Se le mistiche tentano di uscire dal proprio corpo – o meglio, tentano di
‘inseminare’ Dio con il loro corpo, di farsi elette (e umiliate) per gemmazione,
eterno parto del Giusto –, i mistici tendono a imbragare il corpo entro una rete
di codici, di regole, di maglie. Si tratta, in effetti, di una ‘cavalleria’
spirituale, la loro, di una ‘palestra’: il corpo deve essere addestrato – per
primizia d’abbandono – affinché sia sovrabbondante l’anima. Si tratta di deviare
il ‘mestiere delle armi’ nell’armistizio spirituale: dunque, tenere in assedio
il corpo, intavolare trappole, forzare l’anima al duello e al boia. Che grande
ingegno nell’ideare stratagemmi di guerra i mistici!
Per le mistiche l’anima è biada offerta a Dio, nutrimento al Dio che tutto
pretende. Per i mistici, l’anima dev’essere forgiata come una spada, i mistici
la dovranno sfoggiare nei giorni della grande lotta. Ecco: la mistica si lascia,
si cede, eccede; il mistico scende in battaglia, non cede alla tentazione. La
mistica è acqua – il mistico è fuoco. La mistica, semmai, incendia il bosco – il
mistico perimetra il terreno, erige un tempio – fosse pure, mentale. La mistica
distrugge i confini, il mistico li misura, per superarli. Non si lascia
sopraffare – fa, il mistico. La mistica lascia fare.
La vita di Simeone il Nuovo Teologo (949- 1022), venerato come santo dalla
Chiesa ortodossa, è emblematica in questo senso. Nato da famiglia nobile,
cresciuto per ascendere ai gangli della burocrazia imperiale di Costantinopoli,
mollò ogni ambizione, disgustato dalla vita mondana agita nella capitale,
ispirato da un maestro, Simeone Studita, che non tarderà a venerare – a dire,
prima di tutto, della necessità di un insegnante, che ci addestri prima di
indottrinarci, che ci conferisca il giusto lignaggio, ci incorpori nel suo
linguaggio.
Fu monaco, igumeno, mistico sovraccarico di ‘visioni’. Soprattutto: ovunque si
stabiliva, creava instabilità e scismi. L’intransigenza di Simeone fomentava la
collera dei fratelli, l’incomprensione dei superiori – subì espulsioni,
umiliazioni, fraintesi. Migrò di monastero in monastero, questa
farfalla-vampiro, fino a rifugiarsi a Santa Marina, sulla riva asiatica del
Bosforo, dove morì, elaborando trattati, scrivendo inni, pregando.
Nell’affascinante trattato Sui tre modi per pregare, a lui attribuito, Simeone
si fa pioniere della ‘preghiera del cuore’.
> “Il tema centrale del trattato riguarda la necessità di custodire il cuore… in
> primo luogo tramite una particolare postura del corpo; poi con il controllo
> del respiro, in modo da rallentarne il ritmo; infine, educando l’intelletto
> alla catabasi nel cuore, cercando il luogo autentico della sua ubicazione.
> Questo esercizio preliminare è necessario per concentrarsi, prima di
> intraprendere l’effettiva invocazione del Sacro Nome. Alcuni studiosi
> occidentali moderni hanno paragonato questa pratica ai metodi utilizzati dallo
> Yoga o dal Sufismo, ma non bisogna esagerare con i paragoni. L’autore dei Tre
> modi per pregare colloca questa tecnica in un ambito specificamente
> cristologico: lo scopo è preparare l’iniziato all’‘invocazione di Gesù
> Cristo’. […] Vale la pena ricordare che in questa prospettiva l’uomo è unità
> di corpo e anima; il corpo è un aspetto essenziale della nostra
> personalità totale, integrale: non deve dunque essere ignorato ma utilizzato
> dinamicamente durante la preghiera”.
>
> (G.E.K. Palmer, Philip Sherrard, Kallistos Ware, The Philokalia, vol. IV,
> Faber, Londra, 1995; da qui abbiamo tratto le traduzioni che seguono)
Nei suoi testi, l’assertività ‘militare’ lascia sempre un brio al dubbio;
brilla, sulla cima delle norme, acuminate e aspre, il genio della
contraddizione. Il bisogno di arginare un cuore che scalpita, di mettere alla
stanga il corpo che infuria, non è vile temerarietà, l’intemperanza di chi
ciecamente obbedisce, ma sacro impegno a tenere sempre in tensione l’anima,
sempre sul punto di sbriciolarsi o di schiudersi, tra il destino di essere
pettirosso e la voglia di farsi lupo.
