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“Solo in cammino i versi vengono da sé”. Il canzoniere di Yang Wanli o dello Studio della Sincerità
Poco o nulla conosciuto in Italia, Yang Wanli (楊 萬里)è uno dei “quattro maestri” della poesia cinese nella dinastia dei Song Meridionali (1127-1279). Nato nel 1127 a Ji Shui nello Jiangxi (regione meridionale sulle rive del fiume Azzurro), per tutta la vita affronta gli incarichi pubblici più diversi, intervallandoli a contrasti con le autorità e ritorni nel suo paese natale. Negli incarichi dà prova riconosciuta di integrità sviluppando nella vita pratica lo studio della filosofia attiva del Dao. Scegliendo in seguito il nome d’arte di Cheng Zhai, Studio della Sincerità (nel senso di laboratorio), assume sempre maggiore rilevanza come poeta diminuendo la partecipazione alla vita pubblica, spesso in disaccordo coi potenti e con l’imperatore che lo invia all’esilio nel 1188, per poi richiamarlo come direttore della Biblioteca Imperiale, l’incarico più importante mai ricoperto. Nel 1192, a 65 anni si ritira nel paese natale accontentandosi di una piccola pensione e conducendo vita semplice e austera assieme alla moglie e ai sette figli. Muore nel 1206, ormai alle soglia degli 80 anni. Dirà di lui un contemporaneo:  > “Quali che fossero le circostanze s’esprimeva sempre in maniera franca, senza > il minimo timore”. Yang Wanli è autore di un corpus poetico che annovera circa 20000 componimenti (nove sillogi ebbero edizione dopo la morte, a cura di uno dei figli), il cui stile costituisce l’esito più alto dell’estetica d’ispirazione taoista dell’epoca Song, improntata sul metodo del huo fa come lo chiama il poeta stesso, vale a dire il ‘metodo spontaneo’ (ma anche traducibile come attivo, vivo) di cui nel verso si ritrova il ‘sapore’. Secondo tale metodo la stesura è sì istantanea, ma raggiunta dopo un lungo e rigoroso addestramento di carattere meditativo e al contempo morale, in accordo con la propria natura profonda e con l’universale, inteso anche come parte universale della nostra mente. Uno stile capace insomma di usare la spontaneità per ottenere l’eleganza, concepito come l’esito pratico di un pensiero filosofico. Secondo l’insegnamento, la stesura dovrà avvenire in uno stato di wu wei (letteralmente non-fare, ma qualsiasi traduzione sarebbe comunque fuorviante giacché si tratta comunque di un’attività senza ombre di quietismo, optiamo quindi per qualcosa che ne descrive più che altro gli effetti, come potrebbe essere ‘autenticità’, ‘spontaneità’ o, ancora, ‘sincerità’), cioè comportare un’azione non finalizzata, un’intenzione priva di interferenze mentali. Se, al momento della composizione, questo stato di autenticità non viene percepito, qualsiasi esordio risulterà inappropriato. In realtà il non-fare è risultato di un apprendimento, descrivibile come lo sviluppo della facoltà della mente umana di non aderire passivamente e inconsapevolmente agli oggetti del pensiero, e quindi di non rispondere in modo obbligato o compulsivo agli impulsi esterni o interni che siano. Un simile procedimento che potremmo definire di economia cognitiva si dispiega e raffina in tutto l’excursus poetico di Yang Wanli, i cui temi retorici sono comuni a molta della poesia cinese in ogni epoca, e comunque collegati alla tradizione di tale esperienza filosofica: il viaggio (i luoghi sono le vaste zone della Cina centro-meridionale attorno al Chang Jiang, il fiume Azzurro), un certo tipo di lassitudine o di abbandono (vale a dire il cedere come mossa strategica, come punto di forza), e poi l’attesa, il vino che da sempre fa parte dell’armamentario di quelle congreghe poetiche. Lo stesso studio del wu wei vi è talvolta indicato, quando ad esempio parla di ‘sedersi’ allude spesso a quel particolare addestramento in posizione seduta. Fa pure parte della tradizione il richiamo a una visione anti-intellettualistica della conoscenza (Non leggete i libri), in cui la lettura dei libri viene intesa come possibile impaccio alla perfezione morale dello spirito. Ma è certo nell’osservazione della natura che la poesia di Yang palesa di più i suoi intenti, contemplazione che non ha però e necessariamente nulla di estetizzante, anzi proverà l’esatto contrario in una forma di materialismo rispettoso, di ricerca della giusta distanza, né tantomeno il canto potrà corteggiare i lirismi, e il discorso filosofico che le sottende trova ragioni nella quotidianità, nella quale il poeta affronta in modo arguto sia i fastidi sia i piaceri della vita di ogni giorno.  È un rispetto per la natura nei suoi diversi aspetti, callido, partecipe, navigato, con una fiducia generata dalla consapevolezza che la natura può essere capita solo ubbidendole o, in un senso ancora più vasto, che un modo esistenziale dignitoso si trova se si riesce a rinunciare alla pretesta di controllo su quello che può essere invece vissuto a pieno solo se a tale controllo si impara a rinunciare. È il tema del potere, inesorabile e vincente che ha la capacità di adattamento di cui troviamo esempio nel comportamento dell’acqua, con quel suo tipo di forza che sotto l’aspetto arrendevole aggira e rompe anche le rocce più dure. Allo stesso modo l’idea poetica è incentrata sull’utilità dell’inutile, sulla forza che sta nella debolezza, sulla carenza come fonte perenne di energia. E al contempo sull’attività e il movimento, giacché “solo in cammino i versi vengono da sé”. A distanza di quasi un millennio la poesia di Yang Wanli ci restituisce intatta l’immagine di una natura tutta vivente, quando una fantasia smisurata le dava vita, personificava le forze e ne intuiva le volontà, in un mondo sistematico pure se proporzionale e fantastico, esatto anche se appare magico e quasi rituale. Uno studio della sincerità che potrebbe tradursi a tutt’oggi come una schiettezza di visione in grado di riaprire il noto, dimostrando ancora e di nuovo come la poesia esista da sempre nell’esigenza della mente di ricrearsi condizioni originarie al fine di non perdere i propri strumenti cognitivi. Vorrà dire, anche per il lettore odierno e occidentale, una rinata possibilità di guardare il mondo, toccando il nodo di una realtà sempre e comunque cangiante, fluttuante. Nella pienezza del momento presente, una percezione capace di avvicinare una visione, e quindi di riacquistare una sensibilità per il reale che, sola forse, potrebbe salvarci. * Il metodo usato per la traduzione si rifà alla stessa tradizione di pensiero cui ha attinto il poeta: si è provato a indovinare, captare la voce nel verso in una sorta di fragile e impunito atto di evocazione, in questo abilitati dall’esser considerato Yang Wanli un ‘poeta colloquiale’. Metodo che consiste quindi in prima istanza nell’individuazione della ‘voce’, quel congegno infallibile che in letteratura ogni volta ci riconduce al remoto, al condiviso, rifuggendo nella traduzione dalla ricerca di effetti retorici, costruzioni enfatiche, cadenze o versi rimati per provare a sovrapporre un tono lirico alla lettura della traduzione italiana.  Un cauto appressamento comunque che, tra il metodo di una traduzione libera all’unico scopo di rendere perfettamente scorrevole e attuale un linguaggio che non è tale, e quello della fedeltà assoluta alla forma originale, così remota, ha cercato accuratamente e seguito il più possibile una via mediana, magari appena più vicina alla prima istanza quando non solo non rischiava di tradire in alcun modo il pensiero e la sensibilità dell’autore, ma contribuiva forse a chiarirlo. A fine estate del 2014, la traduttrice Marianne Schneider era in cerca di libri sul tema dell’acqua, dovendo scrivere un testo su tale argomento. Il nostro comune amico Gianni Celati le fece avere alcune trascrizioni prese dall’edizione francese di Yang Wanli che in seguito, incuriosita, si è procurata. A sua volta poi mi aveva mandato il libro, perché le sembrava “una continuazione naturale delle cose”. Mi è bastato aprire il libro per convincermi che, pur con le mie assai limitate capacità, avrei dovuto tentare la traduzione che poi man mano le facevo leggere.  