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“Abbandonare la mia lingua”. Nabokov, Kristóf, Rilke: scritture dall’esilio
> Invece della patria > stringo le metamorfosi del mondo > > (Nelly Sachs) Stamani il cielo tenta una virata, un’imprevista rivolta metamorfica: per pochi minuti, al diffondersi della prima luce, l’incarnato lattiginoso degli ultimi mesi si arrende a qualche screzio di colore. Una macchia color mimosa – quel giallo soffuso di certe albe marine estive – dilaga nella culla tracciata dall’incrocio dei rami di due querce. Sopra la chiazza, l’opalescente neutralità dello spazio si tinge di un fragile azzurro, sul cui sfondo spiccano le cortecce brune degli alberi, ricoperte di licheni verdognoli. Un conversare di tinte, delicate e discrete, ma capaci di una folata di meraviglia in un’aria che, da tempo indefinibile, è smorta, ostile. Gli inverni, a Ginevra, possono essere privi di qualsiasi identità, vocati all’anonimato di una parabola stagionale che si ripete senza concessioni al fortuito. Inevitabile indagare similitudini con l’impallidire della propria identità per certi casi della vita.  Un tema, quello dell’identità, che interpella chiunque, e interpella me da quando ho lasciato l’Italia. L’arma impugnata per far fronte all’esilio – che, seppur elettivo, ha caratteri di feroce durezza, poiché spariglia le coordinate, segnando ritmi di (dis)appartenenza – è la pratica ossessiva della lingua materna, nonostante i miei giorni e le mie notti abbiano sonorità francofone, con incursioni anglosassoni di tanto in tanto.  Il 28 ottobre 1964, Hannah Arendt, nel corso di una conversazione televisiva[1] con Günter Gaus (diplomatico tedesco, e giornalista noto, in particolare, per le sue interviste politiche nella Germania del dopoguerra), quando le viene chiesto cosa rimanga dopo la perdita della patria, indica, senza esitazione, la lingua materna. Nonostante negli ultimi anni abbia scritto le sue opere in inglese, Arendt afferma, più o meno testualmente, che in tedesco può permettersi cose che in inglese non potrebbe mai permettersi. La frase mi pare interessante: sprigiona ambiguità, sottende un ardire di cui ignoriamo intenzioni e confini. Per quale ragione possiamo osare soltanto nella lingua materna? La risposta, credo, è che tutto si gioca nella sfumatura, nella minuzia, in quella vena del linguaggio che non sa di pulsare, eppure lo fa.  Perché per quanto si possa diventare pressoché bilingui, per quanto ci si possa imbevere della cultura nel cui alveo una lingua a noi aliena nasce ed evolve, per quanto si possa far proprio l’intero armamentario di espressioni idiomatiche, il gergo giovanile e persino certi arcaismi utilizzati da generazioni scomparse, per quanto si giunga addirittura a corrompere la fonetica della propria lingua con un’inflessione straniera, tanto da stranire i propri interlocutori al ritorno in patria, per osare occorre sempre far ritorno alla lingua materna.  Osare, in ogni campo, è questione liminare, di soglia, di sfumatura, appunto. Si osa quando si è predisposti allo sconfinamento, dunque al rischio e all’ardire di sopportarne le conseguenze. Osare ha a che fare, molto banalmente, con una libertà non concessa, ma conquistata. La sfumatura, nel linguaggio, permette il disvelarsi di un’intimità altrimenti impossibile da condividere; e condividere l’intimità, in qualunque modo lo si faccia, significa essere liberi di possedersi e di lasciarsi possedere dall’altro.  Immaginiamo, ora, di essere privati, a un certo punto della vita, della possibilità non dico di comunicare per contingenze di sopravvivenza, ma della capacità di trascegliere le parole, di concepire fra esse alleanze inedite, schermaglie audaci, oppure giochi ingenui, argentini, in ogni caso voluti, o spontaneamente sgorgati dal nostro inconscio, allo scopo di schiuderci all’altro, in una caleidoscopica pienezza di intenti e inconsce fioriture. Immaginiamo cosa significhi perdere la libertà di esprimere la propria identità, poiché in una lingua che non è nostra ci sfuggono le sfaccettature essenziali.  Sempre Hannah Arendt, in Noi rifugiati, scrive che il trauma dell’esilio consiste nel fatto – tra gli altri – che “la nostra voce non è più ascoltata.” E, quando la nostra voce non è più ascoltata, si spegne, disorientando, per l’appunto, l’identità, relegandola in un interludio atemporale di offuscamento. Eppure, l’agiografia letteraria annovera molti altri autori esuli, oltre alla filosofa tedesca, che si sono appropriati con accanimento e genio della lingua del paese di adozione, e, in quella lingua, ci hanno consegnato opere eccelse. Forse perché, come afferma Sebald, “Per chi scrive la sventura dell’esilio può essere superata solo attraverso il linguaggio”[2]. Sarà vero? Si può trovare in una lingua adottiva la propria patria e sopravvivere così, in una terra che non ci appartiene per sigillo di nascita, alla perdita di tutto, ma soprattutto di se stessi? Oppure siamo destinati a uno smarrimento definitivo, al perpetuo pencolare fra silenzio, balbettii e maschere – anche linguistiche – d’occasione, per sentirci, se non noi stessi, parte di una comunità che ci ha accolti più o meno benevolmente? Tento una riflessione, poiché una risposta, in via assoluta, ovviamente, non esista, e lo faccio accostando tre scrittori che hanno vissuto l’esilio in maniere e con esiti differenti, ma anche con qualche elemento in comune. Nabokov & moglie (Vera Slonim) mentre giocano a scacchi, a Montreux * Comincio da Vladimir Nabokov, il quale, dopo aver lasciato la Russia e peregrinato fra Londra e Berlino, approda, intorno al 1940, negli Stati Uniti; prima di allora, pur dichiarandosi trilingue sin dall’infanzia[3], lascia che sia lingua materna a primeggiare nel gesto della scrittura.  Prendiamo Mašen’ka, romanzo pubblicato in russo per la prima volta nel 1926; Nabokov narra qui la storia dell’esule Ganin, dimidiato dalla perdita di una patria amata ed empia – incarnata, appunto, dall’amata Mašen’ka – il quale è convinto che un “Domani gli sarà restituita tutta la sua gioventù, la sua Russia”. Anni dopo, nel 1970, lo scrittore deciderà di tradurre il romanzo in inglese, intitolandolo Mary. Sì, perché dal momento in cui approda in America, Nabokov comincia a licenziare le sue opere in lingua inglese, un inglese che gli regalerà la gloria e che, come sappiamo, sfida un virtuosismo pressoché irraggiungibile.  Ricordate Pale fire (Fuoco Pallido)? Se avete avuto la fortuna di leggerlo in lingua originale, vi sarete accorti che questo libro di illusioni e inganni è un affresco di minuziosi arabeschi, è ambrosia di verbi dall’allure seducente. Provare per credere (in nota la traduzione in italiano): > “My sublime neighbor’s face had something about it that might have appealed to > the eye, had it been only leonine or only Iroquoian; but unfortunately, by > combining the two it merely reminded one of a fleshy Hogarthian tippler of > indeterminate sex. His misshapen body, that gray mop of abundant hair, the > yellow nails of his pudgy fingers, the bags under his lusterless eyes, were > only intelligible if regarded as the waste products eliminated from his > intrinsic self by the same forces of perfection which purified and chiseled > his verse. He was his own cancellation.”[4]  Insomma, la lingua adottiva è, per Nabokov, patrimonio acquisito sin dall’infanzia, dunque agevolmente spendibile, e, in effetti, lo condurrà a scrivere i suoi capolavori più celebri. L’America, inoltre, si rivela una congeniale seconda patria per lo scrittore, il quale – in un’intervista rilasciata nel 1962 alla BBC[5]  – confessa che non intende più rientrare in Russia, poiché incapace di cancellare dalla mente “l’ombra grottesca di uno stato poliziesco”.  > “La Russia di cui ho bisogno – aggiunge – è sempre qui con me: la letteratura, > la lingua, la mia infanzia […] In America sto meglio che in qualsiasi altro > paese. È in America che ho trovato i miei lettori migliori, le menti più > vicine alla mia. Dal punto di vista intellettuale, in America mi sento a casa > mia. È una seconda patria nel vero senso della parola.”  Insomma, dopo quello londinese e quello berlinese, l’esilio americano assurge, per Nabokov, a rifugio definitivo, che si tramuta senza troppi indugi in una dimensione di vita appagante, di successo; ricordiamo che, proprio negli Stati Uniti, lo scrittore ricopre ruoli di prestigio, come quello di professore di letteratura russa alla Cornell University. E la Russia? La Russia rimane la patria leggendaria del passato, un lucore soffuso, remoto, uno spettro prostrato che sopravvive nella memoria, e, in particolare, nelle reminiscenze dell’infanzia. È il paese della memoria, una memoria che ha il volto bifronte della brama e del fiele, di un’esecrazione che ha radici nel tradimento degli ideali prerivoluzionari.  Dai confini oltreoceano, Nabokov sembra non provare nostalgia verso la terra natale, ma unicamente verso il suo passato. L’esilio, ancorché vissuto senza afflizione – come invece fu per Arendt, ad esempio –, semina tracce di quella nostalgia nelle opere, dove l’infanzia diventa memoria estetica e i personaggi di certi romanzi appaiono sradicati, labili e malinconici, come le loro identità.  Ricordate la storia di Pnin?  Pnin è un professore di russo emigrato in America, goffo e grottesco, che – contrariamente al suo inventore – soccombe alla condizione di emarginazione linguistica e sociale, dopo aver tentato, in ogni modo, l’adattamento a una nuova civiltà, in cui tutto pare ribellarglisi contro. Nabokov tratteggia questo personaggio in maniera buffa, ironica, ma non senza tradire un affetto che scaturisce, probabilmente, dalla condivisione di certe esperienze e stati d’animo. Ma la vera nostalgia, per lo scrittore, quella che, nonostante l’appagamento raggiunto in terra americana, fa di lui un esule come qualsiasi altro, è quella verso la lingua materna; il che pare inverosimile se consideriamo l’inglese trascendentale cui si è consacrato con deliziosa acribia. Eppure, leggendo la citata intervista del 1962 alla BBC, scopriamo che la perdita della lingua russa travolge e turba Vladimir più di quanto il suo dichiarato trilinguismo riesca a dissimulare.  > “La mia tragedia privata, – afferma lo scrittore rispondendo a una domanda dei > giornalisti britannici – che non può e non deve riguardare nessun altro, è che > ho dovuto abbandonare la mia lingua naturale, il mio idioma naturale, la mia > ricca, infinitamente ricca e docile lingua russa, per una marca di inglese di > seconda qualità”. Ecco, dunque, la confessione dell’inconfessabile, il dramma intimo e occulto di uno scrittore ubiquitariamente venerato che è stato capace di appropriarsi di un idioma adottivo nel più sofisticato dei modi, che ha affrontato l’esilio con la mannaia dell’estetismo, ma che non è riuscito a evitare la lacerazione conseguente alla perdita di una prerogativa essenziale della sua identità. Una perdita che sanguina proprio nel perfezionismo parossistico, al di sotto del quale brucia la percezione dell’irrecuperabile naturalezza consustanziale soltanto alla lingua materna, un suggello ineliminabile, un patrimonio che precede la nostra stessa nascita e non smette di perseguitarci oltre ogni geografia immaginabile. Non è un caso che lo scrittore, dopo averli scritti in inglese, traduca in russo certi suoi lavori (e viceversa), in un andirivieni linguistico che sempre oscillerà fra caparbietà e smarrimento. Nel 1961, Nabokov e la moglie Véra Slonim si trasferiscono a Montreux, cittadina svizzera di lingua francese, pensando di trascorrervi alcuni mesi. Vi resteranno, invece, sino alla morte dello scrittore, nel 1977, esiliati, questa volta, fra il gioco degli scacchi e i lepidotteri, in una suite del Fairmont Le Montreux Palace, da cui lo sguardo precipita in un lago che, fra sbocchi di luce e increspature, invera la più gloriosa delle solitudini. * Parzialmente antitetico rispetto a quello di Nabokov è l’esilio di Ágota Kristóf, emigrata nella Svizzera romanda per fuggire all’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa, insieme al marito e alla figlioletta di quattro mesi.  