Nelle lista delle ‘abbandonate’, in una delle pagine più folgoranti del “Malte”,
Rilke incorpora donne leggendarie, velate dall’enigma – la trovatrice/trobairitz
Clara d’Anduza, Louise Labé, la “monaca portoghese” –, superbe animatrici dei
salotti francesi del Settecento – Julie de Lespinasse e Charlotte Aïssé, donne
d’ineguagliata intelligenza, autrici di epistolari al contempo licenziosi e di
illecita bellezza –, abissali figure storiche (Eloisa, Marie-Anne de Clermont).
Tra le “amanti, le cui lamentazioni ci sono giunte” spiccano le poetesse: dalla
contessa di Die a Marceline Desbordes-Valmore; la più nota è Gaspara Stampa, la
grande poetessa veneta del Cinquecento, che fa sfoggio di sé, nell’immaginario
rilkiano, sul trono della prima delle Elegie duinesi:
> “Hai pensato abbastanza la Gaspara Stampa…
> […] Non è tempo che noi
> amando ci liberiamo dell’amato e tremando
> perduriamo: come la freccia perdura nella corda
> per essere, concentrata nel lancio,
> più di se stessa? Perché restare non ha dove”.
>
> (La traduzione è di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)
Tutte queste figure sono tutelate dal mito di Byblis/Biblide, la ragazza che
s’invaghì del fratello, Kaunos/Cauno, inseguendolo “fino in Licia: l’impeto del
suo cuore la cacciò per terre e terre sulla traccia di lui, e infine fu esausta;
ma la mobilità del suo essere era così forte che ella, caduta, riapparve di là
dalla morte come sorgente, rapida, come rapida sorgente”.
È proprio questo paradosso ad affascinare Rilke: l’abbandono non si risolve in
bulimia dell’io, esplode – il dolore non si compiace di sé, consumando
l’addolorata, ma, per sovrabbondanza d’impeto, si fa nutrimento per altri, acqua
sorgiva, che disseta. L’abbandono serba un’iniziazione, sembra un inizio verso
un amore più grande. O meglio, come scrive Rilke:
> “La loro lamentazione è su di uno solo; ma la natura intera vi si intona
> all’unisono: è la lamentazione su un eterno. Si precipitano dietro al perduto,
> ma già dopo i primi passi lo superano, e innanzi a loro è solo Dio”.
>
> (La traduzione è di Furio Jesi)
L’abbandono, misteriosamente – e lo scrive Rilke, uno che ha molto abbandonato
–, è il viatico necessario per conoscere se stessi: cioè, per dissipare il sé in
fonte; per essere dissetati d’altro. L’abbondono coincide con uno scatto, con
qualcosa che si sprigiona: freccia o fonte. L’individuo esiste perché sfugge a
una presa.
Ma torniamo alla lista ideata dall’alter ego di Rilke, Malte Laurids Brigge. Tra
le ‘abbandonate’, la più negletta – l’abbandonata tra le abbandonate – è Élisa
Mercœur. Poetessa francese di un certo, fulmineo talento, la sua vicenda
racconta di un doppio abbandono: biografico e simbolico. A differenza delle
altre ‘abbandonate’, infatti, Élisa Mercœur è stata una vera abbandonata, è
stata una enfant exposé. Nata probabilmente a Saint-Sébastien-sur-Loire il 24
giugno del 1809, fu mollata dalla madre, tre giorni dopo il parto, sulla soglia
dell’orfanotrofio di Nantes, con un cartiglio allacciato al collo: “Élisa, non
registrata presso autorità civile. Il cielo e l’umana dolcezza veglieranno su di
lei. Forse un giorno i suoi genitori avranno la sorte di reclamarla”.
Presentata al commissariato di polizia, Élisa fu registrata il tre luglio con un
cognome fittizio, “Mercœur”, tratto dall’ufficiale in sede – il commissario
Benoist – da una struttura militare presente in città, “Le Fossés-Mercœur”,
costruita nel XVI secolo dall’allora governatore, il duca di Mercœur.