Ecco quindi indicati i due maggiori responsabili della fascinazione e del lungo lavoro che ne è seguito (di Celati esiste una traduzione dal francese della poesia Non leggete i libri, in Riga n. 40). Il libro è un’antologia di oltre un centinaio di poesie, è uscito nella primavera del 2020 edito da Quodlibet, col titolo de La contrada natale dei sogni. Paolo Morelli * 過 百 家 渡 二 首 出 得 城 來 事 事 幽 涉 湘 半 濟 值 漁 舟 也 知 漁 父 趁 魚 急 翻 著 春 衫 不 裹 頭 園 花 落 盡 路 花 開 白 白 紅 紅 各 自 媒 莫 問 早 行 奇 絕 處 四 方 八 面 野 香 來 Al traghetto delle Cento Famiglie (due poesie) basta uscire di città e le cose via via si calmano, guadando lo Xiang, a metà incrocio la barca di un pescatore,  talmente è preso ad acchiappare i pesci che ha il giacchetto a rovescio e il capo scoperto. nei campi i fiori appassiscono, sul sentiero sbocciano ancora, bianco bianco rosso rosso, ognuno sfacciato a modo suo, cosa c’è di speciale in una passeggiata all’alba? dalle quattro direzioni, dalle otto prospettive c’è aroma di selvatico. * 讀 書 讀 書 不 厭 勤 勤 甚 倦 且 昏 不 如 卷 書 坐 人 書 兩 忘 言 興 來 忽 開 卷 徑 到 百 聖 源 說 悟 本 無 悟 談 玄 初 未 玄 當 其 會 心 處 只 有 一 欣 然 此 樂 誰 為 者 非 我 亦 非 天 自 笑 終 未 是 撥 書 枕 頭 眠 Una lettura di leggere libri non mi basta mai, se mi ci dedico troppo però mi sfinisco fino a rimbambire  meglio chiudere e starsene seduti,  sia l’uomo allora che il libro si scordano le parole. se poi torna la voglia di aprirlo ne seguo le tracce fino alla fonte dei Cento Saggi, parlano di rivelazione ma che a guardar bene non c’è nessuna rivelazione, di mistero originario dicono, ma che misteri in realtà non ce ne sono e quando la mente ci si ritrova  c’è solo una contentezza tale  che poi, da dove verrà mai? non certo da me e dal cielo men che meno, mi viene da ridere, niente di speciale dopotutto, il libro lo sposto dal cuscino e cedo al sonno.  * 書 莫 讀 書 莫 讀    詩 莫 吟 讀 莫 兩 眼 枯 見 骨 吟 詩 個 字 嘔 出 心 人 言 讀 書 樂    人 言 吟 詩 好 口 吻 長 作 秋 虫 聲 只 令 君 瘦 令 君 老 君 瘦 君 老 且 勿 論 旁 人 聽 之 亦 煩 惱 何 如 閉 目 坐 齋 房 下 簾 掃 地 自 焚 香 聽 風 聽 雨 都 有 味 健 來 即 行 倦 來 睡 Non leggete i libri non leggete i libri. non recitate poesie. leggere i libri prosciuga gli occhi fino all’osso,  leggi le poesie e ogni singola parola ti sputa fuori l’anima. si sente dire che i libri sono una gioia,  leggere poesie a voce alta fa sentir bene, ma a lungo andare dalle labbra v’escono stridii, tipo insetti autunnali  è sicuro allora che finite smagriti e invecchiati. ora, se dimagrite e invecchiate poco importa  ma se vi sentono i vicini facile che si allarmino. non è meglio star seduti nello studio a occhi chiusi? abbasso così le tende e do una spazzata in giro, accendo l’incenso, sto in ascolto del vento, la pioggia e ognuno ha il suo sapore, se poi me la sento prendo a vagare, se stanco mi sdraio a dormire. * 將 至 地 黃 灘 未 到 地 黃 灘 十 里 先 聞 聲 檣 竿 已 震 掉 未 敢 與 渠 爭 舟 人 各 整 篙 有 如 大 敵 臨 搴 篷 試 一 望 濺 雪 紛 淙 琤 乃 是 水 磑 港 為 灘 作 先 嗚 眞 灘 定 若 何 老 夫 虛 作 驚 Avvicinando la rapida della Digitale non ancora alla rapida  già da dieci li* s’è sentito il fracasso l’albero già vibrava fin quasi a cadere  per paura di dover lottare con lei i battellieri preparavano le pertiche come dovessero affrontare un gran nemico.  scoperchiato il telone ho provato a dare un’occhiata  una sarabanda di urti bianchi e schiaffi  ma è solo la barriera di un mulino a fare un baccano tipo rapida. e come sarà allora quella vera?  i vecchi si mettono in allarme per niente… *Unità di misura: all’incirca mezzo chilometro. * 宿 新 市 徐 公 店 籬 落 疏 疏 小 徑 深 樹 頭 新 綠 未 成 陰 兒 童 急 走 追 黃 蝶 飛 入 菜 花 無 處 尋 Nel borgo di Xin, pernotto alla locanda del signor Xu  al fondo di un sentierino in parte costeggiato da una siepe dove le foglie nuove non ce la fanno ancora a far ombra, ecco parte un bimbo dietro a una farfalla gialla vola in mezzo ai cavolfiori e non si trova più.  * 病 中 復 腳 痛   終 日 倦 坐 遣 悶 滿 眼 生 花 雪 滿 顱 依 稀 又 四 三 過 年 誰 知 病 腳 妨 行 步 只 見 端 居 道 坐 禪 墮 扇 几 旁 猶 嬾 拾 撿 書 窗 下 更 能 前 世 人 總 羡 飛 仙 侶 我 羡 行 人 便 是 仙 Tuttora malato ho male ai piedi oltretutto, spossato sto tutto il giorno seduto e comunque scrivo per allontanare l’avvilimento. occhi appannati, cranio color neve  ormai sono tre, quattro anni in abbandono, tutti pensano che me stia in casa a meditare chi può sapere che è il male ai piedi a impedirmi di fare un passo?  se mi cade il ventaglio sono fiacco al punto da non poterlo raccattare  peggio che peggio raggiungere un libro fin sotto la finestra. nel mondo degli uomini s’invidiano gli immortali perché volano, ormai per me sono immortali quelli che camminano.   * 過 石 塘 萬 石 中 通 一 線 流 千 盤 百 折 過 孤 舟 灘 頭 未 不 人 猶 笑 下 了 灘 頭 始 覺 愁 Tra le rocce del torrente a mezzo di diecimila sassi come su un filo sola tra mille curve, cento gomiti la barca se ne va, non siamo fuori dalla rapida e gli uomini già ridono, appena ne siamo a capo ci sale la malinconia. * 下 橫 山 灘 頭 望 金 華 山 山 息 江 情 不 复 伊 雨 姿 晴 態 總 成 奇 閉 門 覓 句 非 詩 法 只 是 征 行 自 有 詩 Scendendo la rapida della Montagna Piatta, a distanza il monte del Fiore d’Oro pensieri di montagna, sentimenti del fiume s’accavallano,  il tipo di pioggia, le parvenze del sereno insoliti ogni volta:  chiudersi dietro una porta è il metodo sbagliato di poetare solo in cammino i versi vengono da sé. * 憶 秦 娥 新 春 早 春 前 十 日 春 歸 了 春 歸 了 落 梅 如 雪 野 桃 紅 小 老 夫 不 管 催 春 老 只 圖 爛 醉 花 前 倒 花 前 倒 兒 扶 歸 去 醒 來 窗 曉 Aria di primavera primavera è in anticipo già dieci giorni prima è tornata primavera è tornata fiori di susino cadono come neve quelli del pesco selvatico, così minimi e rossi di già. al vecchio signore non importa se ogni primavera affretta la vecchiaia, sbronzo fradicio intanto crolla davanti ai fiori  crolla davanti ai fiori mio figlio mi sorregge per rientrare mi scuoto allora ed ecco, c’è l’alba alla finestra.  * 夏 夜 月 下 獨 酌 誰 道 今 年 熱 今 宵 分 外 清 竹 風 九 月 夏 溪 月 晝 三 更 此 景 天 慳 與 無 人 酒 自 傾 明 朝 火 傘 上 別 作 一 經 營 Bevendo da solo sotto la luna, in una notte d’estate c’è chi dice che questo è un anno caldo stanotte però è mite da non credersi, il vento tra i bambù pare quello di settembre, la luna sul torrente scambia la notte per il giorno. il cielo, di momenti così, non ne regala mica tanti. non c’è nessuno, mi scolo il vino da solo  ma all’alba quando s’aprirà l’ombrello di fuoco bisognerà senz’altro escogitare qualcosa.  * 秋 暑 午 睡 起 汲 泉 洗 面 大 桶 雙 擔 新 井 花 松 盆 滿 瀉 莫 留 些 剌 頭 蘸 入 松 盆 底 不 是 清 涼 第 二 家 Nella calura autunnale, dopo la dormita pomeridiana vado a prendere l’acqua per sciacquarmi il viso con due gran secchi di pino al nuovo pozzo potente, l’acqua fino all’orlo e oltre, non lesiniamo, mi decido e ficco la testa fino in fondo al secchio, questo è refrigerio, niente di meglio al mondo. * 新 霜 宿 酒 朝 來 醉 尚 殘 胸 懷 眊 矂 腹 仍 煩 牡 丹 壇 上 欄 干 腳 自 刮 霜 球 袞 舌 端 La brina fresca dopo una nottata all’osteria, all’alba postumi niente male testa per conto suo, ventre in subbuglio,  m’appoggio alla ringhiera, le peonie sono là sopra, gratto via una palla di brina e me l’arrotolo sulla lingua. * 又 自 贊 清 風 索 我 吟 明 月 勸 我 飲 醉 倒 落 花 前 天 地 即 衾 枕 Sul mio ritratto questa brezza esige da me un canto una luna splendida m’invita a bere. stramazzo ubriaco dinanzi ai fiori,  per coperta il cielo, la terra per guanciale. Traduzione di Paolo Morelli *In copertina: Ma Yuan, “Ammirare i fiori di pruno al chiaro di luna”, XIII secolo  L'articolo “Solo in cammino i versi vengono da sé”. Il canzoniere di Yang Wanli o dello Studio della Sincerità proviene da Pangea.