Al suo arrivo a Neuchâtel, cittadina abbarbicata attorno a un castello di ascendenza medievale, da cui lo sguardo spicca, questa volta, verso un lago turchese con ambizioni marine, Kristóf comincia a lavorare in una fabbrica di orologi. I risvegli hanno il buio delle albe invernali, i turni sono estenuanti e la scrittrice, che ancora scrittrice non è, ha una neonata da accudire ogni sera. Ma, durante il lavoro, al ritmo cadenzato delle macchine – il solo stimolo che mantiene desta la mente, altrimenti destinata al torpore della penuria di pensieri – Ágota scandisce i suoi primi versi in ungherese. Riappropriarsi della propria lingua, facendolo per giunta attraverso la poesia, è gesto di sopravvivenza, significa rincasare dando vita a un immaginario che scaturisce nelle retrovie dell’inconscio.  Ágota Kristóf (1935-2011) L’appartamento dove Ágota vive con la famiglia è di certo più confortevole della sua casa natale in Ungheria, nel fangoso paesino di Csikvand, un grumo di abituri privi di acqua ed elettricità, attraversato da una sola strada e attorniato da seminagioni di grano e mais. Eppure, l’acqua corrente, una stanza in più, del carbone per scaldarsi e cibo a sufficienza non scagionano la cupezza di giornate che, immediatamente, sentenziano la condanna dell’esule alla solitudine, nella dilagante desolazione sociale e culturale della cittadina svizzera. Ágota, peraltro, non può appagare il proprio ossessivo desiderio di lettura, poiché ignora il francese, e rarissimi sono i libri che riesce a procurarsi nella sua lingua materna.  Ma ascoltiamo le sue parole, tratte dall’accorata confessione che ci ha consegnato nel breve scritto L’analfabeta (i cui passi di seguito ricalcati sono stati tradotti dalla scrivente):  > “In principio, esisteva una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i > colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano questa lingua. Non > potevo immaginare che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano > potesse pronunciare una parola che io non sapessi comprendere. […] È così che > all’età di ventun’anni, al mio arrivo in Svizzera, e del tutto casualmente in > una città dove si parla il francese, affronto una lingua a me completamente > sconosciuta. È qui che ha inizio la mia lotta per conquistare questa lingua, > una lotta lunga e accanita che durerà per il resto dei miei giorni. Parlo il > francese da più di trent’anni, lo scrivo da più di vent’anni, ma ancora non lo > conosco. Non sono in grado di parlare senza errori, e posso scrivere soltanto > con l’aiuto di dizionari che consulto frequentemente. È questa la ragione per > la quale definisco il francese una lingua nemica. Ma vi è un’ulteriore > ragione, ed è la più grave: questa lingia sta ammazzando la mia lingua > materna”[6]. Ágota prende l’autobus ogni mattina, incontra sempre lo stesso controllore, la sua corpulenza è rassicurante, premurosa; eppure, si sente smarrita, tenta di rendersi invisibile agli altri passeggeri, poiché il dialogo, in quella cittadina quieta e terracquea, è pur sempre asperità, vetta inattingibile, e le parole, talismano e infatuazione di un passato dissolto, sono ora una muraglia, il pungolo di un sentimento di inadeguatezza che la tormenta. Non sono i russi a spaventare la giovane Ágota, non teme il loro approdo in Svizzera, e non li avrebbe temuti nemmeno se fosse rimasta in Ungheria (la scrittrice, infatti, non perdonerà mai il primo marito di averle “imposto” la fuga). Il nemico, per Kristóf, non ha un corpo, né una carne che può ferire, il nemico è, paradossalmente, quella sicurezza anelata durante la fuga dall’Ungheria e divenuta, in breve tempo, fio, apatia, ripetitività, solitudine, inettitudine all’espressione di sé, ma soprattutto “impossibilità di tornare. Non solo in un luogo, ma anche in una lingua, in un tempo, in una se stessa che non c’è più”[7]. Ágota Kristóf, in definitiva, lincia l’esilio, lo bolla come una “malattia incurabile”. Vive la perdita della lingua materna come un’amputazione che non può essere risolta ricorrendo a una protesi, l’altra lingua, “la lingua nemica”. Eppure, la mutilazione svolta in breve tempo in paradosso: con implacabile tenacia, Ágota diventa scrittrice proprio quando comincia a scrivere in francese, raggiunge il successo, ed è persino tradotta in altre lingue.  Tuttavia, a differenza di Nabokov, l’autrice ungherese non cerca rifugio nell’estetismo parossistico, come dimostrazione della propria adeguatezza, non tende a un perfezionismo che sa, in fondo, esserle precluso; Kristóf fa tana in una lingua per lei nuova, e lo fa disseccandola, spingendola verso una semplificazione radicale, epurandola, insomma, da ogni orpello che le rammenterebbe lo scarto ineliminabile fra l’idioma appreso, seppur in maniera ragguardevole, e l’idioma naturale che integra, ancor prima della nascita, l’identità.  Lo strazio dell’esilio traluce, seppur in guisa allegorica, anche dalla sua opera più celebre, Trilogia della città di K. Nel primo dei tre romanzi (Il grande quaderno), la prosa di Kristóf – la cui andatura è stata paragonata da Manganelli a una “marionetta omicida” – riflette la crudeltà che i due gemelli protagonisti si auto-infliggono, in un esercizio del martirio come strategia di sopravvivenza alla guerra, all’abbandono materno, alla miseria, alla solitudine, alla morte, e agli abusi di una nonna-strega che pare sgusciata fuori da una favola dei fratelli Grimm.  Qui, in questo primo volume della trilogia, già stride la ferita della frontiera, balena l’idea di fuga per sottrarsi alla sopraffazione dell’esercito straniero che occupa la città di K; quella ferita e quella fuga che Ágota ha vissuto e che travasa letterariamente in luoghi indefiniti, innominati, da una parte e dall’altra del confine; luoghi che sono, in realtà, emblema di una scissione cui, nella storia, Claus e Lucas, i gemelli, tentano di rimediare rendendosi inseparabili in un Noi che è anche la voce narrante del romanzo. Ma la separazione, prima o dopo, accade, e nel secondo capitolo della trilogia (La prova), la dualità infranta si traduce in una lancinante frattura identitaria dei singoli, che – ne siamo convinti – è iconografia, ancora una volta, del percorso esistenziale di Kristóf.  Nell’ultimo episodio della trilogia (La terza menzogna), la scrittrice spariglia le carte, lasciando emergere addirittura il dubbio sull’esistenza dei due gemelli; forse uno soltanto è il giovane adulto sopravvissuto a un’infanzia e a una adolescenza dilaniate dalla ferocia della vita. Forse tutto è menzogna, allucinazione; in ogni caso, la verità, nelle parole scabre e staffilanti di Kristóf, si frantuma, alla stessa stregua della dualità gemellare, plausibile simbolo di ogni identità in perenne smarrimento e ricostruzione, come quella della stessa autrice. Dopo tutto, la scelta, stoica e gloriosa, di scrivere nella “lingua nemica” non ha risparmiato ad Ágota lo strazio della perdita di sé; una perdita così destabilizzante che, verso la fine della vita, nel romanzo breve Ieri, giungerà alla blasfemia del proprio Io, scrivendo “Non scrivo più”. Perché la scrittura, che, per molto tempo, le era parsa il solo luogo d’accoglienza contro lo spaesamento, le discriminazioni e l’indifferenza di una società “cimiteriale”, in altre parole, la sola patria possibile, si rivela, in fin dei conti, una crudele trafittura, l’ossessione che non cessa di alimentare il senso di abbandono, nutrendo profonde e irrimediabili ulcerazioni. Scrivere, oserà dire Kristòf, è come suicidarsi.  Ma non si darà la morte, lo sappiamo. Soccomberà, nel 2011, a una lunga malattia, nella sua casa di Neuchâtel, attorniata dalle placide e ambiziose acque di un lago che mai ha sentito suo. * Rainer Maria Rilke è un viandante, un pellegrino, come il monaco del lucente Libro d’ore, opera mistica che segna la sua prima fase di maturità poetica. Trascorre la vita in viaggio, con la frenesia di vivere ogni cosa, possedendola nella sua oscura e più autentica essenza, in ogni sua appendice, nell’estasi e nella disperazione.  Dopo aver lasciato la nativa Praga, il poeta, che ancora non sa d’esser tale, si dedica allo studio delle materie più disparate, dalla Giurisprudenza alla Filosofia, fino alla Storia dell’Arte; nel frattempo, attraversa un’Europa in procinto di deflagrare nel primo conflitto mondiale, errando fra la Germania – dove vive un primo breve periodo di convivenza con la consorte, la scultrice Clara Westhoff, e la figlioletta Ruth, entrambe poi sacrificate sull’altare dell’opera – la Francia e l’Italia.  Insieme a Lou Andreas von Salomé, donna ineffabile e apicale che egli amerà senza tregua, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Rainer si spinge a esplorare più volte la Russia, terra nutrice di spiriti millenari che gli si manifesta subito come un destino, come la sola patria possibile, anche se, in realtà, non lo diverrà mai. È la stessa Lou, nel suo amorevole ricordo del poeta, a declinare le ragioni di questo sentimento di appartenenza alla terra moscovita.  > “A determinare questo sentimento contribuisce un elemento concreto: > l’estensione su due continenti del territorio russo, la quale toglie al > concetto di patria quella limitatezza che trova il proprio presupposto nella > separazione di un paese da un altro. Qui non si ha mai per così dire > l’impressione di essere lontani dalla patria, e neppure dalla società umana, > come se questa fosse già garanzia di una stretta parentela di sangue.”[8] Attraverso l’esperienza in quell’avamposto estremo, dove il raccoglimento è il companatico di giorni nevosi e di notti scandite dalle campane del Cremlino, Rilke avverte l’identità perfetta fra preghiera e poesia, un apprendistato che confluirà nel già menzionato Libro d’ore, e che sarà il primo passo verso l’approdo a una patria ultraterrena in terra, id est l’opera poetica. Ma occorre tempo prima che Rilke varchi quella soglia. Occorre una moltitudine d’altri esili, non tutti enumerabili in questa sede. Tornato dai viaggi moscoviti, nel 1902, Rainer si stabilisce, per circa un anno, a Parigi. Ma la ville française si tramuta in un esilio insopportabile, annichilente: meglio l’erranza senza sosta del fragore e dell’esagitazione parigina. In effetti, è proprio nella città francese, crocevia internazionale letterario, che Rilke, dopo un primo acuirsi dello sguardo creativo, grazie alla molteplicità di esperienze vissute, comincia ad avvertire lo sfinimento di sé, quell’angosciosa sensazione di dissanguamento, apatia ed estenuazione che lo accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.  