certo, dopo la prova Teseo non è più se
stesso: il suo cuore monolite si è frantumato, si è fatto labirintico. Qualcuno
potrebbe dire: è Labirinto il vero protagonista del mito, la sola cosa viva; e
Dioniso se ne va con lui, legato al filo, cioè al guinzaglio, quasi fosse uno
dei suoi sgherri ghepardi. Lo senti ancora trottare. Lo senti soffiare.
Quanto al poeta: ci piacerebbe fosse Minotauro, Labirinto o Arianna. La fiaba
non specifica: è uno dei ragazzi offerti in dono al mostro; l’articolata
prigione è figura delle sue viscere.
*In copertina: M.C. Escher, Bond of Union, 1956
L'articolo “Solo ciò che è stato annientato è meraviglioso”. Ipotesi intorno al
Labirinto (cioè: di serpenti e di fiabe) proviene da Pangea.
Qualche tempo fa, nell’ormai leggendaria Libreria Scaldasole di Milano, ho
comprato L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo. Pubblicata da Aldo
Martello nel 1963 è un repertorio impressionante: quasi mille e quattrocento
pagine per 152 poeti antologizzati; il più giovane è Roberto Sanesi, nato nel
1930. L’idea critica che la galvanizza è enciclopedica: s’intendono radunare i
massimi poeti del secolo, al di là delle “scuole” e delle “etichette”
(crepuscolari e decadenti, futuristi e neorelisti, sperimentalisti ed
ermetici).
Il progetto – un ‘mostruoso’ gesto di devozione – parte da Carducci, ritenuto
“il primo iniziatore della poesia che verrà dopo”. Così, bene incapsulati in
efficaci cammei biografici, ci sono già tutti i poeti che ci attendiamo, pur in
bocciolo: Mario Luzi e Andrea Zanzotto, Pier Paolo Pasolini (“è poeta autentico
laddove l’elemento ideologico-storico è dominato, e liberato da una concreta,
corposa visione lirica”) e Giorgio Caproni, Vittorio Sereni (su cui si
scommette, scrivendo che reca “accenti capaci di significare una nuova realtà
della poesia italiana, dopo la stagione di Montale”) e Attilio Bertolucci. Per
elogiare Margherita Guidacci si usano planimetrie critiche che oggi faticheremmo
ad accettare (quando si dice di “Una poesia che ha un’apertura morale, una
chiarezza intima, una presa umana da non confondersi con altre poesie di donne,
bruciate dall’effimero. E magari da una femminile vanità”: attributi
– effimero, vanità – rintracciabili, invero, in molta poesia ‘maschile’); le
donne hanno una qualche concreta rappresentanza: non ricordavo Biagia Marniti,
poetessa apprezzata da Ungaretti (“Vi invidio farfalle/ in danze acrobate e
festose/ sulle siepi, su sassi in bilico/ presso margherite gialle/ e camomille
in fiore”); ci sono, naturalmente, Sibilla Aleramo (detta “di natura
indipendente”…) e Vittoria Aganoor Pompilj, Luisa Giaconi e Ada Negri; c’è la
“isolatissima” poesia di Maria Barbara Tosatti (“ben poco pubblicò durante la
sua vita, nonostante gl’incitamenti di molti amici”), manca, tra le altre,
quella di Amalia Guglielminetti.
L’antologia non sposta l’asse delle nostre certezze: Giovanni Pascoli è il vero
poeta-titano del Novecento; Gabriele D’Annunzio l’euforico pioniere del
linguaggio, l’autentico Apollo. Tra le moltissime poesie del ‘Vate’
preferisco Il cervo, con quell’attacco all’assalto:
> Non odi cupi bràmiti interrotti
> di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
> si sépara dal branco delle femmine
> e si rinselva. Dormirà fra breve
> nel letto verde, entro la macchia folta,
> soffiando dalle crespe froge il fiato
> violento che di mentastro odora.
Dietro ai due seguono, con diversa foga, gli altri – Giuseppe Ungaretti e
Eugenio Montale su tutti.
Mi sorprende la presenza di Lorenzo Calogero: segno che se ne parlava molto,
all’epoca, prima di perderlo tra le brume dell’inedia e dell’invidia – era morto
due anni prima della pubblicazione dell’antologia; nel 1962, per Lerici,
Giuseppe Tedeschi aveva curato il primo volume delle Opere poetiche. Si dice di
un’“esistenza assai disgraziata, tra ossessioni e tentativi di suicidio”, di un
“temperamento ondeggiante e scontroso” e di “una sua confusa e allucinata
poetica”. Non sono ancora buoni i tempi per comprendere appieno l’eccentricità
di Calogero – esistenziale, dunque lirica –, l’assoluto eroe di un canone
‘avverso’ della poesia italiana. Comunque, Calogero c’è.