May 27, 2026 / Pangea
Le "sbarbine" digitali nella Cina urbana
La newsletter di Pieranni di questa settimana da voce a Sabrina Ardizzoni che fornisce uno spaccato della vita urbana e digitale della Cina del 2026, illustrando il fenomeno delle “giovani sbarbine” (traduzione alla Freak Antoni di Sabrina Ardizzoni). Nella newsletter c’è anche: * la nuova release di DeepSeek, * le nuove linee guida sulla neutralità carbonica * una segnalazione di una mostra a Shanghai [...] Dopo le “donne avanzo” (shengnü), le “donne virtuose” (xian qi liangmu) e la figura della “mamma tigre”, fino al recente fenomeno dei giovani “sdraiati” (tang ping), il panorama mediatico cinese continua a produrre categorie utili all’interpretazione di tensioni sociali profonde. In questo quadro si inserisce un nuovo termine, ancora poco stabilizzato ma già fortemente evocativo: quello delle jingshen xiaomei. La traduzione del termine è decisamente sfidante: unisce jingshen (spirito, vitalità, ma anche dimensione emotiva e affettiva) e xiaomei (“sorellina”, in senso affettivo o relazionale). In italiano si potrebbe rendere con “ragazze sveglie”, ma qui proporrei un’espressione gergale bolognese come “sbarbine” – ereditata dal repertorio lessico-grafico di Freak Antoni, fondatore e anima degli Skiantos, che negli anni Ottanta del secolo scorso cantavano “Mi piaccion le sbarbine”. Leggi la newsletter
April 27, 2026 / Pillole di Graffio
“Dici che ti senti sconfitto e ti ritiri lontano”. Due poesie di Wang Wei
Nella tradizione cinese, la poesia è il genere letterario di gran lunga più importante, mentre la prosa ha un ruolo minore e solo nel XX secolo in parte riabilitato.  Com’è ben noto, il momento di maggior nitore delle arti tutte ma in specie della poesia è l’epoca della dinastia Tang (618-905 d. C.), con poeti come Li Bai (da noi conosciuto anche come Li Po), Tu Fu e, per appunto Wang Wei (699-759), il quale fu inoltre apprezzatissimo pittore, calligrafo e si occupò di musica e di medicina. Presente ad esempio nella celebre antologia del periodo Qing Le trecento poesie Tang (tradotta per l’occidente da Martin Benedikter; a sua stessa cura abbiamo le Poesie del fiume Wang, un botta e risposta poetico con l’amico P’ei Ti), fu attivo seguace del pensiero Chan per il quale la poesia è l’esercizio più intenso. In molte traduzioni di classici cinesi la scelta piú o meno consapevole dei traduttori di questa parte del mondo e segnatamente nella nostra lingua è quella di collocare preventivamente il testo in un territorio remoto, inaccessibile, qualcosa semmai da ammirare ma non toccare, tagliando fuori di conseguenza il lettore da ogni vera esperienza. Il processo di allontanamento avviene di solito dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, fallendo così nell’intercettarne l’intento originale, in più con l’elaborazione di una lingua esotica e astratta, tendente alla trascendenza, una sorta di ‘spiritualese’. È quello che si è cercato di evitare in questa traduzione. Il tema dell’addio è uno degli snodi classici costanti della poesia cinese.  ** 王 維 渭 城 曲 渭 城 朝 雨 浥 輕 塵 客 舍 青 青 楊 柳 春 勸 君 更 盡 一 杯 酒 西 岀 陽 關 無 故 人 Canzone di Wei Cheng[1] qui a Wei Cheng la pioggia al mattino ha appena bagnato la polvere, la locanda del viaggiatore tutta una verde primavera di salici, ti consiglio di vuotare un altro bicchiere, a occidente, oltre il passo di Yang[2], certo non troverai i vecchi amici. * 送 別 下 馬 飲 君 酒 問 君 何 所 之 君 言 不 得 意 歸 臥 南 山 陲 但 去 莫 復 問 白 雲 無 盡 時  Saluto a chi parte [3] appena sceso da cavallo ti offro del vino e ti chiedo dove stai andando. dici che ti senti sconfitto e ti ritiri lontano, ai monti meridionali[4]. poi te ne vai e io non chiedo più niente, laggiù le bianche nubi non si disfano nel tempo.  Testo e traduzioni di Paolo Morelli *In copertina: Zhao Mengjian, Amici dell’inverno, XIII secolo -------------------------------------------------------------------------------- [1] Città sul fiume Wei, affluente del Fiume Giallo, nello Shaanxi, provincia del nord-ovest. [2] È la porta nella Grande Muraglia verso ovest (e il deserto). [3] Forse chi parte è l’amico Meng Haoran, o forse il poeta finge un dialogo con sé stesso e la propria delusione. [4] Una catena collinare a sud di Chang’an, nello Shaanxi, dove Wang Wei aveva una casa. L'articolo “Dici che ti senti sconfitto e ti ritiri lontano”. Due poesie di Wang Wei proviene da Pangea.
