Rimbaud e Ducasse non poterono eludere i loro tormenti rifugiandosi in un
sistema da cui predicare con profitto. Non si infatuarono della loro stessa
impostura verbale al punto da insistervi fino allo sconveniente, né presero, a
lungo, posizione – adagiandosi su dei sofismi, magici o meno che fossero
– perché schierarsi significa aver trovato una soluzione, e concludere vuol dire
cancellare l’assurdità e la tragicità del vivere.
L’angoscia precluse loro la salvezza. Nel loro caso, ci è impossibile parlare di
felicità, e, tuttavia, furono tanto sensibili e lucidi da non trovare
consolazione nel suo contrario. Mai trovarono «il luogo e la formula»[1].
Ambedue cedettero solo per poco tempo al cattivo gusto di spiegare e spiegarsi,
di condividere col mondo le proprie nausee e collere, di piangere in pubblica
piazza e compiacersene. Si disgustarono presto – la specificità delle esistenze
e i rispettivi epiloghi, pur nelle loro differenze esteriori, lo prova – dei
loro stessi trucchi. Perché cos’è la poesia se non un trucco per forzare il
reale, per tentare di evaderne? Una fuga di rango, ma pur sempre una fuga. Per
loro, come per ogni autentico poeta, la poesia fu una maniera per far fronte,
disperatamente, al proprio istinto suicida; fu un modo per rivoltarsi contro la
morte e installarsi, con violenza, nella vera vita.
Ma, presto, la seppero assente.
Si gettarono a capofitto nell’impresa, ma senza fede, mai realmente ignorando la
loro «disfatta senza avvenire»[2]. Vertiginosa fuga dall’immanente causata dal
bisogno d’infinito, dalla smania di trascendere. Ma, presto, scoprirono tanto
l’inconsistenza del qui quanto l’inesistenza dell’altrove. Rimbaud inaridì,
Ducasse si uccise. Non scelsero; le cause dei fatti, gravi o lievi che siano,
delle gioie alate e di quell’altro accecante sogno – l’infelicità – rotolano giù
per abissi infiniti: nelle pieghe del carattere, del destino.
Con quale diritto Rimbaud volta le spalle all’Europa e alla nostra vigliaccheria
per non fare più ritorno, sprofondato in un silenzio definitivo e per nulla
conciliante, invece di uccidersi come Ducasse? O meglio, perché l’uno si ammazza
e l’altro no? Perché, come dice Kafka nei suoi Diari, ci si sente soggiogati
dalla stranezza di un imperativo silenzioso che ci impedisce di farla finita? Lo
scrittore praghese – nello stesso appunto datato 30 ottobre 1921 – arriva
addirittura a scrivere:
> «Si è sospinti verso l’assurdità dell’“io per parte mia sarei già perduto da
> tempo”. Io per parte mia»[3].
Qui, lo stesso dualismo psichico di fondo rinvenuto sia in Rimbaud, sia in
Lautréamont. Ma si tratta di un’ingegnosa invenzione da parte di questi illustri
autori volta a migliorare il proprio arsenale letterario, e con esso strappare
degli applausi, oppure, più atrocemente, della constatazione di una duplicità
che, sia pure in diversa misura, infesta e costituisce ciascuno di noi?
Un’intima contraddittorietà che si fa lacerazione d’identità. Convergenza fra sé
e altro da sé, il manifestarsi dell’uno nell’altro, coincidendo tra loro per
separarsi sempre di nuovo.
L’io è dunque costituito da un altro se stesso che lo precede, nella misura in
cui lo sopravanza ed eccede, e, l’io, sollecitato da qualcosa che non è lui,
tenta di fuggirsi, di oltrepassare la propria eternità, l’eternità della sua
angoscia. Non possiamo, a piacimento, disfarci di noi stessi, non possiamo
sradicare volontariamente la sola cosa che realmente abbiamo in noi, o che ci
possiede, poiché «la maestà dell’uomo è presa a prestito»[4]. Sarebbe senz’altro
comodo disporre di sé fino al suicidio. Abbiamo un bel lamentare l’insensatezza,
la noia, e le brutture dell’esistere, dell’esser nati, con i toni della più
dotta geremiade, facendoci portatori dell’antica saggezza del Sileno, imprecando
e disperando, dinanzi a un Dio irritante e assente, come gli Edipo e i Giobbe.
