> Invece della patria
> stringo le metamorfosi del mondo
>
> (Nelly Sachs)
Stamani il cielo tenta una virata, un’imprevista rivolta metamorfica: per pochi
minuti, al diffondersi della prima luce, l’incarnato lattiginoso degli ultimi
mesi si arrende a qualche screzio di colore. Una macchia color mimosa – quel
giallo soffuso di certe albe marine estive – dilaga nella culla tracciata
dall’incrocio dei rami di due querce. Sopra la chiazza, l’opalescente neutralità
dello spazio si tinge di un fragile azzurro, sul cui sfondo spiccano le cortecce
brune degli alberi, ricoperte di licheni verdognoli. Un conversare di tinte,
delicate e discrete, ma capaci di una folata di meraviglia in un’aria che, da
tempo indefinibile, è smorta, ostile. Gli inverni, a Ginevra, possono essere
privi di qualsiasi identità, vocati all’anonimato di una parabola stagionale che
si ripete senza concessioni al fortuito. Inevitabile indagare similitudini con
l’impallidire della propria identità per certi casi della vita.
Un tema, quello dell’identità, che interpella chiunque, e interpella me da
quando ho lasciato l’Italia. L’arma impugnata per far fronte all’esilio – che,
seppur elettivo, ha caratteri di feroce durezza, poiché spariglia le coordinate,
segnando ritmi di (dis)appartenenza – è la pratica ossessiva della lingua
materna, nonostante i miei giorni e le mie notti abbiano sonorità francofone,
con incursioni anglosassoni di tanto in tanto.
Il 28 ottobre 1964, Hannah Arendt, nel corso di una conversazione
televisiva[1] con Günter Gaus (diplomatico tedesco, e giornalista noto, in
particolare, per le sue interviste politiche nella Germania del dopoguerra),
quando le viene chiesto cosa rimanga dopo la perdita della patria, indica, senza
esitazione, la lingua materna. Nonostante negli ultimi anni abbia scritto le sue
opere in inglese, Arendt afferma, più o meno testualmente, che in tedesco può
permettersi cose che in inglese non potrebbe mai permettersi. La frase mi pare
interessante: sprigiona ambiguità, sottende un ardire di cui ignoriamo
intenzioni e confini. Per quale ragione possiamo osare soltanto nella lingua
materna? La risposta, credo, è che tutto si gioca nella sfumatura, nella
minuzia, in quella vena del linguaggio che non sa di pulsare, eppure lo fa.
Perché per quanto si possa diventare pressoché bilingui, per quanto ci si possa
imbevere della cultura nel cui alveo una lingua a noi aliena nasce ed evolve,
per quanto si possa far proprio l’intero armamentario di espressioni
idiomatiche, il gergo giovanile e persino certi arcaismi utilizzati da
generazioni scomparse, per quanto si giunga addirittura a corrompere la fonetica
della propria lingua con un’inflessione straniera, tanto da stranire i propri
interlocutori al ritorno in patria, per osare occorre sempre far ritorno alla
lingua materna.
Osare, in ogni campo, è questione liminare, di soglia, di sfumatura, appunto. Si
osa quando si è predisposti allo sconfinamento, dunque al rischio e all’ardire
di sopportarne le conseguenze. Osare ha a che fare, molto banalmente, con una
libertà non concessa, ma conquistata. La sfumatura, nel linguaggio, permette il
disvelarsi di un’intimità altrimenti impossibile da condividere; e condividere
l’intimità, in qualunque modo lo si faccia, significa essere liberi di
possedersi e di lasciarsi possedere dall’altro.
Immaginiamo, ora, di essere privati, a un certo punto della vita, della
possibilità non dico di comunicare per contingenze di sopravvivenza, ma della
capacità di trascegliere le parole, di concepire fra esse alleanze inedite,
schermaglie audaci, oppure giochi ingenui, argentini, in ogni caso voluti, o
spontaneamente sgorgati dal nostro inconscio, allo scopo di schiuderci
all’altro, in una caleidoscopica pienezza di intenti e inconsce fioriture.
Immaginiamo cosa significhi perdere la libertà di esprimere la propria identità,
poiché in una lingua che non è nostra ci sfuggono le sfaccettature essenziali.
Sempre Hannah Arendt, in Noi rifugiati, scrive che il trauma dell’esilio
consiste nel fatto – tra gli altri – che “la nostra voce non è più ascoltata.”
E, quando la nostra voce non è più ascoltata, si spegne, disorientando, per
l’appunto, l’identità, relegandola in un interludio atemporale di offuscamento.
Eppure, l’agiografia letteraria annovera molti altri autori esuli, oltre alla
filosofa tedesca, che si sono appropriati con accanimento e genio della lingua
del paese di adozione, e, in quella lingua, ci hanno consegnato opere eccelse.
Forse perché, come afferma Sebald, “Per chi scrive la sventura dell’esilio può
essere superata solo attraverso il linguaggio”[2].
Sarà vero? Si può trovare in una lingua adottiva la propria patria e
sopravvivere così, in una terra che non ci appartiene per sigillo di nascita,
alla perdita di tutto, ma soprattutto di se stessi? Oppure siamo destinati a uno
smarrimento definitivo, al perpetuo pencolare fra silenzio, balbettii e maschere
– anche linguistiche – d’occasione, per sentirci, se non noi stessi, parte di
una comunità che ci ha accolti più o meno benevolmente?
Tento una riflessione, poiché una risposta, in via assoluta, ovviamente, non
esista, e lo faccio accostando tre scrittori che hanno vissuto l’esilio in
maniere e con esiti differenti, ma anche con qualche elemento in comune.
Nabokov & moglie (Vera Slonim) mentre giocano a scacchi, a Montreux
*
Comincio da Vladimir Nabokov, il quale, dopo aver lasciato la Russia e
peregrinato fra Londra e Berlino, approda, intorno al 1940, negli Stati
Uniti; prima di allora, pur dichiarandosi trilingue sin dall’infanzia[3], lascia
che sia lingua materna a primeggiare nel gesto della scrittura.
Prendiamo Mašen’ka, romanzo pubblicato in russo per la prima volta nel 1926;
Nabokov narra qui la storia dell’esule Ganin, dimidiato dalla perdita di una
patria amata ed empia – incarnata, appunto, dall’amata Mašen’ka – il quale è
convinto che un “Domani gli sarà restituita tutta la sua gioventù, la sua
Russia”. Anni dopo, nel 1970, lo scrittore deciderà di tradurre il romanzo in
inglese, intitolandolo Mary. Sì, perché dal momento in cui approda in America,
Nabokov comincia a licenziare le sue opere in lingua inglese, un inglese che gli
regalerà la gloria e che, come sappiamo, sfida un virtuosismo pressoché
irraggiungibile.
Ricordate Pale fire (Fuoco Pallido)? Se avete avuto la fortuna di leggerlo in
lingua originale, vi sarete accorti che questo libro di illusioni e inganni è un
affresco di minuziosi arabeschi, è ambrosia di verbi dall’allure seducente.
Provare per credere (in nota la traduzione in italiano):
> “My sublime neighbor’s face had something about it that might have appealed to
> the eye, had it been only leonine or only Iroquoian; but unfortunately, by
> combining the two it merely reminded one of a fleshy Hogarthian tippler of
> indeterminate sex. His misshapen body, that gray mop of abundant hair, the
> yellow nails of his pudgy fingers, the bags under his lusterless eyes, were
> only intelligible if regarded as the waste products eliminated from his
> intrinsic self by the same forces of perfection which purified and chiseled
> his verse. He was his own cancellation.”[4]
Insomma, la lingua adottiva è, per Nabokov, patrimonio acquisito sin
dall’infanzia, dunque agevolmente spendibile, e, in effetti, lo condurrà a
scrivere i suoi capolavori più celebri. L’America, inoltre, si rivela una
congeniale seconda patria per lo scrittore, il quale – in un’intervista
rilasciata nel 1962 alla BBC[5] – confessa che non intende più rientrare in
Russia, poiché incapace di cancellare dalla mente “l’ombra grottesca di uno
stato poliziesco”.
> “La Russia di cui ho bisogno – aggiunge – è sempre qui con me: la letteratura,
> la lingua, la mia infanzia […] In America sto meglio che in qualsiasi altro
> paese. È in America che ho trovato i miei lettori migliori, le menti più
> vicine alla mia. Dal punto di vista intellettuale, in America mi sento a casa
> mia. È una seconda patria nel vero senso della parola.”
Insomma, dopo quello londinese e quello berlinese, l’esilio americano assurge,
per Nabokov, a rifugio definitivo, che si tramuta senza troppi indugi in una
dimensione di vita appagante, di successo; ricordiamo che, proprio negli Stati
Uniti, lo scrittore ricopre ruoli di prestigio, come quello di professore di
letteratura russa alla Cornell University.
E la Russia? La Russia rimane la patria leggendaria del passato, un lucore
soffuso, remoto, uno spettro prostrato che sopravvive nella memoria, e, in
particolare, nelle reminiscenze dell’infanzia. È il paese della memoria, una
memoria che ha il volto bifronte della brama e del fiele, di un’esecrazione che
ha radici nel tradimento degli ideali prerivoluzionari.
Dai confini oltreoceano, Nabokov sembra non provare nostalgia verso la terra
natale, ma unicamente verso il suo passato. L’esilio, ancorché vissuto senza
afflizione – come invece fu per Arendt, ad esempio –, semina tracce di quella
nostalgia nelle opere, dove l’infanzia diventa memoria estetica e i personaggi
di certi romanzi appaiono sradicati, labili e malinconici, come le loro
identità.
Ricordate la storia di Pnin? Pnin è un professore di russo emigrato in America,
goffo e grottesco, che – contrariamente al suo inventore – soccombe alla
condizione di emarginazione linguistica e sociale, dopo aver tentato, in ogni
modo, l’adattamento a una nuova civiltà, in cui tutto pare ribellarglisi
contro. Nabokov tratteggia questo personaggio in maniera buffa, ironica, ma non
senza tradire un affetto che scaturisce, probabilmente, dalla condivisione di
certe esperienze e stati d’animo. Ma la vera nostalgia, per lo scrittore, quella
che, nonostante l’appagamento raggiunto in terra americana, fa di lui un esule
come qualsiasi altro, è quella verso la lingua materna; il che pare inverosimile
se consideriamo l’inglese trascendentale cui si è consacrato con deliziosa
acribia. Eppure, leggendo la citata intervista del 1962 alla BBC, scopriamo che
la perdita della lingua russa travolge e turba Vladimir più di quanto il suo
dichiarato trilinguismo riesca a dissimulare.
> “La mia tragedia privata, – afferma lo scrittore rispondendo a una domanda dei
> giornalisti britannici – che non può e non deve riguardare nessun altro, è che
> ho dovuto abbandonare la mia lingua naturale, il mio idioma naturale, la mia
> ricca, infinitamente ricca e docile lingua russa, per una marca di inglese di
> seconda qualità”.
Ecco, dunque, la confessione dell’inconfessabile, il dramma intimo e occulto di
uno scrittore ubiquitariamente venerato che è stato capace di appropriarsi di un
idioma adottivo nel più sofisticato dei modi, che ha affrontato l’esilio con la
mannaia dell’estetismo, ma che non è riuscito a evitare la lacerazione
conseguente alla perdita di una prerogativa essenziale della sua identità. Una
perdita che sanguina proprio nel perfezionismo parossistico, al di sotto del
quale brucia la percezione dell’irrecuperabile naturalezza consustanziale
soltanto alla lingua materna, un suggello ineliminabile, un patrimonio che
precede la nostra stessa nascita e non smette di perseguitarci oltre ogni
geografia immaginabile. Non è un caso che lo scrittore, dopo averli scritti in
inglese, traduca in russo certi suoi lavori (e viceversa), in un andirivieni
linguistico che sempre oscillerà fra caparbietà e smarrimento.
