Rimbaud e Ducasse non poterono eludere i loro tormenti rifugiandosi in un
sistema da cui predicare con profitto. Non si infatuarono della loro stessa
impostura verbale al punto da insistervi fino allo sconveniente, né presero, a
lungo, posizione – adagiandosi su dei sofismi, magici o meno che fossero
– perché schierarsi significa aver trovato una soluzione, e concludere vuol dire
cancellare l’assurdità e la tragicità del vivere.
L’angoscia precluse loro la salvezza. Nel loro caso, ci è impossibile parlare di
felicità, e, tuttavia, furono tanto sensibili e lucidi da non trovare
consolazione nel suo contrario. Mai trovarono «il luogo e la formula»[1].
Ambedue cedettero solo per poco tempo al cattivo gusto di spiegare e spiegarsi,
di condividere col mondo le proprie nausee e collere, di piangere in pubblica
piazza e compiacersene. Si disgustarono presto – la specificità delle esistenze
e i rispettivi epiloghi, pur nelle loro differenze esteriori, lo prova – dei
loro stessi trucchi. Perché cos’è la poesia se non un trucco per forzare il
reale, per tentare di evaderne? Una fuga di rango, ma pur sempre una fuga. Per
loro, come per ogni autentico poeta, la poesia fu una maniera per far fronte,
disperatamente, al proprio istinto suicida; fu un modo per rivoltarsi contro la
morte e installarsi, con violenza, nella vera vita.
Ma, presto, la seppero assente.
Si gettarono a capofitto nell’impresa, ma senza fede, mai realmente ignorando la
loro «disfatta senza avvenire»[2]. Vertiginosa fuga dall’immanente causata dal
bisogno d’infinito, dalla smania di trascendere. Ma, presto, scoprirono tanto
l’inconsistenza del qui quanto l’inesistenza dell’altrove. Rimbaud inaridì,
Ducasse si uccise. Non scelsero; le cause dei fatti, gravi o lievi che siano,
delle gioie alate e di quell’altro accecante sogno – l’infelicità – rotolano giù
per abissi infiniti: nelle pieghe del carattere, del destino.
Con quale diritto Rimbaud volta le spalle all’Europa e alla nostra vigliaccheria
per non fare più ritorno, sprofondato in un silenzio definitivo e per nulla
conciliante, invece di uccidersi come Ducasse? O meglio, perché l’uno si ammazza
e l’altro no? Perché, come dice Kafka nei suoi Diari, ci si sente soggiogati
dalla stranezza di un imperativo silenzioso che ci impedisce di farla finita? Lo
scrittore praghese – nello stesso appunto datato 30 ottobre 1921 – arriva
addirittura a scrivere:
> «Si è sospinti verso l’assurdità dell’“io per parte mia sarei già perduto da
> tempo”. Io per parte mia»[3].
Qui, lo stesso dualismo psichico di fondo rinvenuto sia in Rimbaud, sia in
Lautréamont. Ma si tratta di un’ingegnosa invenzione da parte di questi illustri
autori volta a migliorare il proprio arsenale letterario, e con esso strappare
degli applausi, oppure, più atrocemente, della constatazione di una duplicità
che, sia pure in diversa misura, infesta e costituisce ciascuno di noi?
Un’intima contraddittorietà che si fa lacerazione d’identità. Convergenza fra sé
e altro da sé, il manifestarsi dell’uno nell’altro, coincidendo tra loro per
separarsi sempre di nuovo.
L’io è dunque costituito da un altro se stesso che lo precede, nella misura in
cui lo sopravanza ed eccede, e, l’io, sollecitato da qualcosa che non è lui,
tenta di fuggirsi, di oltrepassare la propria eternità, l’eternità della sua
angoscia. Non possiamo, a piacimento, disfarci di noi stessi, non possiamo
sradicare volontariamente la sola cosa che realmente abbiamo in noi, o che ci
possiede, poiché «la maestà dell’uomo è presa a prestito»[4]. Sarebbe senz’altro
comodo disporre di sé fino al suicidio. Abbiamo un bel lamentare l’insensatezza,
la noia, e le brutture dell’esistere, dell’esser nati, con i toni della più
dotta geremiade, facendoci portatori dell’antica saggezza del Sileno, imprecando
e disperando, dinanzi a un Dio irritante e assente, come gli Edipo e i Giobbe.