April 6, 2026 / Pangea
“Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio”. Nell’opera alchemica di José Lezama Lima
Che ennesimo magnifico libro ha appena pubblicato Riccardo Corsi, un uomo che sembra estratto di peso da un’agiografia, da un album del bene, capace di avventatezze borgesiane. Per le sue Edizioni degli Animali è uscita una raccolta di saggi di José Lezama Lima, Le ere immaginarie (introduzione di Alberto Manguel, traduzione di Gianna Marras e Silvia Sichel): la “Stella di sabbia” tratta dal thesaurus di Albertus Seba, in copertina, conferisce al libro un’energia oceanica.  Di José Lezama Lima c’è poco da dire se non che ha scritto uno dei libri totem del Novecento, Paradiso, nel nostro Paese – affetto, per lo più, da cronica incuria – pressoché introvabile tramite i comuni canali di vendita. Pubblicato nel 1966, dopo quasi vent’anni di scrittura alchemica, laboriosa, incessante, il romanzo garantì a Lezama Lima l’ostracismo da parte del governo ‘rivoluzionario’ cubano: dissero che si trattava di “un’opera ermetica, morbosa, indecifrabile, pornografica”. Aggettivi che risultano, in fondo, un empireo, puro elogio per uno scrittore che aveva un concetto della scrittura come estasi e catabasi.  L’autore morì all’Avana – da cui si era mosso di rado, quasi in esilio da sé – nell’agosto del 1976, cinquant’anni fa; durante le riunioni della mitica rivista “Orígenes”, che aveva fondato con José Rodríguez Feo e su cui pubblicavano, tra i tanti, Albert Camus e Wallace Stevens, Juan Ramón Jiménez e Paul Claudel, lo si vedeva spesso divorare un poderoso sigaro. Per lui, credo, la letteratura era un incrocio tra Minotauro e Plotino – qualcosa che al contempo reclude e libera, soffoca e ascende.  Le ere immaginarie uscì nel 1970; nella Prefazione Lezama Lima compila una specie di ‘credo’: > “Che cosa ammiro di più in uno scrittore? Che manovri forze che lo travolgono, > che pare finiscano per distruggerlo. Che s’appropri di tale sfida e dissolva > la resistenza. Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio. Che durante > il giorno non abbia passato e durante la notte sia millenario… Che s’accosti > alle cose per appetito e che se ne allontani per ripugnanza”.  Le ere immaginarie non è un libro da leggere; lo si serba, se ne leggono alcuni paragrafi come si compulsano gli apocrifi, certi che la cecità provocata è un tono dell’illuminazione. L’immaginario di Lezama Lima, la concretezza delle visioni, a tratti impaurisce – spesso è folgorante. È come credere di stare in un luna park mentre si è nella bocca di un giaguaro: qualcuno – l’autore, l’interprete di dio – ci mastica. Ha ragione – come sempre – Riccardo Corsi: “Lezama è innanzi tutto un poeta, e nella sua prosa saggistica ciò si avverte con particolare forza. Sono poesie in forma di saggio”.  Tra i saggi, sono partito a leggere quello che parte a pagina 195: “la biblioteca come dragone”. Lezama Lima comincia a parlare degli Annali di Goethe, per inoltrarsi in una lunga dissertazione sull’I Ching, “il libro dei mutamenti”, l’antico testo oracolare cinese, estorto dalle brume della leggenda. Impossibile riassumere il vagabondaggio mentale di Lezama Lima: i suoi saggi – pura opera di teurgia linguistica – non vanno ‘compresi’, l’apprensione richiede un denudamento totale. Bisogna danzare – occorre dare stelle marine e stelle celesti in pasto al cervello.  Per fare un buon esperimento ‘critico’ occorre leggere i saggi di José Lezama Lima insieme a quelli di Jorge Luis Borges e a quelli – più tardi – di Pietro Citati. In quest’ultimo caso, troviamo i meandri dell’erudizione: uno sfarfallio condannato a lasciarci infine indenni. Nel primo caso – Borges – è l’ardore letterario, il rebus in piazza, mantica bibliografica. Per Lezama Lima, invece, la strategia intellettuale fa parte della “Grande Opera”: qualcosa, nel ribollire degli elementi, accade; le parole sono alambicchi, i concetti sono uova di drago; il lettore, in questo caso, è l’apprendista e l’operaio. Insomma, leggere Lezama Lima è sempre un rischio – spesso capitano esplosioni.  Delle domande che mi hanno assillato leggendo il saggio – metafisiche o ‘tecniche’, ad esempio: di quale versione spagnola dell’I Ching si abbeverava lo scrittore? – quasi tutte sono rimaste inevase, irrisolte. Ad alcune ho trovato riscontro – si gioca a sistemare in armonia la casualità – sfogliando Fragmentos a su imán, l’ultima raccolta di poesie di José Lezama Lima, edita postuma. Alcune poesie – almeno una, Sobre un grabado de alquimia China, appuntata nel giugno del ’75 –, tradite in calce, aiutano a penetrare il velo – non certo a squarciarlo.  Soprattutto, i libri di Lezama Lima – in quanto opera alchemica – sono anche un omaggio ai sodali. Da Le ere immaginarie spicca un saggio dedicato a Rayuela, il capolavoro di Julio Cortázar, che è poi un inno alla scrittura come labirinto – “nel labirinto viene offerta un’infinita, inarrestabile antropofania”. Introducendo Fragmentos a su imán, Octavio Paz ferma José Lezama Lima in un lirico cammeo: > “Non ci siamo mai visti, io gli inviavo i miei libri, lui i suoi – quando ci > scrivevamo, usavamo sempre il ‘voi’, come si faceva un tempo. […] Ho scorto, > tra i liquidi pioppi delle ‘l’ e le magnetiche vette delle ‘m’, assediato > dalle vocali – mancava soltanto la ‘u’, chiocciola della malinconia, cervo > innamorato della luna – José Lezama Lina, appoggiato al suo bastone > poliglotta, pastore di immagini”.  José Lezama Lima gli aveva dedicato una poesia senza nominarlo, parlando del “guerriero giapponese schiavo del suo silenzio”, della “furiosa divinità messicana” e del “Padiglione della vacuità”. Anche Octavio Paz, come lui, era affascinato dall’Estremo Oriente – era stato console in Giappone e ambasciatore in India. Quando scrive che “tutto, ovunque, è agguato”, capiamo di essere al preludio di una poetica; l’ultimo distico – “Solo il fuoco rispecchia/ la silenziosa disciplina del naufragio” – impone una via sapienziale. Octavio Paz intitola il suo omaggio a José Lezama Lima “Confutazione degli specchi”.  Nel libro in versi – a proposito: quando una traduzione della poesia di José Lezama Lima? – il grande scrittore cubano scrive anche di María Zambrano: la loro amicizia è testimoniata, tra l’altro, dalla Corrispondenza pubblicata nel 2023 dalle Edizioni degli Animali.  > “María è ormai così trasparente > che la vediamo allo stesso tempo > in Svizzera, a Roma e all’Avana. > Accompagnata da Araceli  > non teme il fuoco né il ghiaccio. […] > María è per me, ora,  > pari a una sibilla > a cui ci si avvicina incerti > certi di udire il centro della terra > e l’empireo che dilaga > oltre i visibili cieli”.  In fondo, è nella tessitura delle amicizie – tessere di un unico volto, quello che, divinato dal caos, vuol dire vita – la vera opera alchemica, la vera letteratura.  Ma questo non è che uno scritto parziale, senza supporto, dal pelo ancora ignobile – uno scritto che non guarisce.  *** L’impercettibile È l’impercettibile: non possiamo sapere se le foglie si affollano e frullano mentre la lucertola impicciona  si aggrappa a una di loro.  Ci sfiora la fronte e crediamo sia un fazzoletto che copre gli occhi. L’oro cammina verso la foglia e la foglia penetra nella casa vuota dell’autunno dove l’impercettibile abbraccia l’invisibile in un silenzioso gesto di gioia.  L’impercettibile si gode il volo delle foglie si riposa tra l’albero immobile e il fiume della memoria che muta.  Mentre l’impercettibile agguanta il suo regno, la casa oscilla ma il suo cuore resta intatto. Una scintilla si unisce all’impercettibile e comincia a bruciare di nascosto sotto il suono molteplice dello specchio. La casa ritorna alla sua immobilità e ricomincia a navigare.  ** Intorno a un trattato cinese di alchimia Sotto il tavolo si vedono tre porte sono piccole fornaci dove ardono pietre e legni: il nano sbuca, mastica semi per disseminarsi nel sonno.  Sopra il tavolo si vedono tre cuscini grigi e blu su due di essi spiccano alcune figure incise con uova indistruttibili.  Accanto, un vaso disadorno.  Pezzi di legna sul pavimento. Un uomo manovra una bilancia pesa una cesta di mandorle.  La bacchetta di ebano raggiunge subito la cifra.  Il venditore teme le tre piccole fornaci nascoste sotto il tavolo. Da lì sorgeranno  le figure sperate quando il pesatore  toccherà il centro del cesto.  Alla sua destra, un uomo contempla assorto colui che pesa: gioca con gli uccelli.  * Cina, battaglia Divisi dalle dolci colline due eserciti mascherati lanciano incessanti urla di guerra.  Un generale, nella tenda da campo, interpreta la furia ancestrale del popolo. L’altro fissa il corso del fiume vede la sua ombra in un altro corpo, irriconoscibile.  La musica cresce nel sangue precipita la marcia verso la morte. I due eserciti, come avvolti in una nuvola, si addormentano dimenticando quelle fugaci schermaglie.  I due generali sono ormai di pietra.  Più tardi, le ombre fuggite dai corpi diranno di corpi fuggiti lungo il fiume. Soltanto uno degli eserciti mantiene unita l’ombra al corpo il corpo alla natura fugace del fiume. L’altro è vinto dall’immenso deserto del sonno.  Il generale cede la sua spada con orgoglio.  * Ascendere La scala sull’albero e l’albero della casa si levano dal centro della bianca tovaglia che dorme. Lungo la scala c’è una formica a lei si appoggia il cervo  con il palco molato dalla luna. Una moltitudine ascende ma la scala è insensibile al peso dei piedi che inciampano e somma corde e gradini.  Dove pesa di più, equilibra le braccia, infine sale cancellando la scala.  La sua testa penetra nel tetto la mano percepisce, con occhi sigillati, la pelle setosa del pipistrello, il suo sguardo da ragazzo concreato con l’alba. Il pipistrello si muta negli occhi che cominciano a saltare sui pioli. Rinforza i vuoti ascendenti gli occhi contorti dal battito d’ali che annienta le fatiche del corpo. La scala si impenna come una lancia il cappello marcito in soffitta annuisce.  Lì, un tuono testimonia il braccio i gradini sono l’unica linea d’orizzonte.  José Lezama Lima L'articolo “Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio”. Nell’opera alchemica di José Lezama Lima proviene da Pangea.