Nel 1961, Nabokov e la moglie Véra Slonim si trasferiscono a Montreux, cittadina
svizzera di lingua francese, pensando di trascorrervi alcuni mesi. Vi
resteranno, invece, sino alla morte dello scrittore, nel 1977, esiliati, questa
volta, fra il gioco degli scacchi e i lepidotteri, in una suite del Fairmont Le
Montreux Palace, da cui lo sguardo precipita in un lago che, fra sbocchi di luce
e increspature, invera la più gloriosa delle solitudini.
*
Parzialmente antitetico rispetto a quello di Nabokov è l’esilio
di Ágota Kristóf, emigrata nella Svizzera romanda per fuggire all’invasione
dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa, insieme al marito e alla figlioletta
di quattro mesi.
Al suo arrivo a Neuchâtel, cittadina abbarbicata attorno a un castello di
ascendenza medievale, da cui lo sguardo spicca, questa volta, verso un lago
turchese con ambizioni marine, Kristóf comincia a lavorare in una fabbrica di
orologi. I risvegli hanno il buio delle albe invernali, i turni sono estenuanti
e la scrittrice, che ancora scrittrice non è, ha una neonata da accudire ogni
sera. Ma, durante il lavoro, al ritmo cadenzato delle macchine – il solo stimolo
che mantiene desta la mente, altrimenti destinata al torpore della penuria di
pensieri – Ágota scandisce i suoi primi versi in ungherese. Riappropriarsi della
propria lingua, facendolo per giunta attraverso la poesia, è gesto di
sopravvivenza, significa rincasare dando vita a un immaginario che scaturisce
nelle retrovie dell’inconscio.
Ágota Kristóf (1935-2011)
L’appartamento dove Ágota vive con la famiglia è di certo più confortevole della
sua casa natale in Ungheria, nel fangoso paesino di Csikvand, un grumo di
abituri privi di acqua ed elettricità, attraversato da una sola strada e
attorniato da seminagioni di grano e mais. Eppure, l’acqua corrente, una stanza
in più, del carbone per scaldarsi e cibo a sufficienza non scagionano la cupezza
di giornate che, immediatamente, sentenziano la condanna dell’esule alla
solitudine, nella dilagante desolazione sociale e culturale della cittadina
svizzera. Ágota, peraltro, non può appagare il proprio ossessivo desiderio di
lettura, poiché ignora il francese, e rarissimi sono i libri che riesce a
procurarsi nella sua lingua materna.
Ma ascoltiamo le sue parole, tratte dall’accorata confessione che ci ha
consegnato nel breve scritto L’analfabeta (i cui passi di seguito ricalcati sono
stati tradotti dalla scrivente):
> “In principio, esisteva una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i
> colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano questa lingua. Non
> potevo immaginare che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano
> potesse pronunciare una parola che io non sapessi comprendere. […] È così che
> all’età di ventun’anni, al mio arrivo in Svizzera, e del tutto casualmente in
> una città dove si parla il francese, affronto una lingua a me completamente
> sconosciuta. È qui che ha inizio la mia lotta per conquistare questa lingua,
> una lotta lunga e accanita che durerà per il resto dei miei giorni. Parlo il
> francese da più di trent’anni, lo scrivo da più di vent’anni, ma ancora non lo
> conosco. Non sono in grado di parlare senza errori, e posso scrivere soltanto
> con l’aiuto di dizionari che consulto frequentemente. È questa la ragione per
> la quale definisco il francese una lingua nemica. Ma vi è un’ulteriore
> ragione, ed è la più grave: questa lingia sta ammazzando la mia lingua
> materna”[6].
Ágota prende l’autobus ogni mattina, incontra sempre lo stesso controllore, la
sua corpulenza è rassicurante, premurosa; eppure, si sente smarrita, tenta di
rendersi invisibile agli altri passeggeri, poiché il dialogo, in quella
cittadina quieta e terracquea, è pur sempre asperità, vetta inattingibile, e le
parole, talismano e infatuazione di un passato dissolto, sono ora una muraglia,
il pungolo di un sentimento di inadeguatezza che la tormenta. Non sono i russi a
spaventare la giovane Ágota, non teme il loro approdo in Svizzera, e non li
avrebbe temuti nemmeno se fosse rimasta in Ungheria (la scrittrice, infatti, non
perdonerà mai il primo marito di averle “imposto” la fuga). Il nemico, per
Kristóf, non ha un corpo, né una carne che può ferire, il nemico è,
paradossalmente, quella sicurezza anelata durante la fuga dall’Ungheria e
divenuta, in breve tempo, fio, apatia, ripetitività, solitudine, inettitudine
all’espressione di sé, ma soprattutto “impossibilità di tornare. Non solo in un
luogo, ma anche in una lingua, in un tempo, in una se stessa che non c’è
più”[7].
Ágota Kristóf, in definitiva, lincia l’esilio, lo bolla come una “malattia
incurabile”. Vive la perdita della lingua materna come un’amputazione che non
può essere risolta ricorrendo a una protesi, l’altra lingua, “la lingua
nemica”. Eppure, la mutilazione svolta in breve tempo in paradosso: con
implacabile tenacia, Ágota diventa scrittrice proprio quando comincia a scrivere
in francese, raggiunge il successo, ed è persino tradotta in altre lingue.
Tuttavia, a differenza di Nabokov, l’autrice ungherese non cerca rifugio
nell’estetismo parossistico, come dimostrazione della propria adeguatezza, non
tende a un perfezionismo che sa, in fondo, esserle precluso; Kristóf fa tana in
una lingua per lei nuova, e lo fa disseccandola, spingendola verso una
semplificazione radicale, epurandola, insomma, da ogni orpello che le
rammenterebbe lo scarto ineliminabile fra l’idioma appreso, seppur in maniera
ragguardevole, e l’idioma naturale che integra, ancor prima della nascita,
l’identità.
Lo strazio dell’esilio traluce, seppur in guisa allegorica, anche dalla sua
opera più celebre, Trilogia della città di K. Nel primo dei tre romanzi (Il
grande quaderno), la prosa di Kristóf – la cui andatura è stata paragonata da
Manganelli a una “marionetta omicida” – riflette la crudeltà che i due gemelli
protagonisti si auto-infliggono, in un esercizio del martirio come strategia di
sopravvivenza alla guerra, all’abbandono materno, alla miseria, alla solitudine,
alla morte, e agli abusi di una nonna-strega che pare sgusciata fuori da una
favola dei fratelli Grimm.
Qui, in questo primo volume della trilogia, già stride la ferita della
frontiera, balena l’idea di fuga per sottrarsi alla sopraffazione dell’esercito
straniero che occupa la città di K; quella ferita e quella fuga che Ágota ha
vissuto e che travasa letterariamente in luoghi indefiniti, innominati, da una
parte e dall’altra del confine; luoghi che sono, in realtà, emblema di una
scissione cui, nella storia, Claus e Lucas, i gemelli, tentano di rimediare
rendendosi inseparabili in un Noi che è anche la voce narrante del romanzo. Ma
la separazione, prima o dopo, accade, e nel secondo capitolo della trilogia (La
prova), la dualità infranta si traduce in una lancinante frattura identitaria
dei singoli, che – ne siamo convinti – è iconografia, ancora una volta, del
percorso esistenziale di Kristóf.
Nell’ultimo episodio della trilogia (La terza menzogna), la scrittrice spariglia
le carte, lasciando emergere addirittura il dubbio sull’esistenza dei due
gemelli; forse uno soltanto è il giovane adulto sopravvissuto a un’infanzia e a
una adolescenza dilaniate dalla ferocia della vita. Forse tutto è menzogna,
allucinazione; in ogni caso, la verità, nelle parole scabre e staffilanti di
Kristóf, si frantuma, alla stessa stregua della dualità gemellare, plausibile
simbolo di ogni identità in perenne smarrimento e ricostruzione, come quella
della stessa autrice.
Dopo tutto, la scelta, stoica e gloriosa, di scrivere nella “lingua nemica” non
ha risparmiato ad Ágota lo strazio della perdita di sé; una perdita così
destabilizzante che, verso la fine della vita, nel romanzo breve Ieri, giungerà
alla blasfemia del proprio Io, scrivendo “Non scrivo più”. Perché la scrittura,
che, per molto tempo, le era parsa il solo luogo d’accoglienza contro lo
spaesamento, le discriminazioni e l’indifferenza di una società “cimiteriale”,
in altre parole, la sola patria possibile, si rivela, in fin dei conti, una
crudele trafittura, l’ossessione che non cessa di alimentare il senso di
abbandono, nutrendo profonde e irrimediabili ulcerazioni.
Scrivere, oserà dire Kristòf, è come suicidarsi.
Ma non si darà la morte, lo sappiamo. Soccomberà, nel 2011, a una lunga
malattia, nella sua casa di Neuchâtel, attorniata dalle placide e ambiziose
acque di un lago che mai ha sentito suo.
*
Rainer Maria Rilke è un viandante, un pellegrino, come il monaco del
lucente Libro d’ore, opera mistica che segna la sua prima fase di maturità
poetica. Trascorre la vita in viaggio, con la frenesia di vivere ogni cosa,
possedendola nella sua oscura e più autentica essenza, in ogni sua appendice,
nell’estasi e nella disperazione.
Dopo aver lasciato la nativa Praga, il poeta, che ancora non sa d’esser tale, si
dedica allo studio delle materie più disparate, dalla Giurisprudenza alla
Filosofia, fino alla Storia dell’Arte; nel frattempo, attraversa un’Europa in
procinto di deflagrare nel primo conflitto mondiale, errando fra la Germania –
dove vive un primo breve periodo di convivenza con la consorte, la scultrice
Clara Westhoff, e la figlioletta Ruth, entrambe poi sacrificate sull’altare
dell’opera – la Francia e l’Italia.
Insieme a Lou Andreas von Salomé, donna ineffabile e apicale che egli amerà
senza tregua, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Rainer si
spinge a esplorare più volte la Russia, terra nutrice di spiriti millenari che
gli si manifesta subito come un destino, come la sola patria possibile, anche
se, in realtà, non lo diverrà mai. È la stessa Lou, nel suo amorevole ricordo
del poeta, a declinare le ragioni di questo sentimento di appartenenza alla
terra moscovita.
> “A determinare questo sentimento contribuisce un elemento concreto:
> l’estensione su due continenti del territorio russo, la quale toglie al
> concetto di patria quella limitatezza che trova il proprio presupposto nella
> separazione di un paese da un altro. Qui non si ha mai per così dire
> l’impressione di essere lontani dalla patria, e neppure dalla società umana,
> come se questa fosse già garanzia di una stretta parentela di sangue.”[8]
Attraverso l’esperienza in quell’avamposto estremo, dove il raccoglimento è il
companatico di giorni nevosi e di notti scandite dalle campane del Cremlino,
Rilke avverte l’identità perfetta fra preghiera e poesia, un apprendistato che
confluirà nel già menzionato Libro d’ore, e che sarà il primo passo verso
l’approdo a una patria ultraterrena in terra, id est l’opera poetica. Ma occorre
tempo prima che Rilke varchi quella soglia. Occorre una moltitudine d’altri
esili, non tutti enumerabili in questa sede.