Eppure, una forza oscura permane, una forza che grida di non voler affatto
morire, che ha paura di morire – in Ducasse, semplicemente, questa forza, da lui
indipendente, si estinse, venne meno. Fondane, a tal proposito, nel suo mirabile
scritto su Rimbaud, scrive che «la Ragione ha deciso che ci mancano delle
ragioni per vivere – come se avessimo deciso di vivere –»[5]. La Ragione
vorrebbe, talvolta, mettere fine ai nostri giorni; si rivela impotente.
Impotente a risolvere il benché minimo problema, fors’anche a porlo, certamente
impotente a determinare i nostri atti che, comunque, non corrispondono alla vera
vita. D’altronde «l’azione non è la vita, ma un modo di sciupare le forze, uno
snervarsi. La morale è la debolezza del cervello»[6].
Questo arrivare sempre a cose fatte, questo continuo incespicare in ciò che
abbiamo già compiuto e detto, e l’atto di indagarne il senso – l’essere colui
che indaga – sono una costrizione che riguarda, sia pure in diverso grado e
intensità, ciascuno di noi. Con quali parole, che siano universalmente
comprensibili, l’io, il condannato a morte, può dire che il boia è fatto della
sua stessa materia? Come comunicare che qualcosa in noi, che siamo e non siamo,
parte e si allontana, e con lui, controvoglia, ci porta, ci traina? Chi, dunque,
si ostina a vivere e chi, invece, persevera altrettanto caparbiamente nel suo
contrario? Bounoure, nel saggio intitolato Il silenzio di Rimbaud, ci riporta
che, per Nietzsche, in fondo «ad ogni anima nobile c’è “qualcosa che non si può
cercare né trovare e forse neppure perdere”»[7], e che anche Kafka ha visto «che
questo segreto dentro noi stessi “è qualcosa di indistruttibile”»8. Questa
scissione è sempre esistita, è una cifra innata di quell’animale vago che è
l’uomo, oppure è stata acquisita e coltivata nel corso di lunghissimi anni,
aggravando così la nostra condizione? Allo stadio acuto del civilizzato, in cui
da millenni ci troviamo, è possibile opporsi all’evidente ipertrofia della
coscienza, di questa coscienza tetica che soffre del disporsi dinanzi a se
stessa? Perché raffinare il nostro sapere – e in particolar modo il sapere chi
noi stessi siamo – se ciò ci addolora? A che pro tappezzare di specchi la stanza
della propria intima angoscia, così da non potersi più giovare con disinvoltura
dei propri piccoli e quotidiani imbrogli, dei propri autoinganni? È auspicabile
– e, soprattutto, possibile – una relativizzazione del ruolo assunto dalla
conoscenza, dal sapere? In definitiva, è in nostro potere fare a pezzi la
conoscenza, dopo essersene imbevuti, per salvare l’esistenza, possiamo
disprezzare e gettare via l’intelligenza così da aggrapparci all’assurdo per far
tacere questa coscienza infelice – o meglio, per non compromettere la nostra
eternità –, oppure quel che è accaduto non è reversibile? Ducasse, riguardo ciò,
scrive che «il male che l’uomo ha fatto non può più essere disfatto»[8], che
«tutta l’acqua del mare non basterebbe a lavare una macchia di sangue
intellettuale»[9]. Viviamo nell’antivita, in una sorta di automatismo della
coscienza. Ritenerlo scabroso e provarne orrore, oppure esserne indifferenti
fino a quasi compiacersene; ecco le due posizioni che, alternativamente – o,
peggio, simultaneamente – adottiamo. Esclamare, con Rimbaud, «allora, – oh! –
povera anima cara, sarebbe perduta per noi l’eternità»[10] – perché proprio
questo comporta la caduta nel tempo, nel linguaggio – oppure, sulla scia di
Ducasse, crogiolarsi in una simile declamazione: «Spettatore impassibile delle
mostruosità acquisite o naturali che decorano le aponeurosi e l’intelletto di
chi parla, getto un lungo sguardo di soddisfazione sulla dualità che mi
compone»12.