C’è anche Bartolo Cattafi, assai dimenticato in repertori antologici analoghi;
memorabile l’agiografica biografia che lo centra (e che c’entra, forse, con la
concretezza dell’amicizia):
> “Laureato in giurisprudenza, mai è stato in uno studio d’avvocato. Vive a
> Milano, lavorando presso un’industria; e di sera s’occupa di poesia e di
> letteratura; vivendo però nel giro di pochi amici, e non intruppandosi nelle
> varie ‘gang’ letterarie. Certo è che la poesia di Cattafi vive fuori da ogni
> schema; ed è la sua fortuna”.
Di Dino Campana – molto ben antologizzato – non si comprende la dionisiaca
centralità nel nostro canone (proprio per la sua sfasatura, per il suo sbandare
da belva del linguaggio): sarebbe troppo; resta il poeta stretto “tra tradizione
e rivoluzione”. È chiaro, invece – oggi lo è meno – il ruolo ‘profetico’ e
miliare – “per il suo tono di mistica solitudine” – di Clemente Rebora.
L’assenza di Giovanni Boine è per me un mistero: preso, forse, per prosatore, il
suo artigianato lirico, all’arma bianca, è ancora per lo più incompreso.
In un’antologia che ha nella quantità il proprio genio, il gioco è quello di
scovare i dimenticati, che testimoniano, in fondo, i molti sentieri interrotti
della nostra poesia. Tra i tanti, ricordo Guglielmo Petroni – farà fortuna come
romanziere, vincendo uno Strega nel ’74 con La morte del fiume, superando
Achille Campanile che si presentava con una raccolta di racconti dal titolo
folgorante, Gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Non mi dispiace la
sua Autobiografia in pezzi:
I
Ho il fiuto del cane randagio,
ho il volto deserto,
ho il disagio di essere nato,
di rimanere impalato
dinnanzi a questa antica
necessità di amore, di pietà.
Ma un lutto non è necessario;
la vita stessa è l’ossario
di tutte le illusioni.
II
………………………………..
………………………………..
Placida sera senza riposo
tra poco sarà notte:
c’è tanta luce che se ne va.
Sono ricco di sangue,
carico di umano tempo:
parola mia stasera
agirò senza pietà.
È vero: tanti dimenticati è giusto dimenticarli; fatto salvo un misericordioso
lavoro da filologi, le poesie di Adriano Grande e di Carlo Saggio, di Vincenzo
Guarnaccia e di Renzo Laurano, di Enrico Somarè e di Mario Venditti e di Lino
Curci (almeno, quelle antologizzate) sono insalvabili se non come ‘specchio dei
tempi’. Alle poesie di Alberto Mondadori – figlio di Arnoldo, creò la casa
editrice il Saggiatore – vanno preferite quelle di Umberto Bellintani, di cui si
accoglie un inedito, Usignoli:
“Erano tanti usignoli le stelle della notte:
tutto pieno il firmamento e gorgheggiavano.
E allora sentivo che non potevo più dormire,
e non potevo più restare ad ascoltare
tant’era pieno il firmamento d’usignoli.
Udirlo a lungo un dolce canto non si può
allor che tutto ci contiene l’universo
senza pericolo di cadere a un tratto folli.
Per ciò, mio spirito, tappati le orecchie, cerca di non udire,
se ancora il cielo è tutto pieno d’usignoli.
Per ciò, mio spirito, ribendati gli occhi,
se ancora innumeri gorgheggiano lassù
nel firmamento i vivi stormi delle stelle”.
Non mi sarebbe spiaciuto conoscere Enzo Fabiani, poeta singolare e singolarmente
dimenticato. Classe 1924, nato a Fucecchio, lavorò come giornalista nella
redazione di “Gente”; Salvatore Quasimodo lo aveva aiutato ad acclimatarsi nel
mondo milanese. È persuasiva la marcia del suo poemetto, Masaccio:
> “Il giorno dell’ira? Un fiore chiuso
> dinanzi a soli furibondi
> sarò io che mi compiango. Nessuno
> mi colpirà nella radice; questo
> infocato sangue altro sangue
> non comprende;
> non offendo il mio martirio”.
Morì nel 2013; sulla pagina milanese del “Corriere della sera” Patrizia Valduga
– la cui poesia mi dice quasi nulla – scrisse perfettamente, “muore Jannacci e i
giornali scrivono «È morto un poeta», muore Califano e i giornali scrivono «È
morto un poeta». Muore un poeta e i giornali non scrivono neanche una riga. È
proprio così: il 22 marzo è morto Enzo Fabiani, che era nato a Fucecchio nel
1924 e viveva a Milano da poco dopo la guerra. Ho aspettato, ho aspettato ma non
è comparso niente da nessuna parte. Non gli saranno intitolate né vie, né
parchi, né giardini, né aiuole, né cortili, né crocicchi…”.