Tornato dai viaggi moscoviti, nel 1902, Rainer si stabilisce, per circa un anno,
a Parigi. Ma la ville française si tramuta in un esilio insopportabile,
annichilente: meglio l’erranza senza sosta del fragore e dell’esagitazione
parigina. In effetti, è proprio nella città francese, crocevia internazionale
letterario, che Rilke, dopo un primo acuirsi dello sguardo creativo, grazie alla
molteplicità di esperienze vissute, comincia ad avvertire lo sfinimento di sé,
quell’angosciosa sensazione di dissanguamento, apatia ed estenuazione che lo
accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.
Eppure a Parigi, nonostante tutto, egli torna ricorsivamente, dopo numerosi,
rinnovati soggiorni in Italia, in Germania e dopo aver abitato, per qualche
tempo, persino in Scandinavia; ed è sempre nella ville française che il poeta
torna per lavorare accanto all’infaticabile Rodin, di cui sfiora l’opera
numinosa in una quotidianità che si fa presto burrasca, separando i loro cammini
(per poi, più tardi, riunirli); ed è ancora a Parigi che Rainer s’imbatte
nell’impetuoso genio di Cézanne, il quale – come afferma il poeta – lavora senza
gioia, in un perpetuo fluire di furore.
Il poeta cammina sul piccolo sentiero che costeggia Muzot, la reggia delle
Elegie
Da entrambi gli artisti, in ogni caso, Rilke apprende un ascetismo
rigorosissimo, e una solitudine che non è soltanto creativa, ma
ontologica. Negli anni parigini, il poeta assimila, da un lato, il vivificante
slancio verso il lavoro, ma, dall’altro, avverte, impellente, il desiderio di
alienazione da una mondanità che alimenta ed esacerba la solitudine urbana, che
è un tipo di solitudine infetta, del tutto inadatta alla creazione; la stessa
solitudine vissuta dal protagonista del suo unico romanzo (I quaderni di Malte
Laurids Brigge), poeta danese che sperimenta l’esilio in una Parigi spietata e
alienante, in cui si soffre e si muore, e in cui egli, arreso al giogo della
poesia, tenta in ogni modo di allenare lo sguardo all’Invisibile.
Nel 1911, dopo essere stato in Egitto, in Algeria e in Tunisia, Rilke torna in
Italia, questa volta a Duino, accettando l’invito della principessa Marie von
Thurn und Taxis a soggiornare nel suo castello incastonato su di una rupe
bianca. Qui il poeta si esilia fra la sua stanza e il sentiero di frutici che
costeggia le numerose falesie calcaree a precipizio sull’Adriatico; e sempre
qui, come sappiamo, scriverà il dirompente principio delle Elegie Duinesi, opera
che, più tardi, lo consacrerà nell’empireo dei poeti di lingua tedesca.
Ma è in un castello ancora più appartato, spartano (quello di Muzot), e in un
esilio ancora più claustrale – quello finale – che Rilke, dopo altre
peregrinazioni, giungerà a infrangere la maledizione della caducità, portando a
compimento le Elegie e contestualmente scrivendo, in un deliquio di qualche
settimana, I sonetti a Orfeo. Qui, in Svizzera, per qualche anno, poco prima di
morire, tradurrà Paul Valéry in tedesco e scriverà anche alcuni cicli di poesie
in un francese di raro nitore (ricordiamo, in particolare, le
raccolte Vergers e Quatrains Valeisans).
In ogni caso, quel tonfo finale in una poesia capace di sconfiggere persino la
morte pone fine all’erranza di Rilke, non soltanto perché il 29 dicembre 1926
morirà in una clinica nei pressi di Montreux per una leucemia fulminante, ma
perché egli avrà trovato finalmente tutto il mondo in sé, realizzando così
l’opera alla quale ha sacrificato la vita.
Rilke è stato un esule impenitente, perenne, forse fra i più radicali. È stato
esule in ogni terra che ha abitato, e lo è stato persino nell’amore, fra le
innumerevoli peregrinazioni sentimentali sempre interrotte per consacrarsi alla
poesia. Nessun luogo è stato patria, nessun amore, neppure quello per l’eterna
Lou, neppure quello per la figlia Ruth. Rilke non ha abitato nessuna dimora,
nessun castello, ne è stato semmai accolto. Rilke, coerentemente con una vita
all’insegna di un generalizzato e incessante parossismo, è riuscito a esiliarsi
persino da se stesso. Ma in ogni cosa e in ogni luogo del mondo egli ha trovato
quello che sempre è andato cercando: la poesia.
Anni prima, scrivendo il Libro d’ore, lo diceva così:
“Vivo la mia vita in cerchi che si allargano,
che passano sopra le cose.
L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento,
ma voglio protendermi, tentare.
Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio,
le giro attorno da migliaia d’anni:
e ancora non so: sono un falco, o una tempesta,
o un canto, forse – e grande”[9].
*
Abbiamo ricordato Rilke per ultimo, poiché, forse, a differenza degli altri, ha
incarnato con lucidità l’esilio, vivendolo non già come perdita, ma come
condizione stessa della letteratura, la quale si muove, per sua stessa essenza,
in una zona friabile, un luogo di non appartenenza. Lo scrittore, nel gesto
creativo, esilia sempre se stesso, in qualunque lingua decida di scrivere.
E la patria d’origine, come sabbia, scivola via, è uno spettro sfocato, che si
illumina forse soltanto nel ricordo. Ma l’appartenenza, per uno scrittore, che
si tratti di una lingua, di un lago, o di un luogo, è un’illusione. La parola è
il cristallo in cui si specchia ogni identità, poiché entrambe mutano insieme
davanti a ogni nuova pagina bianca.
In fin dei conti, la patria di uno scrittore è sempre e soltanto quella pagina
bianca.
Maura Baldini
*In copertina: Lycaeides melissa samuelis abbozzata da Vladimir Nabokov
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[1] L’intervista è reperibile nel volumetto intitolato La lingua materna – La
condizione umana e il pensiero plurale, a cura di Alessandro Dal Lago, Hannah
Arendt, Mimesis, Piccola Biblioteca (2019).
[2] W.G. Sebald, Tessiture di sogno, Adelphi, 2022.
[3] Nabokov conosceva, sin da bambino, oltre al russo, l’inglese e il francese.
[4] “Il viso del mio sublime vicino possedeva qualcosa che l’occhio
avrebbe potuto gradire, se fosse stato soltanto leonino o soltanto irochese; ma,
per sfortuna, la combinazione delle due cose ricordava semplicemente la faccia
di un grasso beone hogarthiano di sesso indefinito. Il corpo deforme, quel
ciuffo grigio e folto di capelli, le unghie gialle, le dita massicce e tozze, le
borse sotto gli occhi velati erano intelligibili solo considerandoli come i
materiali di scarto eliminati dal suo io intrinseco, ad opera di quelle medesime
tensioni perfezionistiche che purificavano e cesellavano i suoi versi. Egli era
l’obliterazione di se stesso”. Vladimir Nabokov, Fuoco Pallido, a cura di Anna
Raffetto, traduzioni di Franca Pece e Anna Raffetto, Adelphi, 2002.
[5] L’intervista è inclusa nel volume Intransigenze, Vladimir
Nabokov, Biblioteca Adelphi, Vol. 294, 2015.
[6] La versione in ligua francese è tratta da L’analphabète – Récit
autobiographique, Àgota Kristòf, Éditions Zoè, 2021, Genève.
[7] Da L’analphabète – Récit autobiographique, Ágota Kristóf, Éditions Zoè,
2021, Genève.
[8] Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke – Un incontro, a cura di Amelia
Valtolina, Edizioni SE, 2012, traduzione di Chiara Allegra.
[9] Rainer Maria Rilke, Libro d’ore, a cura di e tradotto da Lorenzo Gobbi,
Servitium, 2008.
L'articolo “Abbandonare la mia lingua”. Nabokov, Kristóf, Rilke: scritture
dall’esilio proviene da Pangea.
Tag - Rilke
Siamo nel 1957, in una giornata di fine estate nel villaggio di Fischerhude,
vicino a Brema. L’atelier della scultrice Clara Westhoff è in fase di
ristrutturazione. Sua figlia, Ruth Rilke, vi ha portato gli archivi del padre,
deceduto nel 1926, e ormai celebrato come un grande poeta del Novecento. Fuori,
in giardino, sulle rive del fiume Wümme, dove i martin pescatori nidificano
sotto i vecchi salici, Ruth è attraversata dai ricordi della sua infanzia e
della vita movimentata (e complicata) che ha condiviso con i genitori, artisti
d’eccezione.
Alles behalten für immer. Ruth Rilke (“Trattenere tutto per sempre. Ruth
Rilke”) è concepito come un romanzo basato sulle memorie del passato di Ruth e
include numerose citazioni originali tratte dalle lettere e dall’opera del
padre. A partire dal titolo del libro, che è il ventunesimo verso della Nona
Elegia duinese. L’autrice, Erika Schellenberger, docente all’università di
Marburgo, si concentra sulle fasi della vita personale di Ruth e sui fili che la
legano tanto al padre quanto alla madre.
Grazie a lunghe conversazioni con la figliastra di Ruth, Uta Addicks – figlia
del secondo marito, Willy Fritsche –, Schellenberger ha avuto accesso a
informazioni di prima mano e a materiali inediti dell’archivio familiare
raccolto da Ruth a Fischerhude, poi approfonditi con rigorose ricerche negli
archivi Rilke di Berna e di Marbach.
Commovente – e a tratti spiritoso –, questo libro offre quindi un intimo sguardo
sulla paternità di Rilke, sul suo legame con Clara e con la “piccola grande
Ruth”, che ha gelosamente custodito l’eredità di famiglia come un autentico
compito di vita. A tre anni dalla morte della madre, nell’estate del 1957, Ruth
cerca di organizzare lo sterminato materiale letterario e privato raccolto nel
Fondo Rilke conservato a Weimar fino alla fine della Seconda guerra mondiale,
poi spostato a Brema ed ora finalmente davanti a lei, “a casa”. Ci sono anche le
carte che lei e Willy hanno recuperato a Muzot.
In mezzo a questa montagna di carta, Ruth trova una lettera del padre a Lou
Salomé, con i suoi ricordi su “loro tre”. Rilke descriveva la figlia in abito da
contadina “come in un quadro di Millet”. Forse la proiettava già in un futuro di
vita rustica: Ruth aveva lavorato in campagna a 17 anni e Knut Hamsun era “la
sua Bibbia”. Più oltre la chiama “Contadinella” e dice che ama “la semplicità e
la durezza” della vita rurale. Non è del tutto vero, si trova a pensare la Ruth
cinquantaseienne: forse la durezza dei lavori agricoli, quella disciplina di
fatica, era stato un modo per sfuggire alla sfera artistica dei genitori…
La figlia ricorda il padre che osservava i contadini al lavoro. Poteva fissare
un’attività senza muoversi, intensamente, per ore, come aveva osservato Rodin
all’opera, a Parigi, fino a coprirsi di polveri di metallo, fino a sembrare lui
stesso una scultura. Mentre Rodin, instancabile, lavorava a fianco dei
tagliapietre, Rilke si chiedeva quale strumento fosse necessario alla sua arte,
lui che doveva lavorare con le parole… Il padre avrebbe, ora, nel 1957, 82 anni.