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Dai Capitoli pratici e teologici
Non puoi saziarti di cibo e al contempo godere della gioia spirituale, della
benedizione noumenica – se ti abbandoni allo stomaco, ti allontani dallo
spirito. Nella misura in cui disciplini il corpo, sarai ricolmo di nutrimento
spirituale.
*
Lascia tutto ciò che è terreno. Non devi semplicemente rinunciare alle
ricchezze, all’oro, alle cose materiali, ma espellere completamente da te ogni
desiderio per tali cose. Odia i piaceri del corpo, alienati dai suo insensati
umori; mortificati con la sofferenza. Perché è il corpo che risveglia i desideri
e stimola all’agire; finché il corpo sarà vivo l’anima sarà inevitabilmente
inetta, inerte, lenta alla risposta, impermeabile al dire divino.
*
Come una fiamma si innalza sempre nella stessa direzione, indipendentemente
dalla legna che la nutre, così il cuore di un uomo arrogante non potrà mai
umiliarsi; più gli chiedi aiuto, più si esalterà nell’offrirtelo. Se lo
ammonisci, reagisce con violenza; se lo incoraggi, la sua vanità non avrà più
limiti.
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Chi si abitua a controbattere il prossimo è un’ascia a due tagli: senza saperlo,
ferisce la propria anima, la aliena dalla vita eterna.
*
Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto; chi vede l’Uno, tutto vede. Pur astenendosi
dalla contemplazione, è comunque nella contemplazione del tutto. Poiché dimora
nell’Uno, vede tutte le cose; dimorando in tutte le cose, non vede nulla. Chi
vede attraverso l’Uno percepisce attraverso l’Uno se stesso e tutti gli uomini e
tutte le cose; reclino nell’Uno, non vedrà più nulla.
*
La contrizione del cuore, se è eccessiva e intempestiva, turba la mente, la
oscura, distrugge l’umiltà dell’anima e la pura preghiera, addolora nel
compianto il cuore. Questo produce indurimento, fino a totale insensibilità. Per
mezzo di ciò, i demoni riducono gli spirituali alla disperazione.
*
Un uomo pieno di ansie per le cose del mondo, non è libero: è dominato
dall’ansia, ne è schiavo, che riguardi se stesso o il prossimo. Chi è davvero
libero, non è trafitto da preoccupazioni mondane, che riguardino se stesso o il
prossimo. Tuttavia, costui non resterà inattivo né trascurerà i dettagli più
insignificanti e triviali della propria vita: farà tutto per la gloria di Dio,
compirà tutto senza ansia.
*
Un’anima impassibile è una cosa, un corpo impassibile è un’altra. Quando è
impassibile, l’anima santifica il corpo con la propria luminosità e con lo
splendore dello Spirito Santo. Un corpo impassibile non conferisce, di per sé,
alcun beneficio a chi lo possiede.
*
La terra gettata sul fuoco lo spegne – allo stesso modo, le preoccupazioni
mondane e l’attaccamento, pur per la cosa più minima e insignificante, smorzano
il fervore che arde nel cuore.
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Se sei gravido della paura di morire, proverai disgusto per ogni cibo, bevanda o
abito elegante. Non troverai piacere nemmeno nel mangiar pane o nel bere acqua.
Concederai al corpo soltanto ciò di cui ha bisogno per rimanere in vita; e non
solo rinuncerai a ogni tua volontà, ma, a discrezione verso coloro a cui
obbedisci, sarai il servo di tutti.
*
Fratello, il ritiro dal mondo è perfetto solo se mortifichi la tua volontà; il
distacco è compiuto se ti alieni da genitori, familiari, amici.
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Quante persone credono che sia un maestro spirituale chi ostenta grandi capacità
retoriche e considerano rozzo e inutile l’uomo al giogo del silenzio, attento a
non sprecare parole…
*
Fa’ ogni cosa con umiltà – è Lui che ha detto: “Dopo ogni cosa che avete
compiuto, dite: ‘Servi inutili siamo, fatto abbiamo ciò che si doveva fare’”.