February 17, 2026 / Pangea
“Noi siamo il prodotto del terrore”. Intorno alla poesia di Yang Lian
“Cerchi concentrici” è uno dei libri decisivi di Yang Lian, uno dei più duri. È stato scritto tra il 1994 e il 1997, pochi anni dopo l’esilio dalla Cina, in seguito ai fatti di Piazza Tienanmen, “quando la domanda fondamentale, per me, non era soltanto perché scrivere?, bensì come scrivere? In altre parole: dopo l’esilio era lecito, per me, continuare a sprofondare nella pura creatività poetica? Insomma, in quale modo la poesia scritta in esilio avrebbe saputo trasformare la tradizione lirica cinese?”.  In realtà, per Yang Lian non si poneva altra scelta che inabissarsi nel linguaggio – da tempo le sue opere erano ‘proibite’ in Cina, giudicate ‘esoteriche’, insignificanti ai fasti di partito; insieme ad altri poeti – il più noto dei quali è Bei Dao – i suoi versi erano dileggiati come menglong, ‘oscuri’. Sfollato negli Stati Uniti, Bei Dao ha finito per insegnare a Hong Kong; da tempo Yang Lang vive in Svizzera, dove è nato nel 1955 – pur cresciuto a Pechino –, in una famiglia di diplomatici: entrambi i poeti sono stati nominati più volte nel lotto dei papabili al Nobel – questioni, queste, in fondo irrilevanti. Quando parla della Cina, Yang Lian parla di “un dolore senza tempo: la ‘storia’ della Cina si riassume in un carattere quadrato, del tutto nero, che non cambia mai, nonostante il fluttuare dei tempi”.  “Cerchi concentrici” esce in origine nel 1999; nel 2005 Brian Holton e Anges Hung-Chong Chan approntano una traduzione – Concetric Circles – per Bloodaxe Books, a cui facciamo riferimento. Se nel titolo risuonano in noi echi danteschi, non siamo del tutto fuori pista: introducendo la versione inglese del suo libro (titolo: “Commosso ancora e ancora da un ancestrale tradimento”), Yang Lian fa quasi esclusivamente riferimento ai Cantos di Ezra Pound – e dunque, di rincalzo, a Dante –, quasi che quel testo – parole sue – “abbia ‘inventato’ l’antica poesia cinese per gli occidentali e reinventato la lingua cinese per i cinesi”. Stratega del paradosso, Yang Lian afferma che la traduzione in cinese dei Cantos è l’autentica realizzazione dell’estetica ‘poundiana’ (che postula L’ideogramma cinese come mezzo di poesia), a edificare una lingua statuaria e assoluta, monolitica eppure viva, vivente; odierna/eterna.  > “Credo che il vero scopo di Pound sia stato quello di superare i limiti del > tempo imposti dalle grammatiche inglesi. I suoi Cantos si ramificano nel > tempo: è abbracciando ogni cultura, dal passato al presente, da Oriente a > Occidente, che egli riesce a eliminare le differenze, toccando, di ciascuna, > il nucleo immutabile. In altre parole, è sbagliato considerare i Cantos alla > stregua di un poema epico; essi usano la poesia per cancellare il miraggio > della diacronia. Sono un universo autosufficiente, senza inizio né fine: > rovesciano radicalmente la tradizione epica europea”.  Secondo uno schema rigoroso – “l’intero libro è una formula geometrica: cinque capitoli collegati da un numero progressivo di ‘cerchi’, con tre sezioni in ogni capitolo; la loro struttura interna è al contempo asimmetrica e stabile” – Yang Lian tenta di operare come Pound: smuovere da dentro il ‘sistema’ della poesia cinese. Lo fa esasperando l’eredità oracolare cinese – I-Ching e Daodejing sono i libri-dolmen, come Odissea, Metamorfosi e Divina Commedia lo sono per Pound – per sovversione: maciullando lemmi, costruendo una stratificazione verbale che porta il lettore in un nessundove del tempo, in un nessunluogo del linguaggio. Che l’esito sia spiazzante, è voluto – non voluttà da retore, ma rigore.  Occorre pazienza per penetrare questi luoghi del linguaggio, questi laghi: del poeta va accettata la metamorfosi; Yang Lian ha voce di lucertola – il celestiale rettile addestrato dal sole – e voce di falco. Un tempo, ebbe fragore la sua poesia, in Italia: nel 2004 l’allora Libri Scheiwiller pubblicò Dove si ferma il mare(grazie a Claudia Pozzana; libro poi ripreso da Damocle nel 2016); più di recente, nel 2020, Jaca Book ha proposto Origine, dall’inglese, per merito di Tomaso Kemeny. Nel 2022 Aragno propone In simmetria con la morte (“morte nostro unico giardino” dice il poeta nella quarta lassa, capitolo primo di “Cerchi concentrici”). Piccole, pur belle, cose: attendiamo una sistemazione rigorosa di questo poeta così importante.  A proposito del titolo, Yang Lian ha spiegato che l’ispirazione gli è giunta dalla fotografia di un’amica. In una stanza completamente buia, l’artista aveva fissato una lampadina, il cui brillio scatenava, fermato dalla pellicola, “una serie di cerchi concentrici sul pavimento. L’effetto era particolare non solo perché la fotografia catturava qualcosa di invisibile a occhio nudo (un fantasma?), ma perché sembrava svelare una struttura nascosta nelle profondità del mondo, che conferiva all’oscurità una struttura, una prassi. L’oscurità prodotta da quei ‘cerchi concentrici’ andava ben aldilà del fatto fisico, estendendosi alle esperienze della mia vita: me stesso/altro; in Cina/fuori dalla Cina; contemporaneità/tradizione; vita reale/scrittura; esistenza/illusione; interiorità/esteriorità… e così via”.  L’opera dell’amica artista s’intitolava Ma gli angeli esistono davvero? In questo perimetro, hanno senso i pensieri che soggiacciono alla parola ispirazione, alla parola evocazione. Quand’è che un angelo si fa vampiro e una linea retta sversa in cerchio? “In fondo, non ho fatto altro che ritornare alla domanda che il poeta Qu Yan ci pone da duemila e cinquecento anni: la poesia è… cos’è?”. Quando la sveli, la incenerisci – di quella cenere ci pitturiamo il viso.  ** Da “Cerchi concentrici”. Capitolo primo I paura del freddo è la carcassa del freddo pallida vertigine delle rocce carcassa della cecità delle rocce autunno nelle orecchie       atrofizzati alberi recisi nel cuore del tronco poi vento          non più ira di rami ma ossa umane non più lo scalpo del frutto ma l’udito che marcisce non scrostate ali ma la raschiatura del coro ferreo di puro metallo  fuochi morti nella nerboruta nebbia       lasciano sentore di morte campi esangui       oscure visioni di solchi e odore di sterco noci congelate da rompere una ad una mentre il vino si indirizza ai bicchieri     come un oceano colorato e crudele ogni minuto le cattedrali si svuotano delle nostre paure impilate sottratte      fino a fare la somma detta distruzione * II c’è sempre: eco di ciò che corre in un corridoio buio ronzio nelle orecchie              al di là delle orecchie proprio lì, dove dalla pietra inizia il mare un suono                spezza l’accordo delle ossa d’albatro rincorre al contrario il corpo che prova dolore i nostri corpi che nascono ancora e ancora da un paio di organi rosa la realtà aumenta          sorgiva dai tunnel del vento migliaia di cactus si uniscono al comporre della notte le orbite vuote delle capre eccedono il nostro respiro il suono si dilegua         le orecchie si spezzano * III paura              tra valle e valle la talpa idatiforme al parto paura              tra oro e oro                                    rovina d’uomo splende l’organo         il sole guarda il fiume creato da un bimbo piscialetto  mezzogiorno              eterno silenzio cola da una nuvola                                                ciò che senti impasta la fiamma dei peli pubici tra un sonno e l’altro tra un giorno e l’altro                         stomaco che sversa la mezzanotte il silenzio                    spalanca scure partiture di granito temete la vostra intemerata paura    tra strade di montagna cave di uccello non temete di scartocciare il mattino siedi                non temere