I pioppi sono ormai altissimi, passeggerebbe volentieri sotto gli alberi. Forse
gli darebbero fastidio i rumori della strada, il brusio dei lavori agricoli. A
Berg non sopportava il rumore della segheria poco distante. “La vita – le aveva
detto un giorno – non è una cosa per principianti”. Giusto, bisognava provarci.
Ma – riflette Ruth – molte cose si imparano: nei lavori agricoli bisogna
calibrare forza e ritmo, non stancarsi troppo presto. Ci vogliono equilibrio e
riposo. Questo pensiero le è di conforto, quando torna al suo compito
nell’archivio. Per ora le sembra una gran fienagione sparsa sul campo, e nemmeno
l’ultima, tra i sette volumi delle opere complete e chissà quanti altri
epistolari… al momento vi sono diecimila lettere da selezionare e “molto rumore
per Rilke”. Ruth è ricercata da germanisti e studiosi.
Mentre è in corso la ristrutturazione dello studio di Clara, si annuncia la
visita di un giornalista radiofonico che vuole intervistarla. La raggiunge con
un blocco per appunti e matita alla mano. Ha con sé l’edizione Insel delle
poesie di Rilke.
Ed eccola lì, con un cappello di paglia da uomo in testa, la “Figlia di tanto
padre” e di Clara Westhoff, anche lei artista di eccezionale valore. “Cosa
ricorda di sua madre? Come la descriverebbe?” le chiede il giornalista. E Ruth
risponde:
> “Alta, forte, senza alcuno sfoggio. Riservata: non ho mai conosciuto una
> persona tanto autosufficiente. Aveva la sua arte: era il suo mondo, quasi
> monacale, ma si immergeva volentieri nel fiume con noi bambini”.
Ruth appartiene profondamente all’universo materno. Forte è il legame con la
madre Clara, che presiede alla sua crescita con saggezza, consapevole del suo
ruolo materno e del suo posto nel mondo. Clara rappresenta per Ruth la
stabilità, la protezione, ma anche la libertà, “una ferma fortezza”, potremmo
dire, per citare Lutero (i Westhoff e la stessa Ruth erano protestanti).
Clara: una donna dal grande talento che aveva scelto una professione insolita
per quell’epoca, quando le donne potevano diventare pittrici ma non scultrici.
La scultura era considerata troppo faticosa per una donna. Ma Clara non si
arrese. Dopo aver frequentato la scuola d’arte di Monaco, andò a Worpswede da
Fritz Mackensen, poi si trasferì da Max Klinger a Lipsia e approdò a Parigi, nel
1899, dove frequentò l’Académie Julian ed ebbe l’opportunità di partecipare ai
corsi di anatomia. E lì incontrò Rodin, che la stimava e ammirava le sue opere.
Nell’estate del 1900 tornò a Worpswede e conobbe Rilke. Si sposarono il 28
aprile 1901. Dopodiché, si trasferirono a Westerwede, dove a dicembre nacque
Ruth. L’estate successiva, Rilke andò a Parigi e divenne il segretario privato
di Rodin. “Un grande inizio. Non lo dimenticheremo mai” scrisse Rainer a Clara
nel settembre 1902. “Vieni, ti manca solo uno studio”.
Clara e Rilke nel 1903; si erano sposati due anni prima
Lei lo raggiunse a fine anno, anche se la separazione era già stata decisa.
Lasciò la figlia con i nonni Westhoff e negli anni successivi lo accompagnò in
Italia e Svezia, a Parigi e Berlino. Quando Ruth compì undici anni, nel 1912,
per garantirle una buona educazione, si stabilì a Monaco, dove arrivò anche
Rilke. (Sempre nel 1912 Clara si decise a chiedere il divorzio. Rilke
acconsentì. Tuttavia, la separazione non fu mai formalizzata ufficialmente per
ragioni burocratiche e i loro rapporti rimasero sempre amichevoli e cordiali).
Ruth ripensa agli anni di Monaco, dal 1912 al 1917: quello fu l’unico momento in
cui “loro tre” sono (quasi) stati una vera famiglia, pur vivendo in case
separate. Suo padre andava ad aspettarla davanti alla scuola, un istituto per
fanciulle a Schwabing. Ricorda le loro passeggiate, lei che cercava di tenere il
ritmo del suo passo affrettato, la falcata agevolata dal bastone ereditato dal
nonno, quello corto (Ruth lo aveva poi ritrovato nel primo baule recapitatole da
Muzot dopo la morte del padre; l’altro bastone, quello più lungo, era rimasto
alla “torre”). A Monaco il padre la aiutava a fare in compiti per il giorno
dopo, in particolare quelli di matematica. Quando veniva a pranzo da loro, Ruth
gli preparava le verdure con la salsa bernese, estragone, scalogno, pepe
(l’alimentazione sana era una delle fissazioni del padre; la governante, a
Muzot, ne sapeva qualcosa…). Clara li raggiungeva dopo essersi ripulita le mani
da strati di creta. La presenza di Rilke, “l’ospite tanto atteso”, restava come
una luce nelle loro stanze, una luce che, anche dopo la sua dipartita e ancora
adesso, davanti all’infinità di carte a cui dare un ordine, continua ad
incoraggiarla…
Per i suoi 15 anni il padre aveva invitato a pranzo lei e le sue due amiche
predilette. Le aveva fatto trovare 15 rose di un rosso non acceso, libri di
Goethe e Matthias Claudius e una tazza di porcellana con un motivo di rose
dipinte. E poi… il libro più amato: Canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph
Rilke, una prima edizione, con la dedica:
> “Ciò che nella nostra stirpe era ardimento
> divenne per me paura: perché c’è ardimento anche nella paura.
> Infine esprime in te la vita la giusta misura:
> da paura e ardimento quieta sbocci.”
>
> A Ruth per i suoi 15 anni
> Monaco, 12 dicembre 1916
Ruth si sentiva proprio come una ragazza alfiere, di corsa, senza paura in
città; cantava forte nei boschi, ripetendosi quelle strofe: “cavalcare,
cavalcare tutto il giorno”. Prendersi la vita, prendere in mano le situazioni. I
genitori erano artisti, i soldi mancavano. Ruth cercava di rendersi utile:
sapeva, ad esempio, cucire a macchina, risparmiava il più possibile. D’altro
canto, le lasciavano molta libertà e le dimostravano fiducia. Forse avrebbe
desiderato un po’ più di responsabilità da parte loro, ma tutto era andato bene.
La sua vita fluiva come il corso di un fiume tranquillo, una vita assennata. Le
capitava di chiedersi se questo equilibrio non le venisse piuttosto
dall’infanzia in campagna, dalla nonna materna che l’aveva cresciuta, dal
giovane zio Helmuth, più giovane di Clara di 13 anni, pittore, con cui aveva
imparato a disegnare, una delle grandi gioie della sua vita. Forse anche i
lavori agricoli e i polli avevano contribuito…I genitori erano un po’
scapestrati. Una compagna di scuola le aveva detto un giorno “sei figlia di due
matti”. Si era un po’ offesa… ma poi aveva lasciato correre.
Ruth vuole che tutto, a Fischerhude, rimanga intatto. La ristrutturazione non
deve apportare cambiamenti: deve riflettere la casa come era un tempo, come se
Clara fosse ancora lì… Dal Wümme le pare d’udire la sua voce, quando la chiamava
per nome, con la sua caratteristica R arrotata “Rrrrruth!” Rivede la madre
intenta a fissare un blocco da scolpire, inumidito durante la notte. Fa
colazione col suo latte acido. Forse ha già in mente la forma che il blocco
assumerà. Sul modelé influirà anche il vento e la sua direzione, così le aveva
spiegato un giorno… Quanti venti anche nella poesia del padre: il vento che
soffia dal mare e porta con sé destini e misteri…ma nella Nona Elegia aveva
cantato le solide cose, prima tra tutte: la casa, lui che non ne aveva mai avuta
una, se non la spartana torre di Muzot…
> “Forse noi siamo qui per dire: casa,
> ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra,
> al più: colonna, torre…”
Nella veranda c’è ancora la panca, dalla forma curvata, in legno di salice: un
lavoro della madre lodato dai paesani, come tanti altri suoi lavori che parevano
“fatti da un uomo”. Era stata una pioniera, una combattente, una persona che
bastava a se stessa. Aveva fortemente voluto la casa di Fischerhude, l’aveva
progettata fin nei minimi dettagli, anche andando contro i pareri degli
architetti. Aveva voluto usare l’arenaria per le cantine. Un giorno, come
prevedibile, le cantine erano state allagate e il miracolo di Clara si era
compiuto: avevano potuto svuotarle senza grandi danni. La madre era un’esperta
di materiali e delle loro proprietà. Scolpiva busti, tra gli altri, quello di
Gerhart Hauptmann, Ricarda Huch e quello, meraviglioso, di Paula
Modersohn-Becker, la sua migliore amica, prematuramente scomparsa nel novembre
1907, pochi giorni dopo aver dato alla luce la sua bambina, Mathilde. All’epoca
Ruth stava per compiere sei anni e quello era stato il suo primo lacerante
incontro con la morte. Ricorda lo shock della madre nell’apprendere la notizia,
la lettera disperata di suo padre… Per molto tempo Clara non aveva potuto
sopportare la perdita dell’amica, poi aveva iniziato a modellarne il busto. Non
era facile fissare l’atteggiamento tipico di Paula, il capo spinto leggermente
in avanti, e al tempo stesso trattenuto tra le spalle. Infine Clara aveva
modellato un torso come di una donna in bicicletta, sporta in avanti, ma attenta
a mantenersi ferma sul sellino. Così l’aveva vista pedalare in salita tante
volte. Ne era venuta una delle sue opere più riuscite.
Clara aveva anche scolpito il busto di Ruth undicenne, lo sguardo abbassato.
Molti suoi calchi sono conservati nei sacchi (da caffè, il cui commercio era
stata la proficua attività dei Westhoff) e nelle ceste, nella lavanderia. In
soffitta, lei e Willy hanno trovato uno scheletro. Ruth ricorda che Clara lo
chiamava “Wanda” (forse utilizzato per lo studio di posizioni, in seguito
regalato a un’agopunturista). In un baule ci sono delle tuniche di provenienza
egiziana. Bisogna svuotare la soffitta: sarà destinata a diventare un soppalco
per l’archivio del padre. Bisognerà selezionare le cose, i documenti e le
testimonianze da tenere, il resto dovrà sparire.
Ruth guarda la barca: ecco una cosa indispensabile, giacché Fischerhude è spesso
invasa dall’acqua alta, e in quei momenti si trasforma quasi in un’isola. Si
scorgono boe bianche sul fiume; con l’acqua bassa, si vedono i canali affluenti.
Qui si poteva nuotare, galleggiare sui pneumatici, vedere i pesci. Qualcuno se
li portava nella vasca da bagno. Ruth ricorda che il padre, un giorno, le aveva
mostrato un uccello acquatico, la procellaria, ma questo era accaduto sul fiume
Lahn. Aveva remato lungo: era un buon rematore (e un buon nuotatore).
La barca e la casa paiono le metafore del padre e della madre. Il padre che
scioglieva sempre gli ormeggi, eterno pellegrino per il mondo. La madre, invece,
era il suo punto fermo, con la sua bella, isolata casa. Quella dimora era stata
il suo sogno, la sua vita, il suo paesaggio. Col tempo, in paese, presero a
chiamarla “Mutter Rilke”, lei che da tanto tempo non aveva marito. Dal 1917,
Clara aveva iniziato a progettare la sua casa, a Fischerhude, compresa la fila
di pioppi. Vi si era stabilita con Ruth, continuando a scolpire senza sosta,
lottando costantemente per la sopravvivenza economica. Il padre scherzava sul
loro futuro insieme, ma poi non ci venne mai. Non era mai tornato fin là (aveva
però contribuito alle spese).