Eppure a Parigi, nonostante tutto, egli torna ricorsivamente, dopo numerosi, rinnovati soggiorni in Italia, in Germania e dopo aver abitato, per qualche tempo, persino in Scandinavia; ed è sempre nella ville française che il poeta torna per lavorare accanto all’infaticabile Rodin, di cui sfiora l’opera numinosa in una quotidianità che si fa presto burrasca, separando i loro cammini (per poi, più tardi, riunirli); ed è ancora a Parigi che Rainer s’imbatte nell’impetuoso genio di Cézanne, il quale – come afferma il poeta – lavora senza gioia, in un perpetuo fluire di furore.  Il poeta cammina sul piccolo sentiero che costeggia Muzot, la reggia delle Elegie Da entrambi gli artisti, in ogni caso, Rilke apprende un ascetismo rigorosissimo, e una solitudine che non è soltanto creativa, ma ontologica. Negli anni parigini, il poeta assimila, da un lato, il vivificante slancio verso il lavoro, ma, dall’altro, avverte, impellente, il desiderio di alienazione da una mondanità che alimenta ed esacerba la solitudine urbana, che è un tipo di solitudine infetta, del tutto inadatta alla creazione; la stessa solitudine vissuta dal protagonista del suo unico romanzo (I quaderni di Malte Laurids Brigge), poeta danese che sperimenta l’esilio in una Parigi spietata e alienante, in cui si soffre e si muore, e in cui egli, arreso al giogo della poesia, tenta in ogni modo di allenare lo sguardo all’Invisibile. Nel 1911, dopo essere stato in Egitto, in Algeria e in Tunisia, Rilke torna in Italia, questa volta a Duino, accettando l’invito della principessa Marie von Thurn und Taxis a soggiornare nel suo castello incastonato su di una rupe bianca. Qui il poeta si esilia fra la sua stanza e il sentiero di frutici che costeggia le numerose falesie calcaree a precipizio sull’Adriatico; e sempre qui, come sappiamo, scriverà il dirompente principio delle Elegie Duinesi, opera che, più tardi, lo consacrerà nell’empireo dei poeti di lingua tedesca.  Ma è in un castello ancora più appartato, spartano (quello di Muzot), e in un esilio ancora più claustrale – quello finale – che Rilke, dopo altre peregrinazioni, giungerà a infrangere la maledizione della caducità, portando a compimento le Elegie e contestualmente scrivendo, in un deliquio di qualche settimana, I sonetti a Orfeo. Qui, in Svizzera, per qualche anno, poco prima di morire, tradurrà Paul Valéry in tedesco e scriverà anche alcuni cicli di poesie in un francese di raro nitore (ricordiamo, in particolare, le raccolte Vergers e Quatrains Valeisans). In ogni caso, quel tonfo finale in una poesia capace di sconfiggere persino la morte pone fine all’erranza di Rilke, non soltanto perché il 29 dicembre 1926 morirà in una clinica nei pressi di Montreux per una leucemia fulminante, ma perché egli avrà trovato finalmente tutto il mondo in sé, realizzando così l’opera alla quale ha sacrificato la vita.  Rilke è stato un esule impenitente, perenne, forse fra i più radicali. È stato esule in ogni terra che ha abitato, e lo è stato persino nell’amore, fra le innumerevoli peregrinazioni sentimentali sempre interrotte per consacrarsi alla poesia. Nessun luogo è stato patria, nessun amore, neppure quello per l’eterna Lou, neppure quello per la figlia Ruth. Rilke non ha abitato nessuna dimora, nessun castello, ne è stato semmai accolto. Rilke, coerentemente con una vita all’insegna di un generalizzato e incessante parossismo, è riuscito a esiliarsi persino da se stesso. Ma in ogni cosa e in ogni luogo del mondo egli ha trovato quello che sempre è andato cercando: la poesia.  Anni prima, scrivendo il Libro d’ore, lo diceva così: “Vivo la mia vita in cerchi che si allargano, che passano sopra le cose. L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento, ma voglio protendermi, tentare. Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio, le giro attorno da migliaia d’anni: e ancora non so: sono un falco, o una tempesta, o un canto, forse – e grande”[9]. * Abbiamo ricordato Rilke per ultimo, poiché, forse, a differenza degli altri, ha incarnato con lucidità l’esilio, vivendolo non già come perdita, ma come condizione stessa della letteratura, la quale si muove, per sua stessa essenza, in una zona friabile, un luogo di non appartenenza. Lo scrittore, nel gesto creativo, esilia sempre se stesso, in qualunque lingua decida di scrivere.  E la patria d’origine, come sabbia, scivola via, è uno spettro sfocato, che si illumina forse soltanto nel ricordo. Ma l’appartenenza, per uno scrittore, che si tratti di una lingua, di un lago, o di un luogo, è un’illusione. La parola è il cristallo in cui si specchia ogni identità, poiché entrambe mutano insieme davanti a ogni nuova pagina bianca. In fin dei conti, la patria di uno scrittore è sempre e soltanto quella pagina bianca. Maura Baldini *In copertina: Lycaeides melissa samuelis abbozzata da Vladimir Nabokov -------------------------------------------------------------------------------- [1] L’intervista è reperibile nel volumetto intitolato La lingua materna – La condizione umana e il pensiero plurale, a cura di Alessandro Dal Lago, Hannah Arendt, Mimesis, Piccola Biblioteca (2019).  [2] W.G. Sebald, Tessiture di sogno, Adelphi, 2022. [3] Nabokov conosceva, sin da bambino, oltre al russo, l’inglese e il francese.       [4] “Il viso del mio sublime vicino possedeva qualcosa che l’occhio avrebbe potuto gradire, se fosse stato soltanto leonino o soltanto irochese; ma, per sfortuna, la combinazione delle due cose ricordava semplicemente la faccia di un grasso beone hogarthiano di sesso indefinito. Il corpo deforme, quel ciuffo grigio e folto di capelli, le unghie gialle, le dita massicce e tozze, le borse sotto gli occhi velati erano intelligibili solo considerandoli come i materiali di scarto eliminati dal suo io intrinseco, ad opera di quelle medesime tensioni perfezionistiche che purificavano e cesellavano i suoi versi. Egli era l’obliterazione di se stesso”. Vladimir Nabokov, Fuoco Pallido, a cura di Anna Raffetto, traduzioni di Franca Pece e Anna Raffetto, Adelphi, 2002.       [5] L’intervista è inclusa nel volume Intransigenze, Vladimir Nabokov, Biblioteca Adelphi, Vol. 294, 2015. [6] La versione in ligua francese è tratta da L’analphabète – Récit autobiographique, Àgota Kristòf, Éditions Zoè, 2021, Genève.  [7] Da L’analphabète – Récit autobiographique, Ágota Kristóf, Éditions Zoè, 2021, Genève.  [8] Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke – Un incontro, a cura di Amelia Valtolina, Edizioni SE, 2012, traduzione di Chiara Allegra. [9] Rainer Maria Rilke, Libro d’ore, a cura di e tradotto da Lorenzo Gobbi, Servitium, 2008. L'articolo “Abbandonare la mia lingua”. Nabokov, Kristóf, Rilke: scritture dall’esilio  proviene da Pangea.
February 25, 2026 / Pangea
“Sei figlia di due matti”. Vita luminosa di Ruth Rilke
Siamo nel 1957, in una giornata di fine estate nel villaggio di Fischerhude, vicino a Brema. L’atelier della scultrice Clara Westhoff è in fase di ristrutturazione. Sua figlia, Ruth Rilke, vi ha portato gli archivi del padre, deceduto nel 1926, e ormai celebrato come un grande poeta del Novecento. Fuori, in giardino, sulle rive del fiume Wümme, dove i martin pescatori nidificano sotto i vecchi salici, Ruth è attraversata dai ricordi della sua infanzia e della vita movimentata (e complicata) che ha condiviso con i genitori, artisti d’eccezione. Alles behalten für immer. Ruth Rilke (“Trattenere tutto per sempre. Ruth Rilke”) è concepito come un romanzo basato sulle memorie del passato di Ruth e include numerose citazioni originali tratte dalle lettere e dall’opera del padre. A partire dal titolo del libro, che è il ventunesimo verso della Nona Elegia duinese. L’autrice, Erika Schellenberger, docente all’università di Marburgo, si concentra sulle fasi della vita personale di Ruth e sui fili che la legano tanto al padre quanto alla madre. Grazie a lunghe conversazioni con la figliastra di Ruth, Uta Addicks – figlia del secondo marito, Willy Fritsche –, Schellenberger ha avuto accesso a informazioni di prima mano e a materiali inediti dell’archivio familiare raccolto da Ruth a Fischerhude, poi approfonditi con rigorose ricerche negli archivi Rilke di Berna e di Marbach.  Commovente – e a tratti spiritoso –, questo libro offre quindi un intimo sguardo sulla paternità di Rilke, sul suo legame con Clara e con la “piccola grande Ruth”, che ha gelosamente custodito l’eredità di famiglia come un autentico compito di vita. A tre anni dalla morte della madre, nell’estate del 1957, Ruth cerca di organizzare lo sterminato materiale letterario e privato raccolto nel Fondo Rilke conservato a Weimar fino alla fine della Seconda guerra mondiale, poi spostato a Brema ed ora finalmente davanti a lei, “a casa”. Ci sono anche le carte che lei e Willy hanno recuperato a Muzot.  In mezzo a questa montagna di carta, Ruth trova una lettera del padre a Lou Salomé, con i suoi ricordi su “loro tre”. Rilke descriveva la figlia in abito da contadina “come in un quadro di Millet”. Forse la proiettava già in un futuro di vita rustica: Ruth aveva lavorato in campagna a 17 anni e Knut Hamsun era “la sua Bibbia”. Più oltre la chiama “Contadinella” e dice che ama “la semplicità e la durezza” della vita rurale. Non è del tutto vero, si trova a pensare la Ruth cinquantaseienne: forse la durezza dei lavori agricoli, quella disciplina di fatica, era stato un modo per sfuggire alla sfera artistica dei genitori…  La figlia ricorda il padre che osservava i contadini al lavoro. Poteva fissare un’attività senza muoversi, intensamente, per ore, come aveva osservato Rodin all’opera, a Parigi, fino a coprirsi di polveri di metallo, fino a sembrare lui stesso una scultura. Mentre Rodin, instancabile, lavorava a fianco dei tagliapietre, Rilke si chiedeva quale strumento fosse necessario alla sua arte, lui che doveva lavorare con le parole… Il padre avrebbe, ora, nel 1957, 82 anni. I pioppi sono ormai altissimi, passeggerebbe volentieri sotto gli alberi. Forse gli darebbero fastidio i rumori della strada, il brusio dei lavori agricoli. A Berg non sopportava il rumore della segheria poco distante. “La vita – le aveva detto un giorno – non è una cosa per principianti”. Giusto, bisognava provarci. Ma – riflette Ruth – molte cose si imparano: nei lavori agricoli bisogna calibrare forza e ritmo, non stancarsi troppo presto. Ci vogliono equilibrio e riposo. Questo pensiero le è di conforto, quando torna al suo compito nell’archivio. Per ora le sembra una gran fienagione sparsa sul campo, e nemmeno l’ultima, tra i sette volumi delle opere complete e chissà quanti altri epistolari… al momento vi sono diecimila lettere da selezionare e “molto rumore per Rilke”. Ruth è ricercata da germanisti e studiosi.  Mentre è in corso la ristrutturazione dello studio di Clara, si annuncia la visita di un giornalista radiofonico che vuole intervistarla. La raggiunge con un blocco per appunti e matita alla mano. Ha con sé l’edizione Insel delle poesie di Rilke.  