Nella Genesi, l’Albero della Conoscenza ci viene presentato quale Albero della
Morte. Insomma, l’Albero della Scienza non è l’Albero della Vita. Non è
possibile barare. Non si può – attraverso le tecniche, le pratiche e le formule
della scienza – raggiungere la vera vita. Da qui, l’inevitabile ciarlataneria
dell’arte di cui parla Baudelaire. Da qui, la ferocissima contestazione di
Rimbaud al cristianesimo quale ennesima dichiarazione della scienza. Da qui,
l’orrore che Ducasse patisce per essere volontariamente precipitato nella
bassezza dei propri simili asservendo se stesso e la propria rivolta al
linguaggio. La vera vita è la realtà che volatilizza il pensiero, che rovescia
la parola nel silenzio da cui proviene; ha a che fare con ciò che si situa al di
là del linguaggio-pensiero, e cioè un universo immediatamente buio, senza
immagini.
Occorre qui una breve precisazione. Se per Ducasse, com’egli esplicita nella
prima sezione delle sue Poesie, dalle parole alle idee non c’è che un balzo, per
Rimbaud invece, all’altezza della Lettera del Veggente, ogni parola è già
un’idea. Per Jean Paulhan, Rimbaud, così facendo, stabilisce una confusione tra
le parole e le idee. Non esisterebbe più retorica senza la separazione tra
linguaggio e pensiero; non sarebbe più possibile distinguere un sofisma da una
proposizione vera, buona, giusta. Ma è proprio così; Rimbaud nega il
linguaggio-pensiero in blocco, senza sconti, quale magico quanto vano sofisma.
Ducasse, in ciò, meno radicale, in apertura alle Poesie, sostiene, per
denigrarli e superarli, che i gemiti poetici del proprio secolo non sono altro
che sofismi. Torniamo a noi. L’intero scibile umano impedisce il salto.
Impieghiamo la conoscenza per tentare di proteggerci dalle forze aggressive del
reale, per provare ad aggirare la pericolosità dell’esistenza terrestre, che
temiamo. La lucidità è terribile, non dà alcuna presa sul mondo né su di sé; è
soltanto un raffinato strumento di tortura. Il miracolo è ostacolato dal sapere,
non si può forzare la grazia. Per alcuni spiriti di rango, come i due poeti che
stiamo considerando, risultò parimenti impossibile, e fors’anche penoso,
abbracciare la gioia della rinuncia. Troppo fieri e riottosi per accogliere
l’invito che, a ben vedere, ci propone ogni forma di saggezza umana: inebriarsi
dei fumi della rassegnazione, asservirsi alla necessità, sottomettersi a una
ragione qualsiasi – glorificando la propria sconfitta, la propria vocazione al
fallimento. Una lotta impari, votata allo scacco, alla disperazione, alla
demenza, alla morte – ma, tuttavia, una lotta. L’Albero della Vita oppone
l’ignoranza, la libertà libera e il nulla – solo abbrutendosi si rischia
l’eternità – a «quella promessa, quella demenza!»[11] dell’Albero della Scienza.
Ma non è possibile abbrutirsi fino in fondo, fino a farsi bifolchi. Hanno
imbrogliato; quel che Fondane dice di Rimbaud crediamo che, in questo caso,
valga anche per Ducasse, e cioè che «mangiando il frutto dell’albero della
Scienza, ha voluto far credere a Dio d’aver mangiato esclusivamente il frutto
dell’Albero della Vita»[12]. Ed è questa la tragedia: non si può vivere con la
ragione, né si può vivere senza. Non si può superare la Ragione impiegandola.
Aver, anche solo per una volta, voluto sapere ci ha condotti sin qui, a non
avere fra le mani che le categorie del pensiero, incapaci di mostrare altro che
se stesse. E il terrore di divenire realmente stupidi o folli, l’attaccamento a
quest’intelligenza che pure disprezziamo, e che ci disprezza. L’insopportabile
nulla e la vacuità della scienza. Un inestricabile groviglio di miseria e
grandezza.