Quando Ernst Zinn, il primo serio studioso di Rilke, le aveva chiesto, anni
dopo, quale fosse l’ultimo ricordo del padre, Ruth aveva ripensato ad una gita
al lago, quando “loro tre” si erano recati sul Chiemsee, nel 1917. Lei e il
padre avevano nuotato assieme verso un’isoletta disabitata. Ma quello era solo
l’ultimo ricordo di un tempo condiviso. In realtà lo aveva visto, per l’ultima
volta, il 5 marzo del 1919, quando gli aveva portato dei biglietti per un
concerto di Bach al Bachverein: il padre era rimasto sulla soglia del suo
appartamento, lei era corsa via. Non si erano più rivisti.
Quando, nell’estate del 1922, Ruth si sposò con Carl Sieber, laureato in
giurisprudenza e piccolo proprietario terriero, Rilke le fece pervenire una dote
in denaro; per le nozze fece recapitare una torta da ricevimento. “L’avevo detto
che non sarebbe venuto”, commentò lo zio Helmuth. La distanza era grande, dice
Ruth, più di 900 km, e poi “sarà stato esausto dopo il completamento
delle Elegie”.
Ruth ebbe tre figli (Christine, Josepha e Christoph) con Sieber, che poi morì
prematuramente nel primo dopoguerra; si risposò in seconde nozze con Willy
Fritsche, anche lui vedovo. Entrambi i suoi matrimoni furono felici. Willy e
Ruth si tolsero la vita insieme nel 1972: pare fossero entrambi gravemente
malati. Ma questo è detto solo nella postfazione. Della vita di Ruth è data,
fino all’ultimo capitolo, un’impressione di serenità e appagamento, con lei
intenta al lavoro negli archivi familiari, a rispondere a studiosi e galleristi,
ad illuminare l’opera del padre e della madre.
Grazie ad Erika Schellenberger la luce di Ruth Rilke potrà continuare a
risplendere per sempre sull’amato fiume materno, sulle chiome dei salici e degli
ontani, come una lanterna del celebre quadro di Modersohn, Lampionfahrt auf der
Wümme. Una luce che emerge dall’oscurità, come il mistero che l’avvolge.
Marilena Garis
Per Gabriella, con gratitudine
*In copertina: Clara con Ruth Rilke
L'articolo “Sei figlia di due matti”. Vita luminosa di Ruth Rilke proviene da
Pangea.
Nelle lista delle ‘abbandonate’, in una delle pagine più folgoranti del “Malte”,
Rilke incorpora donne leggendarie, velate dall’enigma – la trovatrice/trobairitz
Clara d’Anduza, Louise Labé, la “monaca portoghese” –, superbe animatrici dei
salotti francesi del Settecento – Julie de Lespinasse e Charlotte Aïssé, donne
d’ineguagliata intelligenza, autrici di epistolari al contempo licenziosi e di
illecita bellezza –, abissali figure storiche (Eloisa, Marie-Anne de Clermont).
Tra le “amanti, le cui lamentazioni ci sono giunte” spiccano le poetesse: dalla
contessa di Die a Marceline Desbordes-Valmore; la più nota è Gaspara Stampa, la
grande poetessa veneta del Cinquecento, che fa sfoggio di sé, nell’immaginario
rilkiano, sul trono della prima delle Elegie duinesi:
> “Hai pensato abbastanza la Gaspara Stampa…
> […] Non è tempo che noi
> amando ci liberiamo dell’amato e tremando
> perduriamo: come la freccia perdura nella corda
> per essere, concentrata nel lancio,
> più di se stessa? Perché restare non ha dove”.
>
> (La traduzione è di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)
Tutte queste figure sono tutelate dal mito di Byblis/Biblide, la ragazza che
s’invaghì del fratello, Kaunos/Cauno, inseguendolo “fino in Licia: l’impeto del
suo cuore la cacciò per terre e terre sulla traccia di lui, e infine fu esausta;
ma la mobilità del suo essere era così forte che ella, caduta, riapparve di là
dalla morte come sorgente, rapida, come rapida sorgente”.
È proprio questo paradosso ad affascinare Rilke: l’abbandono non si risolve in
bulimia dell’io, esplode – il dolore non si compiace di sé, consumando
l’addolorata, ma, per sovrabbondanza d’impeto, si fa nutrimento per altri, acqua
sorgiva, che disseta. L’abbandono serba un’iniziazione, sembra un inizio verso
un amore più grande. O meglio, come scrive Rilke:
> “La loro lamentazione è su di uno solo; ma la natura intera vi si intona
> all’unisono: è la lamentazione su un eterno. Si precipitano dietro al perduto,
> ma già dopo i primi passi lo superano, e innanzi a loro è solo Dio”.
>
> (La traduzione è di Furio Jesi)
L’abbandono, misteriosamente – e lo scrive Rilke, uno che ha molto abbandonato
–, è il viatico necessario per conoscere se stessi: cioè, per dissipare il sé in
fonte; per essere dissetati d’altro. L’abbondono coincide con uno scatto, con
qualcosa che si sprigiona: freccia o fonte. L’individuo esiste perché sfugge a
una presa.
Ma torniamo alla lista ideata dall’alter ego di Rilke, Malte Laurids Brigge. Tra
le ‘abbandonate’, la più negletta – l’abbandonata tra le abbandonate – è Élisa
Mercœur. Poetessa francese di un certo, fulmineo talento, la sua vicenda
racconta di un doppio abbandono: biografico e simbolico. A differenza delle
altre ‘abbandonate’, infatti, Élisa Mercœur è stata una vera abbandonata, è
stata una enfant exposé. Nata probabilmente a Saint-Sébastien-sur-Loire il 24
giugno del 1809, fu mollata dalla madre, tre giorni dopo il parto, sulla soglia
dell’orfanotrofio di Nantes, con un cartiglio allacciato al collo: “Élisa, non
registrata presso autorità civile. Il cielo e l’umana dolcezza veglieranno su di
lei. Forse un giorno i suoi genitori avranno la sorte di reclamarla”.
Presentata al commissariato di polizia, Élisa fu registrata il tre luglio con un
cognome fittizio, “Mercœur”, tratto dall’ufficiale in sede – il commissario
Benoist – da una struttura militare presente in città, “Le Fossés-Mercœur”,
costruita nel XVI secolo dall’allora governatore, il duca di Mercœur.
La madre, Adélaïde Aumand, ricamatrice, borghese – il padre era un medico –,
d’estatico intelletto, reclamò, come prometteva, la figlia, il 21 aprile del
1811. Del padre – probabilmente l’avvocato Jules-François Barré, nato in Vandea,
morto nel 1826 – si sa poco, se non che pagava qualcosa per il mantenimento
della non riconosciuta figlia. È come se la vita di Élisa fosse costellata da
abbandoni, da vuoti: il suo è un corpo pieno di case disabitate. La madre, per
senso di colpa e venefica ambizione, tentò di abitarle tutte, quelle case, di
arredarle a suo piacere. È lei, nel 1843, a curare, in tre tomi, le Œuvres
complètes d’Élisa Mercœur de Nantes, con una presenza eccessiva, elefantiaca,
ingombrante, con prestanza esegetica che sa di malaugurio: all’imbarazzante
dedica À l’Écho fa seguito l’inutile Introduction (per capirci: “Ah! Se dal
profondo della sua tomba Élisa potesse farti sentire la sua voce, lettore, ti
direbbe: Abbi pietà della mia così infelice madre; l’ho lasciata senza figli,
senza alcun ristoro sulla terra…”) e le agiografiche, oceaniche,
sibilline Mémoires sur la vie d’Élisa, in cui la madre, tramite labirintiche
omissioni (così l’attacco: “Élisa Mercœur nacque a Nantes il 24 giugno 1809.
Aveva solo ventuno mesi quando rimasi sola ad allevarla: da allora, ogni mio
affetto si concentrò su mia figlia, lei fu il mio solo orizzonte, non vedevo
altro che Élisa, soltanto Élisa, sempre Élisa”), evita di raccontare il solo
fatto totale: l’abbandono della figlia, l’orfanotrofio, quei “ventuno mesi” di
apnea dal mondo.
Materia aurea per i chiosatori della psiche: la madre che si riprende la figlia
per divorarla, fino all’osso. La madre che curando le opere della figlia –
dacché è lei la sola legittima erede, la madre-pitone che presiede il tesoro
della memoria; la sola che può autenticare l’opera della figlia, ‘sangue del suo
sangue’, con artiglio di Sfinge – vuole sostituirsi ad essa. Eppure, per tutta
la sua breve esistenza, Élisa si firmerà sempre “Mercœur”, il cognome fittizio
affibbiatole da un commissario della polizia di Nantes.
Ad ogni modo, Élisa Mercœur fu un piccolo genio. L’enfant exposé, a
risarcimento, non poté che essere enfant prodige: un miracolo vivente. Sempre di
una ‘esposta’, di un’esposizione si tratta: la vita di Élisa è sempre su un
palco, alla mercé di altri, necessariamente disadatti ad adorarla. Lei è
sempre la sola, l’unica: la madre non farà che rifare ciò che ha sempre fatto,
esporla, abbandonarla.
A sei anni sapeva ricamare, Élisa, a otto ideò la prima tragedia, a dodici dava
lezioni private di storia, geografia, inglese e francese. Conosceva il greco,
recitava a memoria Virgilio. A sedici anni cominciò a pubblicare sulle riviste
locali, era già una celebrità. Un editore di Nantes, Mellinet-Malassis, fu
attratto dal ‘fenomeno’: organizzò una raccolta di fondi per stampare un libro
della ragazza. Il successo sorrise, per un attimo, al genio di Élisa: il
tipografo accumulò tremila franchi, la pubblicazione fu dedicata dalla giovane
poetessa a Chateaubriand, “Io, debole bimba, ho bisogno di chi vegli sulla mia
culla – l’aquila, con la sua ombra, può dare protezione al timido
passerotto”. Il grande scrittore rispose di essere davvero un’aquila – dunque,
di non poter proteggere nessuno.
Il talento lirico di Élisa era, al contempo, ingenuo e febbrile, esondante; nel
frontespizio del libro il suo ritratto simboleggia una giovinezza terribile, una
bellezza sigillata da sifilitica inquietudine. Sapeva scrivere di tutto:
dall’elegia alla poesia ‘da camera’, dall’ode al sonetto; alternava struggenti
versi d’amore a stanze a tema mitico – secondo la moda ‘scozzese’ inaugurata
dall’Ossian di James Macpherson – e storico (scrisse di Annibale e di Napoleone,
tra gli altri). Amava le sfide, sapeva scrivere versi ‘a soggetto’, d’occasione,
durante le feste, per stupire gli astanti; la prima quartina di una poesia
dedicata al Tasso dice molto di lei:
> “Vittima sopraffatta dalla gloria e dalla sfortuna
> crollò sotto il peso del genio e dell’amore;
> memoria sigillata dal soffrire:
> una tempesta infuriava nel suo cuore”.