Ed eccola lì, con un cappello di paglia da uomo in testa, la “Figlia di tanto padre” e di Clara Westhoff, anche lei artista di eccezionale valore. “Cosa ricorda di sua madre? Come la descriverebbe?” le chiede il giornalista. E Ruth risponde:  > “Alta, forte, senza alcuno sfoggio. Riservata: non ho mai conosciuto una > persona tanto autosufficiente. Aveva la sua arte: era il suo mondo, quasi > monacale, ma si immergeva volentieri nel fiume con noi bambini”. Ruth appartiene profondamente all’universo materno. Forte è il legame con la madre Clara, che presiede alla sua crescita con saggezza, consapevole del suo ruolo materno e del suo posto nel mondo. Clara rappresenta per Ruth la stabilità, la protezione, ma anche la libertà, “una ferma fortezza”, potremmo dire, per citare Lutero (i Westhoff e la stessa Ruth erano protestanti). Clara: una donna dal grande talento che aveva scelto una professione insolita per quell’epoca, quando le donne potevano diventare pittrici ma non scultrici. La scultura era considerata troppo faticosa per una donna. Ma Clara non si arrese. Dopo aver frequentato la scuola d’arte di Monaco, andò a Worpswede da Fritz Mackensen, poi si trasferì da Max Klinger a Lipsia e approdò a Parigi, nel 1899, dove frequentò l’Académie Julian ed ebbe l’opportunità di partecipare ai corsi di anatomia. E lì incontrò Rodin, che la stimava e ammirava le sue opere. Nell’estate del 1900 tornò a Worpswede e conobbe Rilke. Si sposarono il 28 aprile 1901. Dopodiché, si trasferirono a Westerwede, dove a dicembre nacque Ruth. L’estate successiva, Rilke andò a Parigi e divenne il segretario privato di Rodin. “Un grande inizio. Non lo dimenticheremo mai” scrisse Rainer a Clara nel settembre 1902. “Vieni, ti manca solo uno studio”.  Clara e Rilke nel 1903; si erano sposati due anni prima Lei lo raggiunse a fine anno, anche se la separazione era già stata decisa. Lasciò la figlia con i nonni Westhoff e negli anni successivi lo accompagnò in Italia e Svezia, a Parigi e Berlino. Quando Ruth compì undici anni, nel 1912, per garantirle una buona educazione, si stabilì a Monaco, dove arrivò anche Rilke. (Sempre nel 1912 Clara si decise a chiedere il divorzio. Rilke acconsentì. Tuttavia, la separazione non fu mai formalizzata ufficialmente per ragioni burocratiche e i loro rapporti  rimasero sempre amichevoli e cordiali). Ruth ripensa agli anni di Monaco, dal 1912 al 1917: quello fu l’unico momento in cui “loro tre” sono (quasi) stati una vera famiglia, pur vivendo in case separate. Suo padre andava ad aspettarla davanti alla scuola, un istituto per fanciulle a Schwabing. Ricorda le loro passeggiate, lei che cercava di tenere il ritmo del suo passo affrettato, la falcata agevolata dal bastone ereditato dal nonno, quello corto (Ruth lo aveva poi ritrovato nel primo baule recapitatole da Muzot dopo la morte del padre; l’altro bastone, quello più lungo, era rimasto alla “torre”). A Monaco il padre la aiutava a fare in  compiti per il giorno dopo, in particolare quelli di matematica. Quando veniva a pranzo da loro, Ruth gli preparava le verdure con la salsa bernese, estragone, scalogno, pepe (l’alimentazione sana era una delle fissazioni del padre; la governante, a Muzot, ne sapeva qualcosa…). Clara li raggiungeva dopo essersi ripulita le mani da strati di creta. La presenza di Rilke, “l’ospite tanto atteso”, restava come una luce nelle loro stanze, una luce che, anche dopo la sua dipartita e ancora adesso, davanti all’infinità di carte a cui dare un ordine, continua ad incoraggiarla… Per i suoi 15 anni il padre aveva invitato a pranzo lei e le sue due amiche predilette. Le aveva fatto trovare 15 rose di un rosso non acceso, libri di Goethe e Matthias Claudius e una tazza di porcellana con un motivo di rose dipinte. E poi… il libro più amato: Canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke, una prima edizione, con la dedica:  > “Ciò che nella nostra stirpe era ardimento > divenne per me paura: perché c’è ardimento anche nella paura. > Infine esprime in te la vita la giusta misura: > da paura e ardimento quieta sbocci.” > > A Ruth per i suoi 15 anni > Monaco, 12 dicembre 1916 Ruth si sentiva proprio come una ragazza alfiere, di corsa, senza paura in città; cantava forte nei boschi, ripetendosi quelle strofe: “cavalcare, cavalcare tutto il giorno”. Prendersi la vita, prendere in mano le situazioni. I genitori erano artisti, i soldi mancavano. Ruth cercava di rendersi utile: sapeva, ad esempio, cucire a macchina, risparmiava il più possibile. D’altro canto, le lasciavano molta libertà e le dimostravano fiducia. Forse avrebbe desiderato un po’ più di responsabilità da parte loro, ma tutto era andato bene. La sua vita fluiva come il corso di un fiume tranquillo, una vita assennata. Le capitava di chiedersi se questo equilibrio non le venisse piuttosto dall’infanzia in campagna, dalla nonna materna che l’aveva cresciuta, dal giovane zio Helmuth, più giovane di Clara di 13 anni, pittore, con cui aveva imparato a disegnare, una delle grandi gioie della sua vita. Forse anche i lavori agricoli e i polli avevano contribuito…I genitori erano un po’ scapestrati. Una compagna di scuola le aveva detto un giorno “sei figlia di due matti”. Si era un po’ offesa… ma poi aveva lasciato correre. Ruth vuole che tutto, a Fischerhude, rimanga intatto. La ristrutturazione non deve apportare cambiamenti: deve riflettere la casa come era un tempo, come se Clara fosse ancora lì… Dal Wümme le pare d’udire la sua voce, quando la chiamava per nome, con la sua caratteristica R arrotata “Rrrrruth!” Rivede la madre intenta a fissare un blocco da scolpire, inumidito durante la notte. Fa colazione col suo latte acido. Forse ha già in mente la forma che il blocco assumerà. Sul modelé influirà anche il vento e la sua direzione, così le aveva spiegato un giorno… Quanti venti anche nella poesia del padre: il vento che soffia dal mare e porta con sé destini e misteri…ma nella Nona Elegia aveva cantato le solide cose, prima tra tutte: la casa, lui che non ne aveva mai avuta una, se non la spartana torre di Muzot…  > “Forse noi siamo qui per dire: casa, > ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra, > al più: colonna, torre…”  Nella veranda c’è ancora la panca, dalla forma curvata, in legno di salice: un lavoro della madre lodato dai paesani, come tanti altri suoi lavori che parevano “fatti da un uomo”. Era stata una pioniera, una combattente, una persona che bastava a se stessa. Aveva fortemente voluto la casa di Fischerhude, l’aveva progettata fin nei minimi dettagli, anche andando contro i pareri degli architetti. Aveva voluto usare l’arenaria per le cantine. Un giorno, come prevedibile, le cantine erano state allagate e il miracolo di Clara si era compiuto: avevano potuto svuotarle senza grandi danni. La madre era un’esperta di materiali e delle loro proprietà. Scolpiva busti, tra gli altri, quello di Gerhart Hauptmann, Ricarda Huch e quello, meraviglioso, di Paula Modersohn-Becker, la sua migliore amica, prematuramente scomparsa nel novembre 1907, pochi giorni dopo aver dato alla luce la sua bambina, Mathilde. All’epoca Ruth stava per compiere sei anni e quello era stato il suo primo lacerante incontro con la morte. Ricorda lo shock della madre nell’apprendere la notizia, la lettera disperata di suo padre… Per molto tempo Clara non aveva potuto sopportare la perdita dell’amica, poi aveva iniziato a modellarne il busto. Non era facile fissare l’atteggiamento tipico di Paula, il capo spinto leggermente in avanti, e al tempo stesso trattenuto tra le spalle. Infine Clara aveva modellato un torso come di una donna in bicicletta, sporta in avanti, ma attenta a mantenersi ferma sul sellino. Così l’aveva vista pedalare in salita tante volte. Ne era venuta una delle sue opere più riuscite. Clara aveva anche scolpito il busto di Ruth undicenne, lo sguardo abbassato. Molti suoi calchi sono conservati nei sacchi (da caffè, il cui commercio era stata la proficua attività dei Westhoff) e nelle ceste, nella lavanderia. In soffitta, lei e Willy hanno trovato uno scheletro. Ruth ricorda che Clara lo chiamava “Wanda” (forse utilizzato per lo studio di posizioni, in seguito regalato a un’agopunturista). In un baule ci sono delle tuniche di provenienza egiziana. Bisogna svuotare la soffitta: sarà destinata a diventare un soppalco per l’archivio del padre. Bisognerà selezionare le cose, i documenti e le testimonianze da tenere, il resto dovrà sparire. Ruth guarda la barca: ecco una cosa indispensabile, giacché Fischerhude è spesso invasa dall’acqua alta, e in quei momenti si trasforma quasi in un’isola. Si scorgono boe bianche sul fiume; con l’acqua bassa, si vedono i canali affluenti. Qui si poteva nuotare, galleggiare sui pneumatici, vedere i pesci. Qualcuno se li portava nella vasca da bagno. Ruth ricorda che il padre, un giorno, le aveva mostrato un uccello acquatico, la procellaria, ma questo era accaduto sul fiume Lahn. Aveva remato lungo: era un buon rematore (e un buon nuotatore). La barca e la casa paiono le metafore del padre e della madre. Il padre che scioglieva sempre gli ormeggi, eterno pellegrino per il mondo. La madre, invece, era il suo punto fermo, con la sua bella, isolata casa. Quella dimora era stata il suo sogno, la sua vita, il suo paesaggio. Col tempo, in paese, presero a chiamarla “Mutter Rilke”, lei che da tanto tempo non aveva marito. Dal 1917, Clara aveva iniziato a progettare la sua casa, a Fischerhude, compresa la fila di pioppi. Vi si era stabilita con Ruth, continuando a scolpire senza sosta, lottando costantemente per la sopravvivenza economica. Il padre scherzava sul loro futuro insieme, ma poi non ci venne mai. Non era mai tornato fin là (aveva però contribuito alle spese). Quando Ernst Zinn, il primo serio studioso di Rilke, le aveva chiesto, anni dopo, quale fosse l’ultimo ricordo del padre, Ruth aveva ripensato ad una gita al lago, quando “loro tre” si erano recati sul Chiemsee, nel 1917. Lei e il padre avevano nuotato assieme verso un’isoletta disabitata. Ma quello era solo l’ultimo ricordo di un tempo condiviso. In realtà lo aveva visto, per l’ultima volta, il 5 marzo del 1919, quando gli aveva portato dei biglietti per un concerto di Bach al Bachverein: il padre era rimasto sulla soglia del suo appartamento, lei era corsa via. Non si erano più rivisti. Quando, nell’estate del 1922, Ruth si sposò con Carl Sieber, laureato in giurisprudenza e piccolo proprietario terriero, Rilke le fece pervenire una dote in denaro; per le nozze fece recapitare una torta da ricevimento. “L’avevo detto che non sarebbe venuto”, commentò lo zio Helmuth. La distanza era grande, dice Ruth, più di 900 km, e poi “sarà stato esausto dopo il completamento delle Elegie”. Ruth ebbe tre figli (Christine, Josepha e Christoph) con Sieber, che poi morì prematuramente nel primo dopoguerra; si risposò in seconde nozze con Willy Fritsche, anche lui vedovo. Entrambi i suoi matrimoni furono felici. Willy e Ruth si tolsero la vita insieme nel 1972: pare fossero entrambi gravemente malati. Ma questo è detto solo nella postfazione. Della vita di Ruth è data, fino all’ultimo capitolo, un’impressione di serenità e appagamento, con lei intenta al lavoro negli archivi familiari, a rispondere a studiosi e galleristi, ad illuminare l’opera del padre e della madre.  Grazie ad Erika Schellenberger la luce di Ruth Rilke potrà continuare a risplendere per sempre sull’amato fiume materno, sulle chiome dei salici e degli ontani, come una lanterna del celebre quadro di Modersohn, Lampionfahrt auf der Wümme. Una luce che emerge dall’oscurità, come il mistero che l’avvolge. Marilena Garis Per Gabriella, con gratitudine *In copertina: Clara con Ruth Rilke L'articolo “Sei figlia di due matti”. Vita luminosa di Ruth Rilke proviene da Pangea.