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Non comunicarti se hai qualcosa contro qualcuno, fosse pure un pensiero
contorto. Non comunicarti prima di esserti riconciliato. Anche di questo ti
istruirà il pregare.
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Nulla ci sia nella tua cella, nemmeno un ago – soltanto, la stuoia e il
mantello. Se possibile: neanche una sedia. Ci sarebbe molto da dire su questo
punto: chi vuol capire, capisca.
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Da I tre modi per pregare
Esistono tre modi per pregare e attenersi alla contemplazione, mediante i quali
l’anima è eletta o precipita. Chi adotta questi metodi nel modo giusto si eleva,
chi li impiega in modo triviale, si schianta, crolla. Vigilanza e preghiera
dovrebbero essere sempre collegate tra loro, come il corpo all’anima: l’una non
sussiste senza l’altra. La vigilanza avanza come un esploratore e comincia la
lotta contro il peccato; la preghiera gli è dietro e stermina i pensieri malvagi
che la vigilanza ha già combattuto – la sola attenzione non basta a vincerli.
Dunque, questi sono i portali della vita e della morte. Se per mezzo della
vigilanza manteniamo pura la preghiera, progrediamo; se lasciamo la preghiera
orfana, incustodita, si contamina e ogni sforzo è vano.
Il primo metodo per pregare
Quando una persona sosta in preghiera, alza le mani, gli occhi e l’intelletto
verso il cielo; riempie l’intelletto di pensieri divini, di immagini di celeste
bellezza, vede le angeliche schiere e la dimora dei giusti. In breve: al momento
del pregare, raccoglie nell’intelletto tutto ciò che ha udito dalla Sacra
Scrittura, risvegliando l’anima al divino desiderio – talvolta, dando in
lacrime.
Chi prega secondo questo metodo senza attenzione, monta in orgoglio, il cuore si
esalta, considerando ciò che gli accade come effetto della grazia divina. Tale
supposizione è illusoria, perché il bene non è bene se non si accorda al giusto
metodo. Chi persegue il metodo congiunto a una vita di assoluto isolamento, può
cadere in pazzia. Anche se ciò non gli accade, non gli sarà comunque accordato
lo stato santo.
Chi adotta questo tipo di preghiera spesso si inganna: vede luci con gli occhi
del corpo, sente dolci profumi e vorticose voci. Alcuni sono preda dei demoni, e
vagano di qua e di là, resi alla follia. Altri non distinguono il diavolo
dall’angelo di luce, confidano in lui, persistono in un incorreggibile stato di
illusione, rifiutando ogni consiglio. Altri ancora, preda del demonio, si sono
uccisi, gettandosi da un rupe, o impiccandosi.
In effetti, chi può dire le svariate forme con cui il demonio ci inganna? Chi
adotta questo metodo può evitare il male se vive in comunità – tuttavia,
potrebbe passare la vita senza compiere progressi.
Il secondo metodo per pregare
L’orante distoglie l’attenzione dell’intelletto dalle cose sensoriali, le
concentra su se stesso, custodisce in sé i sensi, raccoglie i pensieri; procede
ignaro della vanità del mondo. A volte, investiga i suoi pensieri, a volte
presta attenzione alle parole che rivolge a Dio, a volte draga i pensieri che ha
imprigionato; quando è sopraffatto dalla passione, si sforza, passa oltre.
Chi lotta in questo modo, tuttavia, non potrà mai dirsi in pace e vincersi. È
come un uomo che combatte di notte: sente le voci dei nemici, ne è impaurito, ma
non vede con chiarezza chi sono, da dove attaccano e perché. Così è per chi ha
un intelletto oscuro. Combattendo in tal modo, non sfugge ai nemici
intellettuali – ne è sopraffatto. Nonostante gli sforzi, non ottiene nulla.
Immaginando erroneamente di essere nella giusta postura, cade nella vanagloria.
Dominato da essa, da essa deriso, disprezza le debolezze degli altri – si crede
il pastore, ma è come il cieco che guida un’orda di ciechi.
Queste sono le caratteristiche del secondo modo per pregare – chiunque aspiri
alla salvezza sa che arreca il male. Eppure, è preferibile al primo, come una
notte di luna è più bella di una notte buia e senza stelle.
Il terzo metodo per pregare
Il terzo metodo per pregare è sorprendente, difficile conficcarlo in uno
scritto, incredibile per chi pratica, pochissimi quelli che lo intendono.
