La vegetariana di Han Kang (Adelphi, 2016) mi ha fatto subito pensare a Doppio
sogno di Schnitzler, a causa dell’atmosfera, per lo stile alto e novecentesco,
dove – finalmente – senza lo scabro minimalismo cui siamo abituati negli ultimi
tempi, la vastità dell’animo umano trova spazio per essere osservata
minuziosamente, sino al mostruoso. Mi ha fatto pensare a Schnitzler anche per il
frangente iniziate di un erotismo conturbante e violento, quando il marito
sembra essere indeciso tra il punire la moglie, a causa della sua decisione di
non mangiare più carne, e il desiderarla più di prima, forse in quanto
frastornante intreccio di disobbedienza e alterazione sensoriale.
Il desiderio si traduce in punizione, in quanto chi si sottrae attrae, e attrae
anche senza alcun desiderio, perciò abbiamo un’immagine d’improvvisa estraneità
tra marito e moglie, in cui la sessualità ci appare al più strumento di
violenza.
Di Yeong-hye, la protagonista, osserviamo l’interiorità solo mediante la
disperazione magistralmente urlata nelle pagine del diario, laddove ci appare di
umore nero, del tutto fuori contesto all’interno del ménage familiare. Dopo un
incontro inquietante, però, rivela una nuova prospettiva, un nuovo gioco di luci
e ombre. Ci liberiamo dello sguardo di un marito incapace di comprendere la
sofferenza profonda nell’animo della moglie, e osserviamo il punto di vista di
una terza persona, il cognato della protagonista, apparso in un momento che
sembra diverso dal resto del romanzo: osserviamo Yeong-hye lasciarsi dipingere
un fiore sulla pelle accanto a quella che il cognato definisce macchia
mongolica. Costui le provoca desiderio e terrore, consapevolezza di star facendo
qualcosa di estremamente sbagliato, ma di cui non può fare a meno. Ciò che in
quell’istante potrebbe sembrare un tradimento, da un’altra prospettiva potrebbe
essere accostato a un incantesimo volto a trasformare Yeong-hye in pianta.
Nella prima parte, intitolata La vegetariana, assistiamo inermi alla
trasformazione nerissima della coppia marito/moglie da intima a estranea, nella
logica freudiana del perturbante. Nella seconda parte, La macchia mongolica, ci
inoltriamo in un nuovo, e nuovamente perturbante, altrove scaturito
dall’estraneità apparente che si fa tramite di passione smodata, e
incantesimo. In questa seconda parte Yeong-hye sembra non essere la stessa della
prima parte, sembra non avere nome, non è la donna di prima, è un’estranea,
un’altra. È cominciato quindi il tempo della metamorfosi.
Nella terza parte, Fiamme verdi, il punto di vista è della sorella – di nome
In-hye –, la narrazione torna più volte sul dipinto floreale, in quanto il
desiderio di Yeong-hye di smettere di mangiare carne si traduce in anoressia.
Infine, la vediamo al culmine delle forze, in un ospedale psichiatrico, laddove
la diagnosi non è più di anoressia ma di schizofrenia, e ricorda tanto il caso
di Ellen West analizzato dallo psichiatra svizzero Ludwig Binswanger.
Hang Kang vince il Nobel nel 2024 anche grazie a questo libro; raramente mi è
capitato di pensarlo negli ultimi anni di altri, questa volta sì: è un Nobel per
la letteratura meritatissimo. Non si tratta di un libro sul vegetarianesimo,
sull’anoressia, o sulla schizofrenia, o quantomeno solo nella dimensione in cui
tutto ciò si configura come una lotta, una forma di desiderio silente di
sparire. Vi è qui esposto il sinthómo del Seminario XXIII di
Lacan. Il sinthòmo è la vita oltre la vita, l’oltrepassamento, l’assoluto, la
scelta immutabile di abitare pienamente il reale aprendo tutte le porte, senza
chiuderne alcuna o, meglio, chiudendo la porta al principio di realtà. È una
rivolta, una guerra silenziosa, un desiderio di tornare al ventre materno,
all’origine minerale di tutte le cose. Il desiderio di sparire è equiparabile
al desiderio di essere vista realmente dagli uomini che dicono di amarla, dalla
società coreana contemporanea, in ultimo, di sottrarsi ai rapporti di forza del
proprio contesto, ed è questa la ragione principe di ogni malattia dell’anima e
di ogni suicidio: il tentativo estremo di sottrarsi una volta per tutte
all’identità sociale che non abbiamo scelto ma da cui siamo costantemente scelti
senza essere interpellati, così come la protagonista del romanzo viene osservata
da tre punti di vista diversi, ma mai dal proprio.
L’inversione primordiale sperimentata dalla protagonista rende chiarissimo il
momento in cui, in un dialogo con la sorella, costei definisca il proprio stato
patologico con il riso fanciullesco di chi abbia trovato la sorgente, concetto
tanto caro a Hölderlin, per dire. Un momento icastico, struggente, è nella terza
parte, quello in cui – in una posa naturalissima – la troviamo ribaltata in
verticale, nella stanza d’ospedale, quando sembra aver finalmente compreso che
gli alberi siano rovesciati e le loro braccia siano radici, mentre i rami e le
foglie costituirebbero gli arti inferiori e, perciò, del tutto logicamente, la
protagonista non avrebbe bisogno di cibo ma di acqua. Fino alla fine le cure
prescritte e in un secondo momento somministrate con la forza dal personale
della clinica appaiono inadeguate, il desiderio trascendente di non vivere ha
messo radici profondissime in lei, e qualsiasi tentativo di cura le appare quale
riverbero dell’umana violenza, del principio per cui ha iniziato il suo viaggio
a ritroso verso la sparizione, la mineralizzazione. Reperto di se stessa, non
può essere curata dai medici, dal marito né dalla sorella, ma è fiore più che
frutto di tutta la congerie familiare, capro espiatorio ebefrenico dell’intera
astuzia e violenza dell’umano, così come la follia nel suo testimoniare diviene
martirio cristico, che si fa carico in croce dei mali di ogni essere vivente,
senza saperlo, forse senza neppure volerlo; al di là del desidero del soggetto,
nell’acuminato sentiero di espiazione cosmica.
Ilaria Palomba
*In copertina: Alberto Giacometti, Senza titolo, 1949
L'articolo A tutto sottratta. Intorno a “La vegetariana”, ovvero: di
trascendenza, rivolta e sparizione proviene da Pangea.