> “Luttuoso evento. Il signor Polidori, residente in Great Pulteney Street,
> giovedì sera si era ritirato all’ora solita per il riposo notturno; la
> domestica ieri mattina, non vedendolo alzato all’ora consueta, entrò nella sua
> camera tra le undici e il mezzogiorno e lo trovò gemente e chiaramente
> agonizzante. Venne dato subito l’allarme e chiamato il medico, ma prima ancora
> che arrivassero di dottori Copeland e Davies, egli era già morto. suo padre
> stava appunto venendo a Londra per trovare il figlio e arrivò circa tre ore
> dopo la disgrazia. Sappiamo che lo scomparso aveva ventisei anni e che aveva
> accompagnato per un certo periodo in Italia Lord Byron. Il magistrato
> inquirente accerterà oggi stesso la causa del decesso”.
>
> («The Traveller», lunedì 27 agosto 1821)1
Era una sera fredda e piovosa del giugno 1816, scriverebbe Edward Bulwer-Lytton,
autore dell’incipit più famoso e banale della letteratura occidentale (quel “It
was a dark and stormy night” del romanzo Paul Clifford, pubblicato a Londra nel
1830). Torniamo a parlare del celebre ritrovo nel salotto ginevrino di Villa
Diodati, sullo scenario del lago, dove i villeggianti Lord Byron, il suo medico
personale John William Polidori, Percy Bysshe Shelley e la futura moglie Mary si
sfidarono a creare un racconto terrificante in un tempo brevissimo, stimolati
dall’antologia tedesca Phantasmagoriana, appena uscita. Da lì, come abbiamo
raccontato, nacque il germe del fatidico Frankenstein; or, The Modern
Prometheus di Mary Shelley; ma nacque anche, non meno famoso e fatale, un altro
germe: quello del Vampiro ottocentesco, di cui l’oscuro John William Polidori
divenne il precursore.
Con la sua atmosfera, villa Diodati rappresentava una cornice perfetta: non solo
aveva ospitato il sommo John Milton, ma era immersa in una sorta di paesaggio
sublime, con le montagne sovrastanti, il lago e il cielo che facilmente
diventavano tempestosi, un insieme capace di creare atmosfere sinistre e
inquietanti. Dopo quella sera fatidica, Shelley trasalì come sopraffatto da
un’orrenda visione, come scrive Polidori nel suo diario:
> “18 giugno. La mia gamba molto peggio. Shelley e compagnia qui. La signora
> S[helley] mi chiama il suo fratellino (minore). Cominciata la mia storia di
> fantasmi dopo il tè. Mezzanotte, cominciamo davvero a parlare
> fantasmagoricamente. L[ord] B[yron] ha recitato dei versi della Christabel di
> Coleridge, sui seni della strega; è seguito il silenzio, e Shelley, lanciando
> un grido e mettendosi le mani sulla testa, è corso fuori dalla stanza con una
> candela. Buttata l’acqua sul volto e datogli dell’etere. Guardava la signora
> S[helley] e d’un tratto ha visualizzato una donna di cui aveva sentito parlare
> che aveva occhi al posto dei capezzoli, cosa che aveva preso possesso della
> sua mente e l’aveva terrorizzato”.
Nel frattempo, Byron ha già scritto il frammento di un racconto del mistero che
legge agli amici: il protagonista enigmatico è Augustus Darvell, che insieme al
narratore fa un viaggio attraverso l’Europa fino all’Oriente. In quelle regioni
egli vede la sua salute deperire sempre più; giunti a visitare certe rovine
intorno a Smirne, nei pressi di un cimitero dichiara in modo sibillino di
esservi già stato, e sotto gli occhi del narratore si trova di colpo in punto di
morte: dopo avergli impetrato un oscuro giuramento – “che la mia morte sia
tenuta nascosta a ogni creatura vivente […] Il nono giorno del mese, non importa
quale, a mezzogiorno, dovete scagliare questo anello nelle correnti salate che
si gettano nella baia di Eleusi” – defunge corrompendosi rapidamente.
Furono queste poche pagine a fornire a John William Polidori lo spunto e la
traccia per scrivere il suo The Vampyre. Nato da un italiano emigrato, Gaetano
Polidori – anch’egli vissuto per qualche tempo all’ombra di un personaggio
famoso, Vittorio Alfieri, di cui fu segretario –, John William s’era laureato in
medicina all’Università di Edimburgo appena diciannovenne, ed era stato assunto
da Lord Byron per le sue peregrinazioni in Europa: avere un medico al seguito
era quasi d’obbligo, per la nobiltà inglese del tempo. A dispetto del rapporto
d’amicizia che s’era creato, Polidori venne poi licenziato alla fine di
quell’estate 1816, perché – a quanto pare – agli occhi del poeta s’era rivelato
invidioso e petulante, forse per le sue frustrate ambizioni letterarie e mondane
e il suo desiderio di competere con i maiores. Tornato in Inghilterra, finì per
attuare il progetto di sviluppare la storia abbozzata da Lord Byron a villa
Diodati, ricalcando sulla sua figura il protagonista – forse come rivalsa per le
umiliazioni subìte –, a cominciare dal nome: Lord Ruthven, preso tale e quale
dal romanzo autobiografico Glenarvon di Caroline Lamb, la nobildonna che, dopo
aver introdotto Byron nel bel mondo ed esserne stata abbandonata, aveva sfogato
i suoi rancori sbeffeggiandolo sotto il nome del crudele Ruthven Glenarvon, che
viene assassinato dalle proprie amanti e infine rapito dal demonio. In effetti,
il Lord Ruthven di Polidori deve a Byron quasi tutto, dal fisico, alla postura
da homme fatale, al carattere; per inciso, Ruthven resterà sinonimo di “vampiro”
per quasi tutto l’Ottocento, fino al Dracula di Bram Stoker.
Dunque, nel 1819 il racconto The Vampyre viene consegnato – non si sa se
direttamente da Polidori o per vie traverse – all’editore Henry Colburn, con in
calce la sigla “Lord B.”; e Colburn, o perché lo credesse davvero o perché
volesse farlo credere ai suoi lettori, lo pubblica nel «New Monthly Magazine» a
nome di George Gordon Byron. Va da sé che la storia ebbe subito un grande
successo, anche nel continente: lo stesso Goethe la giudicò una delle
cose migliori di Byron. Ma subito ne seguì una corsa alla smentita e alla
rivendicazione attraverso una frenetica serie di lettere, non solo di Polidori,
da cui citiamo alcuni passi:
> “Signore, ho ricevuto copia della rivista del 1° aprile e mi duole notare che
> il vostro corrispondente ginevrino vi ha indotto a commettere un errore
> riguardo alla storia del Vampiro: che non è di Lord Byron, ma è
> stata interamente scritta da me su richiesta di una signora, la quale (quando
> le avevo menzionato che Sua Signoria aveva detto di avere l’intenzione di
> scrivere una storia di fantasmi, imperniata su due amici che partono
> dall’Inghilterra, uno dei due more in Grecia, l’altro, una volta ritornato,
> scopre che è vivo e corteggia sua sorella) aveva detto che reputava
> impossibile espandere quel materiale e volle che la scrivessi per lei, cosa
> che feci in due mattinate oziose passate in sua compagnia. I fatti menzionati
> sopra, e il fatto che il morente ottiene un giuramento per cui quello che
> sopravvive non dovrà in alcun modo rivelare la sua morte, sono le uniche parti
> della storia che appartengono a Sua Signoria. Desidero, pertanto, che nel
> prossimo numero facciate una decisa smentita della vostra dichiarazione,
> inserendo la presente nota”.
>
> (dalla lettera di John Polidori a Henry Colburn, 2 aprile 1819)
> “[…] vorrei sgravarmi da ogni colpa davanti ai vostri occhi, in quanto
> direttore del «New Monthly Magazine» e dunque colui che può ritenersi
> responsabile per la prima pubblicazione del Vampiro. Vorrei anche consultarvi
> riguardo al modo di impedire la pubblicazione a mezzo stampa di un
> manoscritto privato di Lord Byron che gli sarebbe immensamente sgradito, ma
> che venne ottenuto con mezzi poco chiari da una persona di scarsi principi che
> era al suo servizio”.
>
> (dalla lettera di Alaric Watts a John Murray, 26 aprile 1819)
> “Signore, vi invio la nota editoriale alla quale facevo riferimento,
> questa mattina, in conversazione, mezza pagina del «New Monthly Magazine» che
> contiene una lettera stilata dal signor Colburn e firmata in circostanze
> particolari da Polidori. Mi renderete un favore immenso correggendo quelle
> impressioni sfavorevoli che Lord Byron, per come i fatti possono sembrare,
> dovesse nutrire nei miei confronti. Poche persone hanno scritto di lui in
> termini più entusiastici di quanto ho fatto io […]. Il titolo che avevo
> proposto era Il vampiro, basato su una storia narrata da Lord Byron a Ginevra.
> Venni scavalcato dal mio tirannico editore […]. In realtà il titolo delle
> prime mille copie del libello dichiarava: Il vampiro, storia
> dell’onorabilissimo Lord Byron. Tuttavia, quando minacciai di raccontare ogni
> cosa a voi, […] cancellarono tutto”.
>
> (dalla lettera di Alaric Watts a John Murray, 27 aprile 1819)
Una altezzosa smentita, quella decisiva, arrivò da Venezia il 27 aprile: Byron,
informato che un editore parigino aveva intenzione di pubblicare The
Vampyre nella sua rivista, si affrettò a comunicare al “Galignani’s
Messenger” 2, un periodico di lingua inglese pubblicato in Francia, di non
essere affatto l’autore di quel racconto, aggiungendo di non aver mai sentito
parlare dell’opera in questione. “In un giornale più recente, vedo un annuncio
formale de Il vampiro con l’aggiunta del mio «soggiorno sull’isola di Mitilene»,
un’isola per cui sono a volte passato, anni fa, nel corso dei miei viaggi nel
Levante, e dove non avrei alcun problema a risiedere, ma dove non ho mai
risieduto. Nessuno di questi esercizi letterari è mio, e immagino non sia
scorretto né scortese chiedervi il favore di smentire l’annuncio a cui alludo.
Se è un libro intelligente, sarebbe ignobile privare chi l’ha realmente scritto
– chiunque sia – dei relativi onori; e se è stupido, gradirei prendermi
unicamente la responsabilità della mia propria ottusità, e non di quella di
qualcun altro”. Byron, inoltre, dichiarava sdegnosamente di avere un’antipatia
personale per i vampiri e che, per la scarsa frequentazione che aveva con i
medesimi, non si sarebbe mai permesso di divulgarne i segreti. Sembra chiaro il
suo fastidio verso quello sciocco “Polly Dolly”, come ormai lo chiamava, che
l’aveva plagiato così sfacciatamente: per mettere fine ai discorsi, fece subito
pubblicare il suo frammento in appendice al poemetto storico Mazeppa.
Al “povero Polidori” non restò che controbattere, in uno scambio di lettere,
alle accuse e ai rimproveri di Sir John Hobhouse, un politico amico intimo di
Byron, che lo informò di aver ricevuto “una sorta di delega sulle questioni
letterarie che lo riguardano”, soprattutto in una faccenda come quella “che con
ogni probabilità avrà delle conseguenze sulla sua reputazione”. Questo è il
sunto dello scambio, riepilogato nella lettera del 3 maggio 1819 con cui
Hobhouse aggiornava Lord Byron: “Sono stato in corrispondenza con Pollydolly
riguardo a te. Una dannata storiella da due soldi intitolata Il vampiro è stata
pubblicizzata di recente col tuo nome, e con la precisazione che l’avevi scritta
di concerto con gli Shelley che hanno scritto Frankenstein […] Mi ricordavo che
mi avevi parlato di un picnic di quel genere a Diodati, così ho pensato che
magari Dolly ti aveva rubato la storia e adesso ci stesse coprendo le sue
nudità. Ma quando ho visto questo Vampiro, dato che il tuo stile, da bravo
damerino, lo conosco, ho saputo con certezza che si trattava di un ignobile
inganno e opera interamente di Polidori e di lui solo. E sono sicuro di aver
ragione, perché è stato lui ad ammetterlo quando gli ho scritto e Murray ha
tirato fuori tutta la faccenda. Adesso, però, ha pubblicato una lettera sui
giornali che dice che benché il Vampiro, «nella sua forma presente», non è tuo,
il «canovaccio» è «sicuramente» tuo. E ci mette quel suo cazzo di cognome
polisillabico da italiano. Ha anche fatto una specie di accordo
con Colburn (quello che ha pubblicato Glenarvon) per i suoi viaggi, dei quali
dice che il pezzo forte è la ‘vie privée’ di Sua Signoria. Questo ha detto
Colburn al mio informatore. Allora ho scritto a Polly: ha detto che rivendica
rango e reputazione di gentiluomo, poveraccio che non è altro, e che non ha mai
avuto intenzione di commettere una simile slealtà. Però, vista la sua lettera
sul «canovaccio» del Vampiro, penso che dovresti mandare a Murray – o, se vuoi,
a me – una nota da far pubblicare sui giornali in cui togli al Dottore ogni
diritto sui canovacci: altrimenti continuerà a fare uso del tuo nome. Temo sia
un furfante, ma te l’avevo detto che avevi fatto un errore a prenderlo con te:
lo sai” 3.
John William Polidori morì due anni dopo, nell’agosto 1821, suicidandosi con “un
sottile veleno di sua composizione”, pare a causa di un debito d’onore che non
era riuscito a saldare. L’anno seguente Percy Bisshe Shelley perse la vita tra
Livorno e Lerici, nel naufragio della sua nuova barca, e nell’aprile 1824 perì
anche Lord Byron, si dice a causa di febbri reumatiche, mentre era a Missolungi
per sostenere i ribelli nella guerra d’indipendenza greca. Il destino di giovani
vite romantiche che non riescono a invecchiare, che si espongono a gesta fatali,
che per questo diventano miti inscalfibili e fondanti.
Che dire del libro? Il vampiro di Polidori, Lord Ruthven, ha le vesti di un
nobiluomo alla moda, è seduttore e giocatore d’azzardo (che si diverte a perdere
tutto ciò che a vinto); riscuote interesse nei salotti londinesi del bel mondo
per il suo comportamento eccentrico: “Contemplava con distacco l’allegria che lo
circondava, come se non potesse prendervi parte. Solo il riso allegro delle
belle fanciulle pareva attirare la sua attenzione, per poterlo gelare con uno
sguardo e incutere paura in quei cuori in cui regnava la leggerezza”. Dovevano
essere “i suoi occhi grigi di morte, che fissandosi su un volto, non parevano
penetrarlo né affondare lo sguardo negli intimi lavorii del cuore, ma ricadevano
sulle gote come un raggio di piombo, che gravava sulla pelle senza riuscire ad
attraversarla”. Al pari di Lord Byron, “Malgrado il pallore mortale del suo
volto, che mai si riscaldava col rossore della modestia o gli intensi moti della
passione, il suo aspetto e il suo profilo erano belli, e molte donne a caccia di
notorietà cercavano di catturare la sua attenzione, almeno di ottenere qualche
segnale da poter prendere per affetto”. E segue una stoccata a Caroline Lamb,
che per impressionare Byron amava esibirsi in mascherate: “Lady Mercer, che da
quando s’era sposata era diventata lo zimbello di tutti i freak in mostra nei
salotti, si mise sulle sue tracce e, tranne indossare gli abiti di un
saltimbanco, fece qualsiasi cosa per attrarne l’attenzione”.