Forse è giusto così, è giusto che un poeta muoia latitante a tutti, ai lati del
proprio tempo. Nessuno fa chilometri di coda per omaggiare il feretro del poeta:
tra tutti gli ‘artisti’ il poeta – l’artista quintessenziale – vive da isolato.
È questo a permettergli di essere al contempo celeste e terreno, pronto ad
ascoltare i dolori di tutti – e a precederli –, col suo corpo d’aquila, in
picchiata nel cuore del mondo. Del suo dire diceva così Fabiani: “i miei
‘spiritati’ possono sembrare arditi, ma sono mendicanti ossessionati dal
ricordo, più che dalla presenza di Dio. Di me direi piuttosto che, pur essendo
uno smarrito e infelice tra i ‘raggi di tenebra’ della vita non oso non
credere”.
Se ho comprato L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo, comunque, non
è per feticismo né per rasserenare con biada di fiori lirici il mio cuore
brutale cresciuto in cattività. Apprensione. Curiosità. Gioco della torre. Ecco.
Ho da poco curato, insieme a Milo De Angelis e a Nicola Crocetti, un’antologia
che ha altre mire: consegnare, in cinquecento pagine, un repertorio “della
poesia italiana dalle origini ai giorni nostri” (si arriva fino ai poeti nati un
secolo fa). L’idea, insomma, è quella del libro della vita – un libro-zattera,
però, un libro-canoa, non uno di quei libri che fanno sfoggio nei salotti
altoborghesi; un libro reduce dall’annuncio e dal diluvio. È un libro, cioè, che
parte dal principio di un mondo massacrato, di fondamenta sfondate, di umani
allo sbando (dunque: ebbri di nuove scoperte). Un mondo è finito, la casa
brucia: dobbiamo raccogliere le cose strettamente necessarie – per costruire,
altrove, un’altra casa. Da qui, le scelte – nottambule, quando non sonnambuliche
– e l’impeto.
Certo, alcune cose, col senno di poi, mi sorprendono. Non ho inserito David
Maria Turoldo e Fernanda Romagnoli, poeti su cui ho scritto tanto, da tanto
tempo (fin da un libro, Maledetti italiani, edito dal Saggiatore nel 2007),
perché? Al loro posto ci sono i misconosciuti Egle Marini e Gian Giacomo Menon;
e poi Scipione e Sergio Solmi e Maria Alinda Bonacci Brunamonti che ha scritto
una formidabile poesia, Stelle nere, sui “soli spenti” che si muovono “nella
invisibilità della notte infinita”; attacca così: “Non tutto è gioia nella festa
eterna/ de’ costellati campi:/ astri vi sono, alla cui fronte squallida/ manca
il diadema de’ fulminei lampi…”. Un’antologia, credo, dev’essere retta, oltre
che da un’idea critica (avventuriera, però, più che accademica), da una visione
escatologica: perché una vita si apra, qualcosa deve morire. Licenziarsi a se
stessi. Un’antologia dirada perché ha saputo chiudere. Dico dell’esercizio
antologico come una corsa, un andare da ossessi: la provvidenza è impaziente.
L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo – di fatto, il primo grande
monumento al Novecento, il secolo grave, da cui occorre sgravarsi – è curata da
Giovanni Titta Rosa e da Giuseppe Ravegnani. Quest’ultimo nacque a San
Patrignano, nei colli di Coriano, in Romagna; poco lontano da dove abito.
Traduttore – tra l’altro, di Julien Green e di André Malraux – incidentalmente
poeta – ha diretto dal 1952 al ’58 la collana de ‘Lo Specchio’ Mondadori – ha
avuto il (raro) buon gusto di non autoantologizzarsi.
L’edizione che ho acquistato – stampata nel 1972 – reca una dedica: “alla mia
cara mamma auguro di passare un felice Natale con noi”. La scrittura, in penna
blu, è elementare, ma ferma; firma una “Angelica”. Chissà chi è, ora, questa
Angelica; chissà se vive e dove e cosa sogna. Questa dedica mi pare un sigillo –
suggella il fatto che un’antologia, in sé, ha sempre qualcosa di angelico e di
natalizio. Che ogni angelo sia terribile, che ogni annuncio porti con sé il
segno della separazione e dello schianto, beh, sappiamo anche questo.
*In copertina: Giuseppe Ungaretti (1888-1970)
L'articolo “Agirò senza pietà”. Sull’arte di costruire antologie o del
contrabbando poetico proviene da Pangea.