Eppure, una forza oscura permane, una forza che grida di non voler affatto
morire, che ha paura di morire – in Ducasse, semplicemente, questa forza, da lui
indipendente, si estinse, venne meno. Fondane, a tal proposito, nel suo mirabile
scritto su Rimbaud, scrive che «la Ragione ha deciso che ci mancano delle
ragioni per vivere – come se avessimo deciso di vivere –»[5]. La Ragione
vorrebbe, talvolta, mettere fine ai nostri giorni; si rivela impotente.
Impotente a risolvere il benché minimo problema, fors’anche a porlo, certamente
impotente a determinare i nostri atti che, comunque, non corrispondono alla vera
vita. D’altronde «l’azione non è la vita, ma un modo di sciupare le forze, uno
snervarsi. La morale è la debolezza del cervello»[6].
Questo arrivare sempre a cose fatte, questo continuo incespicare in ciò che
abbiamo già compiuto e detto, e l’atto di indagarne il senso – l’essere colui
che indaga – sono una costrizione che riguarda, sia pure in diverso grado e
intensità, ciascuno di noi. Con quali parole, che siano universalmente
comprensibili, l’io, il condannato a morte, può dire che il boia è fatto della
sua stessa materia? Come comunicare che qualcosa in noi, che siamo e non siamo,
parte e si allontana, e con lui, controvoglia, ci porta, ci traina? Chi, dunque,
si ostina a vivere e chi, invece, persevera altrettanto caparbiamente nel suo
contrario? Bounoure, nel saggio intitolato Il silenzio di Rimbaud, ci riporta
che, per Nietzsche, in fondo «ad ogni anima nobile c’è “qualcosa che non si può
cercare né trovare e forse neppure perdere”»[7], e che anche Kafka ha visto «che
questo segreto dentro noi stessi “è qualcosa di indistruttibile”»8. Questa
scissione è sempre esistita, è una cifra innata di quell’animale vago che è
l’uomo, oppure è stata acquisita e coltivata nel corso di lunghissimi anni,
aggravando così la nostra condizione? Allo stadio acuto del civilizzato, in cui
da millenni ci troviamo, è possibile opporsi all’evidente ipertrofia della
coscienza, di questa coscienza tetica che soffre del disporsi dinanzi a se
stessa? Perché raffinare il nostro sapere – e in particolar modo il sapere chi
noi stessi siamo – se ciò ci addolora? A che pro tappezzare di specchi la stanza
della propria intima angoscia, così da non potersi più giovare con disinvoltura
dei propri piccoli e quotidiani imbrogli, dei propri autoinganni? È auspicabile
– e, soprattutto, possibile – una relativizzazione del ruolo assunto dalla
conoscenza, dal sapere? In definitiva, è in nostro potere fare a pezzi la
conoscenza, dopo essersene imbevuti, per salvare l’esistenza, possiamo
disprezzare e gettare via l’intelligenza così da aggrapparci all’assurdo per far
tacere questa coscienza infelice – o meglio, per non compromettere la nostra
eternità –, oppure quel che è accaduto non è reversibile? Ducasse, riguardo ciò,
scrive che «il male che l’uomo ha fatto non può più essere disfatto»[8], che
«tutta l’acqua del mare non basterebbe a lavare una macchia di sangue
intellettuale»[9]. Viviamo nell’antivita, in una sorta di automatismo della
coscienza. Ritenerlo scabroso e provarne orrore, oppure esserne indifferenti
fino a quasi compiacersene; ecco le due posizioni che, alternativamente – o,
peggio, simultaneamente – adottiamo. Esclamare, con Rimbaud, «allora, – oh! –
povera anima cara, sarebbe perduta per noi l’eternità»[10] – perché proprio
questo comporta la caduta nel tempo, nel linguaggio – oppure, sulla scia di
Ducasse, crogiolarsi in una simile declamazione: «Spettatore impassibile delle
mostruosità acquisite o naturali che decorano le aponeurosi e l’intelletto di
chi parla, getto un lungo sguardo di soddisfazione sulla dualità che mi
compone»12.