A Parigi, la si vedeva al braccio di Lamartine, Musset e Victor Hugo; scrisse i
versi maggiori un paio di secoli fa, tra il 1826 e il 1829; non aveva neanche
vent’anni. Con la “Rivoluzione di luglio” del 1830 perse la pensione statale che
le era stata conferita per sovrappiù di genio; fu costretta a scrivere per
vivere. L’aiuto di qualche amico non lenì il crisma di un carattere pronto
all’esasperazione, ossessionato da desiderio di rivalsa. Infine, Élisa concentrò
tutto il suo avvenire in una tragedia, Boabdil, che sarebbe dovuta andare in
scena alla “Comédie-Française”. La tragedia, dedicata a Madame Récamier – la
salottiera eternata da Jacques-Louis David, idolatrata da Canova –, racconta le
torbide vicende che gravitano intorno al “regno di Granada, ancora nelle mani
dei Mori”; la firmava “Mademoiselle Élisa Mercœur, di anni venti”. La
commissione della “Comédie-Française”, riunitasi nel marzo del 1831, decretò che
il testo era scritto con sapienza, ma che non avrebbe attratto il pubblico
parigino: Boabdil non calcò le assi di alcun teatro.
Élisa fu schiacciata dall’ennesimo abbandono – si ammalò, mollò la capitale.
Dissero di una malattia ai polmoni – la ragazza tentò il suicidio, naturalmente
con insuccesso. Morì il 7 gennaio del 1835, a venticinque anni, la seppellirono
al “Père-Lachaise”, tra retorici tributi di ammirazione. Negli anni, diventò
l’emblema dell’artista amato-e-abbandonato, del ‘caso’, del ‘mostro’ che per un
po’ incuriosisce le alte sfere della cultura di regime, per poi, senza ragione,
essere dimenticato. Sorgere sorgente dall’abbandono – l’ultima onta comminata ad
Élisa: l’oblio. In fondo, la poesia è un modo per dirsi orfani, per rifarsi
orfani – e giganteggiare in quella solitudine.
***
Dormi, amico
Dormi, amico, possano
i più felici sogni cullarti:
al risveglio la menzogna
non sarà più menzogna.
Se i figli della Notte
indossando la mia figura
e ti dicono “amare non è
un errore”, sotto il fogliame
delle lenzuola, accarezza
la cara illusione del bene
scaccia la paura dal cuore;
dormi in pace amico
veglia chi ti è al fianco.
L’uccello impenna canti
d’amore, la sua compagna
è giovane e lo ascolta.
Oh, amico, saremo felici!
Ma ora una nube scatta:
credo che tra poco pioverà.
Tutto minaccia tempesta:
amico mio, svegliati!
*
La foglia appassita
Perché cadi, foglia gialla, appassita?
Amavo guardarti in questa triste valle.
Una primavera e un’estate sono stati
tutta la tua vita: ora giaci sull’erba pallida.
Povera foglia! È passato il tempo in cui
verdeggiavi sul ramo ormai spoglio.
Eri così bella a maggio! Il gelo ti ha
lasciata in pena per qualche istante…
Inverno, stagione nottambula, corri
e scolori i rifugi delle creature celesti;
il vento della sera ti abbraccia ancora
piccola foglia, ma i suoi baci sono un addio.
*
Il canto del bardo di Scozia
Muore l’eroe sotto le carcasse del tempo
ma il Bardo, con il suo canto, lo strappa
dalla tomba. Il torrente è per sempre lì
la neve imbianca ancora l’erica
e dalla roccia scende lentamente
uno spettro, vaga nella valle solitaria.
Mezzanotte: il vento fa tremare i rami
della vecchia quercia. Silenzio: l’ombra
dell’eroe squarcia le nubi. I bardi
cantano le gesta degli antichi tempi
sotto le loro dita, fremono le arpe.
Si intonavano ai loro accordi
le lugubri voci degli spiriti:
chi si è perduto nel canto?
Da tempo non suona l’arpa:
chi ci offrirà le voci perdute?
Negli antichi giorni i canti
raddoppiavano l’ardore degli eroi:
scendevano nella tomba carichi
di gloria, pieni del loro nome immortale.
Ma ora sono solo creature in esilio:
i loro corpi non imprigionano
più spiriti tumefatti di luce:
non sono che aria rarefatta
e fiato sottile, cosa misera
che il vento della morte ha vinto.
L’abete nero soccombe all’inverno
le guide dei guerrieri sono morti
e sotto il muschio giace un deserto.
Quando tornate dalle selvagge colline
cacciatori, non calpestate l’umida erba:
a volte, tra la nebbia e la rugiada
l’ombra di chi qui ha combattuto
aleggia, accende di vita le valli.
*
Il voto
I
Non ausculti più la fiamma
che divora il mio cuore in frantumi:
mi hai lacerato l’anima:
di un’altra t’importa la felicità!
Che lei, fatata, non sappia
il dolore che prova chi viene tradito:
senza amore si muore…
e tu la ami più di me!
II
No, non cedo alla vendetta
non desidero, pur trafitta,
che tu sia vile e volubile con lei.
La tua assenza mi strazia
ma la mia anima, spaccata
dal rimpianto, fa un voto per te…
senza amore si muore:
amala più di me!
III
Se soccomberò al dolore
sarà soltanto tua la colpa.
Il tuo tradimento mi ha scavato
la fossa, ma non voglio odiarti:
chiusa in bara tomba, chi sei
per me? Ti dimenticherò –
muore il non amato
e tu ama, amala più di me!
*
L’addio alla vita
Effimera vita, assassino sogno!
Via da me ogni azzardo:
ora è l’ora in cui la pupilla
esaurita ogni luce, non
imprigionerà più altri sguardi.
Ora è l’ora del delirare
che ammutolisce il cuore
della bocca trabocchetto
del petto che si scuote per
le vane figure del passato.
L’ora in cui il diadema
crolla dalla fronte dei re;
l’ora suprema della vendetta
in cui lo schiavo, finalmente
libero, si libra dalle catene.
Ora in cui la morte ci afferra
e raggela ogni desiderio:
dal fiore precipitano i petali
e l’anima, imbambolata,
ritorna senza memoria.
Che senso ha piangere
per i propri sogni quando
la morte solleva ogni peso
e lascia finalmente respirare
il cuore?
*
L’amore
Menzogna che ride e trafigge
sonno fatale della ragione:
l’amore non è che un sogno
di cui la vecchiaia è il risveglio.
*
Canto polacco
[“Elisa ha appuntato questa canzone poco prima di morire. La terza strofa è
incompiuta”]
I
Presso le impetuose acque del Dnestr
nei campi consacrati dalla morte di Zolkiewski
avanza con coraggio un cavaliere: è triste
il cuore palpita sotto la nera armatura
ma la mano non regge arma, accarezza il bianco
destriero che muove le fauci come una tigre.
II
È il mese dei fiori e l’aria è pura, piantumata
di gemme, ma a lui non importa della neve né delle rose!
Sogna gli occhi azzurri che gli hanno perforato
il petto come un amuleto, quell’unico fuoco
cerca tra gli specchi che decorano la sua anima
la dolcezza di quegli antichi sguardi d’amore.
Élisa Mercœur
*In copertina: Élisa Mercœur secondo Auguste Belin
L'articolo “Divora il mio cuore in frantumi”. Storia di Élisa Mercœur, la
poetessa abbandonata proviene da Pangea.
“Perché non v’è punto qui/ che non ti veda. Devi cambiare la tua vita”. Fermo,
di fronte al torso arcaico di Apollo, Rilke formula un imperativo oracolo,
ascoltando ciò che muta come se parlasse. Non è la nebbia di una morale, bensì
l’esperienza di metamorfosi che ogni vivente, nel suo perire, impone allo
sguardo; un volto d’albero, un muro di spine, una foglia che cade, ogni cosa
diviene giudice muto e maestro metafisico.
È da questa soglia rilkeana, da questa “Schwere der Dinge”, che possiamo
avvicinarci a Christian Morgenstern e alla parte del suo animo nascosta tra le
fronde. Perché anche nel suo Blätterfall, in un quadro autunnale che raschia sul
bordo della meditazione morale, la natura non è sfondo, ma interlocutrice,
segno, terreno dove l’uomo impara la sua postura, la discrezione, il silenzio
assordante.
> “Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso
> le colossali figure del futuro e dell’antichità.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
Nato nel 1871 a Monaco di Baviera, Christian Morgenstern è solitamente ricordato
per le sue Galgenlieder, i suoi Fatti lunari (pubblicati in Italia da Guanda) e
per l’umorismo stralunato. Cresciuto fra pittori e febbri, fu poeta dalla salute
sempre inclinata, funambolo dell’assurdo prima che l’assurdo avesse una
capitale. Colpito da tubercolosi sin dalla giovinezza – malattia che lo portò
alla morte prematura nel 1914 – conobbe a lungo la stanza del malato; il luogo
in cui l’immaginazione impara a uscire prima del corpo. Da qui la doppia natura:
da un lato l’inventore di quei poemetti che sembrano nati in un teatro di
marionette composto da canneti metafisici; dall’altro, un autore capace di una
spiritualità calma, quasi orientale, nutrita di Steiner, di teosofie leggere e
antroposofia.
I frequenti spostamenti lo portarono a soggiornare alcuni mesi, tra il 1906 e il
1907, nel sanatorio per malattie polmonari di Birkenwerder. Qui lo studio del
Vangelo di Giovanni e degli scritti di Meister Eckhart gli procurò una sorta di
iniziazione spirituale che lo rese liminale. La poesia Blätterfall appartiene a
questa fase più meditativa e più “seria” della sua produzione; non trascende
l’ironia dei Galgenlieder, ma esplode una sorta di piccola filosofia in cui la
natura diventa maestra di saggezza tragica e di compostezza.
Caduta delle foglie
Il bosco autunnale fruscia intorno a me…
Un infinito mare di foglie
Si stacca dalla rete dei rami.
Ma tu, il cui cuore appesantito
Vuole condividere il grande dolore…
Sii forte, sii forte e taci!
Impara a sorridere quando le foglie,
Facili prede del vento leggero,
Ondeggiano e scompaiono.
Tu sai che proprio la caducità
È la spada con cui lo spirito del tempo
Supera se stesso.
Morgenstern dispone il “mare di foglie” come un teatro cosmico in cui l’uomo,
fragile spettatore, è chiamato a un’ascesi del silenzio: «Sii forte, sii forte e
taci!». Rilke avrebbe riconosciuto in questo comandamento la stessa disciplina
interiore che governa le Dinggedichte, dove il poeta non descrive la cosa, ma la
lascia farsi gesto, inclinazione, destino. Ciò che si perde si apre, ciò che
discende si libera. La poesia, nella sua apparente semplicità, si colloca così
accanto alla visione rilkeana del mondo che “stirbt und wird”, muore e diviene,
una visione che fa dell’effimero un’energia spirituale.
> “Cerchi che si tendono sempre più
> ampi sopra le cose è la mia vita.”
>
> Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore
Se Rilke ci insegna a far parlare le cose, Hölderlin ci mostra il gesto opposto
e complementare. La natura non è soltanto scena ma compagna di redenzione,
cornice in cui si misura il rapporto umano con il divino. La malinconia
dignitosa e la tensione verso una forma di abitare il mondo si incontrano in
Hölderlin in una poetica del mediamento. L’estasi del poeta è sempre una
mediazione che tenta di ricollegare la frammentazione moderna. In relazione a
Morgenstern, Hölderlin ci permette di leggere l’esortazione al silenzio come
forma di abitare il tempo. Il suo “sii forte e taci” risuona come regola
heideggerianamente prescientifica dell’abitare che Hölderlin, prima di tutti,
aveva posto come questione poetica.