In The Vampyre, il plagio del frammento di Lord Byron c’è tutto: l’ingenuo e
giovane Aubrey conosce Lord Ruthven, ne resta affascinato e lo convince a
intraprendere con lui un viaggio in Europa; rendendosi conto degli aspetti
negativi del personaggio e della pericolosità dei suoi comportamenti, decide di
lasciarlo al suo destino in Italia e salpa per la Grecia – dove la leggenda dei
vampiri è viva – alla ricerca di vestigia archeologiche. Là, dopo che la
giovanissima Iante, a cui s’era affezionato, viene uccisa da un vampiro, Aubrey
cade preda di una febbre violenta, e si vede ricomparire davanti Lord Ruthven
(“si dette il caso che in quello stesso periodo giungesse ad Atene”), che si
mostra cambiato e pronto ad assisterlo con premura e gentilezza. Insieme partono
per spedizioni archeologiche, e in una di queste vengono assaliti dai predoni
che feriscono mortalmente Lord Ruthven, il quale, prima di spirare, ottiene da
Aubrey un solenne giuramento: “che per un anno e un giorno non parlerete
assolutamente ad anima viva né dei miei delitti né della mia morte, qualunque
cosa possa accadere e qualunque cosa possiate vedere”. Quel giuramento sarà la
maledizione di Aubrey, che, tornato in Inghilterra, ritroverà Ruthven redivivo e
come in un incubo non riuscirà a impedirgli di catturare le sue prede, tra cui
la sorella di Aubrey.
Allo stesso modo in cui un romanzo sgangherato come Il castello di Otranto ha
fondato il fenomeno del romanzo gotico, Il vampiro polidoriano non resta
importante in sé, ma per quanto da esso ne è derivato, perché introduce la
figura del vampiro nella narrativa gotica, figura che suggestionerà
l’immaginario collettivo inaugurando una specie di “epidemia” di succhiasangue
letterari, offrendo lo spunto per altri racconti del genere anche fuori dei
confini inglesi, si pensi a “Vampirismus” di E.T.A. Hoffmann, Smarra di Charles
Nodier, La morte amoreuse di Téophile Gautier. In Inghilterra, nel 1847 spopola
il feuilleton Varney the Vampyre di Thomas Peckett Prest, una specie di
calderone scatenato e incoerente, e nel 1871 si realizza il celebre
racconto Carmilla di Joseph Sheridan le Fanu. Per finire, la differenza fra il
prototipo byroniano e il vampiro “compiuto” giunto fino a noi è notevole: oltre
al pallore da chiarore lunare, il Dracula di Bram Stoker ha “il volto aquilino”,
“il naso sottile con una gobba pronunciata e narici stranamente arcuate; […] Le
folte sopracciglia quasi si congiungevano sul naso, e i ciuffi parevano
arricciarsi tanto erano abbondanti. La bocca, per quel che si scorgeva sotto i
folti baffi, era rigida, con un profilo quasi crudele. I denti, bianchi e
stranamente aguzzi, sporgevano dalle labbra il cui colore acceso rivelava una
vitalità stupefacente per un uomo dei suoi anni”.
Dall’inquietante “dead grey eye” del raffinato Lord Ruthven si arriva così a
quella specie di uomo-lupo consacrato dal cinema, con le “mani piuttosto rozze –
larghe, con le dita a spatola. Strano a dirsi, c’erano dei peli al centro del
palmo”.
Paolo Ferrucci
1 Dall’Introduzione di William Michael Rossetti a The Diary of Dr. John William
Polidori, London 1911.
2 Galignani stava già approntando le sue edizioni parigine, che replicavano
quelle di Sherwood, Neely e Jones e indentificavano l’autore con Lord Byron.
3 Per i testi della querelle editoriale sulla paternità di The Vampyre, si
veda Villa Diodati Files. Vampiri e altri parassiti (1818-19), Ed. Nova Delphi
2019, appendice IV, pag. 289 e segg.
*In copertina: Francisco Goya, “Las Resultas”, 1810
L'articolo “Mezzanotte, cominciamo a parlare fantasmagoricamente”. Un vampiro si
aggira nelle aule della letteratura… proviene da Pangea.
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> “«Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi», disse Lord Byron, e la sua
> proposta fu accettata. Eravamo quattro. Il celebre autore iniziò un racconto,
> del quale pubblicò un frammento alla fine del suo poema Mazeppa. Shelley,
> più portato a dar corpo alle idee e ai sentimenti nel fulgore di immagini
> luminose e nella musica del verso più melodioso che adorna la nostra lingua
> piuttosto che a inventare la struttura di una storia, ne iniziò una fondata
> sulle esperienze dei suoi primi anni. Il povero Polidori ebbe qualche idea
> terribile su una donna con la testa di teschio che era stata così punita per
> aver spiato dal buco di una serratura […] Io mi dedicai a pensare a una storia
> – una storia in grado di rivaleggiare con quelle che ci avevano spinti a
> questa impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure del nostro animo
> e che risvegliasse brividi di orrore – che rendesse il lettore timoroso di
> guardare dietro di sé, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del
> cuore. Se non avessi ottenuto tutto questo, la mia storia di fantasmi sarebbe
> stata indegna de suo nome”.
>
> (Mary Shelley, dalla Introduzione a Frankenstein del 15 ottobre 1831)
È in quella sera piovosa e fredda del giugno 1816, nel salotto di villa Diodati,
nei pressi di Ginevra, che nasce il primo germe di Frankenstein; or, The Modern
Prometeus di Mary Shelley, figlia della scrittrice femminista Mary
Wollstonecraft – autrice della prima dichiarazione dei diritti della donna – e
del celebre William Godwin, filosofo radicale, guida di intellettuali liberi
pensatori e autore del primo detective novelmoderno, di cui ci siamo occupati
qualche tempo fa. Confinati in casa, i villeggianti si trovano per le mani
alcuni volumi di storie di fantasmi tradotte in francese dal tedesco, e si
mettono a ingannare il tempo raccontandosi invenzioni da brivido. C’era Lord
Byron, sceso dalla fama all’infamia, inseguito dallo scandalo e bandito dai
salotti londinesi, e c’era Percy Bysshe Shelley, in fuga dai creditori e da un
matrimonio chiacchieratissimo e compromesso; con loro Claire Clarmont, incinta
di Lord Byron (e non amata), e Mary Wollstonecraft Godwin, la diciannovenne
illuminata sorellastra di Claire e già madre di un piccolo Shelley. Infine, un
personaggio minore: John William Polidori – “il povero Polidori” –, medico
personale di Byron e futuro autore dell’incompiuto Il vampiro.
Dopo una nottata trascorsa a parlare di argomenti orrifici e massimi sistemi,
tra cui il principio della vita e gli esperimenti su piccole forme inanimate che
tornano ad animarsi, la giovanissima Mary non riesce a prendere
sonno, sbrigliando l’immaginazione su un omuncolo creato con innesti di nervi,
arti e organi. “Io vidi – con gli occhi chiusi ma con una acuta visione mentale
–, io vidi il pallido studente di arti proibite inginocchiato di fronte alla
cosa che aveva messo insieme. Vidi la forma orribile di un uomo disteso, e poi
grazie all’opera di un qualche potente strumento, lo vidi dar segni di vita e
agitarsi con un penoso moto semi-vitale. Era spaventoso, perché spaventoso in
modo supremo sarebbe stato il risultato di ogni tentativo umano di parodiare lo
stupendo meccanismo del Creatore del mondo. Il creatore si terrorizzava del suo
stesso successo; scappava via dalla sua opera odiosa, scosso dall’orrore. Egli
sperava che, lasciato a se stesso, il lieve barlume di vita che aveva trasmesso
si sarebbe dissolto, che quella cosa che aveva ricevuto una vitalità così
imperfetta si sarebbe trasformata in materia morta”. (ibidem)
Dopo la prima pubblicazione nel 1818 e una seconda edizione identica del 1823,
il romanzo ebbe la sua versione definitiva nel 1831 (da cui le citazioni
introduttive dell’autrice). Superfluo dire che l’immensa popolarità
di Frankenstein nel Novecento la si deve soprattutto al cinema: il primo a
venire in mente è Boris Karloff in bianco e nero (in copertina), con la fronte
altissima, il volto squadrato e straziato di cicatrici – un miracolo di make-up
ideato da Jack Pierce – nel film di James Whale del 1931. Da lì nacque un vero e
proprio filone con i cosiddetti spin-off, fino ai remake cinematografici più
recenti che hanno cercato di avvicinarsi meglio alla storia tutta gotica narrata
dalla Shelley. Con l’ingenuità dello spirito romantico, nel romanzo vediamo
l’essere creato da Victor Frankenstein unendo vari pezzi di cadaveri (i
“materiali” della morte) che arriva a parlare un inglese forbito e misurato –
imparato ascoltando di nascosto le lezioni del giovane Felix De Lacey alla
propria fidanzata, una fanciulla araba di nome Safie – e che si forma
leggendo Le vite di Plutarco, Il Paradiso perduto di Milton e I dolori del
giovane Werther di Goethe. Il tema portante della storia è quello della
relazione fra il creatore Frankenstein e la propria creatura: una relazione
spaventosamente tormentata, in cui lo scienziato, che è riuscito a riprodurre la
vita, rifiuta la creatura che ha messo al mondo, una storia in cui il destino
mantiene un ruolo implacabile, con sullo sfondo il tema della morte legato
strettamente alla metafora (spietata) della nascita. Un motivo che sembra voler
riproporre l’evento mortuario che segnò la nascita dell’autrice, dove la madre
perì per le conseguenze del parto; ma non solo: nell’estate del 1816, quando
comincia a scrivere la storia, Mary Shelley ha già perduto una bambina a un mese
dalla nascita, e nel gennaio di quell’anno le era nato un secondo figlio,
William, che perderà treenne nel 1819, a pochi mesi dalla morte della sua terza
bambina, nata un anno prima. È in mezzo a tutte queste morti, presenti o a
venire, che Frankenstein viene pubblicato.
Com’era nello stile del tempo, il romanzo si articola in una serie di narrazioni
in prima persona, a cui danno inizio le lettere scritte dall’esploratore Robert
Walton – impegnato in una spedizione artica – alla sorella, Mrs. Faville, nella
lontana Inghilterra. Nella seconda narrazione, Victor Frankenstein racconta al
capitano Walton la sua vicenda, ma lo fa sempre per il tramite di Walton, che
ogni sera prende nota di quanto gli rivela lo scienziato. Segue una terza
narrazione, racchiusa nella seconda come in un gioco di scatole: è infatti
Frankenstein a raccontare a Walton ciò che la sua creatura gli ha riferito circa
il suo primo periodo di vita. Segue un quarto livello, dove la storia familiare
dei De Lacey viene narrata dalla creatura mostruosa come un racconto a cui essa
ha prestato ascolto, e in parte trascritto da lettere in possesso della
famiglia.
Una complessa struttura a incastri in cui Mary Shelley delega la narrazione ai
personaggi, secondo l’impianto di matrice giudiziaria già visto in Caleb
Williams, il romanzo di suo padre William Godwin. Una vicenda fantastica e
inverosimile, ma raccontata dalla voce dei testimoni diretti, in un modo che
alimenta la presa emotiva e l’efficacia perturbante. Al termine del suo accurato
resoconto, Robert Walton riflette scettico sul carattere irreale e inquietante
del racconto di Frankenstein, ma ciò che lo convince è l’aver visto coi propri
occhi il mostro, e la copia delle lettere di Felix De Lacey e Safie, che la
creatura ha consegnato a Frankenstein. È la più piccola delle scatole di cui si
compone la narrazione a sostenere l’edificio del racconto: è il paradigma
indiziario di cui scrive Carlo Ginzburg in “Spie” 1, in base al quale sono
considerati rivelatori proprio i dati marginali, poiché il contenuto delle
lettere è irrilevante allo sviluppo della vicenda. Ne deriva che nel passaggio
da Caleb Williams a Frankenstein l’autenticità della voce viene messa in
discussione, secondo un meccanismo parallelo a quello che nelle sedi processuali
sposta l’enfasi dalla confessione e dalla testimonianza alle prove documentarie.
Nel rapporto tra Victor Frankenstein e la sua creatura vediamo quell’ambigua
dipendenza tra persecutore e perseguitato, fra padrone e schiavo, fra carnefice
e vittima – coi ruoli che si capovolgono – che in Caleb Williams unisce anche
Falkland e Caleb: «You are my creator, but I am your master», sono le parole che
il mostro rivolge allo scienziato. La permeabilità di questi ruoli, in apparenza
opposti, spiega le “alternanze persecutorie” che caratterizzano l’azione del
romanzo. Prima è la creatura, il cui aspetto suscita un irreprimibile disgusto,
a dover sfuggire ogni sguardo umano: gli esempi non sono privi di involontaria
comicità, come quando il mostro fa capolino in una capanna, e l’occupante –
benché vecchio e malfermo – fugge a gambe levate. Non lo aiutano neanche i
progressi nell’uso del linguaggio – non appena i De Lacey lo colgono mentre
perora la sua causa presso il nonno cieco, l’intera famiglia abbandona la casa
rinunciando ai mesi d’affitto e ai prodotti dell’orto – e nemmeno il salvataggio
di una fanciulla caduta nel fiume – atto che gli frutta una pallottola nella
spalla – riesce a risollevare le sue sorti.
Quando vede che tutti lo rifiutano, che le sue buone intenzioni e tutto il suo
impegno per comunicare vengono frustrati, la creatura si ribella e si lancia
alla ricerca del responsabile d’ogni sua infelicità, il suo improvvido creatore,
per punirlo. Essa diventa così un terrificante agente di distruzione, ostinato e
metodico, votato all’annientamento del felice e perfetto gruppo familiare del
suo artefice. È con l’assassinio di William, il fratellino di Victor
Frankenstein, che ha inizio il nuovo corso: ora è Frankenstein a essere
perseguitato dalla creatura, che non si avvale solo della sua potenza fisica, ma
anche di un sottile raziocinio (contrariamente alla vulgata diffusa dal cinema).
Infatti, mentre le numerose versioni cinematografiche (salvo quella, più fedele,
di Kenneth Branagh, e quella demenziale di Mel Brooks) hanno insistito
sull’aspetto brutale del mostro – spesso avvalendosi di elementi apocrifi, come
quello del cervello subnormale 2 –, la creatura è l’unico personaggio del
romanzo che cerchi di usare la ragione, secondo un preciso precetto
illuministico e godwiniano. Viceversa, è la reazione degli esseri umani a essere
fondata su una repulsione istintiva e irrazionale, in obbedienza alla sbrigativa
equazione che associa “brutto” e “cattivo”.