La madre, Adélaïde Aumand, ricamatrice, borghese – il padre era un medico –,
d’estatico intelletto, reclamò, come prometteva, la figlia, il 21 aprile del
1811. Del padre – probabilmente l’avvocato Jules-François Barré, nato in Vandea,
morto nel 1826 – si sa poco, se non che pagava qualcosa per il mantenimento
della non riconosciuta figlia. È come se la vita di Élisa fosse costellata da
abbandoni, da vuoti: il suo è un corpo pieno di case disabitate. La madre, per
senso di colpa e venefica ambizione, tentò di abitarle tutte, quelle case, di
arredarle a suo piacere. È lei, nel 1843, a curare, in tre tomi, le Œuvres
complètes d’Élisa Mercœur de Nantes, con una presenza eccessiva, elefantiaca,
ingombrante, con prestanza esegetica che sa di malaugurio: all’imbarazzante
dedica À l’Écho fa seguito l’inutile Introduction (per capirci: “Ah! Se dal
profondo della sua tomba Élisa potesse farti sentire la sua voce, lettore, ti
direbbe: Abbi pietà della mia così infelice madre; l’ho lasciata senza figli,
senza alcun ristoro sulla terra…”) e le agiografiche, oceaniche,
sibilline Mémoires sur la vie d’Élisa, in cui la madre, tramite labirintiche
omissioni (così l’attacco: “Élisa Mercœur nacque a Nantes il 24 giugno 1809.
Aveva solo ventuno mesi quando rimasi sola ad allevarla: da allora, ogni mio
affetto si concentrò su mia figlia, lei fu il mio solo orizzonte, non vedevo
altro che Élisa, soltanto Élisa, sempre Élisa”), evita di raccontare il solo
fatto totale: l’abbandono della figlia, l’orfanotrofio, quei “ventuno mesi” di
apnea dal mondo.
Materia aurea per i chiosatori della psiche: la madre che si riprende la figlia
per divorarla, fino all’osso. La madre che curando le opere della figlia –
dacché è lei la sola legittima erede, la madre-pitone che presiede il tesoro
della memoria; la sola che può autenticare l’opera della figlia, ‘sangue del suo
sangue’, con artiglio di Sfinge – vuole sostituirsi ad essa. Eppure, per tutta
la sua breve esistenza, Élisa si firmerà sempre “Mercœur”, il cognome fittizio
affibbiatole da un commissario della polizia di Nantes.
Ad ogni modo, Élisa Mercœur fu un piccolo genio. L’enfant exposé, a
risarcimento, non poté che essere enfant prodige: un miracolo vivente. Sempre di
una ‘esposta’, di un’esposizione si tratta: la vita di Élisa è sempre su un
palco, alla mercé di altri, necessariamente disadatti ad adorarla. Lei è
sempre la sola, l’unica: la madre non farà che rifare ciò che ha sempre fatto,
esporla, abbandonarla.
A sei anni sapeva ricamare, Élisa, a otto ideò la prima tragedia, a dodici dava
lezioni private di storia, geografia, inglese e francese. Conosceva il greco,
recitava a memoria Virgilio. A sedici anni cominciò a pubblicare sulle riviste
locali, era già una celebrità. Un editore di Nantes, Mellinet-Malassis, fu
attratto dal ‘fenomeno’: organizzò una raccolta di fondi per stampare un libro
della ragazza. Il successo sorrise, per un attimo, al genio di Élisa: il
tipografo accumulò tremila franchi, la pubblicazione fu dedicata dalla giovane
poetessa a Chateaubriand, “Io, debole bimba, ho bisogno di chi vegli sulla mia
culla – l’aquila, con la sua ombra, può dare protezione al timido
passerotto”. Il grande scrittore rispose di essere davvero un’aquila – dunque,
di non poter proteggere nessuno.