la sedia confida solo sulle bianche ossa che sbucano dalle dita                                                attento allo spettacolo le vecchie donne che piangano guizzano bagliori facce martellate di incisioni               più le ascolti più ti somigliano sangue martellante nel temporale di cera                                    stanche ginocchia di vecchie donne avvicinati        danza              incalcolabili caviglie infiammate il coro              inginocchiato su una rosa di vetro permetti alle lingue brune di leccare la rugiada non avere paura della vergogna        fai del tuo meglio: riproduciti noi siamo il prodotto del terrore       e costruiamo le vette ai monti                                    fatti sentire dall’inudibile diventa            la tenerezza tra spettro e spettro tra le vostre chiacchiere brilla la neve in ogni stagione il corpo mostra lo zero assoluto del linguaggio                                                confermato da pallidi errori mortali tra avvizziti uteri blu               una distanza che non puoi controllare * IV poesia             impossibile non arrendersi all’universale le lingue battono sulla superficie del tamburo         impossibile che non tastino la verità questi involuti involontari che non vogliono congelarsi       fissi in una nevicata creata dalle candele letti dall’odore terrifico del pesce sotto sale cielo pornografico che vuole soltanto condannati e legge la mappa                    esaurita dalla lettura quelli crivellati da un cervello dorato ogni giorno                 spingono un muro morto verso i sordi il coltello che ci ha mutilati riversa battiti di cuore sul piatto impossibile     i vivi non sono parte delle foglie cadute dall’albero impossibile che la farfalla che pinneggia sul muro non sia un pavone tentenna         morte nostro unico giardino impossibile non espellere matrimoni escrementizi su prati domenicali  baci-tuono      ingollati all’infinito per creare pietre e bombardare gli occhi quando la parola è sparlata dall’indicibile    l’ultimo giorno è il reietto dei giorni                  finestra partoriente senza direzione impassibile                 esibisce il suo solo collasso * V autunno vibra come uno strumento musicale impazzito la gloriosa memoria di massa deforma corpi    mentre esaminati da un raggio di luce i corpi noi       siamo flutti di fango trafitti da un rosso fiero respiro solo quando il volto è un fato noi siamo polmoni          stretti da un nero enorme che ci sovrasta bestie ricoprono con cura il bianco-argento delle ossa crepe nella malattia mentre l’irraggiungibile         è questo rancido fiato da accecati      che preme sull’oceanico fermacarte             scritto segugi abbaiano feroci           guidano l’adesso in un dire senza parole               così permane l’adesso la montagna immagazzina musica che dura una vita organo a canne con denti falsi per mentire carne senza ormeggio            arpeggio bianco gelido si dilegua indicibile         semina insetti morti come grano scintillante  sottrazione      grammatica che organizza un esercito solitario usando i nostri occhi              per organizzare il dolore defraudato del sole spacca una bacca finché il suo pus non diventa lentamente viola testicoli pendono nel nulla                cancellano l’adesso dal reale Yang Lian L'articolo “Noi siamo il prodotto del terrore”. Intorno alla poesia di Yang Lian proviene da Pangea.
January 29, 2026 / Pangea
Le Dita Nella Presa - Shopping di inizio anno: saldi sulle risorse naturali
Il 2026 inizia con l'attacco al Venezuela, chiaramente motivato dal petrolio. Cosa si può dire di Taiwan? Quanto incide la produzione di chip sull'isola sugli equilibri geopolitici? Partiamo da lì, passiamo dai costi della RAM, e proviamo a fare qualche ragionamento sul tanto temuto (o auspicato?) scoppio della bolla dell'intelligenza artificiale. Notiziole: * In Uzbekistan, un leak nel sistema di sorveglianza delle automobili ne mostra il funzionamento e la pervasività * TikTok diventerà a guida Oracle, e le personalità più in vista sono decisamente schierate con il sionismo * L'Europa si accorge di essere alla mercé delle norme statunitensi (in particolare il Cloud Act) sull'accesso ai dati. Sarà la volta buona per sviluppare soluzioni alternative a quelle fornite dalle Big Tech statunitensi? * L'antitrust italiana sanziona Apple per delle regole sull'App Store riguardanti la privacy; e ordina a Meta di ammettere anche chatbot concorrenti su WhatsApp
January 6, 2026 / Pillole di Graffio
“Le Big Tech sono una minaccia per la democrazia”: intervista al prof. Juan De Martin
“Negli ultimi 30 anni i governanti europei hanno rinunciato a controllare le reti chiave per la gestione delle informazioni. Le hanno lasciate in mano ai giganti digitali Usa. Così l’Europa ha perso la sua indipendenza” Intervista a tutto campo di TPI a Juan Carlo De Martin, professore di ingegneria informatica al Politecnico di Torino, autore di "Contro lo Smartphone". Nella conversazione De Martin si esprime non solo sulla computerizzazione del mondo e sul pericolo proveniente dalle Big Tech USA, ma anche sul ruolo che potrebbe avere l'Europa se solo abbandonasse la corsa al riarmo e investisse in ricerca, sviluppo e istruzione. In sostanza: sta agli europei riconoscere che la fase della colonizzazione è finita ed è giunto il momento di riconoscere apertamente che si è chiusa una fase storica e puntare su rapporti il più possibile pacifici e collaborativi con il resto del mondo Leggi l'intervista completa
December 23, 2025 / Pillole di Graffio
“Non uccidere alcun essere vivente. Astenersi dal mentire”
Nato a Strasburgo nel luglio del 1856, Léon Wieger avrebbe dovuto percorrere la stessa carriera del padre, insigne professore di medicina all’università. I genitori lo avevano adornato di un paio di altri nomi – Georges e Frédéric –; il ragazzo, per devozione, si iscrisse a medicina. Resistette per un biennio: folgorato da Cristo, entrò come novizio nei ranghi della Compagnia di Gesù a ventiquattro anni. Compì l’addestramento a Drongen – Tronchiennes in francese –, nelle Fiandre, presso l’antica abbazia benedettina passata da poco, dopo alterni disastri, ai Gesuiti. Ordinato sacerdote nel 1887, Wieger volle impiantare il suo estro ‘scientifico’ nel cuore dell’ordine; ad ogni modo, preferiva avventarsi: quello stesso anno, partì per la Cina, presso la diocesi di Xianxian, nella provincia di Hebei, non lontano da Pechino. Non fece più ritorno in Europa. La diocesi era stata eretta da papa Pio IX una trentina di anni prima, affidandola ai missionari gesuiti. Lì Léon Wieger espresse il suo genio: imparò il cinese, andò a caccia di testi perduti, tradusse in francese i libri della tradizione taoista e buddista. Morì, dopo una vita di studi più che di apostolato, nel marzo del 1933, in Cina.  “I suoi lavori, destinati ai missionarî, sono guide talvolta indispensabili, per gli studiosi europei, per lo studio della scrittura, della lingua, della storia, delle credenze religiose e delle opinioni filosofiche della Cina”. Così scriveva Giovanni Vacca (1872-1953), che con Wieger condivideva la passione per la scienza – era stato assistente di Giuseppe Peano – e per la sinologia – occupò la cattedra di Storia dell’Asia a Firenze poi a Roma. A Wieger dobbiamo studi su Les pères du système taoïste (Laozi, Liezi, Zhuangzi), stampato nel 1913, e sul Folklore chinois moderne (1909); compilò uno studio sulla Histoire politique de la Chine (1929). A dire – come diceva Ezra Pound – della necessità di studiare la Cina; a dimostrazione che l’uomo ‘occidentale’ – brutto & cattivo che sia –, nella sua essenza, più che piegare, comprende, più che piagare, studia. Non si tratta di ‘illuminati’, per altro: era il buon senso ‘pratico’ a fare di Léon Wieger un formidabile scopritore di testi perduti. I suoi libri vengono ancora ciclicamente ristampati in Francia.  