Baudelaire è il primo grande brivido della modernità, con le parole di Rimbaud:
«È il primo veggente, re dei poeti, un vero Dio. È però vissuto in un ambiente
troppo artista; e la forma in lui tanto vantata è meschina: le invenzioni di
ignoto reclamano forme nuove»[13]. Ma non è tutto qua. Come ben nota Fondane,
Baudelaire pagò ogni lascivia, affettazione e impudicizia con una severa dose di
rimorsi. Furono autentici gemiti di sofferenza, i suoi. Si impiantò sillogismi
sul viso e lacrime negli occhi, e componimenti come Colui che si autopunisce lo
provano, sin nel titolo. Fu, insomma, cattolico finanche nel suo dandysmo. Ecco
la definizione che Baudelaire, ancora preso nella morsa della stretta idealista,
dà del dandy, il quale, secondo lui, dovrebbe aspirare a essere –
incessantemente – sublime: «“Deve vivere e dormire davanti a uno
specchio”»16. Ma è possibile vivere e dormire davanti a uno specchio? Si può
vedersi vivere – questa è, precisamente, la condizione dell’intellettuale –, ma
non è certo possibile vedersi dormire. E, più ancora, è da considerare
desiderabile l’atto di osservarsi?
L’osservarsi stesso non compromette in partenza una reale aspirazione al
sublime? Avere uno specchio davanti a sé – oppure essere lo specchio in cui
l’altro, che pure siamo, si osserva – significa valutarsi, giudicarsi,
travestirsi, soppesarsi, recitare, falsarsi, lusingarsi o torturarsi, esaltarsi
o farsi preda di lugubri scoramenti e, in ultima analisi, sprecarsi in un
mimetismo allucinante. L’Altro, il Dio, si guarda e opera nella nostra cecità –
nell’assenza dell’umano, nel retroterra dello sguardo dell’uomo –, oppure,
essendo l’atto di vedere stesso cecità, l’Altro agisce ed esiste
indipendentemente dallo sguardo umano? Un’alterità che, comunque, sembra
necessitare la parola; la invoca perché crede abbia il potere di lenire la sua
infelicità, la sua angoscia. Lui ha popolato il buio di specchi e incubi – di
parole. Ha agognato il proprio riflesso, che non tollera, che gli è, nel
migliore dei casi, inutile. Si è creato la propria duplicazione e, in questa
moltiplicazione, ogni entità non deve sapere dell’altra. Siamo un nodo di
innumerevoli vite, in conflitto tra loro, che si ignorano reciprocamente.
Spezzato lo specchio, ferita la parola – facente parte di quell’ampio sistema
ostruttivo che ci impedisce di vivere –, inginocchiarsi di fronte al buio e,
impedendosi di pregare, sostare nelle fonti dello stupore. Entrambi, Rimbaud e
Ducasse, provarono a spogliarsi della tristezza e dei prodotti del dubbio per
riguadagnare l’eternità perduta – che mai dimenticarono e di cui soffrirono la
mancanza. Allo stesso tempo, non furono disposti a rinunciare alla propria
intelligenza, alla propria lucidità. Soffrirono tanto nel sonno quanto nella
veglia. La parola, che a volte lusinga l’angoscia che siamo, più spesso la
fomenta. La nascita del linguaggio è già la separazione dall’eternità.
> «L’ardore dell’estate fu affidato a uccelli muti e l’indolenza richiesta a una
> barca di lutti incalcolabili per anse d’amori morti e di profumi
> esausti»[14].
Angelo Albani
*In copertina: Max Ernst, Senza titolo, 1921
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[1] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, trad. it. a cura di M.
Richter, Torino: Einaudi-Gallimard, 1992, p. 405.
[2] A. Rimbaud, Versi nuovi e canzoni, in Opere complete, cit., p. 259.
[3] Franz Kafka, Diari, in Confessioni e Diari, a cura di Ervino Pocar, Milano:
Mondadori, 1972, p. 602.
[4] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, trad. it. a cura di L.
Binni, Milano: Garzanti Editore, 2021, p. 35.
[5] B. Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 136.
[6] A. Rimbaud, Una stagione all’inferno, in Opere complete, cit., p. 361.
[7] Gabriel Bounoure, Il silenzio di Rimbaud, a cura di Riccardo Corsi, Milano:
Edizioni degli Animali, 2013, cit., p. 32.
[8] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 253.
[9] Ivi, cit., p. 443.
[10] A. Rimbaud, Una stagione all’inferno, in Opere complete, cit., p.