February 20, 2026 / Pangea
“Divora il mio cuore in frantumi”. Storia di Élisa Mercœur, la poetessa abbandonata
Nelle lista delle ‘abbandonate’, in una delle pagine più folgoranti del “Malte”, Rilke incorpora donne leggendarie, velate dall’enigma – la trovatrice/trobairitz Clara d’Anduza, Louise Labé, la “monaca portoghese” –, superbe animatrici dei salotti francesi del Settecento – Julie de Lespinasse e Charlotte Aïssé, donne d’ineguagliata intelligenza, autrici di epistolari al contempo licenziosi e di illecita bellezza –, abissali figure storiche (Eloisa, Marie-Anne de Clermont). Tra le “amanti, le cui lamentazioni ci sono giunte” spiccano le poetesse: dalla contessa di Die a Marceline Desbordes-Valmore; la più nota è Gaspara Stampa, la grande poetessa veneta del Cinquecento, che fa sfoggio di sé, nell’immaginario rilkiano, sul trono della prima delle Elegie duinesi: > “Hai pensato abbastanza la Gaspara Stampa… > […] Non è tempo che noi > amando ci liberiamo dell’amato e tremando > perduriamo: come la freccia perdura nella corda > per essere, concentrata nel lancio, > più di se stessa? Perché restare non ha dove”. > > (La traduzione è di Michele Ranchetti e Jutta Leskien) Tutte queste figure sono tutelate dal mito di Byblis/Biblide, la ragazza che s’invaghì del fratello, Kaunos/Cauno, inseguendolo “fino in Licia: l’impeto del suo cuore la cacciò per terre e terre sulla traccia di lui, e infine fu esausta; ma la mobilità del suo essere era così forte che ella, caduta, riapparve di là dalla morte come sorgente, rapida, come rapida sorgente”.  È proprio questo paradosso ad affascinare Rilke: l’abbandono non si risolve in bulimia dell’io, esplode – il dolore non si compiace di sé, consumando l’addolorata, ma, per sovrabbondanza d’impeto, si fa nutrimento per altri, acqua sorgiva, che disseta. L’abbandono serba un’iniziazione, sembra un inizio verso un amore più grande. O meglio, come scrive Rilke: > “La loro lamentazione è su di uno solo; ma la natura intera vi si intona > all’unisono: è la lamentazione su un eterno. Si precipitano dietro al perduto, > ma già dopo i primi passi lo superano, e innanzi a loro è solo Dio”. > > (La traduzione è di Furio Jesi) L’abbandono, misteriosamente – e lo scrive Rilke, uno che ha molto abbandonato –, è il viatico necessario per conoscere se stessi: cioè, per dissipare il sé in fonte; per essere dissetati d’altro. L’abbondono coincide con uno scatto, con qualcosa che si sprigiona: freccia o fonte. L’individuo esiste perché sfugge a una presa.   Ma torniamo alla lista ideata dall’alter ego di Rilke, Malte Laurids Brigge. Tra le ‘abbandonate’, la più negletta – l’abbandonata tra le abbandonate – è Élisa Mercœur. Poetessa francese di un certo, fulmineo talento, la sua vicenda racconta di un doppio abbandono: biografico e simbolico. A differenza delle altre ‘abbandonate’, infatti, Élisa Mercœur è stata una vera abbandonata, è stata una enfant exposé. Nata probabilmente a Saint-Sébastien-sur-Loire il 24 giugno del 1809, fu mollata dalla madre, tre giorni dopo il parto, sulla soglia dell’orfanotrofio di Nantes, con un cartiglio allacciato al collo: “Élisa, non registrata presso autorità civile. Il cielo e l’umana dolcezza veglieranno su di lei. Forse un giorno i suoi genitori avranno la sorte di reclamarla”.  Presentata al commissariato di polizia, Élisa fu registrata il tre luglio con un cognome fittizio, “Mercœur”, tratto dall’ufficiale in sede – il commissario Benoist – da una struttura militare presente in città, “Le Fossés-Mercœur”, costruita nel XVI secolo dall’allora governatore, il duca di Mercœur. La madre, Adélaïde Aumand, ricamatrice, borghese – il padre era un medico –, d’estatico intelletto, reclamò, come prometteva, la figlia, il 21 aprile del 1811. Del padre – probabilmente l’avvocato Jules-François Barré, nato in Vandea, morto nel 1826 – si sa poco, se non che pagava qualcosa per il mantenimento della non riconosciuta figlia. È come se la vita di Élisa fosse costellata da abbandoni, da vuoti: il suo è un corpo pieno di case disabitate. La madre, per senso di colpa e venefica ambizione, tentò di abitarle tutte, quelle case, di arredarle a suo piacere. È lei, nel 1843, a curare, in tre tomi, le Œuvres complètes d’Élisa Mercœur de Nantes, con una presenza eccessiva, elefantiaca, ingombrante, con prestanza esegetica che sa di malaugurio: all’imbarazzante dedica À l’Écho fa seguito l’inutile Introduction (per capirci: “Ah! Se dal profondo della sua tomba Élisa potesse farti sentire la sua voce, lettore, ti direbbe: Abbi pietà della mia così infelice madre; l’ho lasciata senza figli, senza alcun ristoro sulla terra…”) e le agiografiche, oceaniche, sibilline Mémoires sur la vie d’Élisa, in cui la madre, tramite labirintiche omissioni (così l’attacco: “Élisa Mercœur nacque a Nantes il 24 giugno 1809. Aveva solo ventuno mesi quando rimasi sola ad allevarla: da allora, ogni mio affetto si concentrò su mia figlia, lei fu il mio solo orizzonte, non vedevo altro che Élisa, soltanto Élisa, sempre Élisa”), evita di raccontare il solo fatto totale: l’abbandono della figlia, l’orfanotrofio, quei “ventuno mesi” di apnea dal mondo.  Materia aurea per i chiosatori della psiche: la madre che si riprende la figlia per divorarla, fino all’osso. La madre che curando le opere della figlia – dacché è lei la sola legittima erede, la madre-pitone che presiede il tesoro della memoria; la sola che può autenticare l’opera della figlia, ‘sangue del suo sangue’, con artiglio di Sfinge – vuole sostituirsi ad essa. Eppure, per tutta la sua breve esistenza, Élisa si firmerà sempre “Mercœur”, il cognome fittizio affibbiatole da un commissario della polizia di Nantes.  Ad ogni modo, Élisa Mercœur fu un piccolo genio. L’enfant exposé, a risarcimento, non poté che essere enfant prodige: un miracolo vivente. Sempre di una ‘esposta’, di un’esposizione si tratta: la vita di Élisa è sempre su un palco, alla mercé di altri, necessariamente disadatti ad adorarla. Lei è sempre la sola, l’unica: la madre non farà che rifare ciò che ha sempre fatto, esporla, abbandonarla.  A sei anni sapeva ricamare, Élisa, a otto ideò la prima tragedia, a dodici dava lezioni private di storia, geografia, inglese e francese. Conosceva il greco, recitava a memoria Virgilio. A sedici anni cominciò a pubblicare sulle riviste locali, era già una celebrità. Un editore di Nantes, Mellinet-Malassis, fu attratto dal ‘fenomeno’: organizzò una raccolta di fondi per stampare un libro della ragazza. Il successo sorrise, per un attimo, al genio di Élisa: il tipografo accumulò tremila franchi, la pubblicazione fu dedicata dalla giovane poetessa a Chateaubriand, “Io, debole bimba, ho bisogno di chi vegli sulla mia culla – l’aquila, con la sua ombra, può dare protezione al timido passerotto”. Il grande scrittore rispose di essere davvero un’aquila – dunque, di non poter proteggere nessuno.  Il talento lirico di Élisa era, al contempo, ingenuo e febbrile, esondante; nel frontespizio del libro il suo ritratto simboleggia una giovinezza terribile, una bellezza sigillata da sifilitica inquietudine. Sapeva scrivere di tutto: dall’elegia alla poesia ‘da camera’, dall’ode al sonetto; alternava struggenti versi d’amore a stanze a tema mitico – secondo la moda ‘scozzese’ inaugurata dall’Ossian di James Macpherson – e storico (scrisse di Annibale e di Napoleone, tra gli altri). Amava le sfide, sapeva scrivere versi ‘a soggetto’, d’occasione, durante le feste, per stupire gli astanti; la prima quartina di una poesia dedicata al Tasso dice molto di lei: > “Vittima sopraffatta dalla gloria e dalla sfortuna > crollò sotto il peso del genio e dell’amore; > memoria sigillata dal soffrire: > una tempesta infuriava nel suo cuore”.   A Parigi, la si vedeva al braccio di Lamartine, Musset e Victor Hugo; scrisse i versi maggiori un paio di secoli fa, tra il 1826 e il 1829; non aveva neanche vent’anni. Con la “Rivoluzione di luglio” del 1830 perse la pensione statale che le era stata conferita per sovrappiù di genio; fu costretta a scrivere per vivere. L’aiuto di qualche amico non lenì il crisma di un carattere pronto all’esasperazione, ossessionato da desiderio di rivalsa. Infine, Élisa concentrò tutto il suo avvenire in una tragedia, Boabdil, che sarebbe dovuta andare in scena alla “Comédie-Française”. La tragedia, dedicata a Madame Récamier – la salottiera eternata da Jacques-Louis David, idolatrata da Canova –, racconta le torbide vicende che gravitano intorno al “regno di Granada, ancora nelle mani dei Mori”; la firmava “Mademoiselle Élisa Mercœur, di anni venti”. La commissione della “Comédie-Française”, riunitasi nel marzo del 1831, decretò che il testo era scritto con sapienza, ma che non avrebbe attratto il pubblico parigino: Boabdil non calcò le assi di alcun teatro. Élisa fu schiacciata dall’ennesimo abbandono – si ammalò, mollò la capitale. Dissero di una malattia ai polmoni – la ragazza tentò il suicidio, naturalmente con insuccesso. Morì il 7 gennaio del 1835, a venticinque anni, la seppellirono al “Père-Lachaise”, tra retorici tributi di ammirazione. Negli anni, diventò l’emblema dell’artista amato-e-abbandonato, del ‘caso’, del ‘mostro’ che per un po’ incuriosisce le alte sfere della cultura di regime, per poi, senza ragione, essere dimenticato. Sorgere sorgente dall’abbandono – l’ultima onta comminata ad Élisa: l’oblio. In fondo, la poesia è un modo per dirsi orfani, per rifarsi orfani – e giganteggiare in quella solitudine.  *** Dormi, amico Dormi, amico, possano i più felici sogni cullarti: al risveglio la menzogna non sarà più menzogna.  Se i figli della Notte indossando la mia figura e ti dicono “amare non è un errore”, sotto il fogliame delle lenzuola, accarezza la cara illusione del bene scaccia la paura dal cuore; dormi in pace amico veglia chi ti è al fianco. L’uccello impenna canti d’amore, la sua compagna è giovane e lo ascolta.  Oh, amico, saremo felici! Ma ora una nube scatta: credo che tra poco pioverà. Tutto minaccia tempesta: amico mio, svegliati! * La foglia appassita Perché cadi, foglia gialla, appassita? Amavo guardarti in questa triste valle. Una primavera e un’estate sono stati tutta la tua vita: ora giaci sull’erba pallida. Povera foglia! È passato il tempo in cui verdeggiavi sul ramo ormai spoglio. Eri così bella a maggio! Il gelo ti ha lasciata in pena per qualche istante… Inverno, stagione nottambula, corri e scolori i rifugi delle creature celesti; il vento della sera ti abbraccia ancora piccola foglia, ma i suoi baci sono un addio.  * Il canto del bardo di Scozia Muore l’eroe sotto le carcasse del tempo ma il Bardo, con il suo canto, lo strappa  dalla tomba. Il torrente è per sempre lì la neve imbianca ancora l’erica  e dalla roccia scende lentamente  uno spettro, vaga nella valle solitaria. Mezzanotte: il vento fa tremare i rami della vecchia quercia. Silenzio: l’ombra dell’eroe squarcia le nubi. I bardi cantano le gesta degli antichi tempi sotto le loro dita, fremono le arpe.  Si intonavano ai loro accordi le lugubri voci degli spiriti: chi si è perduto nel canto? Da tempo non suona l’arpa: chi ci offrirà le voci perdute? Negli antichi giorni i canti  raddoppiavano l’ardore degli eroi: scendevano nella tomba carichi di gloria, pieni del loro nome immortale.  Ma ora sono solo creature in esilio: i loro corpi non imprigionano più spiriti tumefatti di luce: non sono che aria rarefatta e fiato sottile, cosa misera  che il vento della morte ha vinto.  L’abete nero soccombe all’inverno le guide dei guerrieri sono morti e sotto il muschio giace un deserto.  Quando tornate dalle selvagge colline cacciatori, non calpestate l’umida erba: a volte, tra la nebbia e la rugiada l’ombra di chi qui ha combattuto aleggia, accende di vita le valli.  * Il voto I Non ausculti più la fiamma che divora il mio cuore in frantumi: mi hai lacerato l’anima: di un’altra t’importa la felicità! Che lei, fatata, non sappia il dolore che prova chi viene tradito: senza amore si muore… e tu la ami più di me! II No, non cedo alla vendetta non desidero, pur trafitta,  che tu sia vile e volubile con lei. La tua assenza mi strazia ma la mia anima, spaccata dal rimpianto, fa un voto per te… senza amore si muore: amala più di me! III Se soccomberò al dolore sarà soltanto tua la colpa. Il tuo tradimento mi ha scavato la fossa, ma non voglio odiarti: chiusa in bara tomba, chi sei per me? Ti dimenticherò –  muore il non amato  e tu ama, amala più di me! * L’addio alla vita Effimera vita, assassino sogno! Via da me ogni azzardo: ora è l’ora in cui la pupilla esaurita ogni luce, non imprigionerà più altri sguardi. Ora è l’ora del delirare che ammutolisce il cuore della bocca trabocchetto del petto che si scuote per le vane figure del passato.  L’ora in cui il diadema  crolla dalla fronte dei re; l’ora suprema della vendetta in cui lo schiavo, finalmente  libero, si libra dalle catene. Ora in cui la morte ci afferra e raggela ogni desiderio: dal fiore precipitano i petali e l’anima, imbambolata,  ritorna senza memoria.  Che senso ha piangere  per i propri sogni quando la morte solleva ogni peso e lascia finalmente respirare il cuore? * L’amore Menzogna che ride e trafigge sonno fatale della ragione: l’amore non è che un sogno di cui la vecchiaia è il risveglio. * Canto polacco [“Elisa ha appuntato questa canzone poco prima di morire. La terza strofa è incompiuta”] I Presso le impetuose acque del Dnestr nei campi consacrati dalla morte di Zolkiewski avanza con coraggio un cavaliere: è triste il cuore palpita sotto la nera armatura ma la mano non regge arma, accarezza il bianco destriero che muove le fauci come una tigre.  II È il mese dei fiori e l’aria è pura, piantumata  di gemme, ma a lui non importa della neve né delle rose! Sogna gli occhi azzurri che gli hanno perforato il petto come un amuleto, quell’unico fuoco cerca tra gli specchi che decorano la sua anima la dolcezza di quegli antichi sguardi d’amore.  Élisa Mercœur *In copertina: Élisa Mercœur secondo Auguste Belin L'articolo “Divora il mio cuore in frantumi”. Storia di Élisa Mercœur, la poetessa abbandonata proviene da Pangea.
January 31, 2026 / Pangea
“Sii forte, sii forte e taci”. Christian Morgenstern o della legge del mondo
“Perché non v’è punto qui/ che non ti veda. Devi cambiare la tua vita”. Fermo, di fronte al torso arcaico di Apollo, Rilke formula un imperativo oracolo, ascoltando ciò che muta come se parlasse. Non è la nebbia di una morale, bensì l’esperienza di metamorfosi che ogni vivente, nel suo perire, impone allo sguardo; un volto d’albero, un muro di spine, una foglia che cade, ogni cosa diviene giudice muto e maestro metafisico. È da questa soglia rilkeana, da questa “Schwere der Dinge”, che possiamo avvicinarci a Christian Morgenstern e alla parte del suo animo nascosta tra le fronde. Perché anche nel suo Blätterfall, in un quadro autunnale che raschia sul bordo della meditazione morale, la natura non è sfondo, ma interlocutrice, segno, terreno dove l’uomo impara la sua postura, la discrezione, il silenzio assordante. > “Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso > le colossali figure del futuro e dell’antichità.” > > Friedrich Hölderlin, Iperione Nato nel 1871 a Monaco di Baviera, Christian Morgenstern è solitamente ricordato per le sue Galgenlieder, i suoi Fatti lunari (pubblicati in Italia da Guanda) e per l’umorismo stralunato. Cresciuto fra pittori e febbri, fu poeta dalla salute sempre inclinata, funambolo dell’assurdo prima che l’assurdo avesse una capitale. Colpito da tubercolosi sin dalla giovinezza – malattia che lo portò alla morte prematura nel 1914 – conobbe a lungo la stanza del malato; il luogo in cui l’immaginazione impara a uscire prima del corpo. Da qui la doppia natura: da un lato l’inventore di quei poemetti che sembrano nati in un teatro di marionette composto da canneti metafisici; dall’altro, un autore capace di una spiritualità calma, quasi orientale, nutrita di Steiner, di teosofie leggere e antroposofia. I frequenti spostamenti lo portarono a soggiornare alcuni mesi, tra il 1906 e il 1907, nel sanatorio per malattie polmonari di Birkenwerder. Qui lo studio del Vangelo di Giovanni e degli scritti di Meister Eckhart gli procurò una sorta di iniziazione spirituale che lo rese liminale. La poesia Blätterfall appartiene a questa fase più meditativa e più “seria” della sua produzione; non trascende l’ironia dei Galgenlieder, ma esplode una sorta di piccola filosofia in cui la natura diventa maestra di saggezza tragica e di compostezza. Caduta delle foglie Il bosco autunnale fruscia intorno a me… Un infinito mare di foglie Si stacca dalla rete dei rami. Ma tu, il cui cuore appesantito Vuole condividere il grande dolore… Sii forte, sii forte e taci! Impara a sorridere quando le foglie, Facili prede del vento leggero, Ondeggiano e scompaiono. Tu sai che proprio la caducità È la spada con cui lo spirito del tempo Supera se stesso. Morgenstern dispone il “mare di foglie” come un teatro cosmico in cui l’uomo, fragile spettatore, è chiamato a un’ascesi del silenzio: «Sii forte, sii forte e taci!». Rilke avrebbe riconosciuto in questo comandamento la stessa disciplina interiore che governa le Dinggedichte, dove il poeta non descrive la cosa, ma la lascia farsi gesto, inclinazione, destino. Ciò che si perde si apre, ciò che discende si libera. La poesia, nella sua apparente semplicità, si colloca così accanto alla visione rilkeana del mondo che “stirbt und wird”, muore e diviene, una visione che fa dell’effimero un’energia spirituale. > “Cerchi che si tendono sempre più > ampi sopra le cose è la mia vita.” > > Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore Se Rilke ci insegna a far parlare le cose, Hölderlin ci mostra il gesto opposto e complementare. La natura non è soltanto scena ma compagna di redenzione, cornice in cui si misura il rapporto umano con il divino. La malinconia dignitosa e la tensione verso una forma di abitare il mondo si incontrano in Hölderlin in una poetica del mediamento. L’estasi del poeta è sempre una mediazione che tenta di ricollegare la frammentazione moderna. In relazione a Morgenstern, Hölderlin ci permette di leggere l’esortazione al silenzio come forma di abitare il tempo. Il suo “sii forte e taci” risuona come regola heideggerianamente prescientifica dell’abitare che Hölderlin, prima di tutti, aveva posto come questione poetica. Christian Morgenstern (1871-1914) Lo studio critico moderno conferma questo aggancio; la natura come mezzo per oltrepassare la contingenza e riconsegnare all’uomo una misura dell’entusiasmo poetico. “Non coerceri maximo, / contineri minimo / divinum est.”,riporta il lungo epitaffio sulla tomba di Ignazio di Loyola citato da Hölderlin nell’apertura dell’Iperione: “Non essere limitato da cos’è più grande, essere contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”. Così, quando Morgenstern invita a “sorridere” davanti al fogliame che svanisce nel vento, chiede un atto di fede nel ritmo dell’essere. Imparare dai cicli naturali a non opporsi alla perdita, perché è proprio lì che l’anima comprende la misura del mondo. > “Costruisco una tomba per il mio cuore, affinchè possa riposare; mi imbozzolo > perchè ovunque è inverno; mi avvolgo nei miei ricordi contro la tempesta.” > > Friedrich Hölderlin, Iperione A sorreggere questa interpretazione giunge Nietzsche, il vero “formatore” della giovinezza di Morgenstern e colui che offrì un primo fondamento filosofico al suo rifiuto emotivo dell’arida incultura guglielmina. Il vento leggero che rapisce il fogliame non è, per Nietschze, minaccia, ma forza dionisiaca che smuove la forma, afferma la potenza del divenire e spezza le catene della malinconia reattiva. “Tutto va, e tutto torna”, scrive nello Zarathustra, ricordando che la vita è un eterno ritorcersi di forme e di energie. Il Blättermeer di Morgenstern, osservato nella sua fluttuante impermanenza, diventa così una figura nietzscheana: la danza minima di ciò che continua a vibrare mentre scompare. Il comando “sii forte” non è una severità morale, ma una pedagogia del divenire; accogliere il mondo nella sua continua evaporazione, senza cedere all’illusione di un centro stabile. > “Voglio imparare sempre di più a vedere come bello ciò che è necessario nelle > cose; allora io sarò uno di quelli che fanno le cose belle. Amor fati: > lasciate che sia il mio amore d’ora in poi!” > > Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza A fornirci l’ultimo nodo, però, è Bergson, che con la sua filosofia della durée (durata) sembra quasi commentare direttamente i versi finali della poesia: “Tu sai che proprio la caducità/ È la spada con cui lo spirito del tempo/ Supera se stesso”. La temporalità bergsoniana non è una serie di istanti che si consumano, ma un flusso qualitativo, una “élan vital” in cui vita e tempo coincidono come movimento indivisibile.  Il testo di Morgenstern, nel suo insistere sulla caducità che «sovrasta» il tempo, può essere letto come poesia della durata: il fogliame che cade non interrompe l’esperienza, la intensifica; la caducità è l’atto che concentra la memoria e l’anticipazione in un presente vivo. Bergson sostiene che il puro presente è un inafferabile avanzare del passato che divora il futuro, e così, il sorriso che l’io consiglia è gesto proprio, modalità del presente che incorpora il passato e prepara il divenire. Nella sinergia di Bergson e Morgenstern il tempo smette di essere nemico e diventa materia plastica dell’anima.  > “E tutto è unanime, nel silenzio su noi, > metà vergogna, forse, e metà speranza ineffabile.” > > Rainer Maria Rilke, II Elegia Duinese In questo modo, il bosco autunnale non è più soltanto un luogo della malinconia, bensì il laboratorio dove Rilke vede la cosa dichiarare la propria anima, dove Hölderlin riconosce la ferita sacra dell’esistenza, dove Nietzsche vi scorge il gioco in cui l’essere si afferma contro la gravità della fine, e dove Bergson ascolta il pulsare segreto del tempo che si rinnova.  Morgenstern, sotto questa luce, appare come un poeta che conosce la leggerezza del pensiero profondo; parla alla quiete, ma soprattutto parla del mondo intero. Nel suo invito a sorridere mentre tutto svanisce, si cela un gesto ontologico, una teologia dell’imparare che la vita non ci appartiene per durare, ma per trasformarsi, per transitare, per brillare un istante prima di dissolversi nel respiro dell’universo. Morgenstern, con la sua voce più lieve e più adulta, trasforma una visione in gesto etico, in assentire, e tacere. Un tacere che non è resa, un tacere che non è condanna.  Il mondo vive nel suo cadere e l’uomo cresce nella misura in cui impara ad accompagnarlo senza rumore. Tommaso Filippucci *In copertina: la “sfera dei colori” secondo Philipp Otto Runge (1777-1810) L'articolo “Sii forte, sii forte e taci”. Christian Morgenstern o della legge del mondo proviene da Pangea.