Emblematico è un colloquio nel corso del quale il mostro, con britannico aplomb,
spiega a Frankenstein: «I intended to reason. This passion is detrimental to
me». Di segno ben diverso è la risposta dello scienziato: «I compassioned him,
and sometimes felt a wish to console him; but when I looked upon him, when I saw
the filthy mass that moved and talked, my heart sickened, and my feelings were
altered to those of horror and hatred». Persino Walton, che già conosce la
storia del mostro, riesce a controllarsi al suo cospetto solo evitando di
rivolgergli un secondo sguardo. Come una Medusa dell’età dei lumi, prodotto
resuscitato dal connubio fra cadaveri e scienza sperimentale, ma
anche monstrum nel senso etimologico di prodigio, la creatura di Frankenstein è
condannata a paralizzare la ragione umana.
Dunque, il raziocinio del mostro è contrapposto all’impulsività dello
scienziato. La creatura, che continuamente ricorda all’artefice le sue
responsabilità, sembra assumere le vesti del Superego di Frankenstein; è con le
successive riscritture del mito – ove il mostro viene per così dire
“lobotomizzato” – che il rapporto fra i due s’inverte. Qui il mostro usa la
ragione come strumento della propria vendetta. La morte di William, infatti, è
seguita da un episodio di sapore poliziesco in cui la creatura, strappato dal
petto del bimbo un medaglione, lo abbandona nelle tasche di Justine, che
stremata dalla ricerca del piccolo si è addormentata in un fienile; e, secondo i
piani, la giovane viene arrestata, processata e giustiziata. Allo stesso modo, è
Frankenstein a venire accusato d’aver ucciso l’amico Clerval, anche se il
processo si conclude in suo favore. Come in Caleb Williams, il perseguitato è
detentore di un segreto, che non riesce a rivelare. Già in occasione del
processo a Justine, che pure sa innocente, Victor Frankenstein non ha il
coraggio di confessare l’esistenza del mostro; perfino dopo che il mostro ha già
commesso tre omicidi, lo scienziato persiste nel silenzio, quasi temesse che la
rivelazione del suo esperimento possa indurre un’irrimediabile perdita
d’innocenza in chi ne sia reso partecipe. Quando infine è troppo tardi, Victor
si decide a raccontare tutto a un giudice, per sentirsi rispondere che contro un
simile avversario la giustizia può ben poco.
A questo punto, la persecuzione muta nuovamente di segno: uscito da Ginevra per
trovare qualche traccia che possa condurlo al nemico, Frankenstein giunge nel
cimitero dove riposano i suoi cari, e giura vendetta ad alta voce; ma la sua
vendetta coincide con quella del mostro, che con un vero coup de théâtre rivela
la sua presenza e gli confida: «I am satisfied: miserable wretch! You have
determined to live, and I am satisfied» (Sono soddisfatto, miserabile
disgraziato! Hai deciso di vivere, e io sono soddisfatto). Ha così inizio il
lungo inseguimento che porta i due antagonisti fino ai ghiacci polari. Come al
centro delle tragedie vi è spesso un crimine segreto, che va svelato e punito,
in Frankenstein il segreto è la stessa creazione del mostro. È il modo in cui la
creatura si vendica a permettere di risalire al crimine commesso dallo
scienziato, che ha generato un essere privo del suo simile femminile: «If I have
no ties and no affections, hatred and vice must be my portion; the love of
another will destroy the cause of my crimes». La mancanza d’amore e la
repulsione degli umani scatenano il suo odio, che porta la creatura a
distruggere tutte le persone legate a Frankenstein, nell’intento di renderlo
solo, come lui. Alla fine resteranno la creatura e il suo creatore, decisi a
distruggersi l’un l’altro, per cancellare il “peccato originale” dello
sciagurato Victor Frankenstein.
Come definire il mostro? Un eroe romantico al quale per nascita la felicità è
negata, e che per questo diventa malvagio; chi lo ha creato l’ha abbandonato, e
la famiglia umana lo rifiuta, così egli dovrà eliminare la famiglia stessa. Se
nessuno vede la sua bellezza, nessuno crede alla sua bontà, così la ricerca
della comunanza si risolve in passione tragica, perché la sua eccezionalità gli
rende impossibile la vita. Frankenstein resta un romanzo nero fra i più
agghiaccianti, modernissimo, la cui dinamica fatta di ricerca d’amore /
esplosione d’odio / missione di vendetta ha permeato una quantità di trame di
film che arriva fino a noi e andrà oltre, storie diverse fra loro ma con un filo
conduttore comune, una rete emotiva e motivazionale ricorrente, una dimensione
tragica che si ripete. Senza dimenticare, infine, il grande sogno-tabù della
scienza moderna e contemporanea, la creazione del Prometeo moderno, che sia
umanoide o macchina pensante.
Paolo Ferrucci
1 Carlo Ginzburg, “Spie. Radici di un paradigma indiziario”, in Il segno dei
tre. Holmes, Dupin, Peirce, a cura di U. Eco e T.A. Sebeok, Bompiani, Milano
1983.
2 Nella pellicola di James Whale del 1931, Frankenstein fabbrica la creatura
servendosi d’un cervello subnormale, per cui il mostro uccide inconsapevolmente
una bambina gettandola nel fiume, convinto che la piccola galleggerà come le
margherite con cui i due giocano.
*Per approfondire: Maurizio Ascari, La leggibilità del male, Pàtron, Bologna
1998.
L'articolo “…che parlasse alle misteriose paure del nostro animo”. Storia di
Frankenstein, il mostro indimenticabile proviene da Pangea.
> “Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco,
> però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio
> chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa
> settimana ero all’Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato
> di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l’orchestra di Renzo
> Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della
> canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la
> Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma
> proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come
> la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano.
> Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”.
>
> Aldo Cazzullo citato da Napoli Today , 5 marzo 2026
Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo
Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di
diamante del Corriere della Sera e divulgatore televisivo nazional-popolare,
ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come
sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si
veda l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore – e incline al
commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere
sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro
l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno, rispondendo ad
alcuni lettori che gli chiedevano lumi sul vincitore canoro dell’ultimo festival
di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui
felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”,
Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un
matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”,
sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione
semantica matrimonio napoletano = matrimonio di camorra, diventa interessante la
successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:
> “Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui
> chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale,
> chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo
> dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della
> Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”.
Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e
al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i social – non
potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una
presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di
telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina
Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che
rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in
epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli
con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via
perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale
sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può
insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le
budella d’oro.
Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del
suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso: l’Italia è il Paese dove chiunque
può fare qualsiasi cosa. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi
“tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo.
Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che
nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel
tempo abbiamo visto soubrette e escort entrare in politica, vallette e tronisti
fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i
romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio dirigente di
partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri diventare scrittore di buone
vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più
legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia,
sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia
necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso
nemmeno deontologicamente lecito.
Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba.
Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato
del Corriere della Sera e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo
del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui –
giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella
prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con La mia
anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore. Le
recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come
schede promozionali mascherate, di cui indichiamo un esempio:
> “Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una
> scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le
> caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni
> nostri come noir e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo
> inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della
> nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande
> respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze,
> terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di
> emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il
> lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo
> sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e
> dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”.
Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse: una grande
metafora, straordinariamente originale, storia epica, i terribili segreti, le
ragioni profonde dell’odio e dell’amore, colpo di scena finale. Sorvolando su
questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo
piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito
critico, ovvero i veri lettori. Sul sito IBS qualche utente fece sentire la sua
voce, con argomentazioni non proprio superficiali: cominciamo da Livio Berardo,
presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo:
> “Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino
> striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza
> approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione
> di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola
> in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma
> introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il
> genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci
> sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione.
> Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre
> del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il
> trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il
> racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa
> Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire
> personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro,
> fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste
> caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il
> padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per
> sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo
> studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario
> scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di
> Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o
> rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un
> cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o
> efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il
> mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella
> storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del
> federale torinese Solaro!”.
Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia
sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato
riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo
di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo
deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante
un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni
fa, che s’intitolava ‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan. Stessa
struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato
resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare
grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.
Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana
“Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei
giorni della Liberazione raccontata in versione light, per bocche buone che non
hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione
psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura
secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a
spiegare i quattro elementi della storia: un delitto, un tesoro, una guerra, un
amore, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con
miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo
rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo
119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per
stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli
– quarantacinque, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto
può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso:
> “Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo
> abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come
> dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire
> qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del
> postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua
> vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di
> chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia
> avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani,
> come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per
> capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a
> passeggio”.
Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se
fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso
a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una
situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A
nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della
scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le
pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De
Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un
tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo
sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani.
Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due,
talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30,
lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:
“«Uno!»
La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in
un singulto roco.
«Due!»
Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo
per sé, ma per lei.
«Tre!»
La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi.
«Quattro!»
Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con
donne preziose e delicate quanto Sylvie.
«Cinque!»
Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo
candido, su cui risaltavano i segni rossi.
«Sei!»
Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia.
«Sette!»
Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa.
«Otto!»
Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle
all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza
assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo
abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”.
Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore
non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile,
ovvero l’ispettore gourmet che spiega la ricetta:
> “L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel
> che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la
> fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è
> sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al
> tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente.
> Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona
> un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a
> quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo
> stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un
> sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare,
> di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto,
> visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato
> a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A
> Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la
> questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”.
Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e
gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo
già qui il topos che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo
all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E
non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il
collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile book-jockey Antonio D’Orrico:
pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella
prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti,
il romanzo andò il libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco
e potente:
> “Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta
> servita fredda”.
Paolo Ferrucci
L'articolo Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode
all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa” proviene da
Pangea.
> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla.
> Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza
> di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno,
> se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure
> capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è
> stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si
> getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in
> piena”.
>
> (Erodoto, Le Storie, III, 81)
Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il
persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”.
Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità
– la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida
e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro
la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto
anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece
Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio
1998 :
> “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che
> consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla
> faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei
> migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo
> d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di
> disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la
> mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […]
> Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma
> essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è
> comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo
> di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo
> piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene
> che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica
> anziché in una città oligarchica”.
Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a
essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore
protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove
al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare
agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che
nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito
generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai
pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore,
ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il
consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia
l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io
dotato di personalità e, quindi, di una psicologia.
Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi
tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal
significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel
1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento
alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può
definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli
ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e
i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti
paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada,
Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi,
il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari
materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si
esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di
risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con
“significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo
di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche
in cui opera.
Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga
formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di
federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle
parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai
– grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano –
sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero
lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E
quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso
rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza
rivendicazionista.
A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi
nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene
spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente,
anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione
concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione,
di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti
di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di
“populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello
giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello
storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano
filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una
illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene
affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché
populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso
individualismo: secondo Ronchi,
> “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che
> vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij
> del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al
> Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo
> sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano.
> Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico,
> rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un
> nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”.
Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una
“soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare,
puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento
automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia
populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol
combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile.
Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben
consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di
una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere
alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a
osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza
avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.
Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di
forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando
ci esonera dallo sforzo dell’analisi.
> “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della
> ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la
> potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.
Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da
qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo
(presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne
abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita.
Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”,
come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era
una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema
operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi,
che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma,
si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come
libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di
Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso.
In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale,
Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro
orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo
conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto
qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle
prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in
un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni
Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però
penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di
allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che
il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente
finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese,
l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più
precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e
nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il
presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della
Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e
comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era
forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a
distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere
che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci
costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica,
che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non
fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e
nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto,
un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di
sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi
evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse
un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome
convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui
effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che
forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto
credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe
potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così
somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è
allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette
in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove,
insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea
di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno
completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto,
bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il
fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili
prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla
disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto
a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di
“razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia
filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij.
Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del
populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli
“insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta,
antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui
lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso
nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è
indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità
scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività.
L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è
l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal
dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un
limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione
impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità
intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un
ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un
idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una
verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma”
per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le
pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti.
Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di
Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità
complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i
fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente
paese del mondo (prima elezione di Trump). Uomo del sottosuolo e anarca
sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di
ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel
quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva
chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido
amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una
libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul
punto di venir meno, sempre precaria, sempre instabile, come accade alle
persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il
tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua
offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della
sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto
immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue
innocente che si è disposti a versare.
A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono
specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella
diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta
essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato
questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche
(schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un
“consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul
Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del
“genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse
colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la
tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini
“corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”,
come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della
televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e
aborto, oltretutto)?
In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo
isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si
perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa
da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista
Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e
soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo
sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi,
collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra
i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è
uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della
legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui
Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine
astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita”
altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia
il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault
più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la
supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale –
è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di
potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco
infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è
“militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del
giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è
perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il
rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava
vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti,
la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al
letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno,
non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo.
Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini
rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina
mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di
tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto
interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a
commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma
che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di
interessi:
> “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un
> teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo
> crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede
> che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si
> muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.
Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una
allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa
percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”.
Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani,
mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della
tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso
fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione
della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di
seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda
che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene
questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche
la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È
il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno
crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno
il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta
quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà
della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del
“capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente”
è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic
iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà
come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti
del terzo millennio.
Paolo Ferrucci
L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti
del terzo millennio proviene da Pangea.
> “Nel quadro, una figura femminile, bianca e luminosa, procede da est a ovest,
> tenendo tra le mani un libro e i fili del telegrafo (…); alle sue spalle, e
> nella stessa direzione, procedono i vagoni di un treno, mentre alla sua
> sinistra, più in primo piano nel dipinto, uomini armati di aratro camminano
> con calma su una strada dritta. I tre personaggi, la donna, il treno e i
> farmers, avanzano lungo tracciati paralleli e ordinati. La parte sinistra del
> quadro, quella a ovest, è invece occupata da figure disposte in modo
> decisamente più irregolare: si tratta di nativi e animali che fuggono
> incivilmente, spinti fuori campo dall’incedere rassicurante del progresso”.
>
> (Andrea Laquidara, John Ford e il cinema americano, Mimesis 2019, pp.29-30)
Nel dipinto del 1872 American Progress di John Gast, artista statunitense dalle
venature naïf nato a Berlino, specializzato in litografie, la donna splendente
con la stella sulla fronte che procede levitando verso Ovest (a cui si ispira il
personaggio della DC Comics Wonder Woman) incarna la famosa dottrina
ottocentesca del Manifest Destiny: il progresso inarrestabile visto come una
missione divina, affidata agli Stati Uniti, i quali avevano il dovere di
espandersi sul continente per portare la luce della civiltà verso la natura
oscura e selvaggia – e ostile – da colonizzare. Una civiltà che ha costruito la
sua identità in modo cruento, nell’inevitabile confronto/conflitto con il
selvaggio, che andava allontanato, piegato, addomesticato, e nelle fasi estreme
di guerra andava sterminato, proprio in nome del Destino Manifesto. Il termine,
coniato dal giornalista-editore John L. O’Sullivan, divenne popolare nel 1845
nella disputa territoriale per l’Oregon e nell’annessione del Texas: una
rivendicazione per «il diritto del nostro destino manifesto di diffonderci per
l’intero continente, che la Provvidenza ci ha dato per lo sviluppo di un grande
esperimento di libertà e di autogoverno federato». Termine che venne usato per
la prima volta in un discorso al Congresso da Robert Winthrop nel 1846: «I mean
that new revelation of right which has been designated as the right of our
manifest destiny to spread over this whole continent. (…) The right of our
manifest destiny! There is a right for a new chapter in the law of nations; or
rather, in the special laws of our own country; for I suppose the right of a
manifest destiny to spread will not be admitted to exist in any nation except
the universal Yankee nation!».
