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Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti del terzo millennio
> “Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla. > Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza > di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno, > se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure > capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è > stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si > getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in > piena”.  > > (Erodoto, Le Storie, III, 81) Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”. Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità – la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece Luciano Canfora in La democrazia come violenza / Anonimo ateniese, Sellerio 1998 : > “A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che > consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla > faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei > migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo > d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di > disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la > mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […] > Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma > essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è > comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo > di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo > piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene > che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica > anziché in una città oligarchica”. Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che nel saggio Le peuple del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore, ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io dotato di personalità e, quindi, di una psicologia. Da questa matrice deriva la categoria politica del populismo, quel concetto oggi tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel 1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai levellers e i diggersinglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada, Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi, il populismo non può che essere definito come stile politico che lavora su vari materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con “significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche in cui opera.  Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai – grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano – sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate élites. E quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza rivendicazionista. A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente, anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione, di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti di populismo e sovranismo, che sono sfere ben differenti, in una sorta di “populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano filosofico, come afferma Rocco Ronchi nel suo saggio Populismo/Sovranismo. Una illustre genealogia, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso individualismo: secondo Ronchi,  > “Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che > vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij > del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al > Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo > sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano. > Del prototipo fascista – con il quale civetta – elabora l’aspetto anarchico, > rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un > nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”. Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una “soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare, puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile. Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una metis, di una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.  Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando ci esonera dallo sforzo dell’analisi.  > “Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della > ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la > potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.  Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo (presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita. Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”, come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era una metafisica, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi, che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma, si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso. In Mille piani, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale, Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese, l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica, che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e nel tempo (o, se non fosse solo questo)? Se “fascismo” piuttosto che un fatto, un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse un’altra e più “totale” concretizzazione? Se il “fascismo” fosse il nome convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è qui e ora, quale potenza mette in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove, insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto, bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di “razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij. Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli “insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta, antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività. L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una verità “creata” ad hoc (come le fake news…), una verità che funzioni come “arma” per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti. Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente paese del mondo (prima elezione di Trump).  Uomo del sottosuolo e anarca sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel quale è riposto tutto l’essere del soggetto. Nietzsche aveva chiamato ressentiment la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul punto di venir meno,  sempre precaria, sempre instabile, come accade alle persone anziane. La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della sua libertà. E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue innocente che si è disposti a versare. A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche (schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un “consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del “genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini “corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”, come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e aborto, oltretutto)? In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo isolamento. Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema (quello degli inizi, almeno, e soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi, collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita” altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale – è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco infinito (Nietzsche docet). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è “militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti, la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno, non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo. Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in macchina mitologica: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di interessi:  > “Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un > teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo > crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un credo. È la fede > che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si > muovano. L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita”.  Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”. Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani, mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi. È il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno crede veramente alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede veramente che Trump menta quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del “capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente” è una volontà arbitraria e tirannica. Il detto di Giovenale: “Hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti del terzo millennio. Paolo Ferrucci L'articolo Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti del terzo millennio proviene da Pangea.
February 6, 2026 / Pangea