December 15, 2025 / Pangea
Uccidere il serpente interiore. Il mito esoterico dell’Egitto tra Mozart e Rilke
> E quando ha unito l’anima con ciascuna parte del tutto e con le divine potenze > universe che le pervadono, allora la teurgia la conduce al demiurgo > universale, la pone accanto a lui, e al di fuori della materia l’unisce alla > sola ed eterna ragione. > > (Giamblico, I Misteri egiziani) “Gli Egizi, che fanno risalire l’antichità delle loro origini a tempi anteriori alla stessa storia, raccontano che i loro primi sovrani furono dèi: sette, precisamente – Vulcano, il Sole, Agathodemon, Saturno, Osiride, Iside e Tifone”. Così prende avvio il libro dell’abate Jean Terrasson, pubblicato anonimo nel 1731 a Parigi: Sethos, histoire ou vie tirée des monuments et anecdotes de l’ancienne Égypte, presentato come traduzione da un immaginario manoscritto greco. Terrasson, docente di filosofia greca e latina al Collège de France, traduttore di un’edizione di Diodoro Siculo in sette volumi, non esitò a costruire con astuzia un falso storico che ebbe enorme fortuna nei circoli massonici dell’epoca. Sethos venne a lungo considerato una fonte credibile sulle tradizioni e i misteri dell’antico Egitto: raccontava dell’iniziazione di un principe egiziano, della sua opera di legislatore e infine del ritiro in solitaria contemplazione.  Il romanzo fu tradotto due volte in tedesco nel 1732 e nel 1777 e raggiunse il teatro auf der Wieden nei sobborghi di Vienna: > “Tra quelle mura di legno, Mozart e Schikaneder fecero il loro viaggio in > Egitto, così come mezzo secolo più tardi Flaubert discese il corso del Nilo. > Avevano appreso quasi tutte le notizie che il loro tempo conosceva intorno > all’Egitto ellenistico: mentre l’altro Egitto, quello di Cheope, di Micerino e > di Ramsete II, giaceva ancora sotto le sabbie protettrici del deserto. Libri > antichi e moderni stavano aperti davanti ai loro occhi. Probabilmente > sfogliarono la Biblioteca di Diodoro Siculo e il saggio di Plutarco sopra > Iside e Osiride: non è escluso che guardassero le grandi raccolte di > Athanasius Kircher, dello Jablonski, di Montfaucon e del Caylus: consultarono > il romanzo Sethos dell’abate Terrasson, il saggio di Ignaz von Born sopra i > misteri degli egiziani; e certo si entusiasmarono leggendo l’ultimo libro > delle Metamorfosi di Apuleio”.  > > Pietro Citati L’entusiasmo di Mozart e Schikaneder, di questi due audaci “egittomani”, non era di certo isolato. Il Settecento vibrava dal desiderio irrefrenabile di svelare e ammirare il volto di Iside. Mentre Mozart e Schikaneder attingevano alle fonti libresche, l’immagine dell’Egitto antico si propagava ben oltre le sale teatrali e i circoli letterari: dilagava nelle logge, nei riti segreti, nelle reinvenzioni simboliche dell’esoterismo. Fu in questo clima di febbrile fascinazione, dove l’arcaico si mescolava al fantastico, che l’Egitto divenne modello di un nuovo immaginario rituale. Il celebre alchimista Cagliostro tentò infatti di riformare la massoneria francese introducendo nuovi riti, simboli e segni mutuati dall’immagine favolosa della terra dei faraoni: > “Nel 1784 il conte di Cagliostro fondava a Parigi, in Rue de la Sourdière, la > sua «Loggia Madre dell’Adattamento dell’alta Massoneria egizia.» Il Gran > Copto, suo spirito tutelare, gli avrebbe ordinato di procedere a una > riorganizzazione delle confraternite introducendovi un rito nuovo.! La loggia > possedeva un tempio di Iside in cui officiava Cagliostro in persona, nelle > vesti di gran sacerdote; l’attività durò fino a che l’animatore fu arrestato e > condannato per eresia a Roma, nel 1789. L’episodio è comunemente citato dagli > storici della massoneria. Se uno dei più noti impostori ricorse a quei temi, > fu perché sapeva quale presa avesse allora l’Egitto sulla fantasia del > pubblico; anche Ignaz von Born, che in quello stesso anno aveva fondato a > Vienna il «Journal für Freimaurer»pubblicò nel primo numero un lungo articolo > sui misteri egizi”. > > Jurgis Baltrušaitis Il sigillo di Cagliostro, abbeveratosi fra i rettili del Nilo, mostrava un sinuoso serpente con una mela trafitta da una freccia nella bocca. Nessun animale più del serpente è la sapienza proibita; figura primordiale, è colui che arriva sempre appena dopo lo schiudersi del sipario.  Nell’opera di Terrasson, l’eroe Sethos cattura un enorme rettile, misurandolo prima con calcoli trigonometrico-sperimentali, e lo porta vivo a Menfi.  Nella prima scena del Flauto Magico, Tamino sfugge al serpente soltanto grazie all’intervento delle tre Dame della Regina della Notte: > “Aiuto! Aiuto! Altrimenti, io sono perduto, vittima scelta dell’astuto > serpente. > Già si avvicina, o dèi pietosi! Ahimè, salvatemi! Ahimè, soccorretemi!”  L’astuto serpente è la forza cieca dell’istinto, la sessualità bruta, il viscido impulso nemico di ogni progresso fondato su ragione e disciplina. Uccidere il proprio serpente interiore è il compito di ogni iniziazione e di ogni civiltà. Sethos fu una delle fonti principali del Flauto Magico. Prima di Schikaneder, anche il barone Tobias-Philipp von Gebler, consigliere di Stato a Vienna e massone, si lasciò sedurre dall’Egitto immaginario di Terrasson. A lui si deve Thamos, König in Ägypten, l’unica sua opera ricordata. Nel 1773 il giovane Mozart, diciassettenne e in soggiorno viennese, conobbe Gebler tramite Franz Anton Mesmer, inventore del “magnetismo animale”. Gebler commissionò a Mozart una musica di scena per Thamos, composta da due cori e cinque intermezzi sinfonici. L’opera non ebbe successo, ma Mozart tornò su quella partitura sei anni dopo, ampliandola.  Thamos costituì così un’importante preparazione al Flauto Magico: medesimo è il contesto simbolico. Gli stessi nomi dei personaggi rivelano la continuità: la Regina della Notte si chiamava Mirza, Pamina Säis, Tamino Thamos, e Sarastro Sethos – proprio dal romanzo di Terrasson. Persino il tema del “dolce suono del flauto” si trova già in uno dei cori di Thamos. Gli stessi intrecci storici  e massonici che portarono alla composizione di questa opera-prototipo, confermano l’importanza di Thamos nella vita del compositore: nel 1785, quando l’imperatore Giuseppe II ridusse le Logge viennesi a due, Mozart entrò nella  Zur Gekrönten Hoffnung, la loggia della Nuova Speranza Coronata, guidata proprio da Gebler, mentre l’altra Loggia, Zur Wahren Eintrachtla, della Vera Concordia era presieduta da Ignaz von Born, probabilmente colui che gli servì come modello per il personaggio di Sarastro.  Nel saggio di Furio Jesi, Rilke e l’Egitto, Considerazioni sulla X elegia di Duino (in: Letteratura e mito, Einaudi, 2025, nuova edizione), l’Egitto è la “terra della morte”, simbolo della memoria e del visibile che si trasforma nell’invisibile. Se per Foscolo e Winckelmann il canto greco è già un canto funebre e lontano, Rilke, nelle Elegie duinesi, riconosce proprio nell’Egitto la più rivelatrice icona del passato e la patria del nostro inconscio. Dopo la Rivoluzione francese, di cui Mozart è una precoce infiorescenza, proprio l’Egitto sostituisce la Grecia come repertorio simbolico dell’oltre-vita: non più l’idealizzato e razionale classicismo greco, ma l’Oriente del mistero iniziatico, più vicino all’immaginario moderno e ai suoi turbamenti. Dai primi tre accordi dell’overture del Flauto Magico sino alla parola poetica di Rilke, l’Egitto emerge come luogo metafisico: spazio di iniziazione, enigma della morte, passato estremo e radiosa utopia. Un regno dove l’uomo si annulla, ma non l’umano, dove rimane la speranza dell’assoluta Armonia e le dolci note di un flauto: > “Intanto, sulla scena del Flauto magico, accade l’evento che da migliaia di > anni la terra attendeva. L’antica scissione è conclusa. Il principe venuto dai > paesi del sole abbraccia la figlia della regina delle tenebre: la luce e la > notte, il principio maschile e quello femminile si incontrano > nell’amore. L’harmonia mundi vive finalmente tra noi. Tutto il teatro è un > sole, Sarastro sta in alto e la gioia delle trombe celebra il trionfo della > luce celeste. Ma che significa questo trionfo? […] Se l’uomo e la donna si > amano, se la virtù e la giustizia cospargono il sentiero della nostra > esistenza, se la dolce calma scende nel nostro cuore, «allora la terra è un > regno celeste e i mortali sono pari agli dèi». […] Tamino suona, le belve > corrono ad ascoltarlo o arrestano il loro slancio: i sentimenti tristi > diventano lieti, gli uomini aridi si innamorano; e la furia degli elementi si > placa. Soltanto la musica nata dal cuore della notte prepara l’armonia del > mondo, che tanti uomini hanno invano sognato di contemplare. > > Pietro Citati Tony Vero *Gli estratti del libretto, della prefazione di Pietro Citati e del saggio di Jurgis Baltrušaitis provengono dal volume: E. Schikaneder, “Il Flauto Magico”, Adelphi, 2025.  In copertina: una immagine dal “Papageno” di Lotte Reiniger (1935) L'articolo Uccidere il serpente interiore. Il mito esoterico dell’Egitto tra Mozart e Rilke proviene da Pangea.
