“Cerchi concentrici” è uno dei libri decisivi di Yang Lian, uno dei più duri. È
stato scritto tra il 1994 e il 1997, pochi anni dopo l’esilio dalla Cina, in
seguito ai fatti di Piazza Tienanmen, “quando la domanda fondamentale, per me,
non era soltanto perché scrivere?, bensì come scrivere? In altre parole: dopo
l’esilio era lecito, per me, continuare a sprofondare nella pura creatività
poetica? Insomma, in quale modo la poesia scritta in esilio avrebbe saputo
trasformare la tradizione lirica cinese?”.
In realtà, per Yang Lian non si poneva altra scelta che inabissarsi nel
linguaggio – da tempo le sue opere erano ‘proibite’ in Cina, giudicate
‘esoteriche’, insignificanti ai fasti di partito; insieme ad altri poeti – il
più noto dei quali è Bei Dao – i suoi versi erano dileggiati come menglong,
‘oscuri’. Sfollato negli Stati Uniti, Bei Dao ha finito per insegnare a Hong
Kong; da tempo Yang Lang vive in Svizzera, dove è nato nel 1955 – pur cresciuto
a Pechino –, in una famiglia di diplomatici: entrambi i poeti sono stati
nominati più volte nel lotto dei papabili al Nobel – questioni, queste, in fondo
irrilevanti. Quando parla della Cina, Yang Lian parla di “un dolore senza tempo:
la ‘storia’ della Cina si riassume in un carattere quadrato, del tutto nero, che
non cambia mai, nonostante il fluttuare dei tempi”.
“Cerchi concentrici” esce in origine nel 1999; nel 2005 Brian Holton e Anges
Hung-Chong Chan approntano una traduzione – Concetric Circles – per Bloodaxe
Books, a cui facciamo riferimento. Se nel titolo risuonano in noi echi
danteschi, non siamo del tutto fuori pista: introducendo la versione inglese del
suo libro (titolo: “Commosso ancora e ancora da un ancestrale tradimento”), Yang
Lian fa quasi esclusivamente riferimento ai Cantos di Ezra Pound – e dunque, di
rincalzo, a Dante –, quasi che quel testo – parole sue – “abbia ‘inventato’
l’antica poesia cinese per gli occidentali e reinventato la lingua cinese per i
cinesi”. Stratega del paradosso, Yang Lian afferma che la traduzione in cinese
dei Cantos è l’autentica realizzazione dell’estetica ‘poundiana’ (che
postula L’ideogramma cinese come mezzo di poesia), a edificare una lingua
statuaria e assoluta, monolitica eppure viva, vivente; odierna/eterna.
> “Credo che il vero scopo di Pound sia stato quello di superare i limiti del
> tempo imposti dalle grammatiche inglesi. I suoi Cantos si ramificano nel
> tempo: è abbracciando ogni cultura, dal passato al presente, da Oriente a
> Occidente, che egli riesce a eliminare le differenze, toccando, di ciascuna,
> il nucleo immutabile. In altre parole, è sbagliato considerare i Cantos alla
> stregua di un poema epico; essi usano la poesia per cancellare il miraggio
> della diacronia. Sono un universo autosufficiente, senza inizio né fine:
> rovesciano radicalmente la tradizione epica europea”.
Secondo uno schema rigoroso – “l’intero libro è una formula geometrica: cinque
capitoli collegati da un numero progressivo di ‘cerchi’, con tre sezioni in ogni
capitolo; la loro struttura interna è al contempo asimmetrica e stabile” – Yang
Lian tenta di operare come Pound: smuovere da dentro il ‘sistema’ della poesia
cinese. Lo fa esasperando l’eredità oracolare cinese – I-Ching e Daodejing sono
i libri-dolmen, come Odissea, Metamorfosi e Divina Commedia lo sono per Pound –
per sovversione: maciullando lemmi, costruendo una stratificazione verbale che
porta il lettore in un nessundove del tempo, in un nessunluogo del linguaggio.
Che l’esito sia spiazzante, è voluto – non voluttà da retore, ma rigore.
Occorre pazienza per penetrare questi luoghi del linguaggio, questi laghi: del
poeta va accettata la metamorfosi; Yang Lian ha voce di lucertola – il
celestiale rettile addestrato dal sole – e voce di falco. Un tempo, ebbe fragore
la sua poesia, in Italia: nel 2004 l’allora Libri Scheiwiller pubblicò Dove si
ferma il mare(grazie a Claudia Pozzana; libro poi ripreso da Damocle nel 2016);
più di recente, nel 2020, Jaca Book ha proposto Origine, dall’inglese, per
merito di Tomaso Kemeny. Nel 2022 Aragno propone In simmetria con la
morte (“morte nostro unico giardino” dice il poeta nella quarta lassa, capitolo
primo di “Cerchi concentrici”). Piccole, pur belle, cose: attendiamo una
sistemazione rigorosa di questo poeta così importante.
A proposito del titolo, Yang Lian ha spiegato che l’ispirazione gli è giunta
dalla fotografia di un’amica. In una stanza completamente buia, l’artista aveva
fissato una lampadina, il cui brillio scatenava, fermato dalla pellicola, “una
serie di cerchi concentrici sul pavimento. L’effetto era particolare non solo
perché la fotografia catturava qualcosa di invisibile a occhio nudo (un
fantasma?), ma perché sembrava svelare una struttura nascosta nelle profondità
del mondo, che conferiva all’oscurità una struttura, una prassi. L’oscurità
prodotta da quei ‘cerchi concentrici’ andava ben aldilà del fatto fisico,
estendendosi alle esperienze della mia vita: me stesso/altro; in Cina/fuori
dalla Cina; contemporaneità/tradizione; vita reale/scrittura;
esistenza/illusione; interiorità/esteriorità… e così via”.