Il talento lirico di Élisa era, al contempo, ingenuo e febbrile, esondante; nel
frontespizio del libro il suo ritratto simboleggia una giovinezza terribile, una
bellezza sigillata da sifilitica inquietudine. Sapeva scrivere di tutto:
dall’elegia alla poesia ‘da camera’, dall’ode al sonetto; alternava struggenti
versi d’amore a stanze a tema mitico – secondo la moda ‘scozzese’ inaugurata
dall’Ossian di James Macpherson – e storico (scrisse di Annibale e di Napoleone,
tra gli altri). Amava le sfide, sapeva scrivere versi ‘a soggetto’, d’occasione,
durante le feste, per stupire gli astanti; la prima quartina di una poesia
dedicata al Tasso dice molto di lei:
> “Vittima sopraffatta dalla gloria e dalla sfortuna
> crollò sotto il peso del genio e dell’amore;
> memoria sigillata dal soffrire:
> una tempesta infuriava nel suo cuore”.
A Parigi, la si vedeva al braccio di Lamartine, Musset e Victor Hugo; scrisse i
versi maggiori un paio di secoli fa, tra il 1826 e il 1829; non aveva neanche
vent’anni. Con la “Rivoluzione di luglio” del 1830 perse la pensione statale che
le era stata conferita per sovrappiù di genio; fu costretta a scrivere per
vivere. L’aiuto di qualche amico non lenì il crisma di un carattere pronto
all’esasperazione, ossessionato da desiderio di rivalsa. Infine, Élisa concentrò
tutto il suo avvenire in una tragedia, Boabdil, che sarebbe dovuta andare in
scena alla “Comédie-Française”. La tragedia, dedicata a Madame Récamier – la
salottiera eternata da Jacques-Louis David, idolatrata da Canova –, racconta le
torbide vicende che gravitano intorno al “regno di Granada, ancora nelle mani
dei Mori”; la firmava “Mademoiselle Élisa Mercœur, di anni venti”. La
commissione della “Comédie-Française”, riunitasi nel marzo del 1831, decretò che
il testo era scritto con sapienza, ma che non avrebbe attratto il pubblico
parigino: Boabdil non calcò le assi di alcun teatro.
Élisa fu schiacciata dall’ennesimo abbandono – si ammalò, mollò la capitale.
Dissero di una malattia ai polmoni – la ragazza tentò il suicidio, naturalmente
con insuccesso. Morì il 7 gennaio del 1835, a venticinque anni, la seppellirono
al “Père-Lachaise”, tra retorici tributi di ammirazione. Negli anni, diventò
l’emblema dell’artista amato-e-abbandonato, del ‘caso’, del ‘mostro’ che per un
po’ incuriosisce le alte sfere della cultura di regime, per poi, senza ragione,
essere dimenticato. Sorgere sorgente dall’abbandono – l’ultima onta comminata ad
Élisa: l’oblio. In fondo, la poesia è un modo per dirsi orfani, per rifarsi
orfani – e giganteggiare in quella solitudine.
***
Dormi, amico
Dormi, amico, possano
i più felici sogni cullarti:
al risveglio la menzogna
non sarà più menzogna.
Se i figli della Notte
indossando la mia figura
e ti dicono “amare non è
un errore”, sotto il fogliame
delle lenzuola, accarezza
la cara illusione del bene
scaccia la paura dal cuore;
dormi in pace amico
veglia chi ti è al fianco.
L’uccello impenna canti
d’amore, la sua compagna
è giovane e lo ascolta.
Oh, amico, saremo felici!
Ma ora una nube scatta:
credo che tra poco pioverà.
Tutto minaccia tempesta:
amico mio, svegliati!
*
La foglia appassita
Perché cadi, foglia gialla, appassita?
Amavo guardarti in questa triste valle.
Una primavera e un’estate sono stati
tutta la tua vita: ora giaci sull’erba pallida.
Povera foglia! È passato il tempo in cui
verdeggiavi sul ramo ormai spoglio.
Eri così bella a maggio! Il gelo ti ha
lasciata in pena per qualche istante…
Inverno, stagione nottambula, corri
e scolori i rifugi delle creature celesti;
il vento della sera ti abbraccia ancora
piccola foglia, ma i suoi baci sono un addio.