Per riprendere questo tema vogliamo tornare al saggio di Andrea Laquidara John
Ford e il cinema americano, ovvero la rimozione di Dioniso (Mimesis 2019), di
cui già abbiamo parlato a proposito della Diligenza per Lordsburg, trasposta al
cinema con il celeberrimo Stagecoach, ovvero Ombre rosse. Abbiamo visto che John
Ford ha segnato la storia del cinema per aver costantemente tematizzato il
confronto con il selvaggio, proprio attingendo alla tradizione dell’immaginario
statunitense ottocentesco. E il suo primo film di grande successo, quello che
gli diede notorietà e peso, risale al 1924, in pieno cinema muto: The Iron
Horse, una grande epopea che racconta la costruzione della prima linea
ferroviaria transcontinentale americana negli anni successivi alla Guerra
Civile. La pellicola venne girata in gran parte negli altopiani desertici vicino
a Reno, Nevada, e impiegò centinaia di comparse, che comprendevano operai
cinesi, irlandesi e indiani Paiute. Il racconto prende episodi fondamentali
della storia americana: la Guerra Civile, la presidenza di Lincoln, l’espansione
verso Ovest e gli scontri con gli indiani, e mostra come la costruzione della
ferrovia transcontinentale si sposava indefettibilmente con l’ideologia
del Manifest Destiny, sostenuta come necessaria e inevitabile.
Il progetto della ferrovia transcontinentale venne elaborato per la prima volta
nel 1845, ma il Congresso non riuscì a dargli una fisionomia definitiva a causa
dei contrasti sul percorso da scegliere. In seguito, la secessione degli stati
del Sud e la guerra conseguente favorirono la scelta, appoggiata dai nordisti,
di un percorso che tagliasse le regioni centrali degli Stati Uniti, e nel 1862
il Congresso approvò il Pacific Railway Act, che autorizzava la compagnia Union
Pacific Railroad a costruire in direzione ovest a partire da Omaha, mentre la
Central Pacific Railroad of California ottenne il permesso di costruire la linea
in direzione est, partendo da Sacramento. Era un’impresa di enorme difficoltà,
trattandosi di regioni isolate e quasi disabitate: tutto quanto, le traversine,
il pietrisco, i binari di ferro, il materiale rotabile, i macchinari dovevano
essere trasportati sui luoghi del cantiere da molto lontano, insieme alle
provviste e ai rifornimenti per migliaia di operai – in buona parte immigrati e
veterani dell’esercito dell’Unione smobilitati – che, spesso, erano costretti a
lasciare i picconi e a imbracciare i fucili per respingere gli immancabili
attacchi degli indiani.
In John Ford e il cinema americano, Andrea Laquidara si spinge ancora più
indietro rispetto al periodo canonico anni ’30 – anni ’60, considerato il più
significativo nella maggioranza delle monografie sul regista, per analizzare
proprio The Iron Horse del 1924, Il cavallo d’acciaio, la maestosa ricostruzione
dell’impresa ferroviaria ottocentesca. Abbiamo il topografo David Brandon Sr che
porta con sé il figlio David Jr in un viaggio esplorativo, nel sogno di
realizzare un giorno la grande ferrovia transcontinentale; ma i due vengono
assaliti da una banda di Cheyenne, il cui capo – un bianco travestito da
selvaggio – uccide il padre lasciando il figlio solo e abbandonato a sé stesso.
Anni dopo, l’imprenditore Marsh, padre di Miriam, la ragazzina che il piccolo
David Brandon aveva dovuto lasciare per seguire il padre, presiede la Union
Pacific, incaricata di costruire il tratto fra il Nebraska e lo Utah; Miriam è
fidanzata con Jesson, ingegnere al servizio del padre. Il ricco possidente
Deroux, il villain della storia, fa di tutto per impedire che la ferrovia segua
un percorso lineare, cercando di convincere l’imprenditore Marsh a farla deviare
nelle sue terre. Ma il provvidenziale rientro in scena di David Brandon, ora
impiegato come pony express, manda all’aria il suo intento: il giovane
suggerisce a Marsh una scorciatoia, lo shorter pass che aveva individuato col
padre in quel tragico viaggio. Va da sé che il malvagio Deroux cerchi di
eliminare David, con la complicità dell’ingegnere Jesson, geloso per l’amore che
sta rifiorendo fra i ritrovati David e Miriam, ma l’intento non riesce: “dunque
a Deroux non rimane che scatenare un gruppo di agguerriti Cheyenne: questi
aggrediscono i lavoratori, li accerchiano, e rischiano di interrompere
definitivamente il progredire della ‘civiltà’, se non fosse che l’intera
cittadina di Cheyenne City, costituita da immigrati irlandesi, cinesi, italiani
(un po’ riluttanti questi ultimi), si anima e corre in aiuto degli operai”.
Ora fermiamo il riassunto, lasciando il finale a chi voglia guardare la
pellicola, e partendo da qui dialoghiamo con l’autore, studioso, regista e
insegnante di Cinema all’Università di Urbino, per ragionare su alcuni aspetti –
anche sorprendenti – di questo film.
Dopo alcune scaramucce con gli indiani, risolte dalla determinazione degli
operai che si difendono a fucilate, il grande assalto alla ferrovia da parte dei
Cheyenne arriva dopo circa due ore: Ford filma l’aggressione, che si sviluppa
“at the end of the track”, con i lavoratori guidati da David Brandon che
“imbracciano le armi e si rifugiano sotto i vagoni, tra i binari, immediatamente
trasformati in trincea”. È interessante vedere la coreografia dell’assedio dei
Cheyenne: la provenienza da sinistra, ovvero da Ovest – che ricorda gli avispici
eseguiti dagli àuguri nella nostra antichità – e il senso antiorario della
corsa: tutti elementi carichi di significato.
Nel cinema – nel buon cinema – vi è sempre una compresenza di esplicito e
implicito, di non detto e dichiarato: significati, valori, visioni del mondo
arrivano allo sguardo dello spettatore tramite elementi evidenti del contenuto,
ma soprattutto grazie a scelte stilistiche insieme sottili e clamorose. Nella
scena della battaglia di The Iron Horse vi sono dettagli di regia densissimi di
richiami alla filosofia che pervade l’immaginario statunitense dai tempi della
Rivoluzione americana – probabilmente anche da prima.
I Cheyenne attaccano dalla sinistra dello schermo, dal West, da una terra non
ancora civilized, muovendosi in direzione opposta al simbolo più esemplare della
marcia del progresso, la ferrovia. Il percorso dei nativi (i “selvaggi”)
confluisce in un cerchio, e Ford ce lo mostra con chiarezza in una serie di
campi lunghissimi alternati con perizia a piani più stretti: il cerchio
(antiorario, perdipiù) contraddice la linea, la stasi selvaggia si oppone al
progresso razionale. Progresso borghese, potremmo aggiungere.
C’è poi un aspetto di grande rilevanza legato al taglio delle inquadrature e al
meccanismo di identificazione che esso determina nello spettatore. Per tutta la
sequenza della battaglia, i primi piani o le mezze figure sono riservati
esclusivamente ai lavoratori vittime dell’attacco, mentre i Cheyenne sono
inquadrati sempre con totali, pienamente assorbiti nella grigia e
ostile wilderness. Il pubblico è dunque indotto a empatizzare con le vittime,
mentre i nativi assumono il solo ruolo di mere e anonime minacce – inseriti nel
paesaggio, come le rocce e gli animali, ci dice Sandro Bernardi in una
riflessione interessantissima sul cinema di Ford.
Si tratta di un espediente retorico largamente presente nel cinema
hollywoodiano, anche in tempi più recenti. Mi viene in mente American Sniper, di
Clint Eastwood, un western “mediorientale”: la scena iniziale (il cecchino Chris
ha appena ucciso una donna intenta a lanciare una bomba contro un carro armato
statunitense; un bambino la raccoglie e prosegue la corsa verso l’obiettivo;
Chris prende la mira, ma esita per qualche istante) viene lasciata in sospeso
per consentire agli spettatori un approfondimento del contesto e dei personaggi.
Per quasi mezz’ora, un flashback ci accompagna nella memoria del cecchino, alla
ricerca di risposte ai nostri interrogativi: perché è qui con un fucile in mano?
Perché punta un bambino? Che educazione ha avuto? Cos’è accaduto agli Stati
Uniti negli ultimi trent’anni? A ben vedere, tuttavia, si tratta di un trucco,
anche piuttosto scorretto: per quale motivo Eastwood non dedica altrettanto
tempo ai due aggressori? Perché non approfondisce anche la loro storia? Come mai
sono lì con una bomba in mano? Che educazione hanno avuto? In che condizioni si
trova il Medio Oriente da almeno cinquant’anni? No, mamma e figlio sono solo due
pericolosi terroristi anonimi, e dunque il duplice omicidio messo in atto da
Chris (uno dei tanti difensori della civiltà hollywoodiana) è presentato sì come
terribile, ma necessario.
Il fatto che il cerchio contraddica la linea diritta del progresso ci rimanda al
simbolo del tempo per gli indiani d’America: per loro il tempo diurno, il tempo
notturno e le fasi della luna sarebbero posti sopra il mondo, e il tempo
dell’anno sarebbe un cerchio intorno al bordo del mondo. E questa circolarità,
come lei osserva, si imparenta con l’Ewige Wiederkunft del Gleichen, l’eterno
ritorno dell’uguale teorizzato da Friedrich Nietzsche.
Il discorso sul tempo, sulla filosofia del tempo che fonda le nostre identità, è
trattato spesso con frettolosità, o addirittura trascurato, mentre si tratta di
un tema urgente, che richiederebbe una riflessione molto ampia. A proposito
della teoria dell’Eterno ritorno di Nietzsche, credo si tratti di un’intuizione
sfuggente ed enigmatica, a volte fraintesa. Ho sentito opinioni (di semplici
amatori e di addetti ai lavori) che interpretano il ritorno nietzschiano come
ripetitività routinaria, da cui il filosofo ci inviterebbe a liberarci, come un
fiume smuove e ripulisce l’acqua torbida di uno stagno. In realtà la circolarità
del tempo di cui parla Nietzsche è tanto insopportabile quanto gioiosa: è una
potente affermazione della vita che divincola dalla perenne attesa di un mondo
altro. “Quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più
nient’altro!”, ci dice il demone ne La gaia scienza. Se osserviamo con
attenzione, dobbiamo constatare che la configurazione del tempo lineare, inteso
come una freccia tesa verso altrove, getta l’uomo in una condizione di attesa
speranzosa e pessimistica, che svaluta la vita presente, la vita terrena
tangibile. Una simile configurazione si colloca a fondamento tanto della
metafisica cristiana, quanto della società capitalista contemporanea, che
comanda il sacrificio del presente, in vista del conseguimento futuro di un
guadagno infinito. Un fantasma di guadagno, in realtà, ma efficacissimo come
punto di fuga per l’esistenza umana. Nel puritanesimo in cui affonda le radici
la cultura statunitense sono presenti entrambe le istanze, quella cristiana e
quella capitalista. È chiaro che, osservato dalla locomotiva che galoppa lineare
sui binari d’acciaio del progresso, il tempo ciclico dei nativi – proprio di
tante altre culture, antiche e contemporanee – non è altro che una torbida fase
di ristagno, l’avaria del motore, l’interruzione della linea: “The line went
dead”, afferma un soldato in Stagecoach, comunicando al comandante che il
selvaggio Geronimo ha tagliato la linea del telegrafo.
Vediamo come si arriva a quella specie di suprematismo che informava la dottrina
ottocentesca del Destino Manifesto, il motore dell’intera macchina
colonizzatrice dell’Uomo Bianco. Si parte da J. Hector St. John de Crèvecœur con
il suo Letters from an American Farmer del 1782, dove si definisce una
distinzione netta fra le due sponde dell’Atlantico: la vecchia Europa come
terreno ormai sterile e il suolo americano che può offrire una rigenerazione e
dar vita a una nuova umanità. Poi abbiamo Thomas Hart “Old Bullion” Benton,
primo senatore del Missouri che a partire dal 1820 teorizza l’espansione verso
il Pacifico come simbolo della libertà e della grandezza dell’America. Ora, dopo
duecento anni, sembra che questa dottrina stia trovando echi inquietanti anche
nell’America di oggi, in questa pirotecnica seconda presidenza di Donald Trump
con il suo Make America Great Again, con le dichiarate velleità espansionistiche
– ai limiti del grottesco – verso il confinante Canada e verso la Groenlandia,
definite “necessarie” per lo sviluppo americano e il progresso verso la
felicità, e le improvvise azioni guerresche che incendiano definitivamente il
Medio Oriente. Siamo di nuovo di fronte a un “tempo che ritorna”?
Non si tratta del ritorno nietzschiano come affermazione coraggiosa della vita,
tutt’altro: le narrazioni statunitensi sono piuttosto pervase di paura
dell’Altro, una forza centripeta che genera inevitabilmente chiusura e
conflitto. A proposito di questa immaginifica rigenerazione che avrebbe prodotto
l’uomo nuovo, l’americano, oltre ai personaggi già citati, de Crèvecœur, Benton,
vale la pena ricordare Frederick Turner e la sua interpretazione della frontiera
americana, proposta sul finire dell’Ottocento. Lo storico distingue le frontiere
europee (plurali), che separano una cultura da un’altra cultura, dalla frontiera
americana (singolare), che distingue cultura da wilderness. Questo confronto
arcaico, originario col grado zero della civiltà avrebbe rigenerato lo svigorito
uomo europeo, dando vita all’americano, l’uomo nuovo di frontiera, in grado di
riaffermare le leggi eterne che Dio ha dato alla Natura. Sembra la storia di
Superman… Noi sappiamo che si tratta di una gran bella menzogna: l’Europa non
era popolata da fiacchi individui occhialuti, malati di civiltà, e di là dal
recinto americano non c’era affatto una terra caotica in cui portare la
razionalità divina, ma una miriade di culture antiche e complesse che popolavano
un paesaggio ricco e vario. Tuttavia questa narrazione è stata efficacissima per
giustificare la chiusura verso le proprie origini e lo sterminio attuato ai
danni dei nativi. Il metodo è stato mantenuto nei decenni successivi, sempre più
evoluto, divincolato dalla dimensione esclusivamente territoriale: si legga al
riguardo il bel saggio di Ilaria Moschini Il grande cerchio. Theodore Roosevelt,
già nel 1904, investe gli Stati Uniti del ruolo di polizia internazionale,
chiamata a intervenire “elsewhere”, ovunque l’ordine e la stabilità sia messa in
pericolo; noi tutti ricordiamo l’“esportazione della democrazia” proposta
generosamente al mondo da George W. Bush, a inizio millennio, giustificata
dall’attentato alle Twin Towers. Per arrivare ai giorni nostri, ritengo che i
capricci e le pagliacciate di Trump siano l’ultimo aggiornamento di queste
narrazioni: armi di distrazione di massa che, al pari delle storie e dei
miti westerndi cento anni fa, servono a occultare un piano ben ordinato,
razionale, lineare di assimilazione, di appiattimento, di omologazione
dell’altro ai propri fantasmi ideali. Un’identità fragile difficilmente si apre
all’alterità. Chissà se alla Casa Bianca stanno già lavorando a un video che
prefiguri le meraviglie dell’Iran futuro…
Tornando a The Iron Horse, lei ha fatto riferimento alla frammentazione etnica
del corpo lavoratori, che con scavi e martellate posavano binari e traversine
con grande lena – anche in una specie di “gara” fra le due compagnie per
riuscire a completare il proprio tratto per prima. Nel film questa molteplicità
culturale, di indole e di espressioni verbali si vede anche nei pannelli delle
didascalie, dove a volte i dialoghi degli operai sono espressi in un americano
allegramente deformato, forse dalla spensieratezza lessicale degli sradicati.