Erano anni, tra l’altro, in cui tutto un mondo era attratto verso Est, verso quell’attraversamento, alla ricerca di una sapienza remota, definitiva. Penso alla traduzione dell’I-Ching a cura del missionario tedesco Richard Wilhelm (1929), agli studi sul Tao Te Ching di Arthur Waley (1934; ma la prima traduzione inglese è del 1868, del missionario scozzese John Chalmers), alle esplorazioni di Giuseppe Tucci in Tibet, negli anni Trenta, agli studi dell’orientalista statunitense Ernest Fenollosa (morto a Londra nel 1908) ereditati da Pound. Ma anche, ai ‘tentativi’ verso la Cina di Lev Tolstoj, studioso di buddismo e taoismo. Un intero mondo intellettuale, per oltre un secolo, si è mosso e ha studiato nell’estremo Oriente. La Chinoiserie si riversò nel pensiero occidentale, conferendogli ‘leggerezza’: Mario Novaro, il poeta ligure che si era specializzato sull’opera di Giordano Bruno, realizzò nel 1922, per Carabba, una folgorante traduzione di Zhuāngzǐ con Acque d’autunno.  In particolare, qui, m’importano i volumi che Wieger ha dedicato al Bouddhisme chinois (1910; 1913; poi pubblicati da Les Belles Lettres nella serie “Textes de la Chine”), cioè sulle “Vie cinesi del Budda”.  > “Il Buddhismo primitivo, quello professato dal Buddha, non fu un sistema > originale. Emerse, per reazione e per adattamento, da sistemi religiosi > precedenti. Il Buddha fu il primo a proporre la liberazione a ‘uomini e donne > dediti al bene’, a tutti gli uomini di buona volontà, fossero analfabeti, > diseredati o gente comune. Questo rese il Buddhismo tanto celebre. La > religione vedica, il Sạ̄mkhya, lo Yoga erano rivolti a una ristretta élite. La > folla si precipitò entro la porta spalancata della nuova legge. Pur incerto > nella dottrina, il Buddhismo fu accolto, il primo luogo, grazie all’influenza > del suo fondatore, un uomo nobile e buono, dal fascino singolare. Si diffuse, > poi, perché offriva ai declassati, agli emarginati, ai paria, tramite uno > stile di vita semplice e immediato, una speranza di salvezza. In mancanza di > meglio, il Buddhismo soddisfò per secoli molte anime elette, stanche dei vani > sofismi della filosofia del tempo e innumerevoli uomini, desiderosi di pace e > giustizia”. > > Léon Wieger, Bouddhisme chinois, tome I : Vinaya, Monachisme et Discipline. > Hinayana, Véhicule inférieur, 1910 In particolare, abbiamo qui tradotto due brevi testi che riguardano l’accoglienza di un adepto laico e di un novizio nella comunità monastica. Il rito pertiene a due scuole buddhiste in particolare: quella Sarvāstivāda e quella legata a Dharmagupta.  Al di là delle norme previste – comprensibili anche a un bimbo, da far risuonare, proprio oggi, sì, ora, da urlare, a credito di secoli che altrimenti non sono che sabbia e scolo, insieme alle parole del Nazareno redatte da Luca: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male… non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati” (6, 27-38) – è il linguaggio a persuadere. Parole che implicano una pratica, un patto – parole che esigono di essere esaudite. Cosa vuol dire? Che bisogna fare i conti con questi concetti: milizia, obbedienza, lotta. Parole che alimentano la guerra interiore, non quella esteriore, che implicano il perfezionamento personale – o quanto meno, l’equilibrio, la summa della propria inquieta quiete. Già: l’uomo, di per sé, si sa, è malvagio, è agito da un senso – più o meno violento – di sopraffazione. Questo scintillio d’ira, tuttavia, può volgersi al bene se condotto nei ranghi della pratica interiore. Le parole non domano l’uomo, lo rendono autenticamente indomabile – se ne svolgiamo il frutto. Come un seme, la parola deve spezzarsi – la parola va sguainata. Messa a pratica di scherma, senza schemi.   Eppure, prima di tutto, occorre votarsi. Invocare il voto. Non più vociferare ma: essere voce. Vocalizzare il voto. Governare il tempo e lo spazio (cioè: il corpo e la mente, io e mondo, mondo e immondo) per precisare il compito. Questo significa: parola vivente, parola sigillo, farsi ingaggiare dalla promessa.  Rileggo ancora – ancora – le parole di Scipione, il grande pittore & poeta: > “Bisogna cristallizzarsi, costringersi nel ritmo giusto… Vivo nel voto, più > leggero, sicuro, quasi sereno… Fare un voto in assenza è aspettare… Quando si > scioglierà il voto si scioglierà la mia commozione”. Era il marzo del 1932; raso al suolo dalla tubercolosi, Scipione morirà l’anno dopo, ad Arco, il paese di Giovanni Segantini. Enrico Falqui, raccogliendo i fogli di Scipione per Vallecchi, scrisse di “parole che echeggiano dentro di noi”, che “ce ne resta inibito ogni commento”.  È proprio questo, alienando confini geografici e cronologici: ambire all’inibizione, non più commentare ma incamminarsi, e far grano di questo echeggiante dire – fino all’annunciazione dei corvi: assai azzurri benché li si continui a dire neri.  *** Accoglienza di un adepto laico a vita I cinque precetti  [Testo tratto da un rituale di scuola Sarvāstivāda] Quando un laico si presenta in monastero chiedendo di fare la professione di fede e di abbracciare i Cinque precetti, viene prima indottrinato riguardo alla vita del Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. Gli viene poi insegnato a flettere le ginocchia, a congiungere le mani e a pentirsi di tutti gli eccessi commessi in pensieri parole azioni. Quindi, davanti al capitolo riunito, il maestro di cerimonia gli fa pronunciare la professione di fede: “Da questo giorno in poi, io, X., mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine”.  Il candidato ripete questa formula per tre volte. Quindi, dopo che il rito ha prodotto il suo effetto, continua: “Io, X., mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. Chiedo con gioia di abbracciare i Cinque precetti dei laici, secondo la dottrina di Buddha Sākyamuni. Lo dico perché tutti lo sappiano”.  Il candidato ripete questa formula per tre volte, finché il maestro di cerimonia non dice: “Ascolta attentamente! Questo capitolo di adepti del Virtuoso, il Buddha Sākyamuni, il Tathagata, colui che è venuto, ti annuncia, per mio tramite, i Cinque precetti che i seguaci sono tenuti a osservare per tutta la vita. Ecco i Cinque precetti: 1 Non uccidere alcun essere vivente. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso) 2 Non appropriarsi di nulla che non ti sia donato. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso) 3 Vietarsi ogni immoralità. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso) 4 Astenersi dal mentire. Questo comprende molte conseguenze. Sarai in grado di sopportarle? (Il candidato risponde: Posso) 5 Non bere liquori fermentati. Tutti i liquori rientrano in questo divieto, che siano estratti dal grano, dalla canna da zucchero o dall’uva, poco importa. Ciò che inebria è proibito. Riuscirai a osservare questo divieto? (Il candidato risponde: Posso) * Accoglienza di un novizio I Dieci precetti  [Testo tratto da un rituale di scuola Dharmagupta] Rivolgendosi al capitolo, il maestro di cerimonia presenta il candidato e dice: “Venerabile capitolo, vi chiedo di poter radere il capo alla persona che vi presento. Se il capitolo lo ritiene opportuno, che i capelli del candidato vengano tagliati”. Dopo aver rasato la testa al candidato, il maestro di cerimonia continua: “Venerabile capitolo, la persona che vi presento chiede di lasciare la sua casa e la sua famiglia e di unirsi al monaco scelto come padrino. Se il capitolo lo ritiene opportuno, conceda al candidato la possibilità di lasciare la sua famiglia”.  