*
Il canto del bardo di Scozia
Muore l’eroe sotto le carcasse del tempo
ma il Bardo, con il suo canto, lo strappa
dalla tomba. Il torrente è per sempre lì
la neve imbianca ancora l’erica
e dalla roccia scende lentamente
uno spettro, vaga nella valle solitaria.
Mezzanotte: il vento fa tremare i rami
della vecchia quercia. Silenzio: l’ombra
dell’eroe squarcia le nubi. I bardi
cantano le gesta degli antichi tempi
sotto le loro dita, fremono le arpe.
Si intonavano ai loro accordi
le lugubri voci degli spiriti:
chi si è perduto nel canto?
Da tempo non suona l’arpa:
chi ci offrirà le voci perdute?
Negli antichi giorni i canti
raddoppiavano l’ardore degli eroi:
scendevano nella tomba carichi
di gloria, pieni del loro nome immortale.
Ma ora sono solo creature in esilio:
i loro corpi non imprigionano
più spiriti tumefatti di luce:
non sono che aria rarefatta
e fiato sottile, cosa misera
che il vento della morte ha vinto.
L’abete nero soccombe all’inverno
le guide dei guerrieri sono morti
e sotto il muschio giace un deserto.
Quando tornate dalle selvagge colline
cacciatori, non calpestate l’umida erba:
a volte, tra la nebbia e la rugiada
l’ombra di chi qui ha combattuto
aleggia, accende di vita le valli.
*
Il voto
I
Non ausculti più la fiamma
che divora il mio cuore in frantumi:
mi hai lacerato l’anima:
di un’altra t’importa la felicità!
Che lei, fatata, non sappia
il dolore che prova chi viene tradito:
senza amore si muore…
e tu la ami più di me!
II
No, non cedo alla vendetta
non desidero, pur trafitta,
che tu sia vile e volubile con lei.
La tua assenza mi strazia
ma la mia anima, spaccata
dal rimpianto, fa un voto per te…
senza amore si muore:
amala più di me!
III
Se soccomberò al dolore
sarà soltanto tua la colpa.
Il tuo tradimento mi ha scavato
la fossa, ma non voglio odiarti:
chiusa in bara tomba, chi sei
per me? Ti dimenticherò –
muore il non amato
e tu ama, amala più di me!
*
L’addio alla vita
Effimera vita, assassino sogno!
Via da me ogni azzardo:
ora è l’ora in cui la pupilla
esaurita ogni luce, non
imprigionerà più altri sguardi.
Ora è l’ora del delirare
che ammutolisce il cuore
della bocca trabocchetto
del petto che si scuote per
le vane figure del passato.
L’ora in cui il diadema
crolla dalla fronte dei re;
l’ora suprema della vendetta
in cui lo schiavo, finalmente
libero, si libra dalle catene.
Ora in cui la morte ci afferra
e raggela ogni desiderio:
dal fiore precipitano i petali
e l’anima, imbambolata,
ritorna senza memoria.
Che senso ha piangere
per i propri sogni quando
la morte solleva ogni peso
e lascia finalmente respirare
il cuore?
*
L’amore
Menzogna che ride e trafigge
sonno fatale della ragione:
l’amore non è che un sogno
di cui la vecchiaia è il risveglio.
*
Canto polacco
[“Elisa ha appuntato questa canzone poco prima di morire. La terza strofa è
incompiuta”]
I
Presso le impetuose acque del Dnestr
nei campi consacrati dalla morte di Zolkiewski
avanza con coraggio un cavaliere: è triste
il cuore palpita sotto la nera armatura
ma la mano non regge arma, accarezza il bianco
destriero che muove le fauci come una tigre.
II
È il mese dei fiori e l’aria è pura, piantumata
di gemme, ma a lui non importa della neve né delle rose!
Sogna gli occhi azzurri che gli hanno perforato
il petto come un amuleto, quell’unico fuoco
cerca tra gli specchi che decorano la sua anima
la dolcezza di quegli antichi sguardi d’amore.
Élisa Mercœur
*In copertina: Élisa Mercœur secondo Auguste Belin
L'articolo “Divora il mio cuore in frantumi”. Storia di Élisa Mercœur, la
poetessa abbandonata proviene da Pangea.