Sì, in The Iron Horse è presentato quest’aspetto costitutivo della società
statunitense, punto d’incontro di traiettorie provenienti da origini molteplici.
Anche in questo fenomeno troviamo una interessante ambivalenza, una compresenza
di apertura e chiusura. Per lungo tempo si è parlato degli Stati Uniti come di
un Melting Pot, un calderone che raccoglie ingredienti di provenienza varia e li
compone insieme, formando una nuova, laboriosa società cosmopolita. Il termine è
ripreso dall’opera teatrale omonima di Israel Zangwill, che nel 1908 immaginava
l’America come il crogiuolo di Dio, in cui si entra italiani, cinesi, tedeschi,
irlandesi, e miracolosamente si esce americani. Vi è naturalmente il rischio
concreto di vivere un processo di omologazione, di assimilazione. Nel film di
Ford, la battaglia difensiva contro i nativi è in qualche modo il calderone che
impasta e compatta i lavoratori immigrati, trasformandoli in orgogliosi
statunitensi.
Mi viene in mente Jacques Feyder, grande regista francese, precursore del
Realismo poetico, e la gustosa descrizione che egli ci offre della sua
esperienza hollywoodiana, avuta negli anni Venti e Trenta. La riassumo in poche
righe. Stanchi dei loro prodotti piuttosto ripetitivi, gli americani decidono di
dare nuova linfa alla propria estetica chiamando qualche regista europeo alla
propria corte. E così Feyder approda a Hollywood, ci racconta i numerosi
incontri con i produttori, il confronto sul soggetto giusto, la sceneggiatura
appropriata, i compromessi, le incomprensioni, le strette di mano; e ancora
l’inizio della lavorazione, straordinariamente efficace e lineare: tutto
funziona alla perfezione, “tutto viaggia sul velluto”. Finché il film è
concluso, e ci si incontra per l’anteprima. È lì che il regista, seguendo sullo
schermo il fluire di un film che viaggia senza alcun intoppo, deve confessare a
se stesso: “E’ venuto molto bene, ma non è il mio film”. Non sono io. E a
conclusione della proiezione, sui volti di tutti i membri della produzione,
legge lo stesso pensiero: “Ma perché abbiamo chiamato dall’Europa uno che ha
girato un film che qualsiasi nostro regista avrebbe potuto dirigere?”. I pochi
cineasti che, chiamati a lavorare negli Stati Uniti, sono riusciti in qualche
modo a conservare la propria identità professionale – Stroheim, Renoir,
Antonioni – sono stati fortemente osteggiati da Hollywood. Anche in questo caso,
il cinema è metafora di una dinamica sociale fortemente radicata nella cultura
occidentale.
John Ford si è grandemente impegnato a inquadrare il Caos, ovvero la wilderness,
in diverse prospettive e da diverse angolazioni, dedicandosi all’epopea del West
quasi come un adepto alla sua religione. E lo ha fatto da uomo del suo tempo e
della sua cultura, in un orizzonte – come lei dice – denso di richiami agli
ideali illuministi, alla concezione borghese del viaggio, alla tecnologia come
strumento di dominio. In cosa credeva e come si gratificava John Ford nello
sviluppo della sua carriera, e in cosa smise di credere verso la conclusione
della sua parabola artistica?
John Ford era considerato il più affidabile dei registi hollywoodiani. E questa
affidabilità io ritengo sia dovuta anche al suo modo di inquadrare
la wilderness, allo sguardo che gettava – o credeva di gettare – al di là della
frontiera, in linea con lo sguardo di Hollywood. Prendendo a prestito il lessico
lacaniano, si può dire che sin dalle sue origini, il cinema americano abbia
collocato un’immagine della wilderness davanti alla wilderness stessa, per
rimuovere l’angoscia che essa può provocare, per evitare di esserne bewildered,
disorientato. Ho già citato Jean Renoir, grande regista francese, coevo di Ford.
Non è un caso che, nel suo periodo americano (gli anni Quaranta), fu fortemente
osteggiato dai produttori hollywoodiani proprio perché adoperava la macchina da
presa come strumento di apertura, di esplorazione, come espressione di curiosità
verso un territorio sconosciuto e inquieto.
La visione fordiana della wilderness, proprio per il suo carattere di chiusura,
era destinata a un’inesorabile decomposizione, destrutturata dall’interno
dall’autoreferenzialità che la fonda. Il che, lo ribadisco, la rende
rappresentativa dell’intera cultura occidentale dominante. Lindsay Anderson, nel
suo volume sul cineasta americano, registra negli ultimi anni della vita e della
filmografia di Ford un progressivo incupimento, un nichilismo ruvido che
impregna alcune delle ultime pellicole fordiane. Ce ne sono due, a mio parere,
significative, entrambe dirette negli anni ’60, quando il mondo e il cinema
erano ormai mutati e reclamavano un cambiamento di prospettiva dai cineasti. La
prima è Cheyenne Autumn: dopo decenni di demonizzazione degli “indiani”, il
regista western per eccellenza sembra fare ammenda e riconoscere valore alla
cultura dei nativi. Viene tuttavia mantenuta l’antipatica abitudine
hollywoodiana di far interpretare Comanche, Cheyenne, Sioux da attori che di
nativo non hanno nulla: messicani, italiani, spagnoli, etc, solo perché
rispondono al cliché del volto esotico. In più, leggendo le interviste
rilasciate in quegli anni dal regista, può lasciare perplessi il carattere
assimilazionista nascosto in alcune affermazioni: “Ho un enorme affetto per gli
Indiani. È un popolo molto morale […] hanno una letteratura […] amano i bambini
e gli animali”. Il valore dell’altro cresce proporzionalmente alla somiglianza
con l’identico.
L’altra pellicola è The Man Who Shot Liberty Valance. In questo film si avverte
la necessità di Ford di prestare orecchio alle istanze del nascente cinema
moderno, e, nello specifico, la forte influenza di quel capolavoro che
è Rashomon di Kurosawa. Ricorderete che nel film del regista giapponese, con una
serie di flashback, si cerca di definire cosa sia davvero accaduto nelle ore
precedenti al processo, e chi sia l’assassino dell’uomo ritrovato per caso da un
contadino di passaggio. Ciascuna delle testimonianze offre una prospettiva
diversa e ridisegna i personaggi, le azioni, le relazioni. Anche Ford costruisce
una narrazione prevalentemente orientata al passato, inquadrando un evento
cruciale accaduto decenni prima, sulla frontiera, l’uccisione del bandito
Liberty Valance, e, attraverso una duplicazione del flashback, si chiede chi lo
abbia ucciso davvero: il senatore Ransom (James Stewart), come la storia
ufficiale racconta, o il rude Tom (John Wayne)? Se però a conclusione
di Rashomon dobbiamo constatare che il regista ha inquadrato da tante
angolazioni un’oggettività sfuggente, invitandoci ad accettare l’assenza di una
verità unica, Ford adopera una tecnica simile ma con uno scopo diverso: svelare
la menzogna ufficiale e affermare la verità nascosta. È Tom – un americano vero,
direbbe Turner – che ha liberato la città dal bestiale Valance, è a lui che si
deve la fondazione della civiltà, anche se la storia lo ha voluto dimenticare.
C’è una fatica, una resistenza caparbia a rinunciare alla prospettiva certa, al
pensiero unico, alla Verità, una pericolosa fede nel proprio punto di vista che
non limita solo l’estetica cinematografica, ma la visione stessa della realtà,
fuori dalla finestra.
Paolo Ferrucci
*In copertina: John Gast, American Progress, 1872, rappresentazione allegorica
del “Destino manifesto” degli Stati Uniti
L'articolo “Manifest Destiny”: il progresso come missione, o del carisma degli
Stati Uniti. Dialogo con Andrea Laquidara proviene da Pangea.
> “Stranamente ho conosciuto Glenn sul Mönchsberg, il monte della mia infanzia.
> Veramente lo avevo già visto al Mozarteum, ma con lui non ho scambiato una
> sola parola prima di quell’incontro sul Mönchsberg, chiamato altresì monte del
> suicidio perché si presta al suicidio come null’altro al mondo, e infatti
> tutte le settimane si scagliano da quel monte nell’abisso almeno tre o quattro
> persone. I suicidi salgono fino in cima con l’ascensore scavato nel cuore
> della montagna, fanno un paio di passi e poi si scagliano giù nella città”.
>
> (Thomas Berhard, Il soccombente, Adelphi 1985, pag. 15)
La mattina del 10 giugno, martedì, dieci persone sono state ammazzate e una
trentina ferite a colpi d’arma da fuoco all’interno dell’istituto scolastico
Borg di Graz, in Austria. A sparare, un ex studente di 21 anni che dopo la
mattanza è andato a uccidersi in uno dei bagni. Il motivo di questa furia
omicida è stato ascritto a una vendetta definitiva contro gli atti di bullismo
subiti in quella scuola, che non gli avrebbero permesso di concludere gli studi:
il giovane si sarebbe trasformato in una sorta di «collettore di ingiustizie»,
che assolutizza le angherie subite e le pone come termine finale di un’esistenza
completamente sfigurata.
In questi giorni, dunque, si è tornati a parlare di Austria, un universo poco
frequentato dalle nostre cronache, che raramente offre spunti per osservazioni e
discussioni di qualche spessore, tendendo a relegarsi in un grigio identitarismo
di stampo turistico; in genere, chi anela a suggestioni cultural-sentimentali da
cercare nel corpo del nostro continente guarda ad altre capitali: dire “vado a
Parigi”, “vado a Berlino” o “vado a Praga” non può suonare come “vado a
Vienna”. Vienna può rappresentare soprattutto il crogiolo di nostalgie
letterarie riferite a più di un secolo fa, in tempi che non torneranno, quando
la Felix Austria viveva l’epoca incantata di movimenti artistici e letterari che
guidavano l’evoluzione culturale europea – il bellissimo Il mondo di ieri di
Stefan Zweig ne è testimonianza commossa –, prima che la grande carneficina
moderna annientasse il sogno mitteleuropeo facendone palinsesto.
Quindi oggi, andando al brano riportato in epigrafe – pianamente foriero di
suicidi –, facciamo conoscenza con il Mönchsberg, uno dei cinque monti di
Salisburgo, la città che, prima di significare Wolfgang Amadeus Mozart,
significa Austria, della quale il grande Thomas Bernhard ha dato ritratti così
politicamente scorretti da rasentare il sublime. Come ha fatto ne Il
soccombente – di cui Pangea si è già occupata –, quel romanzo stupefacente e
feroce che, dopo i primi tre capoversi, si lancia per centottantasei pagine
senza più andare a capo, senza guardarsi indietro se non per riagganciare i fili
portanti, senza discriminare la storia in sezioni o digressioni, mantenendo quel
blocco granitico di dura eloquenza martellante senza fare sconti, in un
susseguirsi pressoché ininterrotto di “pensai”:
> “Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del
> pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai
> mentre entravo nella locanda. Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer,
> ma è morto, come si suol dire, di morte naturale.
>
> Quattro mesi e mezzo a New York suonando e risuonando le Variazioni
> Goldberg e L’arte della fuga, quattro mesi e mezzo di Klavierexerzitien, come
> Glenn Gould ripeteva di continuo e solo in tedesco, pensai”.
Tutto comincia quando il narratore e il suo amico Wertheimer si iscrivono al
corso tenuto a Salisburgo dal gigante Vladimir Horowitz, dal quale imparano “più
che negli otto anni precedenti al Mozarteum e alla Wiener Akademie”. Lì
stringono amicizia con il canadese Glenn Gould: l’incontro fatale che devierà
definitivamente le loro vite. Mentre loro due sono pianisti brillanti e
promettenti, Glenn Gould è la musica, è il pianoforte, èl’invasamento per
l’arte. L’improvvisa e brutale consapevolezza di non essere capaci, né ora né
mai, di suonare come Glenn Gould spinge entrambi ad abbandonare il loro
strumento: “Wertheimer mise all’asta al Dorotheum il suo pianoforte a
coda Bösendorfer, mentre io un giorno, per evitare che il mio Steinwayseguitasse
a tormentarmi, lo regalai alla figlia di nove anni di un maestro originario di
Neukirchen presso Altmünster”. Il modo in cui il narratore si libera del suo
prezioso pianoforte è perfidamente perverso:
> “Nemmeno per un attimo avevo creduto al talento di sua figlia; di tutti i
> bambini che vivono in campagna i maestri dicono che hanno del talento, talento
> per la musica soprattutto, e in realtà invece non hanno il minimo talento,
> sono tutti bambini assolutamente privi di qualsiasi talento, e il fatto che
> uno di loro soffi in un flauto o pizzichi una chitarra o strimpelli su un
> pianoforte non dimostra ancora che abbia del talento. Sapevo di consegnare il
> mio prezioso strumento a una persona totalmente inetta, proprio a questo scopo
> lo avevo fatto portare nella casa di quel maestro. In brevissimo tempo la
> figlia del maestro ha mandato in rovina e reso inservibile il mio prezioso
> strumento, uno dei migliori strumenti in assoluto, uno dei più rari e dunque
> dei più ricercati e dunque anche dei più costosi strumenti che ci siano”.