December 2, 2025 / Pangea
“Devi cambiare la tua vita”. Rilke di fronte al torso arcaico di Apollo
Molte cose può la poesia: consolare, cullare ma – più delle altre – anche comandare. Chi entra in un museo – in questo caso il Louvre, dove i capolavori vanno in carcere e gli dèi all’obitorio – per cercare il sollievo borghese dell’estetica in una placida contemplazione del “bello”, ha già tradito tutto. Si muove orizzontalmente, come un turista dell’assoluto, e non verrà mai toccato dalla lama. Perché l’arte che ispira davvero è padrona e non ancella, lo sa bene chi in una statua o in un testo ieratico non ci ha visto un parere o un’interpretazione ma un giudizio. Un giudizio divino che fissando dal suo abisso marmoreo spoglia chi lo osserva. Ecco Rainer Maria Rilke davanti il Torso arcaico di Apollo. Un pezzo di pietra a cui la barbarie del tempo ha amputato la testa, le braccia e le gambe; è rimasto il nucleo del torso, un blocco tellurico che ne contiene il cuore. Eppure, c’è chi in questo più che una mancanza, ci ha visto una potenza accresciuta, una folgore contenuta in quel petto mozzo di ogni arto. La critica si è arrovellata per decenni, producendo biblioteche di esegesi flaccide, tentando di addomesticare quella violenza finale traducendola in inoffensivo gergo psicologico, in un invito a essere “più buoni”, “più consapevoli”. Non volevano vedere nulla. Gli dèi dettano ordini, non suggerimenti, lo sa Rilke e certamente, lo sa anche Apollo. L’imperativo che chiude il sonetto – “Devi cambiare la tua vita” – è un decreto divino, non derubricabile ad un mite consiglio amichevole.  La prima fondamentale operazione che questo torso compie è un atto di iconoclastia sublime annientando il suo stesso volto. La testa, con la sua mimica delle labbra e con i suoi occhi che si dice siano ponte per l’anima, è stata decapitata. Ma non si tratta di una perdita, chiaramente è una purificazione che emenda Apollo della maschera dell’Io e di ogni teatro emotivo umano. Si tratta di emendare il corpo dal logos cerebrale, che tutto vuole spiegare e ridurre a concetto. L’assenza della testa permette al corpo di diventare esso stesso sguardo totale. Rilke osserva come il torso, anche sprovvisto di occhi, ha uno sguardo simile a una stella che osserva da ogni punto della sua superficie. Altrimenti, sarebbe una pietra deforme e monca, ma non lo è; è intera metafisicamente, prima che anatomicamente. Lo sguardo di Apollo non emana più da un centro, ma si irradia dall’intera massa. È uno sguardo panottico-somatico di una divinità che non si esprime più attraverso un volto umano, ma per mezzo della tensione pura della forma. Il marmo trasuda luce e brilla come un candelabro sacro, la cui energia interna preme contro i confini della pietra fino a farla esplodere di incandescenza. Questo è un dio apocrifo, che non ha nulla della ragione apollinea e che invece ha assorbito la potenza dionisiaca. Rilke legge il torso di Apollo in maniera verticale. L’uomo orizzontale consuma arte come consuma cibo, la giudica passivamente e la recensisce con aggettivi esausti senza lasciarsi ferire o accettarne i comandi. Il torso che descrive Rilke, invece, irrompe su questo piano e impone l’incontro con il sacro e con una bellezza che non ammette neutralità. Si è costretti a prendere una posizione per elevarsi o annichilirsi, ma il torso apollineo diviene in ogni caso un maestro di una ginnastica spirituale. Il museo trae in inganno l’osservatore: il torso non è lì per essere ammirato ma per essere imitato nel campo di battaglia della propria esistenza. L’imperativo “Du mußt dein Leben ändern”, l’enfasi è sulla parola finale che – in tedesco si lega ad andere, altro – chiede l’alterità, rendere la propria vita altro. Cambiare la propria vita è il fondamento di ogni ascesi e disciplina, di ogni aristocrazia dello spirito. È il comando che sente il monaco nella sua cella e che l’atleta percepisce nello spasmo dei muscoli, un richiamo all’ordine, alla forma e al rifiuto del caso informe della vita biologica. Vivere orizzontalmente significa subire la propria esistenza, fluttuare secondo le correnti delle passioni e delle mode. Vivere verticalmente significa imporre una forma alla propria vita e farne un’opera, significa – in altre parole – praticare. Fu Sloterdijk a cogliere questo nucleo nella poesia. Rilke stava promulgando la legge fondamentale dell’antropotecnica: l’uomo è l’animale che si auto-impone discipline sovrumane per non restare semplicemente umano. La storia della civiltà non è la storia del progresso sociale, ma la storia degli esercizi che gli uomini hanno inventato per costringersi a diventare qualcosa di più. Dallo yoga alla filosofia stoica, dalla maratona alla meditazione, la posta in gioco è sempre la stessa: creare una tensione verticale, che distanzi ciò che si è da ciò che si deve essere. Il torso apollineo è latore di questa etica feroce, accusa con la sua bellezza, ci guarda e ci vede flaccidi, informi e indulgenti con noi stessi. Ci vede annegare e nella sua perfezione muta, ordina di smetterla di lamentarsi e di opinare per iniziare, finalmente, a praticare. Scolpire la propria giornata come uno scultore scolpisce la pietra. Imporsi un rigore affinché la morale non sia volgarmente intesa come un catalogo di divieti, ma come un’estetica della condotta. Il bene non è ciò che è giusto, ma ciò che ha forma. Rilke mette in pratica una controrivoluzione spirituale riconoscendo nell’opera d’arte una forma autocratica che esige obbedienza. Il suo messaggio è un imperativo estetico: la propria vita, così com’è, è inaccettabile. È un’opera mancata, insufficiente ed amorfa. Ora che si è stati visti, trafitti dalla luce del dio, non ci sono più alibi. Ciò a cui il poema chiama, in ultima istanza, è il superamento della sterile dialettica tra Apollo e Dioniso, ordine e caos, una dicotomia che ha nutrito la filosofia occidentale da Nietzsche in poi. Il Torsonon è semplicemente apollineo nella sua perfezione formale. Al suo interno, come nota Rilke, la pietra “flimmert… wie Raubtierfelle”, scintilla come pelle di belva, e il suo potere è pronto a straripare da ogni suo contorno. Questa non è chiaramente la fredda geometria del dio del rigore. È una forma che a stento contiene un’energia selvaggia e primordiale. L’Apollo che osserva Rilke è un punto di fusione tra la disciplina più rigorosa, la perfezione di quel torace sospeso, ed una vitalità sfrenata contenuta al suo interno, un dio che non ha mai essenzialmente abbandonato la statua che abitava. Questa è la tirannia benefica dell’Oggetto, Rilke mette in atto una sovversione gerarchica: non è lo spettatore a guardare l’opera, ma è l’opera che lo plasma. L’unica risposta degna a tale Epifania è la scelta di un’ascesi. Il torso non ha più il volto perché ora il suo volto è il nostro, e ci chiede cosa ne stiamo facendo. Tutto il resto è intellettualismo, e l’intelletto oggi più che mai, non serve a nulla. “Non conoscevamo il suo capo inaudito in cui maturarono i pomi oculari. Ma il suo torso ancora arde come un candelabro, dove il suo sguardo, ormai scorciato, si conserva e risplende. Non potrebbe sennò la curva del suo petto abbagliarti, e scorrendo la torsione delicata dei lombi non riuscirebbe un sorriso a posarsi su quel luogo centrale cui spettava la procreazione. Sarebbe sennò deforme questa pietra e corta sotto lo spiovere invisibile delle spalle, e non tremolerebbe come pelo di belva feroce; e non irradierebbe da ogni suo contorno come una stella: perché non v’è punto qui che non ti veda. Devi cambiare la tua vita.” Andrea Falco Profili L'articolo “Devi cambiare la tua vita”. Rilke di fronte al torso arcaico di Apollo proviene da Pangea.
November 5, 2025 / Pangea