Nella Genesi, l’Albero della Conoscenza ci viene presentato quale Albero della
Morte. Insomma, l’Albero della Scienza non è l’Albero della Vita. Non è
possibile barare. Non si può – attraverso le tecniche, le pratiche e le formule
della scienza – raggiungere la vera vita. Da qui, l’inevitabile ciarlataneria
dell’arte di cui parla Baudelaire. Da qui, la ferocissima contestazione di
Rimbaud al cristianesimo quale ennesima dichiarazione della scienza. Da qui,
l’orrore che Ducasse patisce per essere volontariamente precipitato nella
bassezza dei propri simili asservendo se stesso e la propria rivolta al
linguaggio. La vera vita è la realtà che volatilizza il pensiero, che rovescia
la parola nel silenzio da cui proviene; ha a che fare con ciò che si situa al di
là del linguaggio-pensiero, e cioè un universo immediatamente buio, senza
immagini.
Occorre qui una breve precisazione. Se per Ducasse, com’egli esplicita nella
prima sezione delle sue Poesie, dalle parole alle idee non c’è che un balzo, per
Rimbaud invece, all’altezza della Lettera del Veggente, ogni parola è già
un’idea. Per Jean Paulhan, Rimbaud, così facendo, stabilisce una confusione tra
le parole e le idee. Non esisterebbe più retorica senza la separazione tra
linguaggio e pensiero; non sarebbe più possibile distinguere un sofisma da una
proposizione vera, buona, giusta. Ma è proprio così; Rimbaud nega il
linguaggio-pensiero in blocco, senza sconti, quale magico quanto vano sofisma.
Ducasse, in ciò, meno radicale, in apertura alle Poesie, sostiene, per
denigrarli e superarli, che i gemiti poetici del proprio secolo non sono altro
che sofismi. Torniamo a noi. L’intero scibile umano impedisce il salto.
Impieghiamo la conoscenza per tentare di proteggerci dalle forze aggressive del
reale, per provare ad aggirare la pericolosità dell’esistenza terrestre, che
temiamo. La lucidità è terribile, non dà alcuna presa sul mondo né su di sé; è
soltanto un raffinato strumento di tortura. Il miracolo è ostacolato dal sapere,
non si può forzare la grazia. Per alcuni spiriti di rango, come i due poeti che
stiamo considerando, risultò parimenti impossibile, e fors’anche penoso,
abbracciare la gioia della rinuncia. Troppo fieri e riottosi per accogliere
l’invito che, a ben vedere, ci propone ogni forma di saggezza umana: inebriarsi
dei fumi della rassegnazione, asservirsi alla necessità, sottomettersi a una
ragione qualsiasi – glorificando la propria sconfitta, la propria vocazione al
fallimento. Una lotta impari, votata allo scacco, alla disperazione, alla
demenza, alla morte – ma, tuttavia, una lotta. L’Albero della Vita oppone
l’ignoranza, la libertà libera e il nulla – solo abbrutendosi si rischia
l’eternità – a «quella promessa, quella demenza!»[11] dell’Albero della Scienza.
Ma non è possibile abbrutirsi fino in fondo, fino a farsi bifolchi. Hanno
imbrogliato; quel che Fondane dice di Rimbaud crediamo che, in questo caso,
valga anche per Ducasse, e cioè che «mangiando il frutto dell’albero della
Scienza, ha voluto far credere a Dio d’aver mangiato esclusivamente il frutto
dell’Albero della Vita»[12]. Ed è questa la tragedia: non si può vivere con la
ragione, né si può vivere senza. Non si può superare la Ragione impiegandola.
Aver, anche solo per una volta, voluto sapere ci ha condotti sin qui, a non
avere fra le mani che le categorie del pensiero, incapaci di mostrare altro che
se stesse. E il terrore di divenire realmente stupidi o folli, l’attaccamento a
quest’intelligenza che pure disprezziamo, e che ci disprezza. L’insopportabile
nulla e la vacuità della scienza. Un inestricabile groviglio di miseria e
grandezza.