Christian Morgenstern (1871-1914)
Lo studio critico moderno conferma questo aggancio; la natura come mezzo per
oltrepassare la contingenza e riconsegnare all’uomo una misura dell’entusiasmo
poetico. “Non coerceri maximo, / contineri minimo / divinum est.”,riporta il
lungo epitaffio sulla tomba di Ignazio di Loyola citato da Hölderlin
nell’apertura dell’Iperione: “Non essere limitato da cos’è più grande, essere
contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”. Così, quando Morgenstern invita
a “sorridere” davanti al fogliame che svanisce nel vento, chiede un atto di fede
nel ritmo dell’essere. Imparare dai cicli naturali a non opporsi alla perdita,
perché è proprio lì che l’anima comprende la misura del mondo.
> “Costruisco una tomba per il mio cuore, affinchè possa riposare; mi imbozzolo
> perchè ovunque è inverno; mi avvolgo nei miei ricordi contro la tempesta.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
A sorreggere questa interpretazione giunge Nietzsche, il vero “formatore” della
giovinezza di Morgenstern e colui che offrì un primo fondamento filosofico al
suo rifiuto emotivo dell’arida incultura guglielmina. Il vento leggero che
rapisce il fogliame non è, per Nietschze, minaccia, ma forza dionisiaca che
smuove la forma, afferma la potenza del divenire e spezza le catene della
malinconia reattiva. “Tutto va, e tutto torna”, scrive nello Zarathustra,
ricordando che la vita è un eterno ritorcersi di forme e di energie.
Il Blättermeer di Morgenstern, osservato nella sua fluttuante impermanenza,
diventa così una figura nietzscheana: la danza minima di ciò che continua a
vibrare mentre scompare. Il comando “sii forte” non è una severità morale, ma
una pedagogia del divenire; accogliere il mondo nella sua continua evaporazione,
senza cedere all’illusione di un centro stabile.
> “Voglio imparare sempre di più a vedere come bello ciò che è necessario nelle
> cose; allora io sarò uno di quelli che fanno le cose belle. Amor fati:
> lasciate che sia il mio amore d’ora in poi!”
>
> Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
A fornirci l’ultimo nodo, però, è Bergson, che con la sua filosofia
della durée (durata) sembra quasi commentare direttamente i versi finali della
poesia: “Tu sai che proprio la caducità/ È la spada con cui lo spirito del
tempo/ Supera se stesso”. La temporalità bergsoniana non è una serie di istanti
che si consumano, ma un flusso qualitativo, una “élan vital” in cui vita e tempo
coincidono come movimento indivisibile.
Il testo di Morgenstern, nel suo insistere sulla caducità che «sovrasta» il
tempo, può essere letto come poesia della durata: il fogliame che cade non
interrompe l’esperienza, la intensifica; la caducità è l’atto che concentra la
memoria e l’anticipazione in un presente vivo. Bergson sostiene che il puro
presente è un inafferabile avanzare del passato che divora il futuro, e così, il
sorriso che l’io consiglia è gesto proprio, modalità del presente che incorpora
il passato e prepara il divenire. Nella sinergia di Bergson e Morgenstern il
tempo smette di essere nemico e diventa materia plastica dell’anima.
> “E tutto è unanime, nel silenzio su noi,
> metà vergogna, forse, e metà speranza ineffabile.”
>
> Rainer Maria Rilke, II Elegia Duinese
In questo modo, il bosco autunnale non è più soltanto un luogo della malinconia,
bensì il laboratorio dove Rilke vede la cosa dichiarare la propria anima, dove
Hölderlin riconosce la ferita sacra dell’esistenza, dove Nietzsche vi scorge il
gioco in cui l’essere si afferma contro la gravità della fine, e dove Bergson
ascolta il pulsare segreto del tempo che si rinnova.
Morgenstern, sotto questa luce, appare come un poeta che conosce la leggerezza
del pensiero profondo; parla alla quiete, ma soprattutto parla del mondo intero.
Nel suo invito a sorridere mentre tutto svanisce, si cela un gesto ontologico,
una teologia dell’imparare che la vita non ci appartiene per durare, ma per
trasformarsi, per transitare, per brillare un istante prima di dissolversi nel
respiro dell’universo. Morgenstern, con la sua voce più lieve e più
adulta, trasforma una visione in gesto etico, in assentire, e tacere. Un tacere
che non è resa, un tacere che non è condanna.
Il mondo vive nel suo cadere e l’uomo cresce nella misura in cui impara ad
accompagnarlo senza rumore.
Tommaso Filippucci
*In copertina: la “sfera dei colori” secondo Philipp Otto Runge (1777-1810)
L'articolo “Sii forte, sii forte e taci”. Christian Morgenstern o della legge
del mondo proviene da Pangea.
> E quando ha unito l’anima con ciascuna parte del tutto e con le divine potenze
> universe che le pervadono, allora la teurgia la conduce al demiurgo
> universale, la pone accanto a lui, e al di fuori della materia l’unisce alla
> sola ed eterna ragione.
>
> (Giamblico, I Misteri egiziani)
“Gli Egizi, che fanno risalire l’antichità delle loro origini a tempi anteriori
alla stessa storia, raccontano che i loro primi sovrani furono dèi: sette,
precisamente – Vulcano, il Sole, Agathodemon, Saturno, Osiride, Iside e Tifone”.
Così prende avvio il libro dell’abate Jean Terrasson, pubblicato anonimo nel
1731 a Parigi: Sethos, histoire ou vie tirée des monuments et anecdotes de
l’ancienne Égypte, presentato come traduzione da un immaginario manoscritto
greco. Terrasson, docente di filosofia greca e latina al Collège de France,
traduttore di un’edizione di Diodoro Siculo in sette volumi, non esitò a
costruire con astuzia un falso storico che ebbe enorme fortuna nei circoli
massonici dell’epoca. Sethos venne a lungo considerato una fonte credibile sulle
tradizioni e i misteri dell’antico Egitto: raccontava dell’iniziazione di un
principe egiziano, della sua opera di legislatore e infine del ritiro in
solitaria contemplazione.
Il romanzo fu tradotto due volte in tedesco nel 1732 e nel 1777 e raggiunse il
teatro auf der Wieden nei sobborghi di Vienna:
> “Tra quelle mura di legno, Mozart e Schikaneder fecero il loro viaggio in
> Egitto, così come mezzo secolo più tardi Flaubert discese il corso del Nilo.
> Avevano appreso quasi tutte le notizie che il loro tempo conosceva intorno
> all’Egitto ellenistico: mentre l’altro Egitto, quello di Cheope, di Micerino e
> di Ramsete II, giaceva ancora sotto le sabbie protettrici del deserto. Libri
> antichi e moderni stavano aperti davanti ai loro occhi. Probabilmente
> sfogliarono la Biblioteca di Diodoro Siculo e il saggio di Plutarco sopra
> Iside e Osiride: non è escluso che guardassero le grandi raccolte di
> Athanasius Kircher, dello Jablonski, di Montfaucon e del Caylus: consultarono
> il romanzo Sethos dell’abate Terrasson, il saggio di Ignaz von Born sopra i
> misteri degli egiziani; e certo si entusiasmarono leggendo l’ultimo libro
> delle Metamorfosi di Apuleio”.
>
> Pietro Citati
L’entusiasmo di Mozart e Schikaneder, di questi due audaci “egittomani”, non era
di certo isolato. Il Settecento vibrava dal desiderio irrefrenabile di svelare e
ammirare il volto di Iside. Mentre Mozart e Schikaneder attingevano alle fonti
libresche, l’immagine dell’Egitto antico si propagava ben oltre le sale teatrali
e i circoli letterari: dilagava nelle logge, nei riti segreti, nelle
reinvenzioni simboliche dell’esoterismo. Fu in questo clima di febbrile
fascinazione, dove l’arcaico si mescolava al fantastico, che l’Egitto divenne
modello di un nuovo immaginario rituale. Il celebre alchimista Cagliostro tentò
infatti di riformare la massoneria francese introducendo nuovi riti, simboli e
segni mutuati dall’immagine favolosa della terra dei faraoni:
> “Nel 1784 il conte di Cagliostro fondava a Parigi, in Rue de la Sourdière, la
> sua «Loggia Madre dell’Adattamento dell’alta Massoneria egizia.» Il Gran
> Copto, suo spirito tutelare, gli avrebbe ordinato di procedere a una
> riorganizzazione delle confraternite introducendovi un rito nuovo.! La loggia
> possedeva un tempio di Iside in cui officiava Cagliostro in persona, nelle
> vesti di gran sacerdote; l’attività durò fino a che l’animatore fu arrestato e
> condannato per eresia a Roma, nel 1789. L’episodio è comunemente citato dagli
> storici della massoneria. Se uno dei più noti impostori ricorse a quei temi,
> fu perché sapeva quale presa avesse allora l’Egitto sulla fantasia del
> pubblico; anche Ignaz von Born, che in quello stesso anno aveva fondato a
> Vienna il «Journal für Freimaurer»pubblicò nel primo numero un lungo articolo
> sui misteri egizi”.
>
> Jurgis Baltrušaitis
Il sigillo di Cagliostro, abbeveratosi fra i rettili del Nilo, mostrava un
sinuoso serpente con una mela trafitta da una freccia nella bocca. Nessun
animale più del serpente è la sapienza proibita; figura primordiale, è colui che
arriva sempre appena dopo lo schiudersi del sipario.
Nell’opera di Terrasson, l’eroe Sethos cattura un enorme rettile, misurandolo
prima con calcoli trigonometrico-sperimentali, e lo porta vivo a Menfi. Nella
prima scena del Flauto Magico, Tamino sfugge al serpente soltanto grazie
all’intervento delle tre Dame della Regina della Notte:
> “Aiuto! Aiuto! Altrimenti, io sono perduto, vittima scelta dell’astuto
> serpente.
> Già si avvicina, o dèi pietosi! Ahimè, salvatemi! Ahimè, soccorretemi!”
L’astuto serpente è la forza cieca dell’istinto, la sessualità bruta, il viscido
impulso nemico di ogni progresso fondato su ragione e disciplina. Uccidere il
proprio serpente interiore è il compito di ogni iniziazione e di ogni civiltà.
Sethos fu una delle fonti principali del Flauto Magico. Prima di Schikaneder,
anche il barone Tobias-Philipp von Gebler, consigliere di Stato a Vienna e
massone, si lasciò sedurre dall’Egitto immaginario di Terrasson. A lui si
deve Thamos, König in Ägypten, l’unica sua opera ricordata. Nel 1773 il giovane
Mozart, diciassettenne e in soggiorno viennese, conobbe Gebler tramite Franz
Anton Mesmer, inventore del “magnetismo animale”. Gebler commissionò a Mozart
una musica di scena per Thamos, composta da due cori e cinque intermezzi
sinfonici. L’opera non ebbe successo, ma Mozart tornò su quella partitura sei
anni dopo, ampliandola.