Ma volevamo dire dell’Austria. In una narrazione fluida e incontenibile,
Bernhard ci racconta che esporsi al clima prealpino di Salisburgo rende
semplicemente psicopatici, e se non ci se ne allontana per tempo si finisce per
diventare ottusi come gli indigeni, che con la loro bruta ottusità annientano
tutto ciò che è diverso da loro. Il flusso di ragionamenti del protagonista
s’incardina nel suo fare ingresso nella locanda dove intende fermarsi per
partecipare al funerale dell’amico che si è suicidato, Wertheimer: mentre entra
nel locale inanella una ridda di considerazioni concatenanti che durano pagine e
pagine, lungo i momenti in cui oltrepassa la soglia e si ferma a guardarsi
intorno. “In Austria le locande sono tutte sporche, luride e davvero disgustose,
pensai, è raro che in una di queste locande si riesca ad avere sul tavolo una
tovaglia pulita, per non parlare di un tovagliolo di stoffa, che in Svizzera è
dovunque assolutamente usuale”. Perfino gli alberghi austriaci sono sozzi e
disgustosi, dove spesso si limitano a stirare lenzuola già usate, e nemmeno
tolgono i ciuffi di capelli lasciati nel lavandino; neppure le stoviglie e le
posate sono pulite. La padrona della locanda, ovviamente, è sciatta, lurida e
trasandata; quando il narratore, nell’attesa, si avvicina alla finestra della
cucina sa già che non vedrà un bel niente, perché la finestra è incrostata da
cima a fondo. “Tutte le finestre delle cucine austriache sono sporchissime e
attraverso di esse non si vede niente, e questo, pensai, è naturalmente un
grandissimo vantaggio, perché in caso contrario si guarderebbe direttamente
dentro la catastrofe, nel lurido caos delle cucine austriache”. E pare che
Wertheimer abbia dormito più di una volta con la padrona della locanda,
“naturalmente, a quanto si racconta, nella locanda di lei e non nel casino di
caccia di lui”.
Wertheimer, il suicida, viene letteralmente travolto dalla dinamica feroce
dell’emulazione verso l’inarrivabilità di Glenn Gould, il genio compagno di
studi che un giorno, con noncurante plasticità, lo ha definito “il soccombente”
– ovvero un uomo “da vicolo cieco”, come preferisce qualificarlo il narratore,
perché ogni volta che Wertheimer usciva da un vicolo cieco entrava in un altro
vicolo cieco, dalla casa di Traich a Vienna, da Vienna a Salisburgo, e anche il
Mozarteum era stato un vicolo cieco, e così pure la Wiener Akademie, e infine
tutti gli anni di studio del pianoforte. “Il nostro soccombente è un esaltato”,
aveva detto Glenn una volta, “quasi ininterrottamente è lì che muore di
autocommiserazione”. Glenn, praticamente, ha capito Wertheimer dal primo
istante, così come ha capito a fondo fin dalla prima volta tutte le persone che
ha conosciuto.
> “Non c’è niente di più tremendo che vedere un essere umano il quale è talmente
> grandioso che la sua grandiosità ci annienta, e mentre noi questo processo lo
> osserviamo e lo sopportiamo e alla fin fine non possiamo far altro che
> accettarlo, in realtà non crediamo affatto a questo processo, e rimaniamo
> increduli ancora per molto tempo, fino a quando, pensai, esso si trasforma ai
> nostri occhi in un fatto incontrovertibile, ma allora non c’è più niente da
> fare, per noi è finita”.
Come recita la quarta di copertina, il soccombere di Wertheimer “è un processo
sotterraneo, sottile, che lo distrugge, ma tende a distruggere anche gli altri.
Nella sua debolezza, ha il fascino pernicioso di chi attira gli altri nella
propria rovina”. Alla fine il soccombente ha fabbricato “una sorta di doppio
beffardo, un’ombra sfigurata della perfezione di Gould, quale ultima vendetta
della debolezza contro la grazia”. Tutto questo fluisce nella prosa di Bernhard
senza pause, in un monologo interiore vivace e iterativo, da flusso di coscienza
frenetico, chiarissimo e dettagliato, con le espressioni impeccabilmente
scolpite in modo quasi ossessivo, in una costruzione scenica sapiente che non
conosce pause, piena di rievocazioni considerazioni ricostruzioni dei fatti per
andare a ricercarne la genesi e le cause. Vediamo Wertheimer che recrimina
contro i genitori per averlo gettato nell’orribile ingranaggio dell’esistenza
che lo stritola, e spietatamente tiene la quarantaseienne sorella legata a sé
impedendole di crearsi una vita, proibendole ogni uscita dal guscio, e maledice
la fuga definitiva di lei che va sposare un magnate svizzero ricco sfondato –
che significa molto più ricco di un austriaco ricco: “mai avrei dovuto lasciarla
andare da quell’orrido internista Horch”, recrimina, perché era lì, dal medico,
che aveva conosciuto quell’abietto parvenu dello svizzero. In Svizzera, poi, c’è
dissoluzione dappertutto, rincara Wertheimer, fra i paesi d’Europa è il più
privo di carattere, e quando ci si trova lì sembra di essere in un bordello. Va
da sé che a Vienna Wertheimer non può che restare soffocato, divorato a poco a
poco da quei mostri dei viennesi, e l’Austria non può che annientarlo
definitivamente: da qui i vagabondaggi nelle proprietà di famiglia, la dimora di
campagna, nell’inutile ricerca di sé nelle scienze dello spirito, di frammenti
esistenziali, di implicazioni familiari, di stanze piene di solitudine e di
lontananza che rafforzano la sua convinzione dell’infelicità come condizione
esistenziale dell’uomo che non si può eludere.
Rievocazioni, testimonianze, visite, colloqui, scampoli di vita, ipotesi ed
elucubrazioni: un flusso di coscienza che dà impeto al racconto e si fa
ossessione da basso continuo su molti fronti. Vogliamo parlare dei cosiddetti
tribunali distrettuali austriaci? Ogni anno sfornano sentenze basate su errori
giudiziari, in modo da avere sulla coscienza una moltitudine di uomini innocenti
che scontano dure pene detentive, senza alcuna speranza di essere riabilitati, e
questo perché l’Austria è piena di giudici senza scrupoli e di giurati che
odiano l’umanità e che, per la propria infelicità e abiezione, si vendicano
sulle persone che cadono in loro balìa per qualche circostanza sciagurata.
Un’attività diabolica, quella dei tribunali austriaci, che quasi sempre resta
impunita.
Bene dice Clery Celeste quando definisce Il soccombente “un capolavoro
vertiginoso che vi spiega passo per passo come si scende nella scalinata della
mediocrità, dove sta la rinuncia, dove abita il tutto e il niente di un
musicista”. Con le esitazioni di Wertheimer e del narratore verso tutto e tutti,
abbiamo Glenn Gould che affronta ogni cosa con la semplicità della
sfacciataggine innata e diretta di chi semplicemente è, senza dover dimostrare
nulla. “Wertheimer aveva sempre paura che le forze non gli bastassero, Glenn non
immaginava neppure che qualcosa potesse essere superiore alle sue forze”. Quando
Wertheimer vede Glenn al primo piano del Mozarteum e lo sente suonare, rimane
bloccato davanti alla porta, e quella è la sua fine come pianista, anche se lo
capirà dopo anni. Una meta che viene scardinata appena Glenn siede al pianoforte
a suonare le prime note delle Variazioni Goldberg. Il genio Glenn che
vuole essere pianoforte, che per tutta la vita “aveva avuto il desiderio di
essere lo Steinway in sé, gli era odiosa l’idea di porsi solamente come
intermediario musicale tra Bach e lo Steinway e di essere un giorno stritolato
fra Bach e lo Steinway”. Riuscire a essere il pianoforte lo avrebbe esentato
dall’essere Glenn Gould, lo avrebbe reso felicemente superfluo, in un rapporto
finalmente assoluto con Bach.
> “Perfino Horowitz in mancanza di Glenn non sarebbe stato lo stesso Horowitz,
> quei due si condizionavano a vicenda. Fu un corso che Horowitz fece apposta
> per Glenn, pensai in piedi nella locanda, nient’altro che questo. Fu Glenn che
> fece di Horowitz il proprio maestro, non Horowitz che fece di Glenn il genio,
> pensai”.
La corrente narrativa di Bernhard, il suo stile, mantiene la linea diritta del
discorso fluviale che procede senza fermarsi e allo stesso tempo la rete
complessa del rizoma, quella formazione multidimensionale che può estendersi per
aggiunta e accrescimento oltre misura, con una struttura dinamica che spesso
itera le espressioni per ribadirne il peso, con connessioni continue e continue
correzioni di queste connessioni, che portano a conoscere gli aspetti parziali
di un tutto che va costruendosi in modo clamorosamente naturale. Una prosa che
tiene lontano quel senso di straniamento che, in altre condizioni, si potrebbe
innescare, lasciando libera e chiarissima la corsa naturale del racconto.
La prima edizione Adelphi de Il soccombente, del 1985, porta in copertina Donne
con teste floreali che trovano la pelle d’un piano a coda sulla spiaggia,
dipinto da Salvador Dalí nel 1936. Un pianoforte semi-liquefatto viene innalzato
a trofeo da enigmatiche muse che sembrano portatrici di annientamento, in un
fondale che richiama la celebre Monument Valley in Arizona. Ma l’immagine più
inquietante la troviamo nella successiva edizione economica, dove campeggia lo
sguardo allucinato di uno degli autoritratti spettrali di Léon Spilliaert, del
1907, conservato ai Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique. L’atmosfera cupa,
che va dall’opprimente all’onirico, con la sua abbondanza di nero, ben
rappresenta la parabola autodistruttiva dell’antieroe Wertheimer, votato da
sempre all’infelicità e per questo affascinato dagli esseri umani nella loro
infelicità, avido di persone perché sapeva cogliere l’infelicità ovunque ci
fossero persone.
> “Nessuno sa più che sono stato un fanatico allievo del conservatorio, un
> fanatico virtuoso del pianoforte che si è misurato da pari a pari con Glenn
> Gould su Brahms e Bach e Schönberg. Ma se l’occultamento di questi fatti,
> pensai, è sempre stato per me soltanto un vantaggio in quanto si è sempre
> rivelato della massima utilità, questo medesimo occultamento ha danneggiato
> assai profondamente il mio amico Wertheimer (…). Tutto sommato, il fatto di
> aver studiato il pianoforte per me è sempre stato utile, e anzi direi
> decisivo, proprio perché nessuno ne è più al corrente, perché è un fatto
> dimenticato e perché io stesso lo tengo nascosto. Per Wertheimer, invece,
> questo stesso fatto è sempre stato motivo di infelicità, ininterrotto pretesto
> per la sua depressione esistenziale, pensai. Io suonavo molto meglio di quasi
> tutti gli altri allievi del conservatorio di musica, pensai, e il fatto di
> aver smesso da un momento all’altro mi ha reso forte, più forte di quelli,
> pensai, che non hanno smesso e che non suonavano meglio di me e che, da
> dilettanti quali erano, hanno trovato una via di scampo per tutta la vita nel
> farsi chiamare professori e lasciarsi insignire di decorazioni e onorificenze,
> pensai. Il mondo è pieno di imbecilli musicali che finiti gli studi accademici
> hanno per così dire intrapreso l’attività concertistica, pensai”.
Paolo Ferrucci
L'articolo Felix Austria, ovvero: sul talento cannibale di Thomas Bernhard (e di
Glenn Gould) proviene da Pangea.
> 2010. Samuel Paty, Simone Veil, Miloš Forman ed Elisabetta II erano ancora di
> questo mondo, Barack Obama era presidente degli Stati Uniti e, quattro anni
> prima, Vladimir Putin aveva fatto assassinare Anna Politkovskaja. Il 2010 è
> stato dichiarato l’anno Francia-Russia. Non so cosa significhi.I talebani non
> avevano ancora riconquistato il potere in Afghanistan. Kathryn Bigelow è
> diventata la prima donna a vincere l’Oscar per la miglior regia con il
> film The Hurt Locker. (…) Il presidente della Francia era Nicolas Sarkozy.
> TikTok non esisteva. Adele non cantava ancora Someone Like You né Clara
> Luciani cantava La grenade. Il 2010 è l’anno di J’accuse di Damien Saez.
>
> Il 2010 è l’anno in cui mia zia è morta per la seconda volta.
>
> (incipit di Tatà di Valérie Perrin, edizioni E/O, 2024)
Tatà, questo lungo romanzo edito da E/O, l’abbiamo trovato nel cestino della
carta da buttare un giorno in cui eravamo in visita qui alla redazione. Poiché
non mastichiamo granché la letteraturina francese in voga oggi, un amico ci ha
ragguagliati sull’autrice, spiegando che Valérie Perrin è la quarta moglie – di
trent’anni più giovane – del quasi novantenne regista francese Claude Lelouch. È
lei ad avergli scritto le sceneggiature degli ultimi sette film, e gli ha fatto
anche da fotografa di scena; poi ha pubblicato alcuni romanzi di successo che
qui in Italia sono stati propagandati in pompa magna, a suon di bla-bla-mila
copie vendute in una settimana, in un mese, in un anno e via dicendo.
Incuriositi, l’abbiamo esaminato per cercare il motivo di quella cestinatura:
magari ci era finito per sbaglio.
Innanzitutto, il riferimento puntiglioso all’anno 2010 nell’incipit riportato in
epigrafe – per inciso, non abbiamo idea di cosa sia il J’accuse e nemmeno chi
siano Damien Saez e Clara Luciani – serve a far partire la storia, in cui
Colette, la zia della narratrice, “muore per la seconda volta” perché le avevano
già fatto il funerale tre anni prima:
> «Pronto?».«Buongiorno, qui è la gendarmeria di Gueugnon».«Buongiorno».«Parlo
> con la nipote di Colette Septembre?».«Sì».«Sono il capitano Cyril Rampin. Devo
> darle una brutta notizia, signora».«…».«Sua zia è deceduta».«Mia zia?».«Sì,
> Colette Septembre. Sono qui con l’ambulanza. L’abbiamo trovata priva di vita
> al numero 19 di rue des Fredins. A prima vista sembrerebbe che sia morta nel
> sonno, ma stiamo portando le spoglie all’istituto medico legale per le
> verifiche del caso».«Guardi che mia zia Colette è sepolta da tre anni nel
> cimitero di Gueugnon. E abitava in rue Pasteur».«Ho la carta d’identità sotto
> gli occhi: Colette Septembre, nata a Curdin il 7 febbraio 1946. Sulla foto è
> più giovane, ma le somiglia».«Dev’esserci un errore. Probabilmente è un caso
> di omonimia».«Nel suo portafoglio c’è un biglietto su cui è scritto: Persona
> da contattare in caso di emergenza: mia nipote Agnès, 01 42 21 77 47».«…».«C’è
> anche scritto che vuole essere cremata e riposare accanto a Jean
> Septembre».«Jean?».«Sì. Lo conosce?».«Era mio padre».
Già in questo primo scorcio, purtroppo, qualcosa non va. A parte la banalità di
certe battute che si sarebbe potuta evitare («Buongiorno», «Buongiorno», «Sua
zia», «Mia zia?»), a esser fuori luogo sono i tre puntini messi tra virgolette,
tipici di un’ingenuità espressiva da andamento fumettistico del dialogo, dove si
crede che il silenzio dello spiazzamento debba per forza essere rappresentato
con un capoverso muto, per aiutare il lettore debole a immedesimarsi. Il guaio è
che questa formula semplificante non è un incidente, ma viene riproposta in vari
punti, come un vezzo stilistico:
> «A cosa ti riferisci?».«A Charpie, te lo ricordi?».«No. Chi è Charpie?».«Un
> dirigente, uno che non c’entrava niente con gli spogliatoi, ma ti giuro che ha
> passato un bel po’ di tempo nelle docce dei ragazzi, si è rifatto gli occhi
> con tre generazioni senza la minima discrezione. Per non parlare dei muscoli e
> dei coglioni che palpeggiava i mercoledì pomeriggio».«…».