369. 12 Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 381.
[11] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, cit., p. 393.
[12] B. Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 76.
[13] A. Rimbaud, Lettera del Veggente, in Opere complete, cit., p. 145. 16 B.
Fondane, Rimbaud la canaglia, cit., p. 57.
[14] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Opere complete, cit., p. 423.
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Tag - Arthur Rimbaud
Costretto al letto dell’ospedale della “Conception” di Marsiglia, Arthur Rimbaud
scrive al direttore delle “Messaggeries maritimes”: vuole essere destinato
ad Aphinar, benché “completamente paralizzato”. Morirà il giorno dopo, il 10 di
novembre del 1891; aveva compiuto 37 anni il mese prima. Aphinar è un luogo che
non esiste, è parte, forse, di una geografia ctonia, è un lembo di aldilà. La
grafia di quella lettera è storpia, incomprensibile il dire, di uomo che
balbetta idolatrie d’idiota, stordito dal dolore; eppure, che stupenda bravata,
che colpo di fionda: Rimbaud muore sulla cresta dell’ultima
invenzione. Aphinar è la parola-chiavistello, la parola-faina che bracca la
morte, che sconcerta l’eterno. (E noi, lì, al suo capezzale, vorremmo scortare
il poeta che ha dimenticato di essere poeta, il poeta estremista, all’ultimo
imbarco, sulla carrozzina, paralizzato, e sussurrargli nenie, ninnoli di verbo,
e asciugargli la fronte, e pettinargli i capelli, e imboccarlo).
Come si sa, Rimbaud vive gli ultimi dieci anni della sua vita in Africa, per lo
più ad Harar, in Etiopia. Si dà al commercio di caffè e di utensili vari, tenta
– con formule fallimentari – di vendere armi a Menelik, negus dello Scioa, invia
alla “Société de géographie de Paris” un Rapport sur l’Ogadine di schietta
nitidezza, scevro da lirismi. In sostanza, si annoia. Prima dell’Africa, era
stato a Londra e a Vienna, a Bruxelles e a Milano, a Giava – con la casacca
della Legione Straniera olandese – e ad Alessandria d’Egitto. A Cipro pare abbia
incidentalmente ucciso un operaio, lavorava in una cava di pietre. Scarse le
fotografie che lo ritraggono, spesso consumate dal tempo: il volto indemoniato
dal pallore, di febbrile ingenuità; a tratti, il cranio, rasato a zero.
Nell’ottobre del 1873, come vuole la leggenda, Rimbaud festeggia i suoi
diciannove anni dimenticando, a Bruxelles, nei magazzini dell’“Alliance
typographique M-J. Poot et compagnie”, le copie fresche di stampa di Une Saison
en enfer. Quasi vent’anni dopo, rassicura “Sua Eccellenza” il Ras Maconnèn:
presto “tornerò all’Harar, per esercitarvi il commercio, come prima”. Il più
grande poeta della modernità, il poeta perpetuamente contemporaneo,
infinitamente fanciullo, ha abiurato la poesia – è possibile?
Un po’ tutti hanno preso per la giacca Rimbaud: Paul Verlaine ne ha fatto il
proprio personale “angelo in esilio”; la sorella Isabelle lo ha tradotto in un
santo; secondo l’esploratore novarese Ugo Ferrandi, “era un arabista e un
poliglotta dottissimo, spiegava e commentava il Corano agli indigeni” (in: Carlo
Zaghi, Rimbaud in Africa, Guida editori, 1993). A dire dell’aitante avventuriero
francese Jules Borelli – che lo aveva scortato in un viaggio tra Ancober, Entoto
e Harar, in luoghi fino ad allora mai toccati da piede europeo – il “mercante
Rimbaud… conosce l’arabo, parla l’amarico e l’oromoo. È instancabile.
L’attitudine ad apprendere le lingue, la grande forza di volontà, l’inesausta
pazienza lo rendono uno tra i viaggiatori più esperti” (ora, insieme al
resoconto di quel viaggio, in: Scioa. L’Africa di Arthur Rimbaud, Magog, 2024).