L’opera dell’amica artista s’intitolava Ma gli angeli esistono davvero? In
questo perimetro, hanno senso i pensieri che soggiacciono alla parola
ispirazione, alla parola evocazione. Quand’è che un angelo si fa vampiro e una
linea retta sversa in cerchio? “In fondo, non ho fatto altro che ritornare alla
domanda che il poeta Qu Yan ci pone da duemila e cinquecento anni: la poesia è…
cos’è?”. Quando la sveli, la incenerisci – di quella cenere ci pitturiamo il
viso.
**
Da “Cerchi concentrici”. Capitolo primo
I
paura del freddo è la carcassa del freddo
pallida vertigine delle rocce carcassa della cecità delle rocce
autunno nelle orecchie atrofizzati alberi
recisi nel cuore del tronco
poi vento non più ira di rami ma ossa umane
non più lo scalpo del frutto ma l’udito che marcisce
non scrostate ali ma la raschiatura del coro ferreo di puro metallo
fuochi morti nella nerboruta nebbia lasciano sentore di morte
campi esangui oscure visioni di solchi e odore di sterco
noci congelate da rompere una ad una
mentre il vino si indirizza ai bicchieri come un oceano colorato e crudele
ogni minuto le cattedrali si svuotano delle nostre paure impilate
sottratte fino a fare la somma detta distruzione
*
II
c’è sempre: eco di ciò che corre in un corridoio buio
ronzio nelle orecchie al di là delle orecchie
proprio lì, dove dalla pietra inizia il mare
un suono spezza l’accordo delle ossa d’albatro
rincorre al contrario il corpo che prova dolore
i nostri corpi che nascono ancora e ancora da un paio di organi rosa
la realtà aumenta sorgiva dai tunnel del vento
migliaia di cactus si uniscono al comporre della notte
le orbite vuote delle capre eccedono il nostro respiro
il suono si dilegua le orecchie si spezzano
*
III
paura tra valle e valle la talpa idatiforme al parto
paura tra oro e oro
rovina d’uomo
splende l’organo il sole guarda il fiume creato da un bimbo piscialetto
mezzogiorno eterno silenzio cola da una nuvola
ciò che senti
impasta la fiamma dei peli pubici tra un sonno e l’altro
tra un giorno e l’altro stomaco che sversa la mezzanotte
il silenzio spalanca scure partiture di granito
temete la vostra intemerata paura tra strade di montagna
cave di uccello non temete di scartocciare il mattino
siedi non temere la sedia
confida solo sulle bianche ossa che sbucano dalle dita
attento allo spettacolo
le vecchie donne che piangano guizzano bagliori
facce martellate di incisioni più le ascolti più ti somigliano
sangue martellante nel temporale di cera
stanche ginocchia di vecchie donne
avvicinati danza incalcolabili caviglie infiammate
il coro inginocchiato su una rosa di vetro
permetti alle lingue brune di leccare la rugiada
non avere paura della vergogna fai del tuo meglio: riproduciti
noi siamo il prodotto del terrore e costruiamo le vette ai monti
fatti sentire dall’inudibile
diventa la tenerezza tra spettro e spettro
tra le vostre chiacchiere brilla la neve in ogni stagione
il corpo mostra lo zero assoluto del linguaggio
confermato da pallidi errori
mortali
tra avvizziti uteri blu una distanza che non puoi controllare
*
IV
poesia impossibile non arrendersi all’universale
le lingue battono sulla superficie del tamburo impossibile
che non tastino la verità
questi involuti involontari che non vogliono congelarsi fissi in una
nevicata creata dalle candele
letti dall’odore terrifico del pesce sotto sale
cielo pornografico che vuole soltanto condannati e legge
la mappa esaurita dalla lettura
quelli crivellati da un cervello dorato
ogni giorno spingono un muro morto verso i sordi
il coltello che ci ha mutilati riversa battiti di cuore sul piatto
impossibile i vivi non sono parte delle foglie cadute dall’albero
impossibile che la farfalla che pinneggia sul muro non sia un pavone
tentenna morte nostro unico giardino
impossibile non espellere matrimoni escrementizi su prati domenicali
baci-tuono ingollati all’infinito per creare pietre e bombardare gli occhi
quando la parola è sparlata dall’indicibile l’ultimo giorno è
il reietto dei giorni finestra partoriente senza direzione
impassibile esibisce il suo solo collasso
*
V
autunno vibra come uno strumento musicale impazzito
la gloriosa memoria di massa deforma
corpi mentre esaminati da un raggio di luce i corpi
noi siamo flutti di fango trafitti da un rosso fiero respiro
solo quando il volto è un fato noi siamo
polmoni stretti da un nero enorme che ci sovrasta
bestie ricoprono con cura il bianco-argento delle ossa
crepe nella malattia
mentre l’irraggiungibile è questo rancido fiato
da accecati che preme sull’oceanico fermacarte scritto
segugi abbaiano feroci guidano l’adesso in un dire
senza parole così permane l’adesso
la montagna immagazzina musica che dura una vita
organo a canne con denti falsi per mentire
carne senza ormeggio arpeggio bianco gelido si dilegua
indicibile semina insetti morti come grano scintillante
sottrazione grammatica che organizza un esercito solitario
usando i nostri occhi per organizzare il dolore defraudato del sole
spacca una bacca finché il suo pus non diventa lentamente viola
testicoli pendono nel nulla cancellano l’adesso dal reale
Yang Lian
L'articolo “Noi siamo il prodotto del terrore”. Intorno alla poesia di Yang Lian
proviene da Pangea.