Non vogliamo annoiarvi con citazioni inutili, ma vi assicuriamo che il silenzio
espresso coi puntini fra le virgolette continua a comparire anche in seguito,
come se fosse l’unico modo per esplicitare quel tipo di situazione. Questa
dissonanza ci ha fatto insospettire un po’, spingendoci a cercare qualche
notizia in più sull’autrice. In Wikipedia – la fonte principe dei nostri tempi –
viene innanzitutto specificato che Valérie Perrin è “scrittrice, sceneggiatrice
e fotografa”. Dunque, immaginiamo che lavori innanzitutto per il cinema: quali
film ha sceneggiato? Oltre agli ultimi sette del marito, null’altro viene
segnalato. Se non esistono altre collaborazioni al di fuori della cerchia
familiare (qualora esistessero, qualcuno le menzioni) non sappiamo fino a che
punto si possa parlare di sceneggiatrice come “professione”, nel senso di
attività che si sia sviluppata e misurata col mondo professionale esterno.
Inoltre, l’autrice viene definita fotografa. Bene, per chi ha lavorato? Quali
riviste, quali eventuali campagne, o servizi su internet? Ha fatto qualche
mostra, pubblicato qualche libro fotografico? Non si sa, perché l’unica cosa che
risulta aver fatto è la “fotografa di scena” per i film del marito. Se non è
così, suggeriamo di rimpolpare il curriculum con qualche notizia in più che
possa chiarire le cose.
Rilevate queste criticità, asteniamoci da ogni illazione o elucubrazione sul
personaggio e su come viene presentato al pubblico, e restiamo invece
sull’argomento libro. Sempre Wikipedia dice che il primo romanzo della
Perrin, Les Oubliés du dimanche (Il quaderno dell’amore perduto), ha ricevuto
ben tredici premi, ma nell’elenco lì dedicato ne compaiono solo sette. E gli
altri sei dove sarebbero? Si tratta forse di piccole manifestazioni di paese non
degne di menzione? Poi leggiamo che il suo secondo romanzo Changer l’eau des
fleurs (Cambiare l’acqua ai fiori), “ha ricevuto diversi premi tra cui il prix
Maison de la Presse che premia un’opera scritta in francese per il vasto
pubblico”: ecco dunque un indizio che ci aiuta a inquadrare questo genere di
romanzi. Il Vasto Pubblico diventa la parola chiave, la formula magica del parco
lettori da nutrire con ciò che chiede.
Confermiamo comunque che questo romanzo procede in modo disinvolto e scorrevole,
con quel genere di scrittura che piace tanto a chi usa dire “si legge d’un
fiato!”, con la differenza che Tatà è un volume di seicento pagine, quindi di un
fiato non si può certo leggere: al contrario è un macigno che fa penare
parecchio chi si metta in testa – per principio o per cocciutaggine – di
leggerlo fino in fondo. Secondo la vulgata di Wikipedia, i romanzi di Valérie
Perrin “raccontano ‘storie di vita’, mettendo in scena dei personaggi
accattivanti e dal percorso di vita atipico. Con uno stile semplice, vivace e a
tutto tondo, l’autrice costruisce i suoi romanzi in corti capitoli al fine di
dare un ritmo al suo racconto; Changer l’eau des fleurs, per esempio, comprende
più di un centinaio di capitoli, riassunti ogni volta da un epitaffio poetico”.
Ora qualcuno dovrebbe spiegarci cosa significa “uno stile a tutto tondo”.
Essendo effettivamente semplice, lo stile in questo libro non decolla mai, resta
rigorosamente sotto un’asticella definita, e rimane a galleggiare sulla
superficie di un chiacchiericcio da consorteria che si riunisce in soggiorno o
nella sala da tè: un chiacchiericcio che appartiene alla vita quotidiana di
moltissimi, che sia declinato in seno alle classi medio-popolari oppure negli
ambienti privilegiati della gauche intellectuelle a cui l’autrice sembra
appartenere. Ma cerchiamo di essere più specifici. Il blocco narrativo che la
Perrin cerca di dipanare per far stare in piedi la storia vorrebbe intrecciare
“segreti familiari, memorie sepolte e il peso insondabile del passato, lasciando
il lettore intrappolato in una ragnatela di emozioni e misteri” (citiamo formule
elogiative raccolte in Rete). La protagonista Agnès è – ovviamente – una regista
di successo che deve affrontare la (seconda) morte della zia Colette, detta
affettuosamente Tatà, che furbescamente aveva finto di defungere tre anni prima.
“Perché Colette ha fatto credere di essere morta? Questo enigma, oscuro e
spiazzante, conduce Agnès in un viaggio a ritroso nel tempo, tra frammenti di
memoria e segreti sepolti. Una valigia piena di audiocassette lasciata dalla zia
si rivela il filo conduttore che lega voci dimenticate, vecchi amici e verità
sommerse. Emergono storie che si intrecciano in un mosaico di destini e di
personaggi”.
E qui arrivano i dolori: purtroppo non c’è nessuna “esperienza emotiva che
trascende le pagine”, nessuna “riflessione sulla memoria e sui legami familiari
che invita il lettore a guardarsi dentro” (guardarsi dentro è un’espressione che
andrebbe abolita); e i classici “fantasmi del passato” non portano nessun
fardello che cerca redenzione, ma restano evanescenti e pretestuosi, senza nerbo
come la girandola di personaggi che interagiscono come se si trovassero in un
film commedia, ovviamente francese. Lo stile è quello lì, coi toni disinvolti e
sbrigativi da sceneggiatura interpretata da Catherine Deneuve, con la spocchia
velata della gauche intellectuelle che abbiamo citato, quella che finge
spontaneità lasciando trasparire la consapevolezza di essere due gradini sopra,
di poter trascurare quella che si chiama onestà artistica perché, comunque, il
“vasto pubblico” ci cascherà e verserà i soldi in cassa. È l’espressione chiara
di quella sorta di cripto-disprezzo che rimane tra le righe, che si omologa alla
decadenza culturale del nostro tempo rinunciando a impegnarsi, cavalcando
scorciatoie, gettando brioche al popolo per restare in sella. In Tatà la trama
non esiste, ovvero si attorciglia in una sorta di labirinto che fa vagolare il
lettore senza risolversi in una narrazione. I personaggi, così inconcludenti,
fanno venire i nervi al pari di quei dannati tre puntini messi fra virgolette
che ogni tanto spuntano senza motivo:
> «Sono lì dentro?».«Sì» mormora.«Tutte?».«Sì».«Mi stai dicendo che zia Colette,
> la persona più taciturna che abbia conosciuto in vita mia, ha registrato…
> quanti minuti, Cornélia?».«Dodicimila».«…dodicimila minuti di nastro
> magnetico?».«Sì, anche un po’ di più».«Un po’ di più?».«Sì».«Perché l’ha
> fatto?».«Per te».«…».
Le battute che ripetono, i famigerati tre puntini virgolettati, il
chiacchiericcio sofisticato da Comédie Française, fino alla nemesi delle
audiocassette registrate dalla zia con gli spezzoni di una storia incoerente,
frammentata, che non riesce a formarsi in una narrazione logica. Una sarabanda
di ricordi che sembra l’espediente per riempire le pagine senza una vera
direzione, solo per inserire quegli elementi-chiave che simulano sostanza e
vogliono dare il necessario appeal alla vicenda, per blandire il pubblico: la
sopravvissuta di una famiglia ebrea deportata e sterminata dai nazisti, un
celebre pianista, un assassino senza scrupoli, un insospettabile pedofilo, e il
tifo sfegatato e pittoresco della zia per la squadra locale di calcio.
Segnaliamo che Agnés è ossessionata dall’ex marito Pierre, che l’ha lasciata per
una donna più giovane: va da sé che la donna in questione è – a seconda dei
momenti – stronza, baldracca, troia, oppure pasticcino. Talvolta le
elucubrazioni della protagonista sono enfaticamente spiattellate, a effetto,
come se ci si trovasse in una scena comica di Louis De Funès:
> “Sono Agnès”.Come avrebbe reagito? Non gli avrei dato il tempo di dire
> “Agnès?” o “Agnès!” o “Perché mi chiami, è successo qualcosa?”.Gli avrei
> detto: “Pensa, mi ha appena chiamato la gendarmeria di Gueugnon. È morta
> Colette”.No, non avrei detto “pensa”, avrei detto: “Mi ha telefonato la
> gendarmeria di Gueugnon. Hanno trovato il cadavere di una donna e sostengono
> caparbiamente che si tratti di Colette”.No, caparbiamente non va bene, non
> dico mai “caparbiamente”.Mi avrebbe risposto: “Ma è già morta… Hai bevuto?
> Dimmi la verità, hai bevuto?”.Avrei replicato: “Ti piacerebbe, eh? Così tu e
> la tua baldracca potreste avere la custodia esclusiva di Ana”. E avrei
> riattaccato.Non ho mai detto la parola “baldracca”. Quando sono arrabbiata
> grido “stronza” o “troia”. Chi dei due avrebbe riattaccato per primo? In quale
> momento la conversazione si sarebbe inasprita?
Che dubbi amletici, talmente drammatici da accorciare il respiro. Più si procede
nella lettura più la protagonista Agnès diventa insopportabile, al punto da
farci solidarizzare col marito fedifrago Pierre. E certe riflessioni sembrano
rivelatrici dei problemi di questo libro:
> “E io ero stanca. È il prezzo da pagare per la gloria: la paura, sempre più
> presente e opprimente, di non avere più niente da dire, la sensazione di
> rifilare sempre la stessa minestra. Cosa raccontare nel prossimo film? Tra le
> altre donne che mio marito non guardava ce n’è stata una che ha fatto più che
> guardarlo, gli è saltata addosso. Aveva un buon odore, era carina e
> zuccherosa, aveva voglia e faceva venire voglia. E lui, senza opporsi, l’ha
> lasciata fare, in un primo momento per sapere, per capire, per assaggiare
> qualcosa di diverso”.
In conclusione, possiamo dire che uno degli scopi occulti di questo libro pare
essere quello di trasudare mondanità. Effettivamente, è una vocazione che viene
da lontano, da quell’aristocrazia Ancien Régimeanteriore alla Rivoluzione del
1789, dove una piccola schiera di privilegiati, splendidamente condannati
all’ozio, si creava una realtà circoscritta in cui autocelebrarsi. Era lì la
Civiltà della conversazione, raccontata nel magnifico libro di Benedetta Craveri
edito da Adelphi: fare della vita mondana un’arte e un fine in sé, come tratto
distintivo di un’identità aristocratica che dal Sei-Settecento è riuscita a
proiettare la sua eredità fino alla gauche intellectuelle francese novecentesca,
l’estremo baluardo culturale che potesse arginare la deriva inevitabile,
compiutasi nell’ultimo quarto di secolo per estinzione generazionale.
L’autocelebrazione occulta, ben percepibile nella prosa pretestuosa della
Perrin, discende proprio da quel bisogno irrefrenabile di mondanità, da
quell’esprit de société che nel tempo si è sfilacciato fino ad annientarsi nel
chiacchiericcio stolido che oggi macina tutto, che dice senza costrutto, che
parte per tornare al punto di partenza, che celebra la propria inutilità in
pagine che – siamo desolati – torneranno nel cestino.
Paolo Ferrucci
*In copertina: un’opera di Roland Topor
L'articolo Valérie Perrin, scrittrice del Vasto Pubblico (ovvero: quel bisogno
irrefrenabile di mondanità) proviene da Pangea.
> “In quella regione non ancora riconosciuta come Stato dell’Unione, era uno
> degli anni in cui i segnali di fumo apache si alzavano dalle cime delle
> montagne rocciose, e più di un ranch era ridotto ormai a un quadrato di cenere
> annerita che si stendeva sul terreno. La partenza della diligenza da Tonto
> segnava l’inizio di un’avventura dall’incerto lieto fine…”
>
> (incipit di La diligenza per Lordsburg di Ernest Haycox, Sellerio editore,
> 1992)
Cronista giudiziario di Portland, Oregon, Ernest Haycox (1899-1950) è stato
autore di una ventina di romanzi e qualche centinaio di racconti di
ambientazione western, storie cominciate ad apparire nei pulp
magazines americani negli anni Venti, in cui si celebrano i grandi temi della
Frontiera, dalla vastità delle praterie al mistero minaccioso dell’altro,
dall’asprezza del deserto al silenzio che pervade anche l’animo dei personaggi,
solidamente sagomati su stereotipi ben collaudati. Le sue strutture narrative
essenziali, rese con una lingua asciutta e meccanismi elementari che
sfruttano topoi e figure retoriche ricorrenti, si rendevano buoni canovacci
adatti a ulteriori sviluppi, alcuni dei quali sono stati trasposti al cinema
hollywoodiano. Fra i suoi estimatori c’erano Gertrude Stein e Ernest Hemingway,
il quale – secondo la vulgata – ebbe a scrivere “I read The Saturday Evening
Post whenever it has a serial by Ernest Haycox”.
Il racconto Stagecoach to Lordsburg, uscito sul Collier’s Magazine di
Springfield, Ohio, nel 1937, è il più famoso perché vanta un’ascendenza e una
discendenza illustri. Il suo “prima” è la celebre novella di Guy de
Maupassant Boule de suif, mentre il suo “dopo” viene dal cineasta John Ford e
dal suo sceneggiatore Dudley Nichols, che lo giudicò un’ottima trama: «Cercammo
subito di tirarne fuori un film creando i personaggi, visto che quelli che
offriva non erano che abbozzi. Quindi li mettemmo da parte cercandone dei nuovi
che ci apparissero più interessanti». Fu così che Stagecoach to
Lordsburg divenne il celeberrimo film Stagecoach – reso in italiano come Ombre
rosse –, che nel 1939 (anno dell’epocale Via col vento) segnò il punto cardine
della filmografia western, definito come il momento in cui il genere “diventa
maggiorenne” e s’impone come “il cinema americano per eccellenza”.
In Boule de suif di Maupassant una prostituta francese estroversa e
grassottella, passeggera della carrozza in fuga da Rouen durante la guerra
franco-prussiana del 1870, è decisa a rifiutare per senso patriottico
le avances di un ufficiale prussiano che ha fermato la comitiva, ma alla fine si
vede costretta a cedergli per le pressioni dei suoi compagni di viaggio, persone
per bene e rispettabili – commercianti, nobili, due suore, un pericoloso
democratico – che non vogliono ritrovarsi bloccate dalla sfrontata prepotenza
dell’ufficiale e dalla caparbietà della ragazza. L’esito lo conosciamo, con la
cinica ipocrisia della buona società francese che apre e chiude la partita nel
modo più classico. In Stagecoach to Lordsburg, rifacendosi a quel racconto,
Haycox prende il riscontro storico della fuga nel 1885 del capo apache Geronimo
dalla riserva di San Carlos in cui era stato confinato, nell’ultimo sanguinoso
tentativo di ribellione attraverso scorrerie e devastazioni degli insediamenti
dei Bianchi. Come per Boule de suif, i passeggeri della diligenza per Lordsburg
compongono un microcosmo sociale, e qui sono proiettati verso una Frontiera in
progressivo e inarrestabile movimento verso ovest: sono quelli che
colonizzeranno le terre sottratte agli indiani, quelli che vivono di espedienti
professionali, e anche gli emarginati come la prostituta Henriette, schiva e
gentile, e il bel pistolero “smilzo e biondo” Malpais Bill, diretto verso la sua
vendetta contro chi gli ha ucciso il padre e il fratello. Come osserva Attilio
Brilli nell’introduzione, i personaggi hanno un carattere bozzettistico
efficace, con un gusto fra l’arcaico e l’ingenuo che risponde alla mitologia
popolare in cui si muovono; ognuno porta i segni del suo status sociale, dai
dettagli del vestire ai tratti somatici rappresentativi, fino ai gesti e agli
atteggiamenti che tradiscono i loro umori e le loro storie. Malpais Bill – che
nel film di John Ford diventa Ringo interpretato da John Wayne – ha “negli
angoli degli occhi e nella lunga piega della bocca” il segno di una natura
selvaggia, quella del mezzosangue inevitabilmente reietto.