La biografia di Rimbaud è stata anatomizzata al millimetro, forse per carpire il
segreto della sua poesia, sfuggente, per sempre nuova, inadatta al canone. I
viaggi di Rimbaud sono diventati romanzi – ne cito due: Rimbaud a Giava di Jamie
James, Melville, 2016, e Rimbaud e la vedova (sulla breve tappa milanese), di
Edgardo Franzosini, Skira, 2020 –, gli studi biografici (critici, psichici,
ipnotici) sono diventati un genere letterario a sé stante. Nel 2008, per
l’editore Marietti, Adriano Marchetti ha assemblato una fiera lista di
“Interpreti francesi di Rimbaud” in un libro di stravagante bellezza, Rapsodia
selvaggia. Tra i cinquantacinque, autorevolissimi “interpreti” – da Mallarmé ad
Aragon, da Simone Weil a Tzvetan Todorov e Yves Bonnefoy – ne preferisco due. Il
primo è René Char, che in una specie di epistola lirica inneggia al malandrino
Arthur:
> “Hai fatto bene a partire, Arhtur Rimbaud!… Hai avuto ragione ad abbandonare
> il viale degli oziosi, le osterie dei pisciaversi, per l’inferno delle bestie,
> per il commercio dei furbi e il buongiorno dei semplici”.
L’altro – più che altro, per l’austerità dello stile, per la cinerea postura – è
Julien Gracq, il quale ammira in Rimbaud “l’uomo che mantiene sempre
meravigliosamente le distanze”. Secondo Gracq, il carattere imperituro della
poesia di Rimbaud – garanzia di esistenza anche quando la lingua francese perirà
– è il suo essere “abbastanza inumana”.
È vero. La poesia di Rimbaud è pura metallurgia della fuga. Rimbaud non
chiede lettori – non chiede nulla in effetti. Rimbaud lascia tracce. I suoi
versi sono una mappa, una cartografia del non ritorno. Inseguire Rimbaud,
tuttavia, è il contrario della sequela: ciò che ci è donato non è il centuplo su
questa terra e il regno nella prossima. No. Rimbaud è il primo e il solo.
Rimbaud uccide i suoi discepoli. Rimbaud consegna agli affini il sacrario della
parola Aphinar; ci obbliga all’ennui, ai morbi di un’inquietudine che ghiaccia
le ossa, alla tigre in pieno petto. Non c’è alcun guadagno, alcun conforto dalla
lettura di Rimbaud, ma l’esilio nell’enigma, il punto – magnetico, è vero – in
cui tutte le certezze si sfasciano, in cui la poesia diventa rogo, suono, inno,
come ai tempi delle pitture magdaleniane, quando la stella mangiava alle nostre
mani, con il muso da sauro, e il poeta si trasformava in falco e volpe, pietra e
prato, biscia e vento.
Fernand Léger, Ritratto di Arthur Rimbaud, 1949
Mai si è scritto tanto di un poeta così violentemente reticente. Ardengo Soffici
andò in estro per quel ragazzo “che non ebbe paura di scendere giù per tutti i
gironi dell’inferno psicologico moderno per pescarvi il segreto di una bellezza
inusitata e folgorante” (così nel saggio su Arthur Rimbaud pubblicato nel 1911
nei “Quaderni della Voce”). Eppure, non seppe riconoscere in Dino Campana un
poeta altrettanto folgorante. Per decenni, Renato Minore si è insinuato nella
vita di Rimbaud, il “poeta dalle suole di vento” (il suo Rimbaud è uscito per
Mondadori nel 1991 e in edizione ampliata per Bompiani, nel 2019); l’esito della
ricerca è quasi ovvio: far rilucere l’enigma in sé, la nuda ecchimosi del
fuggiasco, la vita “esibita e impenetrabile a un tempo”. Quando l’ho
interpellato mi ha messo in guardia dal mito di Rimbaud, perché “Un mito è anche
una trappola infinita di volti, di voci, di specchi e lui stesso ha fatto di
tutto per essere duplicato, conteso, frainteso. Non meno carichi di risonanza, e
di ambigua luminosità, gli oggetti, le incalzanti reliquie che il Poeta
Maledetto ha lasciato: prima fra tutti la valigia dei viaggi in Abissinia, la
stampella che accompagnò i suoi ultimi passi, la firma sulle piramidi, le
lettere. E poi i disegni, le fotografie chiedendo all’immagine non il segreto
che versi e documenti trattengono, ma la ricchezza ammiccante e fissa
dell’icona, non solo il presagio di un destino, ma la conferma di un mistero
bloccato dal lampo di magnesio e lì rimasto intatto. La leggenda di Rimbaud
accomuna le generazioni e, in tutto il mondo, ogni giorno ci sono giovani che
scoprono le sue poesie e desiderano possederne una copia”.