Baudelaire è il primo grande brivido della modernità, con le parole di Rimbaud:
«È il primo veggente, re dei poeti, un vero Dio. È però vissuto in un ambiente
troppo artista; e la forma in lui tanto vantata è meschina: le invenzioni di
ignoto reclamano forme nuove»[13]. Ma non è tutto qua. Come ben nota Fondane,
Baudelaire pagò ogni lascivia, affettazione e impudicizia con una severa dose di
rimorsi. Furono autentici gemiti di sofferenza, i suoi. Si impiantò sillogismi
sul viso e lacrime negli occhi, e componimenti come Colui che si autopunisce lo
provano, sin nel titolo. Fu, insomma, cattolico finanche nel suo dandysmo. Ecco
la definizione che Baudelaire, ancora preso nella morsa della stretta idealista,
dà del dandy, il quale, secondo lui, dovrebbe aspirare a essere –
incessantemente – sublime: «“Deve vivere e dormire davanti a uno
specchio”»16. Ma è possibile vivere e dormire davanti a uno specchio? Si può
vedersi vivere – questa è, precisamente, la condizione dell’intellettuale –, ma
non è certo possibile vedersi dormire. E, più ancora, è da considerare
desiderabile l’atto di osservarsi?
L’osservarsi stesso non compromette in partenza una reale aspirazione al
sublime? Avere uno specchio davanti a sé – oppure essere lo specchio in cui
l’altro, che pure siamo, si osserva – significa valutarsi, giudicarsi,
travestirsi, soppesarsi, recitare, falsarsi, lusingarsi o torturarsi, esaltarsi
o farsi preda di lugubri scoramenti e, in ultima analisi, sprecarsi in un
mimetismo allucinante. L’Altro, il Dio, si guarda e opera nella nostra cecità –
nell’assenza dell’umano, nel retroterra dello sguardo dell’uomo –, oppure,
essendo l’atto di vedere stesso cecità, l’Altro agisce ed esiste
indipendentemente dallo sguardo umano? Un’alterità che, comunque, sembra
necessitare la parola; la invoca perché crede abbia il potere di lenire la sua
infelicità, la sua angoscia. Lui ha popolato il buio di specchi e incubi – di
parole. Ha agognato il proprio riflesso, che non tollera, che gli è, nel
migliore dei casi, inutile. Si è creato la propria duplicazione e, in questa
moltiplicazione, ogni entità non deve sapere dell’altra. Siamo un nodo di
innumerevoli vite, in conflitto tra loro, che si ignorano reciprocamente.
Spezzato lo specchio, ferita la parola – facente parte di quell’ampio sistema
ostruttivo che ci impedisce di vivere –, inginocchiarsi di fronte al buio e,
impedendosi di pregare, sostare nelle fonti dello stupore. Entrambi, Rimbaud e
Ducasse, provarono a spogliarsi della tristezza e dei prodotti del dubbio per
riguadagnare l’eternità perduta – che mai dimenticarono e di cui soffrirono la
mancanza. Allo stesso tempo, non furono disposti a rinunciare alla propria
intelligenza, alla propria lucidità. Soffrirono tanto nel sonno quanto nella
veglia. La parola, che a volte lusinga l’angoscia che siamo, più spesso la
fomenta. La nascita del linguaggio è già la separazione dall’eternità.
> «L’ardore dell’estate fu affidato a uccelli muti e l’indolenza richiesta a una
> barca di lutti incalcolabili per anse d’amori morti e di profumi
> esausti»[14].
Angelo Albani
*In copertina: Max Ernst, Senza titolo, 1921
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[1] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, trad. it. a cura di M.
Richter, Torino: Einaudi-Gallimard, 1992, p. 405.
[2] A. Rimbaud, Versi nuovi e canzoni, in Opere complete, cit., p. 259.
[3] Franz Kafka, Diari, in Confessioni e Diari, a cura di Ervino Pocar, Milano:
Mondadori, 1972, p. 602.
[4] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, trad. it. a cura di L.
Binni, Milano: Garzanti Editore, 2021, p. 35.
[5] B. Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 136.
[6] A. Rimbaud, Una stagione all’inferno, in Opere complete, cit., p. 361.
[7] Gabriel Bounoure, Il silenzio di Rimbaud, a cura di Riccardo Corsi, Milano:
Edizioni degli Animali, 2013, cit., p. 32.
[8] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 253.
[9] Ivi, cit., p. 443.
[10] A. Rimbaud, Una stagione all’inferno, in Opere complete, cit., p.
369. 12 Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 381.
[11] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, cit., p. 393.
[12] B. Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 76.
[13] A. Rimbaud, Lettera del Veggente, in Opere complete, cit., p. 145. 16 B.
Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 57.
[14] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, cit., p. 423.
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