Questo metodo distrugge le invisibili astuzie dei demoni che tentano di
trascinare l’intelletto in ogni sorta di tortuoso pensare. Liberato,
l’intelletto combatte con ogni sua forza, scrutando i pensieri sudici e
insinuanti del nemico, eliminandoli con magistrale destrezza, mentre il cuore,
purificato, si offre a Dio. Questo è l’inizio di una vita di autentico
isolamento.
Il punto di partenza di questo metodo non è fissare il cielo, alzare le mani,
concentrare i propri pensieri e invocare l’aiuto celeste. Questo, come ho detto,
è un metodo di pregare illusorio. Non comincia neanche sorvegliando i sensi con
l’intelletto, senza accorgersi dei nemici che già ci assediano dall’interno,
dall’intimo.
Prima di intraprendere questa via, pratica l’esatta obbedienza. Mantieni pura la
coscienza davanti a Dio, davanti al tuo padre spirituale, davanti al resto della
comunità e degli uomini. Astieniti dal fare cose che confliggono con il culto
tributato a Dio; fa’ ciò che ti dice di fare il padre spirituale, lasciati
guidare; non fare nulla al prossimo che non vorresti fosse fatto a te. Non avere
rapporti obliqui con le cose materiali: cibo, bevande, vestiti. Fa’ sempre tutto
come fossi alla presenza di Dio.
Ecco in modo conciso in cosa consiste questa via. Intanto: vegliare
continuamente il cuore, eliminando i pensieri seminati dal nemico. All’inizio,
questa pratica è ardua; difficile è trovare la gioia che si trova nel profondo
del cuore anche per gli iniziati.
Alcuni padri hanno chiamato questa pratica, ‘quiete del cuore’, altri ‘custodia
del cuore’, altri ancora vigilanza o indagine dei pensieri per la cura
dell’intelletto. Così dice Qoelet: “Rallegrati, giovane, della tua giovinezza;
cammina nelle vie del cuore”. Molti nostri padri – San Marco l’Asceta, San
Giovanni Climaco, Sant’Esichio, San Filoteo del Sinai, Sant’Isaia il Solitario e
San Barsanofio – hanno scritto della custodia del cuore; ad esso è dedicato un
libro, Il Paradiso dei padri.
In breve, se non vigili l’intelletto non puoi giungere alla purezza del cuore,
così da essere degno di vedere Dio. Senza tale veglia incessante non diventerai
povero in spirito né afflitto né affamato di giustizia, né misericordioso, puro
di cuore, operatore di pace, perseguitato per amore della giustizia.
Poi, sforzati di acquisire questi tre stati. Primo: liberati da ansia e
agitazione rispetto al tutto, ragionevole o insensata sia quest’ansia. In
sostanza: impara a morire al tutto. Secondo: preserva la coscienza pura, in modo
da non avere nulla da rimproverarti. Terzo: distaccati da ogni cosa, in modo che
i pensieri non siano inclini a nulla di mondano. Poi siediti in una cella
tranquilla, in un angolo, da solo. Chiudi la porta, distogli l’intelletto da ciò
che è inutile e transitorio. Ruota il mento e la barba in direzione del petto,
concentra lo sguardo, fisico e intellettuale, verso il centro del ventre o verso
l’ombelico. Trattieni l’ispirazione nelle narici, per esaminare dentro di te e
trovare il covo del cuore, dove risiedono tutte le potenze dell’anima.
All’inizio, troverai oscurità, una densità impenetrabile. Più avanti, praticando
giorno e notte, scoprirai, come per miracolo, le fonti della sempiterna gioia.
Non appena l’intelletto giunge al luogo del cuore, impara cose di cui non sapeva
nulla. Vede gli aperti spazi del cuore, contempla il completamente luminoso, il
piena di saggezza. Da lì in poi, l’intelletto scaccerà ogni pensiero avvelenato,
creato per distrarti, con l’invocazione a Gesù Cristo. Da lì in poi,
l’intelletto, carico di un’ira celeste contro i demoni, li insegue, li stana, li
abbatte. Il resto lo imparerai da solo, con l’aiuto di Dio, custodendo
l’intelletto e serbando Gesù nel cuore. Come si dice: “Siedi nella cella – ti
insegnerà tutto”
*In copertina: Nicola Samorì, Arco della sete, 2020
L'articolo “Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera
di Simeone il Nuovo Teologo proviene da Pangea.