Thamos costituì così un’importante preparazione al Flauto Magico: medesimo è il
contesto simbolico. Gli stessi nomi dei personaggi rivelano la continuità: la
Regina della Notte si chiamava Mirza, Pamina Säis, Tamino Thamos, e Sarastro
Sethos – proprio dal romanzo di Terrasson. Persino il tema del “dolce suono del
flauto” si trova già in uno dei cori di Thamos. Gli stessi intrecci storici e
massonici che portarono alla composizione di questa opera-prototipo, confermano
l’importanza di Thamos nella vita del compositore: nel 1785, quando l’imperatore
Giuseppe II ridusse le Logge viennesi a due, Mozart entrò nella Zur Gekrönten
Hoffnung, la loggia della Nuova Speranza Coronata, guidata proprio da Gebler,
mentre l’altra Loggia, Zur Wahren Eintrachtla, della Vera Concordia era
presieduta da Ignaz von Born, probabilmente colui che gli servì come modello per
il personaggio di Sarastro.
Nel saggio di Furio Jesi, Rilke e l’Egitto, Considerazioni sulla X elegia di
Duino (in: Letteratura e mito, Einaudi, 2025, nuova edizione), l’Egitto è la
“terra della morte”, simbolo della memoria e del visibile che si trasforma
nell’invisibile. Se per Foscolo e Winckelmann il canto greco è già un canto
funebre e lontano, Rilke, nelle Elegie duinesi, riconosce proprio nell’Egitto la
più rivelatrice icona del passato e la patria del nostro inconscio.
Dopo la Rivoluzione francese, di cui Mozart è una precoce infiorescenza, proprio
l’Egitto sostituisce la Grecia come repertorio simbolico dell’oltre-vita: non
più l’idealizzato e razionale classicismo greco, ma l’Oriente del mistero
iniziatico, più vicino all’immaginario moderno e ai suoi turbamenti. Dai primi
tre accordi dell’overture del Flauto Magico sino alla parola poetica di
Rilke, l’Egitto emerge come luogo metafisico: spazio di iniziazione, enigma
della morte, passato estremo e radiosa utopia. Un regno dove l’uomo si annulla,
ma non l’umano, dove rimane la speranza dell’assoluta Armonia e le dolci note di
un flauto:
> “Intanto, sulla scena del Flauto magico, accade l’evento che da migliaia di
> anni la terra attendeva. L’antica scissione è conclusa. Il principe venuto dai
> paesi del sole abbraccia la figlia della regina delle tenebre: la luce e la
> notte, il principio maschile e quello femminile si incontrano
> nell’amore. L’harmonia mundi vive finalmente tra noi. Tutto il teatro è un
> sole, Sarastro sta in alto e la gioia delle trombe celebra il trionfo della
> luce celeste. Ma che significa questo trionfo? […] Se l’uomo e la donna si
> amano, se la virtù e la giustizia cospargono il sentiero della nostra
> esistenza, se la dolce calma scende nel nostro cuore, «allora la terra è un
> regno celeste e i mortali sono pari agli dèi». […] Tamino suona, le belve
> corrono ad ascoltarlo o arrestano il loro slancio: i sentimenti tristi
> diventano lieti, gli uomini aridi si innamorano; e la furia degli elementi si
> placa. Soltanto la musica nata dal cuore della notte prepara l’armonia del
> mondo, che tanti uomini hanno invano sognato di contemplare.
>
> Pietro Citati
Tony Vero
*Gli estratti del libretto, della prefazione di Pietro Citati e del saggio di
Jurgis Baltrušaitis provengono dal volume: E. Schikaneder, “Il Flauto Magico”,
Adelphi, 2025.
In copertina: una immagine dal “Papageno” di Lotte Reiniger (1935)
L'articolo Uccidere il serpente interiore. Il mito esoterico dell’Egitto tra
Mozart e Rilke proviene da Pangea.
Molte cose può la poesia: consolare, cullare ma – più delle altre – anche
comandare. Chi entra in un museo – in questo caso il Louvre, dove i capolavori
vanno in carcere e gli dèi all’obitorio – per cercare il sollievo borghese
dell’estetica in una placida contemplazione del “bello”, ha già tradito tutto.
Si muove orizzontalmente, come un turista dell’assoluto, e non verrà mai toccato
dalla lama. Perché l’arte che ispira davvero è padrona e non ancella, lo sa bene
chi in una statua o in un testo ieratico non ci ha visto un parere o
un’interpretazione ma un giudizio. Un giudizio divino che fissando dal suo
abisso marmoreo spoglia chi lo osserva.
Ecco Rainer Maria Rilke davanti il Torso arcaico di Apollo. Un pezzo di pietra a
cui la barbarie del tempo ha amputato la testa, le braccia e le gambe; è rimasto
il nucleo del torso, un blocco tellurico che ne contiene il cuore. Eppure, c’è
chi in questo più che una mancanza, ci ha visto una potenza accresciuta, una
folgore contenuta in quel petto mozzo di ogni arto. La critica si è arrovellata
per decenni, producendo biblioteche di esegesi flaccide, tentando di
addomesticare quella violenza finale traducendola in inoffensivo gergo
psicologico, in un invito a essere “più buoni”, “più consapevoli”. Non volevano
vedere nulla. Gli dèi dettano ordini, non suggerimenti, lo sa Rilke e
certamente, lo sa anche Apollo. L’imperativo che chiude il sonetto – “Devi
cambiare la tua vita” – è un decreto divino, non derubricabile ad un mite
consiglio amichevole.
La prima fondamentale operazione che questo torso compie è un atto di
iconoclastia sublime annientando il suo stesso volto. La testa, con la sua
mimica delle labbra e con i suoi occhi che si dice siano ponte per l’anima, è
stata decapitata. Ma non si tratta di una perdita, chiaramente è una
purificazione che emenda Apollo della maschera dell’Io e di ogni teatro emotivo
umano. Si tratta di emendare il corpo dal logos cerebrale, che tutto vuole
spiegare e ridurre a concetto. L’assenza della testa permette al corpo di
diventare esso stesso sguardo totale. Rilke osserva come il torso, anche
sprovvisto di occhi, ha uno sguardo simile a una stella che osserva da ogni
punto della sua superficie. Altrimenti, sarebbe una pietra deforme e monca, ma
non lo è; è intera metafisicamente, prima che anatomicamente.
Lo sguardo di Apollo non emana più da un centro, ma si irradia dall’intera
massa. È uno sguardo panottico-somatico di una divinità che non si esprime più
attraverso un volto umano, ma per mezzo della tensione pura della forma. Il
marmo trasuda luce e brilla come un candelabro sacro, la cui energia interna
preme contro i confini della pietra fino a farla esplodere di incandescenza.
Questo è un dio apocrifo, che non ha nulla della ragione apollinea e che invece
ha assorbito la potenza dionisiaca. Rilke legge il torso di Apollo in maniera
verticale. L’uomo orizzontale consuma arte come consuma cibo, la giudica
passivamente e la recensisce con aggettivi esausti senza lasciarsi ferire o
accettarne i comandi. Il torso che descrive Rilke, invece, irrompe su questo
piano e impone l’incontro con il sacro e con una bellezza che non ammette
neutralità. Si è costretti a prendere una posizione per elevarsi o annichilirsi,
ma il torso apollineo diviene in ogni caso un maestro di una ginnastica
spirituale. Il museo trae in inganno l’osservatore: il torso non è lì per essere
ammirato ma per essere imitato nel campo di battaglia della propria esistenza.
L’imperativo “Du mußt dein Leben ändern”, l’enfasi è sulla parola finale che –
in tedesco si lega ad andere, altro – chiede l’alterità, rendere la propria vita
altro. Cambiare la propria vita è il fondamento di ogni ascesi e disciplina, di
ogni aristocrazia dello spirito. È il comando che sente il monaco nella sua
cella e che l’atleta percepisce nello spasmo dei muscoli, un richiamo
all’ordine, alla forma e al rifiuto del caso informe della vita biologica.
Vivere orizzontalmente significa subire la propria esistenza, fluttuare secondo
le correnti delle passioni e delle mode. Vivere verticalmente significa imporre
una forma alla propria vita e farne un’opera, significa – in altre parole –
praticare.
Fu Sloterdijk a cogliere questo nucleo nella poesia. Rilke stava promulgando la
legge fondamentale dell’antropotecnica: l’uomo è l’animale che si auto-impone
discipline sovrumane per non restare semplicemente umano. La storia della
civiltà non è la storia del progresso sociale, ma la storia degli esercizi che
gli uomini hanno inventato per costringersi a diventare qualcosa di più. Dallo
yoga alla filosofia stoica, dalla maratona alla meditazione, la posta in gioco è
sempre la stessa: creare una tensione verticale, che distanzi ciò che si è da
ciò che si deve essere.
Il torso apollineo è latore di questa etica feroce, accusa con la sua bellezza,
ci guarda e ci vede flaccidi, informi e indulgenti con noi stessi. Ci vede
annegare e nella sua perfezione muta, ordina di smetterla di lamentarsi e di
opinare per iniziare, finalmente, a praticare. Scolpire la propria giornata come
uno scultore scolpisce la pietra. Imporsi un rigore affinché la morale non sia
volgarmente intesa come un catalogo di divieti, ma come un’estetica della
condotta. Il bene non è ciò che è giusto, ma ciò che ha forma. Rilke mette in
pratica una controrivoluzione spirituale riconoscendo nell’opera d’arte una
forma autocratica che esige obbedienza. Il suo messaggio è un imperativo
estetico: la propria vita, così com’è, è inaccettabile. È un’opera mancata,
insufficiente ed amorfa. Ora che si è stati visti, trafitti dalla luce del dio,
non ci sono più alibi.
Ciò a cui il poema chiama, in ultima istanza, è il superamento della sterile
dialettica tra Apollo e Dioniso, ordine e caos, una dicotomia che ha nutrito la
filosofia occidentale da Nietzsche in poi. Il Torsonon è semplicemente apollineo
nella sua perfezione formale. Al suo interno, come nota Rilke, la pietra
“flimmert… wie Raubtierfelle”, scintilla come pelle di belva, e il suo potere è
pronto a straripare da ogni suo contorno. Questa non è chiaramente la fredda
geometria del dio del rigore. È una forma che a stento contiene un’energia
selvaggia e primordiale. L’Apollo che osserva Rilke è un punto di fusione tra la
disciplina più rigorosa, la perfezione di quel torace sospeso, ed una vitalità
sfrenata contenuta al suo interno, un dio che non ha mai essenzialmente
abbandonato la statua che abitava. Questa è la tirannia benefica dell’Oggetto,
Rilke mette in atto una sovversione gerarchica: non è lo spettatore a guardare
l’opera, ma è l’opera che lo plasma. L’unica risposta degna a tale Epifania è la
scelta di un’ascesi. Il torso non ha più il volto perché ora il suo volto è il
nostro, e ci chiede cosa ne stiamo facendo. Tutto il resto è intellettualismo, e
l’intelletto oggi più che mai, non serve a nulla.
“Non conoscevamo il suo capo inaudito
in cui maturarono i pomi oculari. Ma
il suo torso ancora arde come un candelabro,
dove il suo sguardo, ormai scorciato,
si conserva e risplende. Non potrebbe sennò la curva
del suo petto abbagliarti, e scorrendo la torsione delicata
dei lombi non riuscirebbe un sorriso a posarsi
su quel luogo centrale cui spettava la procreazione.
Sarebbe sennò deforme questa pietra e corta
sotto lo spiovere invisibile delle spalle,
e non tremolerebbe come pelo di belva feroce;
e non irradierebbe da ogni suo contorno
come una stella: perché non v’è punto qui
che non ti veda. Devi cambiare la tua vita.”
Andrea Falco Profili
L'articolo “Devi cambiare la tua vita”. Rilke di fronte al torso arcaico di
Apollo proviene da Pangea.