Benjamin Fondane, il prodigioso pensatore amico di Emil Cioran, su Rimbaud, si
può dire, con ribalderia da bandito, ha fondato una filosofia (il suo Rimbaud le
voyou è attualmente edito in Italia da Castelvecchi); Victor Segalen ha scritto
forse il più commosso ed elusivo ritratto del poeta – Le Double Rimbaud, edito
nel 1906 su “Mercure de France” –, intimandoci di “Non cercare di capire”.
Forse Rimbaud ha esaudito le sue poesie nel vagabondaggio, diventando egli
stesso un “battello ebbro”. Forse, più prosaicamente, il ventenne roso dal dio
della giovinezza, il prediletto dal fato, ha preferito la vita allo scranno, il
veliero alla scrivania, l’Africa al marciume parigino. La poesia è stata una
parentesi, una ragazzata (una ragazzetta): il “ladro del fuoco” è diventato
fuoco, incede nell’incendio.
È proprio dei poeti pionieri – i rarissimi: Rimbaud, Friedrich Hölderlin,
William Blake, Emily Dickinson – abitare l’irriconoscenza, non riconoscere la
propria opera, obliarla, tra i nastri, nelle fauci di un baule, nella pazzia,
nella fuga.
Le poesie sono il lascito sinistro di Rimbaud: non possono stazionare su un
comodino, non si accomodano in una biblioteca. Queste poesie scalpitano, hanno
la criniera, recano vigoria di formula magica. Queste poesie agiscono, agitano.
Altro che Je est un autre: qui l’Altro ci fissa con occhi intimidatori. A volte
ha il volto di un Minotauro, altre della cincia, a volte è una betulla altre
volte un lupo.
Queste poesie fanno paura – la paura ci donerà un cuore barbaro, pronto di nuovo
a osare.
Davide Brullo
Pablo Picasso, Arthur Rimbaud, 1960
*
Vite
A dodici anni fui rinchiuso in una soffitta dove ho imparato il mondo, ho
illustrato la commedia umana. In una cella ho appreso la storia. In una qualche
festa notturna in una qualche città del Nord, ho incontrato tutte le donne dei
pittori antichi. In un vecchio vicolo di Parigi mi hanno insegnato le scienze
classiche. In una magnifica dimora cerchiata dall’intero Oriente ho compiuto la
mia immensa opera e ho passato il mio illustre ritiro. Ho sbrecciato il mio
sangue. Il dovere mi è rimesso. Non devo pensare più. Vengo davvero
dall’oltretomba, senza commissioni.
*
Sfridi
Plotoni di muri d’ombra: bastonano cani scheletrici,
*
Da dietro tartassava grottesche oscenità
Una rosa s’involava nel ventre del portiere
*
Bruna, aveva sedici anni quando la maritarono
……………………………………………………………….
E ora ama d’amore ardente il figlio di diciassette.
*
E il poeta ubriaco inguainava di insulti l’Universo.
*
Piove con dolcezza sulla città.
*
Quando la carovana dell’Iran si arrestò alla fontana di Ctesifonte, crebbe la
disperazione nel trovarla inerte. Alcuni accusarono i magi, altri gli imam. I
cammellieri si unirono alle imprecazioni… Si erano messi sulla via ormai da
molte lune… carichi d’incenso, di mirra e oro. Il loro capo gridò… soppesò di
sopprimerli… Certi accettarono.
*
All’assalto, o mia vita assente!
Arthur Rimbaud
*Per gentile concessione si pubblica la pagina introduttiva e una manciata di
testi, in traduzione inedita, da “Le più belle poesie di Arthur Rimbaud”,
Crocetti, 2025
In copertina: Arthur Rimbaud secondo Alberto Giacometti, 1962
L'articolo “E il poeta ubriaco inguainava di insulti l’Universo”. In fuga con
Rimbaud proviene da Pangea.