Nel racconto abbiamo una ragazza – Miss Robertson – che va a sposarsi con un
ufficiale di fanteria, un piazzista di whisky di Kansas City, un inglese alto e
ossuto con un enorme fucile da caccia, un elegante giocatore d’azzardo, un
robusto mercante di bestiame con una grossa pepita d’oro appesa alla catena
dell’orologio, lo smilzo Malpais Bill con le pistole che gli pendono ai fianchi
e la prostituta Henriette – queste ultime le due figure centrali. Con questo
materiale, John Ford e Dudley Nichols plasmarono e “riformarono” la tipologia
dei personaggi di Haycox per caricarla dei significati simbolici più adatti alla
narrativa hollywoodiana. La evanescente “ragazza dell’ufficiale” si trasforma
nella volitiva Lucy Mallory, moglie incinta di un ufficiale dell’esercito che
vuole raggiungere il marito; l’inglese col fucile e il mercante di bestiame
vengono rimpiazzati da un banchiere avido che è fuggito con la cassa e dal
medico ubriacone Doc Boone, figura divenuta classica nella mitologia
cinematografica western; Malpais Bill diventa Ringo Kind, che è ricercato e per
questo scortato nella diligenza dalla nuova figura dello sceriffo, e Henriette
diventa Dallas Douglas, la reietta che viene fatta salire sulla carrozza da un
drappello di signore arcigne e avvizzite della Lega per la moralità. Nel film lo
sgangherato Doc Boone, costretto a fuggire da un luogo all’altro, è il
contrappeso speculare del giocatore d’azzardo Hartfield, virginiano dai modi
fini e l’aspetto nobile, entrambi figure che si redimono nel corso del viaggio.
L’opposizione più netta nel microcosmo della diligenza è fra la donna pubblica
Henriette/Dallas e Miss Mallory, ovvero la prostituta e la rispettabile dama che
deve raggiungere il marito, e si esplica in un percorso di sguardi, di
espressioni e di inquadrature soggettive – è la donna civilizzata a osservare la
prostituta, avvertendo una curiosità partecipativa – che nel film prepara la
riconciliazione solidale che avverrà in uno degli eventi centrali, la nascita
della bambina nella stazione lungo il deserto. Qui abbiamo lo svelamento dei
ruoli e la redenzione dei reietti, uno dei grandi marchi del cinema “etico” di
John Ford.
Uno sguardo analitico e complessivo sul suo cinema lo troviamo nel bel saggio di
Andrea Laquidara John Ford e il cinema americano, ovvero la rimozione di
Dioniso (Mimesis, 2019), che passa in esame la filmografia fordiana
concentrandosi sulle pietre miliari della sua sterminata produzione e traendone
quelle implicazioni storico-filosofiche che ci riportano anche all’America di
oggi. Vediamo innanzitutto che tutti i film di John Martin Feeney, figlio di un
irlandese giunto in America nel 1872, sono girati – anche quelli non
squisitamente western – sulla Frontiera, cioè sul limite, sulla soglia, quella
linea che difende la civiltà dalla wilderness: un cinema che rappresenta nel
modo più compiuto il mito di fondazione degli Stati Uniti d’America. Prendiamo
le sequenze che aprono Stagecoach: in una piccola cittadina dell’Arizona giunge
la notizia che gli Apache sono sul piede di guerra. Dopo qualche inquadratura in
esterni, che riprende due figure a cavallo che corrono negli spazi del deserto,
finiamo all’interno di una caserma, dove una delle due figure spiega a un
ufficiale seduto alla scrivania che gli Apache infestano le colline circostanti.
L’ufficiale chiede al telegrafista di predisporre la linea di comunicazione con
Lordsburg, più a ovest nel New Mexico, ma proprio da quella città sta arrivando
un messaggio urgente. L’inquadratura si stringe, l’attesa si fa preoccupata, ma
la comunicazione non arriva: «The line went dead, sir» dice il telegrafista, la
linea è interrotta. Da Lordsburg arriva solo la prima ferale parola: “Geronimo”.
Come osserva Laquidara:
> “Tutti i presenti restano in un lugubre silenzio, e la frattura che Geronimo
> ha provocato nella linea del telegrafo è riempita solo dalla colonna sonora,
> improvvisa, grave, piena di semitoni e sinistre dissonanze: un chiaro invito
> lanciato allo spettatore di preoccuparsi seriamente. (…) La linea di
> comunicazione si è improvvisamente trasformata in un binario morto. Si è
> fratturata. L’unione si è fatta divisione. E in questa frattura si è inserito
> il nome di Geronimo, il selvaggio, l’irrazionale, accompagnato da un accordo
> musicale disarmonico. Ecco dunque cosa determina il carattere tragico,
> agonistico del percorso della storia, la possibile frattura del binario
> provocata dall’imboscata tesa dal selvaggio. La dinamica e ottimistica
> mobilità del progresso muta improvvisamente in stasi. Nel Caos della stasi”.
A metà della storia la diligenza attraversa il tratto in cui Geronimo avrebbe
tagliato il filo del telegrafo, nel territorio denso di ostili premonizioni
rappresentato dalla Monument Valley, divenuta il più mitico dei paesaggi
americani: qui è evidente che il gruppo racchiuso nella carrozza – la piccola
comunità – è esposto al passaggio nel mondo spaventevole dell’irrazionale. E
l’irrazionale arriva:
> “Tutta la celebre sequenza della fuga della diligenza, inseguita dagli Apache,
> e della battaglia realizzata in frenetica corsa, è tra le più studiate nei
> corsi di Storia del cinema. Una delle ragioni sta nel fatto che John Ford
> compone insieme magistralmente un materiale molto eterogeneo. Nella pazza
> corsa di carrozza e uomini a cavallo si susseguono: velocissimi carrelli
> girati in esterni; inquadrature più ravvicinate dei passeggeri che si
> difendono (girate evidentemente in studio); riprese dall’alto che mostrano la
> diligenza fendere un territorio bianco come un lago asciutto, inseguite dalle
> ombre minacciose dei selvaggi; citazioni da Griffith (raccordi in asse e sullo
> sguardo); citazioni dal cinema sovietico (la spettacolarità di angolazioni
> inusuali, con prospettiva dal basso); passaggi di azione pura che si alternano
> a primi piani fortemente espressivi, che definiscono la psicologia dei
> passeggeri”.
L’attacco degli Apache dura ben sei minuti, con una dinamica forsennata in cui
non v’è un minimo cedimento o dispersione della tensione narrativa, fino al
momento in cui gli squilli di tromba annunciano il soccorso salvifico del
battaglione di cavalleria al galoppo e lo scioglimento del dramma. I selvaggi
sono rappresentati come figure omogenee, anonime, accomunate dall’impersonare il
pericolo, il caos e la violenza, sia quando sono invisibili sia quando irrompono
sulla scena come incubi. E in effetti gli Apache Chiricahua, a cui apparteneva
Geronimo, rientravano nel gruppo di popoli aggressivi e di mentalità guerriera
per i quali le scorrerie erano l’impresa tribale più importante e legittima, e
la guerra di vendetta era l’inevitabile conseguenza della dinamica delle
scorrerie. I giovani maschi venivano allevati per essere corridori forti, rapidi
e rapaci, per diventare ladri di bestiame e razziatori di carovane, abili nel
nascondersi e nello schivare, e implacabili odiatori dei vicini di altre
tribù. È lo stesso Geronimo a narrare il mito chiricahua della creazione, in cui
uno dei due eroi tradizionali è chiamato “uccisore di nemici”. Poiché vivono
razziando, devono affinare le arti dell’inseguimento, dell’imboscata, della
morte, in quanto la morte dei nemici è la loro vita.
Per la mente indiana l’attaccamento al paese nativo era una necessità vitale, e
non potere farvi ritorno equivaleva alla separazione dalla sorgente di vita
della terra. Gli Apache Chiricahua fondevano questo attaccamento alla propria
terra con la pratica tradizionale della guerra di razzia, e ciò rese possibile a
Geronimo di evitare la resa definitiva per più di un decennio, periodo fatto di
menzogne e promesse non mantenute da entrambe parti in conflitto. Per i Bianchi
Geronimo era il peggiore fra tutti, perché era il migliore sotto l’aspetto della
civiltà chiricahua: il più diffidente, intransigente, selvaggio, crudele.Quando
lo stile di vita dei Chiricahua fu minacciato come mai prima, egli divenne una
sorta di capo supremo, e nulla lo convinceva che il suo predecessore Cochise
avesse fatto bene a portare le sue bande nella riserva loro assegnata. I
Chiricahua non erano mai stati agricoltori, perché si spostavano di continuo, ed
era impensabile che si convertissero in contadini all’interno di una riserva;
senza contare che non avrebbero più avuto la libertà di picchiare la moglie per
le sue malefatte e nemmeno di tagliarle la punta del naso quando la scoprivano
infedele, oltre a non potersi più fare il tiswin, la birra tradizionale a base
di granturco. In breve, sarebbero dovuti somigliare agli uomini bianchi che
erano devoti alla terra solo nella misura in cui potevano impossessarsene per
sfruttarla a scapito di tutto il resto, mentre per i Bianchi il fatto che gli
Apache non riuscissero a concepire la nozione della mobilità verso l’alto
mediante l’accumulo di ricchezze era la dimostrazione della loro natura
sub-umana.
Tornando a Stagecoach e al saggio di Andrea Laquidara, abbiamo Ringo e Dallas,
lui ricercato – prigioniero dello sceriffo che viaggia in cassetta – e lei
prostituta: due figure emblematicamente collocate ai margini del sistema
sociale, che in una delle pause del viaggio vengono a trovarsi all’aperto, in un
esterno notte. Dallas cammina lungo uno steccato di tronchi, in un paesaggio
spettrale “alla Murnau” che però è stemperato dalla colonna sonora delicata e
sentimentale.
> “Lo steccato è il vero protagonista del quadro: il legno robusto e livido
> taglia l’immagine in diagonale e ne attraversa il centro. Dallas, prima in
> ombra, poi investita da una luce dolorosa, si ferma sul bordo destro dello
> schermo. Ringo, una nera silhouette, le si avvicina, ma, senza evidente
> motivo, decide di orientarsi verso la parte ovest dell’inquadratura, e dunque
> restare al di là del recinto di legno cui Dallas sta appoggiata. L’intero
> dialogo si svolgerà con la presenza triste e ingombrante dello steccato che
> separa i due interlocutori”.
Pur divisi, i due sono accomunati dallo stato di marginalità:
> “entrambi sono esclusi da una società ipocrita e formale; entrambi hanno
> vissuto un trauma che li ha privati della famiglia; entrambi sono soli, alla
> ricerca di qualcosa, un ricordo o un’attesa che custodiscono sotto la scorza
> dura che li corazza. L’identificazione, man mano che il dialogo procede, si fa
> più viva ed evidente: le inquadrature si stringono e si intensificano nei bei
> primi piani con cui John Ford rende palese la predilezione e l’affetto che ha
> per simili personaggi. Il gioco di campo e controcampo, che alterna il volto
> fiero e intenerito di Wayne a quello di Claire Trevor, pieno di dolcezza
> dimenticata, grazie all’ambivalenza naturale del montaggio, congiunge e
> contemporaneamente mantiene separati i due amanti virtuali”.
Dal West, Ringo si decide a dirle che al di là della frontiera possiede una casa
dove un uomo e una donna potrebbero vivere felici. Dallas, dall’East, è sorpresa
e intimidita, perché la crudeltà del mondo l’ha disabituata all’idea della
felicità. A questo punto avanza nell’oscurità lo sceriffo, che accarezzando lo
steccato ricorda a Ringo che non può allontanarsi, essendo un ricercato sotto la
sua custodia, mentre sullo sfondo la figura di Dallas si allontana profondamente
turbata. Come un rasoio, la legge della Frontiera è intervenuta a dividere il
corpo unico della felicità. Perché sappiamo come “il lavoro di costruzione
narrativa si esprima proprio nella selezione che distingue il necessario dal
superfluo, l’utile dall’inutile, il civile dal selvaggio, il buono dal cattivo.
È in quella linea di demarcazione che risiede il senso profondo del narrare; ed
è nella capacità di operare col rasoio, distinguendo l’identità dall’alterità,
che affonda le radici il montaggio, e dunque la costruzione di una particolare
visione della realtà”.
Mentre in Boule de suif la visione negativa di Maupassant si estende all’intera
fisionomia della società in viaggio, nella micro-società di Stagecoach il medico
ubriacone, lo sceriffo, Ringo e anche Mrs. Mallory (nella sua solidarietà finale
verso Dallas, che nel pericolo le ha protetto la neonata) rappresentano
l’aspetto migliore della civiltà, quello che giustifica il procedere verso la
via del progresso; l’unica figura negativa resta il banchiere Gatewood,
esponente di un capitalismo cinico, vorace ed esasperato. E la valorizzazione
della prostituta Dallas viene proprio dalla “sterilizzazione” della sua
femminilità e del suo eros, che viene normalizzato e ricondotto nel sistema,
promosso alla funzione procreativa, di costruzione della famiglia e della
società. È la cinepresa di Ford e lo sguardo tenero di Ringo che la sollevano
dalla sua condizione misera, incorniciandola nell’icona familiare della
donna-madre – della Madonna, secondo l’interpretazione di Laquidara – che tiene
in braccio la bambina appena partorita da Mrs. Mallory. Un lavoro strategico che
“risulta efficacissimo, giacché riesce a esorcizzare l’aspetto più spaventevole
della donna, la sua carica erotica e sensuale”. Ma non solo: il viaggio che Mrs.
Mallory e Dallas hanno fatto attraverso l’inferno le ha condotte insieme a una
maturazione, la prima al superamento dei propri atteggiamenti misurati e rigidi
di signora dell’Est, con la presa di coscienza che restituisce dignità alla
reietta, la seconda alla consapevolezza del proprio valore – riconosciuto dalla
comunità che torna ad accettarla – e della reale possibilità di amare ed essere
ricambiata.
Paolo Ferrucci
*In copertina: Adolph F. Muhr, Ritratto di Geronimo, 1898
L'articolo Go West! L’epopea della frontiera, da Geronimo a John Ford proviene
da Pangea.