Dopo il consenso del capitolo, il maestro designato a istruire il novizio gli fa scoprire la spalla e il braccio destro, gli chiede di togliersi le scarpe, di piegare il ginocchio destro e di alzare le mani giunte. In questa posizione il candidato pronuncia questa formula per tre volte: “Mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. A imitazione del Buddha, lascio la mia famiglia. Riconosco X. Come mio maestro. Il Tathagata, Colui che è venuto, il Veritiero, e tutti gli Illuminati sono oggetto della mia venerazione”. Ritenendo che questa formula abbia prodotto il suo effetto, il postulante, ancora in ginocchio e con le mani giunte, dice per tre volte: “Mi affido al Buddha, alla sua Legge, al suo Ordine. A imitazione del Buddha, lascio la mia famiglia. X. Sarà mio maestro. Il Tathagata, Colui che è venuto, il Veritiero, e tutti gli Illuminati sono oggetto della mia venerazione”. Il maestro recita dunque al novizio, articolo per articolo, i Dieci precetti. 1 Non uccidere, mai. Questo è il primo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 2 Non rubare, mai. Questo è il secondo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 3 Non fornicare, mai. Questo è il terzo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 4 Non mentire, mai. Questo è il quarto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 5 Non bere vino, mai. Questo è il quinto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 6 Non adornarsi il capo di fiori, non ungere il corpo di profumi. Questo è il sesto precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 7 Non cantare né ballare, mai, come fanno attori e cortigiane. Non assistere mai a spettacoli simili, non ascoltare canzoni simili. Questo è il settimo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 8 Non sedersi mai su un seggio elevato, su un divano spazioso. Questo è l’ottavo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 9 Non mangiare mai oltre l’orario consentito, dall’alba al tramonto. Questo è il nono precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] 10 Non toccare oro o argento, mai, né gioielli preziosi. Questo è il decimo precetto. Ti senti abbastanza forte da osservarlo? [Il postulante risponde: Lo osserverò] Questi sono i Dieci precetti dei novizi che non dovrete violare fino alla morte corporale. Puoi osservarli? Li osserverò.  Così si conclude la regola: “Poiché ti sei sottomesso ai Dieci precetti, osservali con rispetto, non violarli mai. Onora il Buddha, la Legge il suo Ordine. Rispetta il tuo maestro e tutti coloro che ti daranno degli insegnamenti secondo la regola. Non mancare mai alla dovuta sottomissione. Rispetta i monaci, tutti, con tutto il cuore, sforzati di imparare da loro, per il tuo bene, a meditare, a recitare, a studiare. Ti aiuteranno a raggiungere la felicità, a evitare la via dell’espiazione (l’inferno, la vita famelica, la reincarnazione animale). Ti apriranno le porte del nirvana. Se pratichi le regole dei novizi poi quelle dei monaci, otterrai i quattro frutti del tuo stato, i quattro gradi della liberazione (il quarto dei quali, quello di arhan, assicura il nirvana dopo la morte)”.  L'articolo “Non uccidere alcun essere vivente. Astenersi dal mentire” proviene da Pangea.
September 20, 2025 / Pangea
La Cina compra MediaWorld e Unieuro: test del golden power per il governo Meloni
Il colosso cinese dell’e-commerce JD.com ha annunciato l’acquisizione del gruppo tedesco Ceconomy, la holding tedesca che controlla MediaMarkt e Saturn. L’operazione regala al dragone rosso l’accesso a due marchi simbolo del retail tecnologico tedesco e italiano: MediaWorld e Unieuro. Con il controllo di Ceconomy, JD.com ottiene, infatti, un accesso indiretto anche a Unieuro, in quanto, la holding tedesca detiene il 23,4 % della francese Fnac Darty, che nel 2024 ha acquistato la catena italiana. Si tratta di un affare da 2,2 miliardi di euro, con un’offerta pubblica d’acquisto al prezzo di 4,60 euro per azione. Una mossa studiata nei minimi dettagli: JD.com acquisisce così una rete distributiva imponente con 48.000 dipendenti, oltre 22 miliardi di euro di fatturato (dati 2023/2024) e una presenza in 11 Paesi. In Italia, dove MediaWorld è il secondo mercato per volumi dopo la Germania, la rete conta 144 negozi e 5.000 lavoratori. Il completamento dell’operazione è previsto per la prima metà del 2026, dopo il monitoraggio e il via libera delle autorità antitrust europee. La mossa non è solo economica, ma geopolitica e in Italia dovrebbe accendere più di un campanello d’allarme. JD.com – terzo player cinese dell’e-commerce dopo Alibaba e Pinduoduo – non è nuovo ai colpi di scena. Già attivo in Francia, Regno Unito e Paesi Bassi con la sua piattaforma Ochama, ora entra dalla porta principale nel Vecchio Continente con l’acquisizione di Ceconomy. Fondata nel 1998 da Richard Liu con il nome 360Buy, JD.com è diventata negli anni una delle realtà più avanzate dell’e-commerce globale, distinguendosi per una strategia radicalmente diversa dai competitor cinesi come Alibaba e Temu. Mentre questi ultimi si affidano a modelli marketplace aperti a venditori terzi, JD.com controlla direttamente l’intera filiera, dalla logistica alla consegna, fino alla piattaforma tecnologica. In Cina può contare su oltre 820 magazzini, più di 37.600 veicoli per le consegne e una forza lavoro logistica di oltre 323 mila persone. leggi l'articolo
August 4, 2025 / Pillole di Graffio
Chi controlla le terre rare controlla il mondo
Quando a fine anni ’80 Deng Xiaoping affermò che “il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina le terre rare”, in pochi diedero il giusto peso alla dichiarazione dell’allora leader della Repubblica Popolare cinese. Come invece sempre più spesso accade, il Dragone asiatico dimostrò di avere la capacità di immaginare e mettere in atto strategie di lungo termine: le terre rare, infatti, rappresentano oggi uno dei maggiori motivi di frizione geopolitica nel mondo, a causa dell’elevata richiesta e del loro complesso approvvigionamento, di cui la Cina detiene il monopolio. Praticamente nessun settore industriale ad alta tecnologia può farne a meno, da quello militare – per missili guidati, droni, radar e sottomarini – a quello medico, in cui sono impiegate per risonanze magnetiche, laser chirurgici, protesi intelligenti e molto altro ancora. Non fa eccezione il settore tecnologico e in particolare quello legato allo sviluppo e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Come spiega Marta Abbà, fisica e giornalista esperta di temi ambientali, le terre rare possiedono qualità magnetiche uniche e sono eccellenti nel condurre elettricità e resistere al calore, e anche per questo risultano essenziali per la fabbricazione di semiconduttori, che forniscono la potenza computazionale che alimenta l’AI, per le unità di elaborazione grafica (GPU), per i circuiti integrati specifici per applicazioni (ASIC) e per i dispositivi logici programmabili (FPGA, un particolare tipo di chip che può essere programmato dopo la produzione per svolgere funzioni diverse). Sono inoltre cruciali per la produzione di energia sostenibile: disprosio, neodimio, praseodimio e terbio, per esempio, sono essenziali per la produzione dei magneti utilizzati nelle turbine eoliche. Senza terre rare, quindi, si bloccherebbe non solo lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma anche quella transizione energetica che, almeno in teoria, dovrebbe accompagnarne la diffusione rendendola più sostenibile. Insomma, tutte le grandi potenze vogliono le terre rare e tutte ne hanno bisogno, ma pochi le posseggono. Leggi l'approfondito articolo di Del Monte
July 10, 2025 / Pillole di Graffio